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sabato 27 settembre 2025

EUROPA SENZA FEDE E DIREZIONE

 

Intervista a Roberto Repole 

a cura di Giacomo Galeazzi



«Non possiamo permetterci la rassegnazione. La deriva della guerra si contrasta solo con la capacità di ragionare», dice il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, membro in Vaticano dell'ex Sant'Uffizio e in Cei della Commissione per l'educazione cattolica, per quasi un decennio presidente dei teologi italiani. Dal 9 al 12 ottobre Torino ospiterà il Festival della Missione, terza edizione della rassegna che accende i riflettori sull'impegno internazionale della Chiesa, sull'annuncio del Vangelo e la costruzione della pace. A ospitarla e a inquadrarne il significato in un mondo sull'orlo di una escalation bellica è il porporato torinese impegnato anche nell'organizzazione del Sinodo dei vescovi. 

In Palestina e Ucraina la voce dei cannoni. Gli appelli? 
«Prima degli appelli ci sono la vita concreta e i gesti come quello della parrocchia di Gaza che ha rifiutato di abbandonare la città e con coraggio sta aspettando che arrivino i carri armati. Gli appelli del Papa e della Chiesa danno voce a questo coraggio e alla terribile sofferenza delle vittime, ma si pongono anche obiettivi molto concreti, direi operativi: contestare il clima di rassegnazione internazionale e strattonare il mondo perché recuperi la capacità di ragionare». 

Il mondo non ragiona? 
«Mi sembra che lo stia facendo sempre meno. Oggi il mondo improvvisa. È il più grande problema che abbiamo in questo momento: la superficialità. Con la complicità dei social media, che hanno preso il centro della scena, ascoltiamo fiumi di schiamazzi, ma poche idee. Non c'è da stupirsi se anche i governanti improvvisano. La fragilità del pensiero collettivo appare chiara rispetto alle guerre (si pensa solo al riarmo), ma anche di fronte all'emergenza ambientale, alla crisi demografica o ai temi etici come il fine vita, lo scandalo delle povertà, l'emergenza educativa. Non siha più voglia di ragionare a fondo su niente. Pochi guardano lontano, la massa si accontenta di arrivare alla sera». 

Ciò accade ovunque? 
«Di sicuro è un problema dell'Occidente. La crisi culturale è più che evidente in Europa e negli Stati Uniti, molto meno in altre regioni del mondo che danno la sensazione di sapere dove vogliono andare. Noi non lo sappiamo più. Abbiamo voluto credere che l'unica regola della convivenza fosse il denaro e che non servissero altri riferimenti valoriali. Era una menzogna disumanizzante. E il cuore dell'uomo ha bisogno di altro. Così adesso ci troviamo a balbettare, non sappiamo come entrare nel futuro, non ci capacitiamo che scoppino le guerre». 

Mattarella evoca il 1914
«Purtroppo non esagera. Oggi la situazione potrebbe essere più grave ancora: lo sviluppo tecnologico ha prodotto armi terrificanti. Abbiamo assistito a una crescita tecnica a cui non è corrisposto uno sviluppo di riflessione antropologica, né di pensiero morale. Abbiamo teorizzato che tecnologia e progresso fossero la stessa cosa e anche qui abbiamo mentito. Dipende dove si orienta la tecnologia: il progresso reale comporta il bene complessivo dell'essere umano e si gioca su molte altre dimensioni della vita, relazionali e spirituali. Averlo dimenticato, aver abdicato ad una riflessione sull'uomo e sul suo fine, aver cessato di chiederci quali strumenti sono buoni e quali cattivi, è il vero fallimento dell'Occidente». 

Come si è arrivati a questo? 
«Forse è avvenuto perché abbiamo dato per scontate le acquisizioni del Novecento: la pace, il welfare, la salute. Abbiamo tramandato la memoria delle guerre, ma non abbiamo più sentito il bisogno di riflettere sulle radici della pace che nasceva dalla coscienza etica delle generazioni che ci hanno preceduto. Rischiamo di perdere quello che abbiamo perché non abbiamo fatto manutenzione, non abbiamo considerato che la pace e il benessere non sono definitivi. Sono un processo dinamico». 

In che modo si sviluppano? 
«Trovano sorgente nel nostro lavoro interiore, nella lotta contro l'egoismo, l'odio, il desiderio di vendetta, l'indifferenza, il disprezzo della vita. Lo dicevano subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale i padri del Concilio Vaticano II, nella "Gaudium et spes", e pensatori come Mounier o Maritain. Ed era in qualche modo evidente anche ai più grandi pensatori della modernità. È vero, oggi l'Europa conosce una certa secolarizzazione spirituale, ma ha tradito anche l'Illuminismo nella sua intuizione di fondo: che la libertà comporti l'assunzione di una responsabilità etica». 

Vede solo nubi all'orizzonte? 
«No, ma cerco di chiamare i problemi con il loro nome, perché è questo che ci può permettere di affrontarli. Finché lo facciamo, sappiamo che è possibile riprendere un compito che abbiamo dismesso: quello di educare le coscienze, orientandole verso qualcosa per cui vale la pena di vivere. Finché lo facciamo, continuiamo ad avere fiducia che c'è nell'uomo un desiderio di pace, di fratellanza, di rispetto per ogni vita umana e di riflessione, che resiste alla superficialità che si è imposta e all'idea che la libertà sia dare sfogo a tutte le passioni dell'anima».



martedì 1 ottobre 2024

SPERARE E' ANCORA POSSIBILE


UNA LUCE 
OLTRE 

IL BUIO

 DEL NOSTRO

 TEMPO


Pubblichiamo un estratto del libro «Sperare è ancora possibile. Il messaggio di san Francesco, una luce oltre il buio del nostro tempo» (Edizioni Piemme) di Roberto Repole, a cura di Domenico Agasso, in uscita l’1 ottobre.

La lezione francescana è di grande sprone ad affrontare la nostra epoca, che registra mutamenti inaspettati anche solo rispetto a qualche decennio fa. Il primo grande stimolo che ci viene dal santo di Assisi è a non fuggire questo mondo, ad abitarlo appieno e a vedere con lucidità quanto sta accadendo, senza negarsi nulla. Qualcosa che è valido per i cristiani, ovviamente, ma che può essere utile per qualunque donna e uomo voglia mantenere lucidità. Ci sono infatti rimozioni o negazioni del reale di cui tutti, pur in modi diversi e a volte antitetici, si può essere vittime.

Pensando specificamente a ciò che è chiamata a fare la comunità dei credenti in Cristo, si può prospettare anzitutto la capacità di leggere anche questo tempo come abitato da Cristo, vivo nello Spirito. Nella misura in cui si considera Cristo come principio, fine e centro del mondo e della storia, non si può ritenere che esista un'epoca disabitata da Lui. Anche l'attuale cambiamento d'epoca avviene sotto lo sguardo e la presenza di Cristo vivente.

Con Francesco e come lui, possiamo trovare perciò nella Scrittura la luce per orientarci in una società in rapido mutamento e per trasformare le problematiche e le crisi in opportunità di crescita.

E questo può valere anche per le persone che più faticano ad affrontare il presente, per esempio gli anziani, che spesso si sentono spaesati di fronte alle alterazioni socio-politico-religiose degli ultimi decenni. Che cosa bisogna vedere e su che cosa deve essere operato il discernimento alla luce della fede? È difficile rispondere sinteticamente, anche perché la contemporaneità è caratterizzata da una grande "complessità". Si può tuttavia tentare di leggere alcuni macrofenomeni da riconoscere e abitare: sia a livello socio-culturale, sia sul piano specificamente religioso.

Un primo fenomeno che sembra caratterizzare nel profondo la cultura del nostro tempo e incidere sul nostro modo di guardare alla vita e di compiere le nostre scelte, soprattutto in Occidente, è il nichilismo. Può sembrare un termine difficile e per addetti ai lavori. Non lo è, quando se ne colgano gli effetti più pratici e immediati. Prendiamo – a titolo di esempio – il fenomeno dilagante dei talk show televisivi o quello delle discussioni sul web e nei social network. Nei programmi televisivi o radiofonici, quando si affrontano temi importanti, è divenuta prassi comune far discutere fra loro persone diverse, alcune delle quali sono davvero competenti, mentre altre non hanno una particolare conoscenza di quanto si sta trattando. Vengono invitate, queste seconde, solo perché sono personaggi noti al mondo mediatico. Questo meccanismo produce effetti distorti: le posizioni di coloro che intervengono appaiono tutte equivalenti fra loro, a prescindere dalla competenza di chi parla. Con molta difficoltà, una posizione riesce ad assumere un valore qualitativamente diverso, anche se si tratta della posizione di chi è realmente esperto.

 Nel caso di internet il fenomeno risulta ancora più evidente. Si può porre qualunque domanda ai motori di ricerca; ed essi ci rimandano a una infinita serie di siti e di informazioni diversi tra loro per qualità, serietà e verità delle posizioni sostenute. Quali sono le informazioni corrette? Difficile stabilirlo. Non è certo un caso che in questi ultimi anni si siano formati gruppi di persone che portano avanti tesi complottiste oppure mettono in discussione verità consolidate in questioni che riguardano la medicina o altre verità scientifiche. Tali gruppi si sono alimentati dalle notizie che circolano, qua e là, in rete; e hanno contribuito alla confusione offrendo ulteriori notizie, della cui verità scientifica si può spesso dubitare.

Non si vuole certo negare la bontà e la bellezza dei nuovi mezzi di comunicazione. Quando si dice che con internet è avvenuta una certa democratizzazione dell'informazione si afferma qualcosa di reale: l'informazione non è più appannaggio di pochi operatori. Ci vorrà probabilmente tempo e pazienza per consentire alla società civile di formarsi uno spirito critico rispetto a quanto trova su internet, così come nel passato accadde rispetto ai contenuti di libri e giornali. È tuttavia palese che i fenomeni descritti finiscono con l'affermare una sorta di "tesi metafisica": l'idea che, alla fine, una verità valida per tutti non esiste, né è il caso di cercarla e di averne passione.

Questa idea si riscontra anche nei modi di dire e di pensare più comuni: come quando ci si dice che ognuno ha la sua verità e ha il diritto di pensare quello che vuole; o come quando, nel confronto tra religioni, si dice che una vale l'altra, senza entrare nel merito di quali credenze vi si professano.

Ecco, in questo senso viviamo ormai in un contesto nichilista. Non certo perché si professa in maniera tragica la prospettiva del nulla rispetto a una prospettiva dell'essere, ma perché si respira un modo di pensare per il quale non c'è nulla che valga davvero, ogni idea è solo un'opinione tra le altre, gli atteggiamenti sono tutti insindacabili e ingiudicabili, una verità non vale la pena di ricercarla e, più ancora, una verità non esiste.

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