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giovedì 31 luglio 2025

CONTROCOMUNICAZIONE

Immagine che contiene arte, vaso, pianta, interno

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 

Così le big tech digitali

 spengono il desiderio di pensare

Recensione di "Controcomunicazione", saggio di Guido Bosticco e Giovanni Battista Magnoli Bocchi (Franco Angeli, 2025): come si manifesta l’ottundimento del pensiero? In massimo grado con la polarizzazione. Si ha sempre meno voglia di capire le ragioni dell’altro. Che si tratti di decretare chi sia il più grande calciatore della storia, o il miglior film su Batman, o di chi è la colpa di una guerra, comanda la fazione, l’appartenenza emotiva

di Doriano Zurlo

È un libro molto interessante, Controcomunicazione di Guido Bosticco e Giovanni Battista Magnoli Bocchi (Franco Angeli, 2025). Lo dovrebbero leggere in tanti. Non solo chi si occupa di comunicazione in modo professionale (giornalisti, opinionisti, critici, insegnanti, politici, moderatori di talk show, pubblicitari, social media manager…), anche chi di mestiere fa tutt’altro. Se non altro per rendersi conto, per esempio, che «il potere di parola che chiunque sembra aver conquistato, l’opportunità cioè di parlare potenzialmente al mondo intero e divenire un opinion leader, potrebbe rivelarsi funzionale a un sistema di potere in principio alternativo a quello tradizionale, ma forse più soverchiante e subdolo di quello. In parole povere, per picchiare duro contro i governi e le vecchie corporation si fa il gioco delle big tech digitali, che sembrano essere così diventate più potenti dei governi e delle vecchie corporation».

Senza pensieri

Il saggio non è troppo lungo, in tutto parliamo di 150 pagine piuttosto scorrevoli. Ma gli spunti offerti sono parecchi, e ognuno è meritevole di riflessione. Tra questi, non mancano ragioni di sconforto e inquietudine per il futuro che ci aspetta. Gli autori constatano, non senza una punta di amarezza, che «la tecnica ci ha esonerato, nella storia, da molte attività fisiche faticose, e oggi – in particolare con l’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale che già da tempo sono nei nostri smartphone, nei computer, nelle piattaforme TV – tende sempre più a esonerarci anche dal pensare. Gli strumenti scelgono per noi che cosa vedere o ascoltare, in base ai nostri gusti e a quelli di persone profilate come simili a noi, spesso anticipano i nostri desideri, altrettanto spesso li indirizzano. Gli strumenti, soprattutto, selezionano per noi le informazioni, il cosa, il come e il quando presentarcele, e per lo più inquadrano questa presentazione in un contesto interpretativo che ci instrada, perché è confortevole per noi (è creato su misura in base ai nostri interessi) e rafforza le nostre posizioni. Così non dobbiamo fare la fatica di pensare».

Una spiegazione, per quanto non esaustiva, del perché il mondo sia impazzito ai livelli attuali, va forse rimandata proprio a questo fatto che pare acclarato: abbiamo smesso di pensare. Ma come si manifesta l’ottundimento del pensiero? In massimo grado con la polarizzazione. Si ha sempre meno voglia di capire le ragioni dell’altro. Che si tratti di decretare chi sia il più grande calciatore della storia, o il miglior film su Batman, o di chi è la colpa di una guerra, comanda la fazione, l’appartenenza emotiva a un certo modo cristallizzato di vedere il mondo, «giacché le opinioni sfumate e le posizioni di mediazione hanno sempre meno cittadinanza nel circuito mediatico, in particolare sui social media».

Fake news

L’efficacia di una comunicazione, purtroppo, non è legata alla verità del contenuto che veicola. E questo libro, che è anche un libro di tecnica della comunicazione, volto a illustrare i meccanismi che rendono una comunicazione efficace o meno, ha il pregio di prenderne atto senza troppi patemi d’animo. Anche perché le fake news esistono da sempre: «Un esempio, fra i molti, possiamo prenderlo dal 1274 a.C., con la battaglia di Qadesh, nell’attuale Siria, fra gli Egizi e gli Ittiti, due vere super potenze dell’epoca. Sui muri dei tempi di Luxor e di Abu Simbel o nel Ramesseum di Tebe, sono rappresentate le scene di questa battaglia, in cui il faraone Ramses II travolge orde di Ittiti, schiacciandoli sotto le ruote del suo carro e correndo incontro a una fulgida vittoria. Tutti i sudditi dovevano comprendere questo successo, la comunicazione era importante quanto la vittoria. Ebbene le cose non andarono così, la battaglia si avviò verso uno stallo (e anzi semmai furono gli Ittiti a prevalere) al punto che si concluse con la stipula di un trattato di pace, divenuto assai famoso». 

Per quanto riguarda l’oggi, il tema è talmente pervasivo che non si può affrontare secondo schemi troppo scontati, quelli per i quali se crediamo all’allunaggio, alla terra rotonda, ai vaccini e al riscaldamento globale, allora siamo intelligenti e al riparo da qualsiasi manipolazione della realtà. Il fatto è che «tutti noi fruiamo delle fake news, quando esse coincidono o sono nell’area delle nostre convinzioni e del nostro pregiudizio. Se io ho un’opinione su un fatto e trovo un elemento di conferma, non mi insospettisco: posso non dargli troppo peso o posso invece aggiungerlo al mio bagaglio per rafforzare la mia idea, ma difficilmente mi impegno per metterlo in dubbio, per metterlo alla prova, per testarlo, per fare debunking, se volete». Vale per chi crede nelle scie chimiche, vale per noi che ci sentiamo colti e intelligenti e sempre dalla parte giusta.

Relativismo o verità?

Siamo dunque condannati a un relativismo che metterà in gioco per sempre qualsiasi nostra certezza? Già nel dibattito social attuale, non di rado mi è capitato di leggere commenti di questo tenore: “la verità è un concetto superato, guardiamo alla situazione concreta”». Mi è capitato soprattutto parlando della guerra che infiamma, da tre anni, l’est Europa. Sono stato in Ucraina tre volte, dall’inizio della guerra, e ogni volta ho riportato la mia testimonianza diretta, in aperta contraddizione con un certo racconto che farebbe degli ucraini un popolo al servizio degli Usa e di loschi interessi occidentali. Non potendo contestare la testimonianza diretta – a meno di non darmi del contaballe, e qualcuno l’ha pur fatto… – mi è stato contestata l’idea che si debba partire dalla verità: “è un concetto superato”. Qui, naturalmente, si pone l’eterno problema: nel momento in cui lo affermi, stai affermando una verità, la tua verità, e quindi cadi in contraddizione. Ma lasciamo perdere le finezze epistemologiche. Guardiamo al concreto, come mi è stato consigliato di fare. Seguendo questa logica, gli ucraini, invece di attaccarsi alla verità di avere subito un’aggressione, avrebbero dovuto rinunciare al Donbass subito, e così facendo non ci sarebbero stati tutti quei morti! È la logica del professor Orsini. Che se applichiamo anche a Gaza, però, ci costringerebbe a dare ragione a Trump: perché non spostare i palestinesi altrove e fare di Gaza una riviera per ricchi? Questo risolverebbe molte cose, no? Be’, c’è un piccolo problema, e questo problema si chiama, ancora una volta, verità. Se gli ucraini avessero detto, nel 2022, va bene, prenditi il Donbass, Putin si sarebbe preso l’Ucraina tutta intera. E se i palestinesi venissero dislocati in terre estranee alla loro tradizione, questo significherebbe l’annichilimento di un intero popolo. 

La verità, oltretutto, in casi come questi non ha bisogno di chissà quali tortuose elaborazioni: chiunque bombardi civili è un criminale.

Ritornare a pensare

Dalla verità non si può prescindere. Se io credo con i vaccini mi iniettino un microchip per controllarmi non potrò che agire di conseguenza, perché quella, per me, è la verità. E sulla verità, su ciò che crediamo tale, noi impostiamo ogni istante della nostra esistenza. Quello da cui si prescinde, invece – lo abbiamo accennato sopra ed è anche una tesi del libro – non è tanto la verità, quanto il pensiero. Ma cosa vuol dire pensare? Questo è un bel tema. Dal quale però siamo continuamente distratti. Il mondo digitale ci regala tante, tantissime cose. Perché ha trasformato ogni cosa – dai due sfigati al concerto dei Coldplay ai bambini mutilati a Gaza – in intrattenimento. Ma poi non è vero che ce le regala. Perché esige da noi un prezzo altissimo, esige la nostra attenzione, il bene più prezioso che c’è, in questo momento, sulla faccia della Terra. Distratti, abbiamo sempre meno tempo per pensare. Pensare vuol dire certamente leggere, approfondire, farsi aiutare da chi ne sa di più, non accettare certe semplificazioni, ragionare sulle varie posizioni, tentare mediazioni (la verità sta nel mezzo, diceva Aristotele), valutare i fatti, capire certi meccanismi eccetera. Ma significa soprattutto guardarsi dentro. Avere attenzione per noi stessi, cioè per ciò che ci costituisce, e ciò che ci costituisce è una esigenza di verità e giustizia infinite, che non si possono risolvere nelle parole di un talk show o di una polemica sui social.

Il passo che più mi è piaciuto del libro di Bosticco e Battista Magnoli Bocchi è questo: «Un venditore di automobili abile sa adattare le proprie argomentazioni alle esigenze e ai valori del cliente che ha davanti. La stessa auto può essere presentata come “la più sicura”, “la più elegante”, “la più economica”, “la più venduta” o “la più alla moda”, a seconda delle priorità dell’acquirente. Dipende dalla capacità del venditore di intuire i desideri e le preoccupazioni del compratore, cioè se, per esempio, ha paura di guidare, se vede l’auto come simbolo di prestigio, se è attento ai costi, se preferisce un modello molto diffuso per sentirsi rassicurato o un modello esclusivo per distinguersi: il venditore modifica la propria strategia di persuasione sulla base della percezione che ha del suo interlocutore. La macchina invece è sempre la stessa».

La macchina invece è sempre la stessa. Ecco, pensare serve a farci trovare la macchina, sotto tutte le allusioni e strategie che il venditore mette in atto per convincerci a comprarla. La macchina, in un certo senso, è la verità. Sempre che sia una macchina e non uno scaldabagno. 

Ma questo sta a noi scoprirlo.

 VITA

 

martedì 1 ottobre 2024

ELOGIO DELLA DEBOLEZZA

 


-di ENZO BIANCHI

 

Prima di organizzare dibattiti e confronti su un tema oggi evocato con frequenza come quello della “fragilità”, occorrerebbe fare con intelligenza una distinzione tra fragilità, debolezza, vulnerabilità e imperfezione. Altrimenti si fa confusione e non si accede a una consapevolezza che aiuti il nostro cammino di crescita umana.

 Certamente viviamo in un contesto di relativismo, di oblio delle esigenze morali e di fuga dalla fatica che incoraggia una certa inerzia e che non può non diventare debolezza spirituale. Anche la crescita delle ansie esistenziali e delle paure di fronte alla vita stessa, al futuro, alla morte, al fallimento, hanno alimentato un clima di depressione che porta a rimuovere le virtù da conseguirsi con fatica, mentre incoraggia la fragilità. Vulnerabili siamo tutti noi in quanto esseri umani: ma la fragilità è altra cosa e non va confusa!

Vulnerabilità” significa capacità di essere feriti, apertura ed esposizione all’altro: l’altro che ci sta davanti e ci mostra il volto con le sue ferite e il suo pianto ferisce anche noi, ci fa soffrire e ci porta alla compassione, al “soffrire insieme”. Essere vulnerabili è una grande possibilità di comunione anche perché la vulnerabilità non solo non esclude la fortezza, ma può incitarci all’acquisizione di questa virtù, tanto necessaria per poter aiutare con responsabilità e intelligenza l’altro che soffre.

 La fragilità invece è il male che ci coglie a causa della vita, della malattia, delle vicende del mondo. Dalla fragilità vorremmo “essere liberati” perché è un impedimento alla pienezza della nostra vita.

 Oggi c’è un elogio della fragilità che è insensato. Viene fatto da impotenti e inerti, ma va giudicato con chiarezza come giustificazione di una vita nella quale si rifiuta la fortezza per un equivoco: la fortezza infatti non è violenza, non è un vile prevalere sugli altri, ma è capacità di resistenza, di saldezza, di resilienza, di pazienza, di makrotymía, capacità di continuare a pensare in grande e a vedere in grande.

 Per questo le persone fragili sono riconosciute da chi sa di essere fragile e sono conosciute nel faccia a faccia, guardandosi negli occhi, nel mettere la mano nella mano, nell’abbracciarsi. Abbracciare un corpo deforme o malato, dare la mano a un mendicante, dare un bacio a un povero, accogliere un viandante in casa, è vivere la beatitudine di chi riconosce e discerne l’uomo fragile, dicono i salmi nella Bibbia.

 La debolezza. E infine possiamo dire che la debolezza è una consapevolezza spirituale della nostra situazione: siamo sempre deboli, ma è vero che in certi momenti sprofondiamo in una debolezza che rasenta la morte. Nonostante la lotta contro la tentazione cadiamo nel compiere il male, falliamo nel fare il bene, contraddiciamo l’amore. Gregorio Magno dice che, se non fossimo deboli e soggetti a cadute e a fallimenti nella vita, penseremmo che il bene che facciamo viene da noi e non da Dio. E arriva a dire con molta audacia che i peccati che facciamo, soprattutto quelli impuri, sono un rimedio all’orgoglio. 

Ma è il grande san Bernardo, che dopo una vita in cui comandava al papa e ai re, vive una crisi profonda: esce dal monastero e va a vivere da solo, in una capanna nella foresta. E qui confessa a causa dei suoi peccati il fallimento della sua vita da monaco, il fallimento del cammino verso la santità che si era prefisso. Ne esce come un uomo spogliato e canta: O optanda infirmitas! O beata desiderabile debolezza!

 

Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 20 agosto 2021

AFGHANISTAN. UNA CATASTROFE CHE CI INTERROGA

-Una catastrofe che costringe l’Occidente a riflettere sui propri errori
 
- di Giuseppe Savagnone*

- La rovinosa ritirata dell’Occidente dall’Afghanistan e il crollo del regime “democratico”, sostenuto per vent’anni dalle truppe della NATO, dovrebbero spingerci a una seria riflessione non tanto su quel Paese, quanto su noi stessi. Si potrebbe partire dagli errori di valutazione che evidentemente sono stati alla base della decisione degli Stati Uniti di ritirare i propri soldati. Per quanto in questi giorni l’amministrazione americana cerchi di minimizzare e mascherare il disorientamento di fronte a ciò che è accaduto, è chiaro che le informazioni fornite dai servizi segreti statunitensi erano tali da far sperare, se non in una perfetta tenuta del governo del presidente Ghani, in una dignitosa resistenza, sulla cui base giungere, attraverso una stagione di negoziati, a un accordo ragionevole con i talebani. È appena il caso di sottolineare che le cose sono andate molto diversamente da queste previsioni, rivelando l’inadeguatezza del poderoso apparato di intelligence americano nel capire mondi culturali diversi dal proprio. Un dato assai poco rassicurante e che è bene tenere presente anche per altre situazioni. 
La fallita ricerca di un’alternativa al vecchio colonialismo
 Ma non è questo il nodo decisivo della questione. Esso risiede piuttosto nella evidenziazione dell’incapacità dell’Occidente – e degli Stati Uniti in primo luogo – di trovare, nel rapporto con i popoli di quello che un tempo si chiamava “terzo mondo” (per distinguerlo sia dall’area occidentale, sia da quella socialista), una formula alternativa al vecchio colonialismo che sia veramente efficace. Quella sperimentata in Afghanistan – un governo locale sostenuto economicamente e militarmente dalle potenze democratiche – evidentemente non funziona. Per la verità lo si era già capito nella drammatica vicenda della guerra del Vietnam, rievocata da molti in questi giorni per i punti di contatto con quanto accade in Afghanistan. Anche là l’illusione era di portare la democrazia, mantenendo in piedi, con un consistente appoggio esterno, un governo – quello di Saigon – minacciato da forze anti-democratiche. In quel caso non si trattava, come in Afghanistan, dei fondamentalisti islamici, ma dei Vietcong, sostenuti al governo comunista del Vietnam del nord. Anche allora, alla prova dei fatti, l’illusione si era rivelata tale: il ritiro delle truppe americane, nel 1975, diede luogo alla rapida dissoluzione del governo sud-vietnamita e a una fuga precipitosa di quanti l’avevano sostenuto. L’impressionante somiglianza delle immagini di questa fuga con quelle dell’evacuazione da Kabul ha smentito clamorosamente il presidente Biden, che poco più di un mese fa aveva escluso esplicitamente la possibilità di vedere scene analoghe. 
Potere e autorità
 Alla domanda che tutti si fanno in questi giorni – come e perché stato possibile un simile disastro? – la risposta più plausibile è quella del mancato riconoscimento del governo instaurato e sostenuto dagli occidentali da parte della stragrande maggioranza del popolo afgano. Non è bastato lo sforzo di democratizzazione – libere elezioni aperte anche alle donne –, e neppure quello di modernizzazione a livello sociale ed economico, messi in atto prima da Karzai, poi da Ghani. A prevalere è stato invece lo scollamento del popolo da un regime sempre avvertito come estraneo e in cui, peraltro, pare che la corruzione raggiungesse livelli altissimi, facendo finire la maggior parte degli aiuti economici americani nelle tasche dei notabili. Se un governo non viene riconosciuto, resta mero potere. L’autorità, per essere tale, ha bisogno del riconoscimento di coloro nei cui confronti pretende di valere. E, sul piano del potere, i talebani hanno dimostrato con i fatti di poter prevalere. Saranno in grado, a loro volta, di dar luogo – dopo questa fase di sovvertimento del potere precedente – a un governo dotato di vera autorità? Probabilmente sì. La grande maggioranza degli afghani sembra dalla loro parte. Almeno i maschi. E le donne evidentemente non hanno ancora raggiunto un livello di influenza sociale e politica tale da poter contrastare con successo questo consenso popolare. Le scene di disperazione, così come le manifestazioni di piazza, represse dai talebani con la consueta violenza, a dispetto delle assicurazioni verbali, coinvolgono comunque una minoranza. Piaccia o non piaccia (a me personalmente non piace) – questa è la situazione. 
Le buone ragioni della condanna da parte dell’opinione pubblica occidentale… Soprattutto degne di riflessione sono, però, le reazioni dell’opinione pubblica occidentale di fronte a tutto questo. Un’opinione pubblica che si è, negli ultimi decenni, nutrita dalla certezza che la verità assoluta non esiste e che il bene è relativo ai diversi punti di vista, in questa circostanza sta vivendo intensamente il dramma di vedere trionfare l’errore del fondamentalismo e negare la dignità di tanti esseri umani. Una percezione che si può senz’altro condividere. Nessuno può dubitare che un regime religioso intollerante, come quello che i talebani avevano instaurato in Afghanistan nel breve periodo della loro permanenza al governo (1996-2001), violi la logica più profonda della politica, che deve garantire un sano pluralismo intellettuale ed etico. E nessuno che non sia un illuso (ma a quanto pare ce ne sono sul nostro scenario politico) può credere che il nuovo governo degli “studenti del Corano” sarà diverso da quello precedente. Le dichiarazioni rassicuranti in questo senso stanno già avendo ampie smentite dalle notizie di persecuzioni e repressioni da parte dei vincitori. Particolarmente drammatico si profila il destino delle donne, ormai aperte, dopo vent’anni di libertà, a una visone di se stesse e del loro ruolo nella società simile a quello delle occidentali, e ora minacciate dall’incubo di una regressione paurosa a una condizione di minorità e di reclusione. 
Le contraddizioni del relativismo
 Ciò che lascia perplessi non sono dunque i motivi della generale recriminazione, in Occidente, di quanto sta accadendo in Afghanistan, ma la coerenza tra questi motivi, in sé validissimi, e una cultura diffusa, al punto da essere dominante, che fa del relativismo etico il fondamento indiscutibile (e già questa, a dire il vero, è la insanabile contraddizione interna a questa posizione) di una civiltà degna di questo nome. Se non ci sono verità e bene assoluti, se i valori sono relativi alle culture, come si sbandiera in ogni occasione, neanche i diritti umani dovrebbero esserlo. Non dovremmo, in tal caso, avere alcun motivo per essere tristi di quanto sta accadendo in Afghanistan, tanto più che dagli indizi a nostra disposizione sembra emergere chiaramente che il popolo di là non è vittima di una violenza subita dall’esterno, anzi ha percepito in questi anni come una violenza proprio il nostro intervento di occidentali per far valere quei diritti. O dobbiamo riconoscere che il relativismo è una visione inadeguata dell’umano, che ne misconosce alcune costanti antropologiche ed etiche indiscutibili, di cui avvertiamo l’assolutezza proprio in circostanze simili a questa? Oggi, in una cultura come la nostra, in cui parlare ancora di “natura umana” viene considerato un segno evidente di bigottismo, dovremmo ammettere che non esiste alcuna base comune tra l’umanità delle donne occidentali e quella delle donne afghane, e che, in forza della incommensurabilità delle culture, va bene alle seconde ciò che per le prime sarebbe una inaudita violenza? Ma forse, se si smette di considerare con scetticismo questa identità di fondo dell’umano (che la si chiami “natura”, oppure no, poco importa), anche il modo di farla valere non può essere quella adottata finora dai Paesi ricchi e potenti della terra nei confronti di quelli poveri, troppo simile, come abbiamo visto, al vecchio colonialismo. Altrimenti sarà sempre legittimo il sospetto che, dietro le operazioni “umanitarie” dell’Occidente – così come dietro la loro brusca interruzione – ci siano sempre e solo i suoi interessi. È questo, non un’impossibilità oggettiva, che rende inesportabile la democrazia.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo


domenica 17 ottobre 2010

EDUCAZIONE, basta con la finta neutralità

Dalla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani -
D’Agostino: il relativismo non detti legge a scuola


Il presidente dell’Unione cattolica dei giuristi italiani: c’è una tendenza che minaccia la scuola, sempre più in bilico tra tecnicismo e arbitrio dei singoli docenti


  di PAOLO VIANA

L’ emergenza educativa viene da lontano ma investe la scuola e le impone un cam­biamento di rotta. Ne è convinto Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione Cattolica dei Giuristi Ita­liani, docente e presidente onorario del comitato nazionale di bioetica, che definisce la Settimana Sociale «un’occasione preziosa», ma sottoli­nea al contempo la latitanza del mon­do laico, ancora condizionato da bat­taglie laiciste che gli impediscono di cogliere l’opportunità di un dibattito serio con i cattolici sul tema educati­vo. Sullo sfondo la sfida educativa si intreccia con la questione antropo­logica e con l’avanzare del relativi­smo.
L’emergenza educativa entra prepo­tentemente nell’agenda di Reggio Calabria, come 'il tema pubblico per eccellenza'. Ci sono le risorse per su­perarla?
Esiste indubbiamente un’emergenza di carattere empirico della scuola i­taliana, che deriva da difficoltà di or­dine economico e istituzionale, ma c’è un altro tipo di emergenza che ha ben poco a che vedere con le risorse che sono destinate alla scuola e con la capacità dell’istituzione scolastica di organizzarsi in modo moderno e adeguato. È il problema della crisi va­loriale che attraversa anche la scuola e che raccorderei al relativismo su cui da tempo il Papa porta l’attenzione. Un aspetto che in ambienti non cattolici conti­nua a suscitare imbarazzo quan­do non addirittu­ra disinteresse.
Qual è l’impatto del relativismo sulla scuola ita­liana?
La cultura relati­vista continua a porre il tema del­la libertà - tema malposto - come se la formazione della libertà do­vesse passare at­traverso una for­mazione al rela­tivismo e il risul­tato di quest’o­perazione non può che essere rovinoso perché o la scuola si appiattisce sul tecnici­smo oppure cade in mano all’arbitrio dei singoli docenti che portano a­vanti, ciascuno, la propria visione del mondo, disconoscendo anche la pos­sibilità di portare i propri valori su un piano di universalità, in quanto il re­lativismo resta chiuso nel suo oriz­zonte particolare. Questo è un tema immenso su cui una grande discus­sione pubblica ancora non si è a­perta. Ad ecce­zione dei cattoli­ci, che si impe­gnano molto su questo terreno, ci sono state solo innumerevoli ge­remiadi, poco consapevoli del retroscena cultu­rale della crisi della scuola.
La sfida educati­va, però, va ben oltre i banchi di scuola...
Ma si radica pri­ma di tutto nel­l’esperienza sco­lastica perché quando nella scuola manca un orientamento ai valori - e non parlo di valori confessionali, ma di va­lori umani fondamentali - e si pensa che la 'neutralità' debba essere la stella polare dell’istruzione pubblica, i giovani, nel momento in cui esco­no dal contesto scolastico per im­mettersi in qualsiasi ambito profes­sionale, portano con sé questo tarlo. La vicenda del crocifisso nelle scuo­le, ancora aperta a livello europeo, è emblematica. Le ripetute pressioni a togliere il crocifisso - e non per evita­re favoritismi confessionali, ma ne­gando quei valori umani profondi di cui il crocifisso è simbolo - devono preoccupare tutti.
Perché, allora, un evento come le Set­timane Sociali non innesca quel di­battito nazionale di cui c’è tanto bi­sogno?
Le Settimane sono preziosissime per­ché inducono i cristiani a prendere consapevolezza dell’essenzialità di questi temi, cioè fanno parte di un continuo processo di evangelizzazio­ne che non è solo catechesi ma as­sunzione di responsabilità: il cristia­no non può tirarsi fuori dal mondo in quanto crede che il messaggio di Dio debba sempre esservi incarnato. Ma le Settimane sono anche una provo­cazione per la cultura non cristiana. Peccato che quest’ultima cerchi ogni occasione per non lasciarsi provoca­re e tirarsi fuori dal confronto con le istanze sociali dei cristiani. Questo non ci induca tuttavia alla rassegna­zione. Sant’Antonio da Padova quan­do non trovò i fedeli in chiesa andò sulla riva del mare e fece la predica ai pesci: salirono tutti a sentirla. I semi che lanciamo saranno raccolti.

da Avvenire, 17.10.2010  pag.5