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giovedì 9 ottobre 2025

DILEXI TE

 


Esortazione Apostolica Dilexi te 

del Santo Padre Leone XIV sull’amore verso i poveri

[AR - DE - EN - ES - FR - IT - PL - PT]




-di Angela Ambrogetti

 Nei poveri Dio ha ancora qualcosa da dirci.

É il senso del documento che oggi è stato presentato in Sala Stampa ai giornalisti, il primo di Leone XIV o meglio l'ultimo di Francesco.

Siamo il pronto soccorso di Papa Leone, siamo l'ambulanza, cosi ha detto il cardinale  Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità.

Ha sottolineato come i poveri dall'inizio della Chiesa sono sempre nel centro della Chiesa. Uscire per sapere di cosa hanno bisogno i poveri.

Ha commentato il capitolo del documento che parla dei Santi. Allora la questione è di cosa hanno bisogno i nostri poveri. Il cardinale ha raccontato alcuni momenti del suo lavoro con i poveri della città di Roma durante il Covid, con il vaccino per 6000 senza tetto.

Nei secoli la Chiesa ha sempre visto il volto di Gesù nei poveri. Poi ha raccontato il lavoro per sostenere la popolazione ucraina. Krajewski parla della elemosina, una bella pagina del documento. L'Elemosineria serve a quello. Papa Francesco, diceva a padre Konrad: Tu devi fare e non parlare con i giornalisti, poi loro vedranno.

Il cardinale Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha riassunto il testo e messo l'accento sulla necessità della "Conversione delle strutture". Educazione, Eucarestia, Servizio, così la Chiesa offre misericordia al mondo.

Poi le testimonianze come quella di Suor Clémance delle Piccole Sorelle di Gesù e lavora tra i Roma e ha raccontato la sua esperienza, e sottolineato  che i poveri non sono un probelme da risolvere ma fratelli da accogliere.

Testimonianza anche di Fr. Frédéric-Marie Le Méhauté, Provinciale dei Frati Minori di Francia/Belgio, dottore in teologia che ha messo in luce che l'impegno per i poveri non solo una conseguenza della nostra fede, ma la garanzia di una Chiesa fedele al cuore di Dio.

In sintesi, Dilexi te, ha detto, articola una teologia della rivelazione che scaturisce dalla misericordia verso i più poveri, da un'ecclesiologia della diaconia come criterio di verità e da un'etica sociale che si unisce, con la mano tesa, alla lotta per la giustizia.

Ovviamente il testo che pure ha molto di Papa Francesco, è un testo di Papa Leone XIV perché il Magistero si sviluppa e continua, ha detto il cardinale gesuita Czerny. Certo non si diceva la stessa cosa dopo il pontificato di Benedetto, anzi si sottolineava il cambiamento.

Mentre veniva presentato il documento il cardinale Matteo Zuppi presidente della Conferenza Episcopale italiana, ha sottolineato la "piena continuità con il Magistero di Francesco" con questo testo sui poveri. E aggiunge: "È tempo di passare dalle analisi alle azioni, dall’indifferenza alla cura, dalla speculazione teorica alla concretezza dell’impegno: solo così potremo rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, diffondere attraverso i valori radicati nel Vangelo la custodia dell’umanità, ascoltare il grido di interi popoli, denunciare ciò che non va"

ESORTAZIONE APOSTOLICA

 Dilexi te, l'amore della Chiesa per i poveri da sempre e per sempre

Leggi l'articolo

 Città del Vaticano (ACI Stampa).

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giovedì 14 novembre 2024

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

“Il Papa pranza in Vaticano con 1300 bisognosi”


Succederà domenica prossima in occasione della Giornata mondiale dei poveri.

Nel Messaggio di preparazione il richiamo all'esempio di Madre Teresa di Calcutta.

Leggendo e meditando il Vangelo lo diciamo spesso, ma nella vita quotidiana lo dimentichiamo quasi sempre: i poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio.

E ce l’hanno al punto che il Padre è impaziente fino a quando non ha reso loro giustizia.

Questo concetto è il filo conduttore del Messaggio del Papa per l’VIII Giornata mondiale dei poveri, in programma domenica prossima 17 novembre.

Tema della riflessione di Francesco, tratta dal Libro del Siracide, è “La preghiera del povero sale fino sa Dio”.

E se questo è vero, e naturalmente lo è, «abbiamo bisogno di fare nostra la preghiera dei poveri e pregare insieme a loro», spiega il Pontefice.

Specie in quest’anno, il 2024, dedicato alla preghiera in preparazione al Giubileo del 2025, si tratta di «una sfida che dobbiamo accogliere e un’azione pastorale che ha bisogno di essere alimentata».

Perché «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale».

Significa, anche, che l’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria.

In questo senso la preghiera ci insegna a guardare il mondo e l’umanità con gli occhi di Dio.

A cominciare dagli obiettivi che gli uomini e le donne si pongono come obiettivi della loro vita.

«La mentalità mondana – riflette in proposito il Papa - chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza.

Che triste illusione!

La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri».

Un’evidenza che si manifesta in tutta la sua drammaticità oggi.

«La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio.

Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! Eppure – continua il Pontefice -, non possiamo indietreggiare.

I discepoli del Signore sanno che ognuno di questi “piccoli” porta impresso il volto del Figlio di Dio, e ad ognuno deve giungere la nostra solidarietà e il segno della carità cristiana».

Ma quest’attenzione non può prescindere dall’afflato spirituale, perché la Chiesa è altro rispetto alle tante agenzie filantropiche e solidaristiche, pur estremamente meritorie, che operano nel mondo.

Al tempo stesso, la preghiera non può che «trovare nella carità concreta la verifica della propria autenticità. Infatti, la preghiera e le opere si richiamano a vicenda: se la preghiera non si traduce in agire concreto è vana; (…) tuttavia, la carità senza preghiera rischia di diventare filantropia che presto si esaurisce».

Questa l’eredità lasciata da tanti santi come madre Teresa di Calcutta, che ripeteva sempre come proprio la preghiera fosse il luogo da cui attingeva fede e forza per servire i poveri.

Il 26 ottobre 1985, ha ricordato il Papa, quando parlò all’Assemblea generale dell’Onu mostrando a tutti la corona del Rosario che teneva sempre in mano, madre Teresa disse: «Io sono soltanto una povera suora che prega.

Pregando, Gesù mi mette nel cuore il suo amore e io vado a donarlo a tutti i poveri che incontro sul mio cammino.

Pregate anche voi! Pregate, e vi accorgerete dei poveri che avete accanto».

Assieme a santa Teresa, l’esempio di san Benedetto Giuseppe Labre (1748-1783), povero tra i poveri, la cui urna si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria ai Monti, ed è meta di tanti pellegrinaggi.

«Non avendo nemmeno una piccola stanza dove alloggiare – ha aggiunto Bergoglio - dormiva abitualmente in un angolo delle rovine del Colosseo, come “vagabondo di Dio”, facendo della sua esistenza una preghiera incessante che saliva fino a Lui».

Come detto, la prossima Giornata mondiale dei poveri si terrà il 17 novembre e il Papa alle 10 presiederà l’Eucaristia nella Basilica di San Pietro.

Prima della Messa benedirà 13 chiavi, in rappresentanza dei Paesi in cui la Famvin Homeless Alliance (Fha), della Famiglia Vincenziana, con il Progetto “13 case” per il Giubileo, costruirà nuove abitazioni per persone disagiate.

Tra queste nazioni anche la Siria, le cui case saranno finanziate direttamente dalla Santa Sede come gesto di carità per l’Anno Santo.

Dopo la celebrazione eucaristica il Papa pranzerà in Aula Paolo VI insieme a 1.300 poveri.

A offrire il pasto, organizzato dal Dicastero per il Servizio della Carità, sarà la Croce Rossa Italiana la cui Fanfara garantirà l’accompagnamento musicale.

Al termine del pranzo a ogni persona sarà distribuito uno zaino offerto dai Padri Vincenziani, contenente viveri e prodotti per l’igiene personale.

Inoltre, dall’11 al 16 novembre l’Ambulatorio Madre di Misericordia, struttura collegata al Dicastero per il Servizio della Carità che offre quotidianamente assistenza sanitaria gratuita ai poveri e ai bisognosi, rimane aperto con orario continuato dalle 8 alle 17.

 

www.avvenire.it

 

giovedì 25 gennaio 2024

SINGOLARISMO e ODIO SOCIALE


 «Questa è la stagione dell’odio sociale

 Comunità a rischio, serve un pensiero»

“Oggi il povero non è visto semplicemente con sentimenti di indifferenza e ostilità. È percepito come altro da sé e ciò porta a compiere azioni contro i fragili”

INTERVISTA A STEFANO ZAMAGNI

-         di DIEGO MOTTA

 

Non è più paura, non è nemmeno disprezzo del povero. «Sta accadendo molto peggio: siamo ormai in presenza di odio sociale». Nel 2019, Stefano Zamagni non aveva esitato a parlare con Avvenire di «aporofobia»: erano i tempi dell’offensiva contro il Terzo settore, della criminalizzazione della solidarietà voluta anche a livello istituzionale. Cinque anni dopo, l’intellettuale bolognese che ha guidato la Pontificia accademia delle scienze sociali, ricostruisce lo scenario attuale in modo ancora più diretto, guardando all’Italia e all’Europa. «Oggi il povero non è visto semplicemente con sentimenti di indifferenza e ostilità. È percepito come altro da sé da una parte dell’opinione pubblica e questo porta a compiere azioni contro la persona fragile». Sullo sfondo c’è la violenza gratuita contro gli ultimi, siano essi migranti, disabili, senza dimora, detenuti: la cronaca è piena, quotidianamente, di fatti che rimandano al desiderio di supremazia di pochi prepotenti verso i più deboli, di persone escluse o nascoste, di dimenticati che rivendicano il diritto ad esistere, mentre il dibattito pubblico tende a relegare tutto questo nelle periferie, esistenziali e mediatiche. Così, nei bassifondi della nostra scala sociale, si avverte avanzare un senso di disumanità che preoccupa per le conseguenze possibili.

 Professor Zamagni, si moltiplicano gli “invisibili”. Eppure si fa finta di non vedere o, peggio, si cerca di negare qualsiasi emergenza sociale per non creare allarme nell’opinione pubblica. Perché questa ostilità verso il povero?

 Siamo abituati a parlare di povertà come di un fenomeno legato al reddito, ma la povertà è anche emarginazione, indifferenza. Con l’aporofobia eravamo al disprezzo degli indigenti, adesso siamo all’odio sociale, un fenomeno mai visto prima a queste latitudini. Odio e violenza hanno un’origine comune e questo spiega ciò che sta succedendo in questa epoca storica. L’odio sociale ha un inizio, 30 anni fa, quando in America nasce anche nel mondo universitario una corrente di pensiero che poi approderà in Europa e nel nostro Paese: si tratta del singolarismo.

 L’altra faccia dell’individualismo.

 Il singolarismo è l’estremizzazione dell’individualismo, che nasce invece molto tempo prima, all’epoca dell’Il-luminismo. In quella fase storica, l’individuo almeno era parte della comunità, aveva un’appartenenza. Il singolarismo recide proprio questo tipo di legame: adesso ognuno si pensa come un unicuum e, in quanto tale, deve differenziarsi. L’atteggiamento aporofobico è stata una prima conseguenza della diffusione del singolarismo, che prevede l’espulsione e l’annullamento dell’altro.

 Se l’individualismo è stato superato, allora adesso diventa a rischio anche la comunità.

 Esatto. Di questo passo dovremo fare i conti con la scomparsa della comunità, che è già in atto. È la seconda secolarizzazione: nella prima, la società e il mondo andavano avanti come se Dio non esistesse. In questa seconda secolarizzazione, che stiamo vivendo, la vita pubblica procede come se a essere assente fosse l’idea stessa di comunità. Così si spiega ad esempio il calo di partecipazione alla democrazia e ai suoi riti, a partire dalle elezioni: chi va a votare oggi, se non gli anziani, che si sono formati nella stagione in cui il singolarismo non c’era?

 Ma una società che tende a escludere fino ad annullare la dimensione comunitaria, non è condannata a incattivirsi?

 Certo. Oggi, non a caso, c’è molta meno felicità pubblica: una volta si mangiava meno ma si era più felici. Se si taglia il cordone ombelicale con la comunità, l’essere umano sarà sempre più solo. Negli Stati Uniti, il 52% della popolazione soffre di solitudine. Ma è una solitudine esistenziale, che si accompagna all’aumento delle disuguaglianze sociali. Detto questo, io resto ostinatamente ottimista.

 Perché?

 Perché la persona umana nasce per la felicità. Bisogna tornare a rileggersi il capitolo 5 della “Fratelli tutti”, per immaginare la miglior politica. Papa Francesco ha intuito prima e meglio di tutti che bisogna tornare a pensare. Noi tutti, anche il Terzo settore, nella dimensione sociale abbiamo posto più enfasi sull’azione che sul pensiero. La prospettiva va capovolta e tanti non credenti l’hanno capito, paradossalmente. Sono proprio loro a riconoscere che la Chiesa cattolica è l’unico soggetto in grado di indicare una di via d’uscita, a patto che si aumenti però il tasso di produzione del pensiero. La Parola viene dal pensiero ed è necessario, anche nel mondo cattolico, investire di più nelle occasioni capaci di generare “pensiero pensante” e non “pensiero calcolante”.

 È ancora convinto che la società civile sia più avanti della politica?

 Sì, a patto che si esca una volta per tutte dal dibattito fuorviante incentrato sul bipolarismo Stato-mercato e si riconosca il ruolo del Terzo settore. Attenzione, la mancanza di una dimensione comunitaria fa male anche al mondo del volontariato e della cooperazione, però i segnali positivi non mancano: penso all’Economy of Francesco, al recente elogio del modello di economia civile arrivato da parte di Sergio Mattarella. Serve fiducia e il mondo cattolico in questo senso ha molte carte da giocare.

«L’individualismo è stato superato dal singolarismo: il prossimo va annullato o espulso» «L’antidoto all’aumento di disuguaglianze e solitudini?

Rileggiamo il capitolo 5 della “Fratelli tutti”»

 

www.avvenire.it


 

sabato 12 novembre 2022

NON ABBIATE PAURA


 Domenica 13 novembre
 ricorre la 6a 

Giornata dei Poveri

 -Vangelo della XXXIII domenica del Tempo Ordinario - Anno C -

Dal Vangelo di Luca (Lc 21, 5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti, infatti, verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

 «IO VI DARÒ PAROLA E SAPIENZA»

Commento di don Pietro Roberto Minali

Quante volte leggiamo le parole di Gesù sul giudizio e sulle persecuzioni come se non ci riguardassero! Eppure, la persecuzione dei cristiani è oggi sempre più violenta e spesso ci raggiunge direttamente, quando veniamo condannati perché rifiutiamo un pensiero che fa a meno di Dio. Come sono preziose, allora, le parole di Gesù, che ci dice che queste prove devono accadere: sono i dolori del parto della storia in cammino verso il suo orizzonte certo, che è la beatitudine eterna. E mai ci verrà meno il sostegno del Signore che promette: «Io vi darò parola e sapienza» (Vangelo). L’orizzonte è quello della beatitudine eterna, ma questo non significa disimpegno dalla realtà del mondo, come quei cristiani di Tessalonica che vivevano «senza fare nulla e sempre in agitazione» (II Lettura). Al contrario, quest’orizzonte dà valore e senso al nostro impegno: lavorando perché scompaiano superbia e ingiustizia, permettiamo all’amore e alla verità del Vangelo di permeare la storia. La certezza che il «sole di giustizia» sorgerà con raggi benefici (I Lettura) ci dona forza per vivere appieno questa nostra responsabilità di cristiani, di testimoni autentici del Vangelo.

  La povertà di Cristo ci rende ricchi

Il Messaggio di papa Francesco per la 6a Giornata Mondiale dei Poveri più che in altre occasioni ci ricorda che la preghiera per i poveri comporta anche la “contemplazione” della povertà. Perché, sia chiaro, quello che ci deve scandalizzare non è la povertà, la sobrietà dei mezzi, la mancanza di abbondanza, che è spesso mancanza del superfluo. Quello che deve scandalizzarci è la miseria, che è altro dalla povertà. Essa, dice il Messaggio, è «figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita».

Torna alla mente una riflessione che padre David Maria Turoldo faceva nei lontani anni Settanta del secolo scorso, davanti ai danni provocati da un disordinato sviluppo economico, ma anche memore degli anni della dignitosa povertà contadina della sua infanzia friulana (di cui ci ha lasciato una testimonianza nel film «Gli ultimi» del 1963). Padre David osservava: forse abbiamo sbagliato tutto! Abbiamo combattuto la povertà. Ma la povertà è dignitosa, è un valore. Quello che avremmo dovuto combattere è la miseria. Sia chiaro, ogni vera contemplazione per il cristiano richiede anche un’azione. Il testo di riferimento della Giornata: Gesù Cristo si è fatto povero per voi (cf. 2Cor 8,9), presentandoci «il grande paradosso della vita di fede: la povertà di Cristo ci rende ricchi» ci dice anche chi è il suo discepolo: chi come lui si fa povero per i fratelli, chi per amore si è fa servo obbediente, fino a morire in croce, chi per amore si fa “pane di vita” perché nessuno manchi del necessario...

Essere discepoli di Gesù non è una scelta facile, ma non c’è altra via: è farsi poveri come lui, che per amore ha condiviso tutto, fino al dono della vita, perché «i poveri siano liberati dalla miseria e i ricchi dalla vanità, entrambe senza speranza».

LA DOMENICA


mercoledì 31 agosto 2022

IL SONNO DELLA RAGIONE


 Fine dell’abbondanza, illusioni e iniquità. 

Addio al sonno della ragione

 

- di Mauro Magatti

 

«È finita l’epoca dell’abbondanza»: così ha affermato il presidente Macron, forse per preparare i suoi concittadini a un autunno e a un inverno che si annunciano complicati. Le reazioni sono state immediate: in un Paese come la Francia, con 9 milioni di poveri, una dichiarazione del genere è apparsa a molti fuori luogo. Per tanti francesi «la fine dell’abbondanza» non è iniziata oggi, ma diversi anni fa. E tuttavia la presa di posizione di Macron – politico molto vicino alla tecnocrazia internazionale – è qualcosa in più di una semplice battuta.

Fine dell’abbondanza significa, molto concretamente, l’uscita forzosa dalla lunga stagione di una crescita quantitativa pensata come illimitata, cioè senza vincoli dal punto di vista finanziario, energetico, delle risorse naturali e umane. A cui nell’immediato rischia di seguire una grandinata di cattive notizie: scarsità di energia e materie prime, inflazione a due cifre, recessione economica. La paura (giustificata) è che le difficoltà annunciate possano scatenare un’ondata di protesta e destabilizzare le democrazie. A cominciare da quella italiana. Esattamente ciò che spera Putin, che ha saputo rivoltare contro l’Occidente le sanzioni decise dopo l’invasione dell’Ucraina.

In questa situazione la risposta automatica è: più risorse pubbliche. Una soluzione che, seppur necessaria, è tuttavia insufficiente. E che però, in una campagna elettorale che guarda a mesi che si annunciano tempestosi, diventa il flauto magico suonato da tutti i leader. In fondo, nel nostro Paese l’abbondanza si è per lo più tradotta nell’ampliamento abnorme del debito pubblico e della rendita, al punto che, come ha fatto notare qualche giorno fa Alberto Brambilla, oggi «metà degli italiani vive 'a carico' di qualche altro».

Ma non esistono soluzioni facili a problemi difficili: e così, al di là delle pezze che pure occorre mettere, le difficoltà che abbiamo davanti sono un invito a cercare la via di uno sviluppo migliore rispetto a quello alle nostre spalle. Per quanto difficile, ciò è possibile a tre condizioni. In primo luogo, 'fine dell’abbondanza' significa tornare a declinare crescita economica e giustizia sociale. Una relazione che proprio l’idea di crescita infinita ha rimosso: se la torta cresce, non importa preoccuparsi troppo di come la si divide. Sappiamo, invece, che le cose sono andate diversamente: nel corso degli anni, la ricchezza si è sempre più concentrata, la quota di valore aggiunto destinato al lavoro si è ridotta a vantaggio dei profitti, gli squilibri territoriali sono aumentati.

C’è bisogno di ricomporre le divaricazioni che spaccano le nostre società, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. Con ampie quote del ceto medio che scivolano verso una condizione di precarietà. E con le nuove generazioni che stentano a mantenere le condizioni di vita dei padri. In secondo luogo, 'fine dall’abbondanza' non significa necessariamente meno, ma può anche volere dire più.

Un più diverso dal semplice aumento del Pil. In gioco vi è l’idea di 'valore', cioè la misura di ciò che è davvero in grado di accrescere il nostro ben vivere. Sono gli choc che si stanno susseguendo a imporcelo: lo sviluppo è fatto di tutte quelle dimensioni immateriali, qualitative e relazionali che abbiamo messo tra parentesi e che invece, alla fine, sono essenziali per la nostra vita, individuale e collettiva. In terzo luogo, 'fine dell’abbondanza' comporta la capacità di gestire e trasformare il forte risentimento che cresce in una società abituata ad avere tutto ed è perciò insofferente all’idea stessa di limite. Lo abbiamo visto durante la pandemia.

Le restrizioni che ci sono state imposte dal virus hanno generato un diffuso senso di responsabilità. Ma hanno anche sviluppato forti reazioni che in alcuni casi hanno rasentato la violenza. Una società più sobria ha bisogno di una pedagogia che oggi non c’è. Ecco perché è necessario che tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche – dai politici agli imprenditori, dai manager ai docenti – evitino di cavalcare la tigre dell’odio che questa stagione inevitabilmente alimenta.

In definitiva, la 'fine dell’abbondanza' potrebbe essere il vincolo esterno per avviare quella trasformazione di cui si sente il bisogno ma che non si sa come realizzare. Riuscendo a immaginare una crescita che, senza ridursi all’aumento dei consumi privati, sia capace di rigenerare i legami sociali, di affiancare ai diritti individuali i doveri sociali, di scommettere sulla sussidiarietà intesa come responsabilità diffusa, di investire sulla generazione e sulla formazione, di portare avanti la transizione energetica sapendo della sua urgenza e dei suoi costi.

La 'fine dell’abbondanza' significa fondamentalmente risvegliarsi dal sonno della ragione che ci ha portati a credere che la crescita sia frutto di un meccanismo automatico, di un funzionamento sistemico, indipendente dalla spinta spirituale e dalla intelligenza che vengono dalle persone e dalla comunità. Nella società che abbiamo la possibilità di costruire non si tratta più semplicemente di rivendicare il proprio benessere individuale, ma di contribuire al bene comune.

 

www.avvenire.it

 

 

domenica 15 novembre 2020

IL GRIDO DEI POVERI

 Dal 2017 la Giornata mondiale dei poveri: 
le parole di Francesco

E' a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia che il Papa indice la Giornata mondiale dei poveri, indicando come data la XXXIII Domenica del Tempo ordinario. “Tendi la tua mano al povero” è il tema per l'appuntamento   con la Messa presieduta da Francesco a San Pietro nel contesto della pandemia

 di Adriana Masotti 

 “Mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri.” E’ Papa Francesco a scriverlo nella Lettera apostolica "Misericordia et misera", datata il 20 novembre 2016, a conclusione del Giubileo straordinario della Misericodia che si era aperto l'8 dicembre 2015. “Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo - prosegue il Papa - e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa, non potrà esserci giustizia né pace sociale”.

La Giornata in tempo di pandemia

La Giornata mondiale dei poveri 2020, la quarta, sarà celebrata domenica 15 novembre, ma a causa del coronavirus sarà diversa dalle altre. La Messa presieduta da Papa Francesco all’altare della Cattedra nella Basilica Vaticana alle ore 10 vedrà la presenza di un centinaio di persone soltanto, in rappresentanza dei poveri del mondo. Ma la pandemia non ferma la carità del Papa: si è attivata infatti per questa occasione, una rete solidale per portare cibo, mascherine e aiuti a migliaia di famiglie in circa 60 parrocchie romane, a Case famiglia e associazioni caritative. Inoltre, nell’ambulatorio gestito dall’Elemosineria Apostolica per le persone in necessità sarà possibile effettuare il tampone per il Covid-19. 

Abbiamo bisogno gli uni degli altri

“Tendi la tua mano al povero” è il tema scelto quest’anno come espresso nel Messaggio del Papa per questa IV Giornata. “In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere!”, scrive il Papa, ricordando che “questo è un tempo favorevole per sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo”.

Non basta non fare il male 

Nella prima Giornata mondiale dei poveri, il 19 novembre 2017, Francesco celebra la Messa nella Basilica di San Pietro alla presenza di circa 40 mila persone indigenti provenienti non solo da Roma e dal Lazio, ma anche da diverse diocesi del mondo. Al termine, 1.500 di loro prendono parte al pranzo con il Papa in Aula Paolo VI. Nell’omelia della messa Papa Francesco pronuncia parole forti riguardo all’indifferenza, “il grande peccato nei confronti dei poveri”. L’indifferenza, dice, è anche dire: “Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società (...) è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio, però, non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene”. "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me", si legge nel Vangelo e il Papa conclude: “Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato”.

“Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore”

Una carità diffusa nelle diocesi del mondo

Anche nella Giornata mondiale dei poveri del 2018, Francesco presiede la Messa in San Pietro e pranza con i poveri. E’ il 18 novembre. Contemporaneamente, in tante parrocchie, centri di volontariato, collegi e scuole viene offerto un pranzo a chi è emarginato. Nel Messaggio inviato in vista della Giornata, il Papa aveva invitato la comunità cristiana a “dare un segno di vicinanza e di sollievo” a coloro che sono nel bisogno collaborando anche con altre realtà di solidarietà.

E' l'ingiustizia alle radici della povertà

In un tweet Francesco scrive: "Chiediamo la grazia di aprire gli occhi e il cuore ai poveri, per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità”. Nell’omelia alla Messa di quella mattina va alla radice della questione: “L’ingiustizia è la radice perversa della povertà”, afferma, e “il grido dei poveri diventa ogni giorno più forte, ma ogni giorno meno ascoltato, sovrastato dal frastuono di pochi ricchi”. 

“Il grido dei poveri è il grido dei tanti Lazzaro che piangono, mentre pochi epuloni banchettano con quanto per giustizia spetta a tutti”

La fretta che non ci fa vedere

Nelle parole pronunciate il 17 novembre, in occasione della Messa per la Giornata dello scorso anno, Papa Francesco commenta la fretta che contraddistingue la nostra vita quotidiana facendoci perdere di vista ciò che conta davvero e cioè l’amore. "Nella smania di correre, di conquistare tutto e subito - osserva - dà fastidio chi rimane indietro. Ed è giudicato scarto: quanti anziani, nascituri, persone disabili, poveri ritenuti inutili. Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti. 

“Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa”

Non solo cibo per i poveri, ma anche bellezza

In preparazione alla Giornata del 2019, una platea di 7.000 indigenti partecipa al concerto in Vaticano diretto dal maestro Nicola Piovani e da monsignor Marco Frisina. Ma non è la prima volta: “Sarà un concerto per seminare gioia, (…) il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti.”, aveva detto Francesco in occasione della prima edizione del Concerto per e con i poveri nel maggio del 2015. Per la Giornata del 2016 in Aula Paolo VI sul palco con l'orchestra sarà Ennio Morricone. Per il Papa, infatti, i poveri hanno diritto non solo ai beni di prima necessità, ma anche all’armonia e alla bellezza come può essere, appunto, ascoltare il suono di un’orchestra, assistere allo spettacolo di un circo o fare una gita al mare. Tutte iniziative a cui, in questi anni, molti hanno potuto partecipare proprio grazie a Francesco, ritrovando una nuova dignità.

La povertà cresce nel mondo a causa del Covid-19

In tutto il mondo, riferisce la Banca Mondiale, più di 730 milioni di persone vivono oggi con meno di 1,90 dollari al giorno. E sono oltre 100 milioni i nuovi poveri a causa della pandemia. Grave la ricaduta sui minori: il numero di bambini che vivono in condizioni di povertà multidimensionale è salito a circa 1,2 miliardi, registrando la cifra di 150 milioni di bambini in più in condizioni di privazione dall'inizio di quest'anno. Il Covid-19 pesa economicamente anche sui Paesi europei dove un bambino su quattro è minacciato dalla povertà. In Italia, secondo la Banca d’Italia, nei mesi di aprile e maggio, c’è stata una riduzione di reddito per la metà delle famiglie. Inoltre, un recente rapporto di Caritas Italiana, evidenzia che, fra marzo e maggio del 2020, si è registrato un forte incremento del numero di persone sostenute a livello diocesano e parrocchiale: complessivamente circa 450 mila persone.

 Vatican News


mercoledì 12 febbraio 2020

QUERIDA AMAZONIA, L'ESORTAZIONE APOSTOLICA

Querida Amazonia, 
l’Esortazione del Papa 
per una Chiesa dal volto amazzonico

Pubblicata l’Esortazione post-sinodale sull’Amazzonia. Il documento traccia nuovi cammini di evangelizzazione e di cura dell’ambiente e dei poveri. Francesco auspica un nuovo slancio missionario e incoraggia il ruolo dei laici nelle comunità ecclesiali

di Alessandro Gisotti

“L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero”. Inizia così l’Esortazione apostolica post-sinodale, Querida Amazonia. Il Pontefice, nei primi punti, (2-4) spiega “il senso di questa Esortazione” ricca di riferimenti a documenti delle Conferenze episcopali dei Paesi amazzonici ma anche a poesie di autori legati all’Amazzonia. Sottolinea che desidera “esprimere le risonanze” che il Sinodo ha provocato in lui. E precisa che non intende né sostituire né ripetere il Documento finale che invita a leggere “integralmente”, auspicando che tutta la Chiesa si lasci “arricchire e interpellare” da esso e che la Chiesa dell’Amazzonia si impegni “nella sua applicazione”. Francesco condivide i suoi “Sogni per l’Amazzonia” (5-7), la cui sorte deve preoccupare tutti perché questa terra è anche “nostra”. Formula cosi “quattro grandi sogni”: che l’Amazzonia “lotti per i diritti dei più poveri”, “che difenda la ricchezza culturale”, che “custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale”, che infine le comunità cristiane siano “capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia”.
Il sogno sociale: la Chiesa sia al fianco degli oppressi 
Il capitolo primo di Querida Amazonia è incentrato sul “Sogno sociale” (8). Sottolinea che “un vero approccio ecologico” è anche “approccio sociale” e, pur apprezzando il “buon vivere” degli indigeni, mette in guardia dal “conservazionismo” che si preoccupa solo dell’ambiente.Con toni vibranti, parla di “ingiustizia e crimine” (9-14). Rammenta che già Benedetto XVI aveva denunciato “la devastazione ambientale dell’Amazzonia”. I popoli originari, avverte, subiscono un “asservimento” sia da parte dei poteri locali che da quelli esterni. Per il Papa le operazioni economiche che alimentano devastazione, uccisioni, corruzione, meritano il nome di “ingiustizia e crimine”. E con Giovanni Paolo II ribadisce che la globalizzazione non deve diventare un nuovo colonialismo.
I poveri siano ascoltati sul futuro dell’Amazzonia
Di fronte a tanta ingiustizia, il Pontefice chiede di “indignarsi e chiedere perdono”. (15-19) Per Francesco servono “reti di solidarietà e di sviluppo” e chiama all’impegno tutti, compresi i leader politici. Di qui, il Papa si sofferma sul tema del “senso comunitario” (20-22). Rammenta che per i popoli amazzonici le relazioni umane “sono impregnate dalla natura circostante”. Per questo, scrive, vivono come un vero “sradicamento” quando sono “obbligati a emigrare in città”. L’ultima parte del primo capitolo è dedicato alle “Istituzioni degradate” (23-25) e al “Dialogo sociale” (26-27). Il Papa denuncia il male della corruzione che avvelena lo Stato e le sue istituzioni. E si augura che l’Amazzonia diventi “un luogo di dialogo sociale” prima di tutto “con gli ultimi. Quella dei poveri, ammonisce, sia “la voce più potente” sull’Amazzonia.
Il sogno culturale: avere cura del poliedro amazzonico
Il secondo capitolo è dedicato al “sogno culturale”. Francesco mette subito in chiaro che “promuovere l’Amazzonia” non significa “colonizzarla culturalmente” (28). Ricorre così ad una immagine che gli è cara: “il poliedro amazzonico” (29-32). Bisogna combattere la “colonizzazione postmoderna”. Per Francesco è urgente “custodire le radici” (33-35). Citando Laudato si’ e Christus vivit, sottolinea che la “visione consumistica dell’essere umano” tende a “rendere omogenee le culture” e questo impatta soprattutto sui giovani. A loro, il Papa chiede di “farsi carico delle radici”, di “recuperare la memoria ferita”.
No a un indigenismo chiuso, serve incontro interculturale
L’Esortazione si sofferma quindi sull’“incontro interculturale” (36-38). Anche le “culture apparentemente più evolute”, osserva, possono apprendere da popoli che hanno “sviluppato un tesoro culturale stando legate alla natura”. La diversità, quindi, non sia “una frontiera” ma “un ponte” e dice no ad “un indigenismo completamente chiuso”. L’ultima parte del II capitolo è dedicata al tema “culture minacciate, popoli a rischio” (39-40). In qualsiasi progetto per l’Amazzonia, è la sua raccomandazione, “è necessario assumere la prospettiva dei diritti dei popoli”. Questi, soggiunge, “difficilmente potranno conservarsi indenni” se l’ambiente, in cui sono nati e si sono sviluppati, “si deteriora”.
Il sogno ecologico: unire cura dell’ambiente e cura delle persone
Il terzo capitolo, “Un sogno ecologico”, è quello più immediatamente collegato alla Enciclica Laudato si’. Nella introduzione (41-42), viene sottolineato che in Amazzonia esiste una relazione stretta dell’essere umano con la natura. Il curarsi dei nostri fratelli come il Signore si cura di noi, ribadisce, “è la prima ecologia di cui abbiamo bisogno”. Cura dell’ambiente e cura dei poveri sono “inseparabili”. Francesco rivolge poi l’attenzione al “sogno fatto di acqua” (43-46). Cita Pablo Neruda e altri poeti locali sulla forza e bellezza del Rio delle Amazzoni. Con le loro poesie, scrive, “ci aiutano a liberarci dal paradigma tecnocratico e consumista che soffoca la natura”.
Ascoltare il grido dell’Amazzonia, lo sviluppo sia sostenibile
Per il Papa, urge ascoltare “il grido dell’Amazzonia” (47-52). Ricorda che l’equilibrio planetario dipende dalla sua salute. Ci sono, scrive, forti interessi non solo locali, ma pure internazionali. La soluzione non è perciò “l’internazionalizzazione” dell’Amazzonia; deve invece crescere “la responsabilità dei governi nazionali”. Lo sviluppo sostenibile, prosegue, richiede che gli abitanti siano sempre informati sui progetti che li riguardano e auspica la creazione di “un sistema normativo” con “limiti inviolabili”. Invita così alla “profezia della contemplazione” (53-57). Ascoltando i popoli originari, sottolinea, possiamo amare l’Amazzonia “e non solo utilizzarla”; possiamo trovare in essa “un luogo teologico, uno spazio dove Dio si manifesta e chiama i suoi figli”. L’ultima parte del III Capitolo è incentrata su “educazione e abitudini ecologiche” (58-60). Il Papa rimarca che l’ecologia non è questione tecnica, ma comprende sempre “un aspetto educativo”.
Il sogno ecclesiale: sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico
L’ultimo capitolo, il più corposo, è dedicato “più direttamente” ai pastori e ai fedeli cattolici e si concentra sul “sogno ecclesiale”. Il Papa invita a “sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico” attraverso un “grande annuncio missionario” (61), un “annuncio indispensabile in Amazzonia” (62-65). Per il Papa non basta portare un “messaggio sociale”. Questi popoli hanno “diritto all’annuncio del Vangelo”, altrimenti “ogni struttura ecclesiale diventerà” una ONG. Una parte consistente è poi dedicata all’inculturazione. Riprendendo Gaudium et spes, parla di “inculturazione” (66-69) come un processo che porta “a pienezza alla luce del Vangelo” quanto di buono esiste nelle culture amazzoniche.
Una rinnovata inculturazione del Vangelo in Amazzonia
Il Papa volge lo sguardo più in profondità indicando le “vie di inculturazione in Amazzonia”. (70-74). I valori presenti nelle comunità originarie, scrive, vanno tenuti “in conto nell’evangelizzazione”. E nei due paragrafi successivi si sofferma sulla “inculturazione sociale e spirituale” (75-76). Il Papa evidenzia che, vista la condizione di povertà di tanti abitanti dell’Amazzonia, l’inculturazione deve avere “un timbro fortemente sociale”. Al tempo stesso, però, la dimensione sociale va integrata con quella “spirituale”.
I Sacramenti siano accessibili a tutti, specie ai poveri
L’Esortazione indica poi i “punti di partenza per una santità amazzonica” (77-80) che non devono copiare “modelli da altri luoghi”. Sottolinea che “è possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico”. Si può valorizzare, aggiunge, un mito “carico di senso spirituale” senza necessariamente considerarlo “un errore pagano”. Vale lo stesso per alcune feste religiose che, sebbene richiedano un “processo di purificazione”, “contengono un significato sacro”.
Altro passaggio significativo di Querida Amazonia è sull’inculturazione della liturgia (81-84). Il Pontefice constata che già il Concilio Vaticano II aveva richiesto uno sforzo di “inculturazione della liturgia nei popoli indigeni”. Ricorda inoltre, in una nota al testo, che nel Sinodo “è emersa la proposta di elaborare un rito amazzonico”. I Sacramenti, esorta, “devono essere accessibili, soprattutto ai poveri”. La Chiesa, sottolinea richiamando Amoris laetitia, non può trasformarsi in una “dogana”
Vescovi latinoamericani inviino missionari in Amazzonia
Legato a questo è il tema “l’inculturazione della ministerialità” (85-90) su cui la Chiesa deve dare una risposta “coraggiosa”. Per il Papa va garantita “una maggiore frequenza della celebrazione dell’Eucaristia”. Al riguardo, ribadisce, è importante “determinare ciò che è più specifico del sacerdote”. La risposta, si legge, è nel sacramento dell’Ordine Sacro che abilita solo il sacerdote a presiedere l’Eucaristia. Come dunque “assicurare il ministero sacerdotale” nelle zone remote? Francesco esorta tutti i vescovi, specie latinoamericani, “a essere più generosi”, orientando quanti “mostrano una vocazione missionaria” a scegliere l’Amazzonia e li invita a rivedere la formazione dei presbiteri.
Favorire un protagonismo dei laici nelle comunità
Dopo i Sacramenti, Querida Amazonia si sofferma sulle “comunità piene di vita” (91-98) in cui i laici devono assumere “responsabilità importanti”. Per il Papa, infatti, non si tratta “solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati”. Un obiettivo “limitato” se non si suscitasse “una nuova vita nella comunità”. Servono, dunque, nuovi “servizi laicali”. Solo attraverso “un incisivo protagonismo dei laici”, ribadisce, la Chiesa potrà rispondere alle “sfide dell’Amazzonia”. Per il Pontefice un posto speciale hanno pure i consacrati, mentre ricorda il ruolo delle comunità di base che hanno difeso i diritti sociali e incoraggia in particolare l’attività della REPAM e dei “gruppi missionari itineranti”.
Nuovi spazi alle donne, ma senza clericalizzazioni
Uno spazio a sé, il Papa lo dedica alla forza e al dono delle donne (99-103). Riconosce che in Amazzonia alcune comunità si sono sostenute solo “grazie alla presenza di donne forti e generose”. Avverte però che non si deve ridurre “la Chiesa a strutture funzionali”. Se fosse così, infatti, si accorderebbe loro un ruolo solo se avessero accesso all’Ordine Sacro. Per il Papa va rifiutata la clericalizzazione delle donne, accogliendo invece il contributo secondo il modo femminile che prolunga “la forza e la tenerezza di Maria”. Incoraggia il sorgere di nuovi servizi femminili, che - con un riconoscimento pubblico dei vescovi - incidano nelle decisioni per le comunità.
Cristiani lottino insieme per difendere i poveri dell’Amazzonia
Per il Papa, bisogna “ampliare orizzonti al di là dei conflitti” (104-105) e lasciarsi sfidare dall’Amazzonia a “superare prospettive limitate” che “rimangono chiuse in aspetti parziali”. Il IV capitolo termina con il tema della “convivenza ecumenica e interreligiosa” (106-110). Il Papa invita i credenti a “trovare spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune”. “Come non lottare insieme? – si chiede Francesco – Come non pregare insieme e lavorare fianco a fianco per difendere i poveri dell’Amazzonia”?
Affidiamo l’Amazzonia e i suoi popoli a Maria
Francesco conclude la Querida Amazonia con una preghiera alla Madre dell’Amazzonia (111). “Madre, guarda i poveri dell’Amazzonia – recita un passo della sua orazione – perché la loro casa viene distrutta per interessi meschini (…) tocca la sensibilità dei potenti perché, se anche sentiamo che è già tardi, tu ci chiami a salvare ciò che ancora vive”.

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