Visualizzazione post con etichetta partecipazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta partecipazione. Mostra tutti i post

sabato 23 maggio 2026

AUTONOMIA INCOMPIUTA

 


Il compleanno

 senza candeline 


Una Regione a statuto davvero “speciale”


-di Giuseppe Savagnone

Il 15 maggio scorso ha compiuto ottant’anni la Regione Siciliana. Pochi se ne sono accorti, nessuno l’ha festeggiata. Il giudizio drasticamente negativo sull’Autonomia regionale siciliana costituisce, in un panorama politico in cui è difficile trovare due posizioni convergenti, un rarissimo caso di piena unanimità. Il sostantivo più usato, nelle riflessioni in proposito, è «fallimento». Ma, prima di chiedercene le ragioni, è forse opportuno fornire qualche notizia su un argomento di cui gli stessi siciliani sanno poco e gli altri italiani ancora meno.

Pochi, per esempio, ricordano che quello della Sicilia è l’unico Statuto che precede la nascita della Repubblica e la Costituzione (anche se fu poi da essa confermato nell’art. 116). Fu promulgato il 15 maggio 1946, quando ancora c’era la monarchia, da re Umberto II di Savoia tramite un regio decreto, pochi giorni prima del referendum del 2 giugno che segnò l’avvento del regime repubblicano e delle votazioni che, lo stesso giorno, elessero l’Assemblea costituente (notiamo di passaggio che in Sicilia la monarchia ebbe la schiacciante maggioranza del 64,7% dei voti, in linea del resto con la tendenza del Meridione).

Le motivazioni storiche di questa precedenza, rispetto alle altre regioni a statuto speciale, nonché a tutte quelle ordinarie che, molto più tardi, sono state istituite, risalgono alle spinte autonomistiche operanti in Sicilia già a partire dall’Ottocento ed esplose, dopo lo sbarco nell’Isola degli Alleati, nel luglio del 1943. A rappresentarle fu il Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis), che chiedeva la separazione della Sicilia dall’Italia (per un momento aleggiò perfino l’ipotesi di un suo ingresso negli Stati Uniti) e che diede vita anche a un’organizzazione paramilitare, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (Evis), di cui entrò a far parte anche il famoso bandito Salvatore Giuliano, le cui clamorose gesta criminali, compiute sotto l’etichetta dell’Evis, riempirono le cronache.

Si comprende come, per cercare di spegnere questo incendio, sia stato ritenuto necessario concedere alla Sicilia un’autonomia amplissima, che effettivamente svuotava di forza la spinta separatista, pur mantenendo l’Isola nel contesto dello Stato italiano. Lo Statuto, infatti, configura un regime che, secondo molti, faceva della Sicilia uno Stato nello Stato. Simbolico il fatto che l’organo legislativo assumesse il nome di Assemblea Regionale (ARS), ai cui membri veniva riconosciuto il titolo e il trattamento economico dei deputati del Parlamento nazionale, mentre in tutte le altre regioni, a statuto speciale come a statuto ordinario, si parla di Consigli Regionali e i membri che ne fanno parte si chiamano consiglieri.

L’Assemblea regionale siciliana aveva potestà esclusiva (cioè poteva legiferare come uno Stato sovrano, con il solo limite di rispettare le norme di rango costituzionale) in materie come beni culturali, agricoltura, ambiente, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Su altre, di carattere prevalentemente sociale o di maggiore interesse pubblico (sanità, lavoro, banche, ad esempio), aveva potestà concorrente, dovendo rispettare anche i principi generali dell’ordinamento italiano. Sulle restanti ancora (le pochissime materie riservate allo Stato come le leggi di rango costituzionale, la difesa, i trattati internazionali, l’ordinamento civile, penale e processuale), soltanto potere di iniziativa, potendo comunque formulare delle “leggi-voto” che tuttavia poi sarebbero dovute essere sottoposte al Parlamento italiano.

Dopo ottant’anni…

Si trattava di poteri molto ampi – anche se in seguito in parte ridimensionati – che però da soli non potevano garantire il loro corretto uso. E già al momento del varo dello Statuto don Luigi Sturzo metteva in guardia chi fideisticamente immaginava che l’Autonomia, da sola, fosse sufficiente per far “compiere il prodigio di salvare l’avvenire della Sicilia”; il futuro per Sturzo stava, invece, tutto nella qualità e nella responsabilità delle classi dirigenti che la Sicilia si sarebbe data.

Che questa condizione non si sia realizzata lo dimostra, con dolorosa evidenza, la situazione in cui la Sicilia si trova dopo ottant’anni di governo autonomo. Un dato emblematico è la fuga dei giovani più qualificati. Ogni anno, secondo il rapporto Censis, 40.000 studenti – futuri laureati – scelgono di andare a studiare in atenei del Centro-Nord. E non con la prospettiva di tornare, finiti gli studi, ma proprio perché attratti da opportunità di inserimento nel mercato del lavoro, dopo la laurea, che in Sicilia non potrebbero mai avere.

Un disastro umano, che evidentemente impoverisce, anno dopo anno, il patrimonio umano dell’Isola, privandolo degli elementi più giovani e intraprendenti. Ma anche un disastro finanziario, che è stato calcolato in 4,1 miliardi: il valore dei cervelli che ogni anno il Sud forma…e il Nord accoglie, valorizzandoli e impiegandoli nel suo processo di sviluppo.

E poi ci sono quelli che partono dopo la laurea. Negli ultimi dieci anni oltre 56.000 laureati siciliani hanno abbandonato l’Isola. Una diaspora silenziosa, fatta di talenti che non trovano lavoro adeguato o stipendi dignitosi. Restano gli altri. In Sicilia solo 2 giovani su 10 sotto i 40 anni sono laureati. Al Centro-Nord sono il doppio.

È la cartina di tornasole di una storia in cui la classe politica è stata incapace di utilizzare le ampie possibilità createsi con l’Autonomia per promuovere lo sviluppo. Non sono mancati i soldi, che sono affluiti, soprattutto in passato, abbondanti. Ma sono stati in gran parte sprecati da una logica clientelare che a pioggia li ha distribuiti agli “amici”, invece di impiegarli per produrre effettiva ricchezza. Oppure – in particolare i fondi europei – sono stati persi per l’incapacità di elaborare i relativi progetti o anche semplicemente di spenderli nei termini tassativamente previsti.

In compenso, la macchina dell’Autonomia ha finanziato se stessa attraverso la moltiplicazione dei “posti”. Anche qui un caso emblematico può servire. In Lombardia i lavoratori forestali sono 350. In Veneto 277. In Canada, che ha un’estensione di foreste di oltre 400mila km quadrati, il corpo forestale conta 4.200 ranger. In Sicilia – dove appena l’8% del territorio è effettivamente boscato, contro una media nazionale del 38% – sono circa 20.000, compresi quelli stagionali (trimestrali o semestrali).

Alla base, una classe politica inadeguata e autoreferenziale, dedita alle lotte interne per il potere e al mantenimento dei propri privilegi piuttosto che alla soluzione dei problemi dell’Isola.  Un episodio che ha suscitato forti polemiche è stato, nel febbraio del 2023, il voto con cui i 70 deputati regionali si sono aumentati lo stipendio di 890 euro mensili, passando da una retribuzione di 11.000 euro al mese a una di 12.000, malgrado le pressioni in senso contrario da parte delle segreterie nazionali, prime fra tutte quelle di FdI e di Fi, che nell’Assemblea regionale hanno la maggioranza.

Per non parlare della presenza pervasiva della mafia nella vita politica siciliana, come del resto in tutto il tessuto sociale ed economico dell’Isola. Una presenza emblematicamente rappresentata da figure emergenti, come quelle di Salvo Lima o di Marcello Dell’Utri – mediatori tra Cosa Nostra e i poteri romani – e confermata dalla condanna di Totò Cuffaro, presidente della Regione siciliana dal luglio 2001 al gennaio 2008, per favoreggiamento verso Cosa Nostra.

Ben lungi dall’eliminare il fenomeno mafioso, l’Autonomia è convissuta con esso. Come del resto hanno denunciato, anche recentemente, i vertici della magistratura siciliana, che hanno messo in guardia dall’illusione che, dopo i duri colpi inflitti a Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa abbia cessato di essere un pericolo. Al contrario, è stato segnalato dai giudici, essa si è dimostrata capace di reinventarsi e di trovare nuovi spazi di azione, sfruttando le occasioni offerte da fondi del PNRR e infiltrandosi ancora più profondamente nei gangli vitali del tessuto economico e politico della Sicilia.

Tornare alla partecipazione politica

Davanti a questo quadro, non c’è da stupirsi che si sia posta la domanda se l’Autonomia non sia stata per la Sicilia una disgrazia, piuttosto che un’opportunità, e se non sia auspicabile la sua fine. Situazione paradossale, in un momento in cui alcune regioni del Nord spingono per ottenere maggiore autonomia, nella fiducia che essa consentirebbe loro di accelerare ancora la loro crescita.

Non è andata, però, sempre così. Ci sono stati alcuni momenti in cui la classe politica ha saputo gestire l’Autonomia in funzione di una reale crescita sociale ed economica. Si pensi alla votazione del 21 novembre 1950, con cui l’Assemblea regionale – dopo settimane di tensioni, emendamenti, opposizioni e speranze – approvò la legge di riforma agraria, aprendo la strada al passaggio di migliaia di ettari dalle mani dei latifondisti a quelle dei contadini. Un provvedimento che, malgrado alcuni gravi limiti, andava nel senso della giustizia e della crescita economica e civile.

Così pure, tra le manifestazioni positive della creatività consentita dall’Autonomia, va ricordato che la Sicilia è stata la prima a introdurre, con una legge regionale del 1993, l’elezione diretta dei sindaci.

E non sono mancate figure coraggiose di uomini politici siciliani, come Piersanti Mattarella, eletto presidente della Regione nel febbraio del 1978, che ha dato un chiaro impulso alla lotta contro la corruzione e la mafia, pagando con la vita nel tragico attentato del 6 gennaio 1980.

Questi esempi virtuosi – e ce ne sono altri – dimostrano che il problema non è l’Autonomia, ma l’inadeguatezza di una classe politica che in troppi casi non ha avuto la capacità e l’onestà per gestirla correttamente.

E, forse, andando ancora più alla radice, la responsabilità è di una società civile che non ha saputo impegnarsi nella vita pubblica, esprimendo le proprie migliori energie nella partecipazione alla gestione del bene comune, invece di limitarsi a curare quello privato. Alla Sicilia – come del resto, forse, a tutta l’Italia – serve un ritorno delle persone alla politica. Nel caso dell’Isola, è in gioco il senso dell’Autonomia, la possibilità che essa, da alibi per il mantenimento del degrado e dell’ingiustizia, svolga la sua vera funzione di stimolo alla crescita civile ed economica. Allora forse, in qualche suo prossimo compleanno, potremo aver voglia di accendere le candeline della torta.

www.tuttavia.eu


mercoledì 11 marzo 2026

DIGNITA' E GIUSTIZIA

 


Dignità per ciascuno,

 giustizia per tutti


Nel Dizionario

 della Dottrina sociale della Chiesa, 

Simona Beretta sottolinea che 

“la giustizia distributiva

 non solo richiede

 l’accesso individuale 

ai beni e servizi indispensabili,

 ma esige anche inclusione e partecipazione”

-         Simona Beretta *

Giustizia è dare “a ciascuno il suo”: ma cos’è questo “suo”?

La dottrina sociale non dà risposte preconfezionate, ma rilancia la libertà in azione dei suoi figli nel grande movimento per la difesa della persona umana e la tutela della sua dignità, parte integrante della tradizione sociale della Chiesa. “Esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell'umanità”. Il messaggio di San Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 34) risuona nel discorso del 2015 di Papa Francesco alle Nazioni Unite: la base minima della giustizia sociale porta “tre nomi: casa, lavoro e terra [techo, trabajo y tierra!]; e un nome a livello spirituale: libertà di spirito”. Queste condizioni consentono a uomini e donne concreti di sottrarsi alla povertà estrema, diventando «degni attori del loro stesso destino» per realizzare una più giusta convivenza per tutti.

Connettere dimensione personale e dimensione sociale ci aiuta a superare la tentazione di “contabilizzare” la giustizia. Spesso si sente dire di persone in carcere: “ha avuto quel che si merita, ha avuto quel che gli spetta” – un modo molto triste di interpretare l’espressione “a ciascuno il suo”. Si registra un atteggiamento simile anche fuori dal carcere, ad esempio nell’ambito del lavoro – la chiave della giustizia sociale. Parlando di salari, si cade spesso in una meritocrazia ingiusta: si dimentica la dignità di ciascun lavoratore, e si finisce per misurare il valore del lavoro con la sua remunerazione. Così, chi prende uno stipendio stellare “se lo è meritato”, mentre chi svolge i servizi di cura, a partire dai più umili (che sono anche i più necessari) … “chiaro che ha uno stipendio basso!”.

La giustizia della dottrina sociale, in conclusione, non somiglia all’equilibrio statico della bilancia ma al dinamismo di un processo, mosso da persone in azione e in relazione. La giusta reciprocità del do ut des commutativo (giusto salario, prezzi equi nel commercio internazionale) richiede anche il rispetto dei legami sociali; la giustizia distributiva non solo richiede l’accesso individuale ai beni e servizi indispensabili, ma esige anche inclusione e partecipazione: «Aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (Laudato si’ 128, Fratelli tutti 162).

* Direttrice del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

Vatican News

Immagine


 

venerdì 26 settembre 2025

LE MACERIE DI GAZA

  


E se 
la partecipazione rifiorisse 

sulle macerie di Gaza?




di Giuseppe Savagnone 

Una imponente manifestazione e le sue ragioni

I più anziani assicurano che da decenni non si assisteva a una mobilitazione popolare come quella del 22 settembre, in seguito allo sciopero generale indetto dell’Unione sindacati di base (USB) per Gaza. 

I giornali governativi hanno cercato invano di minimizzare la portata della manifestazione, parlando addirittura di un flop. A smentire questi tentativi di disinformazione ci sono – alla portata di tutti, su internet – le foto e i video dei cortei che in più di 80 città italiane hanno coinvolto un numero di persone strabocchevole, mai visto ultimamente. I numeri ufficiali, come sempre in questi casi, variano molto. Ma sicuramente si è trattato di centinaia di migliaia di partecipanti.

Al di là dell’aspetto quantitativo, ha colpito gli osservatori quello qualitativo. C’erano le persone più diverse: hanno sfilato per ore l’uno accanto all’altro operai, professionisti, madri di famiglia coi bambini in passeggino, anziani e anziane, ragazzi e ragazze di tutte le età. Un popolo.

Il destinatario della protesta, ovviamente, non erano Netanyahu e Hamas, i diretti responsabili, ma il nostro governo, che in tutto questo tempo ha sempre limitato unilateralmente la sua condanna ai terroristi islamici, per il massacro del 7 ottobre e la detenzione degli ostaggi, rifiutando invece di prendere posizione nei confronti della carneficina, di proporzioni enormemente superiori, che da quasi due anni Israele sta perpetrando.

La nostra premier continua a ripetere che nessuno Stato ha fatto tanto per Gaza quanto il nostro. 

Ma i fatti parlano diversamente.

L’Italia si è rifiutata di votare ben tre risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU – rispettivamente il 27 ottobre 2023, il 13 dicembre dello stesso anno, il 15 settembre 2024 – volte a chiedere il cessate il fuoco e a fermare il massacro di civili. E, sempre in nome dell’esigenza di «non isolare Israele», ha addirittura accolto per due volte a Roma, con tutti gli onori, il presidente israeliano Herzog, proprio in questi giorni riconosciuto colpevole dalla Commissione indipendente dell’ONU del crimine di «genocidio».

Solo alla fine di agosto Meloni, davanti all’insorgere dell’opinione pubblica internazionale, ha ammesso che la reazione israeliana «è andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti». Ma alle parole – peraltro molto blande – non hanno fatto seguito, da parte dell’Italia, né la sospensione delle forniture di armi, né quella del sostegno economico allo Stato ebraico. E anche il riconoscimento dello Stato palestinese – unico argine al dichiarato progetto israeliano di cancellare la popolazione di Gaza e della Cisgiordania –  è stato definito dal ministro degli Esteri Tajani «prematuro».

Al nostro paese Netanyahu non poteva chiedere di più. Anche rispetto agli altri governi europei, quello dell’Italia è stato insieme a quello degli Stati Uniti, il suo più fedele amico.

Era dunque al governo italiano che le centinaia di migliaia di manifestanti hanno chiesto un drastico cambio di passo, per cui, senza abbandonare la richiesta del rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, si arrivi finalmente alla condanna di ciò che Israele sta facendo ai civili e a una pressione concreta per il cessate il fuoco, attraverso l’interruzione dei rapporti militari e commerciali con lo Stato ebraico.

A questo appello che saliva dalle piazze Giorgia Meloni ha risposto semplicemente ignorandolo e concentrandosi sulla condanna dei tafferugli che poche centinaia di estremisti hanno scatenato devastando l’ingresso della stazione ferroviaria di Milano: «Indegne – ha detto la premier – le immagini che arrivano da Milano (…). Violenze e distruzioni che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza, ma avranno conseguenze concrete per i cittadini italiani, che finiranno per subire e pagare i danni provocati da questi teppisti».

È stato notato che la presidente del Consiglio non ha mai usato parole di sdegno così dure per i 70.000 palestinesi – in gran parte donne e bambini – uccisi in questi mesi, per non parlare dei due milioni e mezzo che sono stati affamati, assetati, umiliati, deportati con inaudita arroganza e violenza dall’esercito israeliano.

Quanto al vicepremier Salvini – che qualche giorno fa in un’intervista a una televisione israeliana ha dato la sua piena solidarietà a Israele, sostenendo che «ha il diritto di difendersi» e che l’indignazione ormai dilagante a livello internazionale è frutto solo di «antisemitismo»  – , ha parlato dei manifestanti come di «criminali, teppisti e delinquenti», e ha sfruttato subito le violenze per lanciare un’ulteriore proposta restrittiva sugli scioperi, dopo quelli già introdotti col Decreto sicurezza. «Chiederemo — ha detto in un punto stampa — una cauzione a chi organizza cortei e manifestazioni, in caso di danni pagheranno di tasca loro».

Colpisce che la reazione della grande maggioranza della stampa e delle televisioni, anche non di destra, sia stata in sintonia con quella del governo e abbia quasi ignorato l’imponente mobilitazione popolare di 80 città italiane riducendola all’incidente – peraltro molto circoscritto – di Milano. Così, il titolo di prima pagina del maggiore quotidiano italiano, il «Corriere della Sera», era l’indomani: «Guerriglia a Milano su Gaza». Su questa linea molti altri.

Lo scollamento della politica dai valori

Eppure, malgrado questi sforzi convergenti per vanificarlo, l’evento del 22 settembre costituisce un segnale importante di novità. Significativo che ad esso abbiano partecipato, numerosissimi, gli studenti, sia universitari che degli istituti secondari. Per chi ha esperienza della scuola, non è strano che le lezioni siano disertate invocando il primo motivo plausibile per “fare vacanza”. Strano è, però, che, invece di andarsene a casa o di bighellonare, come purtroppo speso accade in occasione degli “scioperi” studenteschi, questa volta gli alunni nella grande maggioranza abbiano partecipato alle manifestazioni, a volte insieme ai loro professori.

Da molto tempo non si riusciva a offrire ai più giovani un obiettivo credibile per cui investire il loro impegno civile.

Sappiamo tutti a cosa si è ridotta la politica, e non soltanto nel nostro paese. Anche gli adulti più maturi e temprati, in questo momento storico stentano a vincere lo scoraggiamento di fronte allo scenario internazionale  e ai personaggi che recitano in esso la parte di protagonisti. E quanto alla vita politica italiana, è difficile dire se siano meno entusiasmanti i rappresentanti del governo (di cui abbiamo appena misurato la sensibilità democratica) o quelli dell’opposizione (cronicamente autoreferenziali e divisi,  al punto di presentarsi alla votazione sul riarmo con cinque mozioni diverse).

Quel che è certo è che, alle ultime elezioni europee, hanno votato solo il 49,69% degli aventi diritto. Meno della metà. Se si fosse trattato di un referendum, la consultazione non sarebbe stata valida. Era la prima volta che questo accadeva, nella storia della Repubblica. E, anche nelle ultime elezioni politiche del 2022, è andato alle urne solo il 63,08 %. Anche in questo caso si tratta della percentuale più bassa nella storia repubblicana.

La triste verità è che sia la destra che la sinistra, oggi, non rappresentano il paese reale. E che la politica somiglia sempre di più a un monologo autoreferenziale recitato dalla cosiddetta “classe dirigente” sulla scena di un teatro mezzo vuoto. Una spiegazione di fondo è che in Italia – come in tutto l’Occidente – si è registrato ormai uno svuotamento di quell’ideale democratico che aveva galvanizzato, nel dopoguerra, la grande maggioranza dei cittadini, spingendoli ad una partecipazione che a livello elettorale raggiungeva il 90%.

Ma allora c’erano ancora delle idee in cui credere e in nome di cui lottare, discutere, scontrarsi (vi ricordate don Camillo e Peppone?). La dimensione valoriale permeava la politica ed era all’origine della dialettica democratica, che metteva a confronto concezioni diverse, a volte opposte, ma tutte ispirate – fondatamente o meno – a un progetto di bene comune non solo economico, ma integralmente umano. Oggi invece, come ha coraggiosamente denunziato papa Francesco nella «Laudato si’», la politica è subordinata all’economia e l’economia, a sua volta, alla finanza.

Col risultato che il successo del nostro governo è assicurato dalla promozione da parte delle agenzie finanziarie internazionali, anche se, come segnala il recente rapporto Oxfam del gennaio scorso, l’Italia risulta essere sempre più divisa in termini di disuguaglianze economiche.

Nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro, al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, e oggi 71 individui detengono 272,5 miliardi di euro, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone, vivono in condizioni di povertà assoluta.

Una prospettiva nuova

Le persone, soprattutto i giovani, difficilmente possono essere entusiasmate da una politica che funziona così, anche quando appartengono alla fascia privilegiata. E ci sono esperienze traumatiche in grado di risvegliare nelle coscienze il senso del bene e del male, scardinando l’abitale indifferenza a ciò che non riguarda il proprio interesse.

La vicenda di Gaza si sta imponendo – e non solo in Italia – come una di queste esperienze. Le immagini trasmesse ogni giorno dalle reti televisive, i video circolanti su internet, le innumerevoli testimonianze provenienti dalla Striscia, hanno definitivamente fatto crollare la versione del governo di Tel Aviv, secondo cui, al di là di inevitabili danni collaterali, l’azione dell’Idf avrebbe sempre avuto di mira i terroristi di Hamas, nel pieno rispetto dei diritti umani. Tutti hanno potuto vedere con i loro occhi che la realtà era un’altra.

Nell’inerzia del nostro governo, la gente si è mossa autonomamente, a di fuori di schemi partitici, per far sentire la propria voce.

Può essere un inizio. Il recupero di una partecipazione dal basso che, senza necessariamente incanalarsi in forme istituzionali, condizioni però le istituzioni e le costringa a cambiare il loro stile. Non è necessario per questo attendere le prossime elezioni politiche.

Ci sono i sondaggi, a cui le forze politiche sono molto attente. Ci sono le prossime elezioni regionali. Occasioni per condizionare i rispettivi partiti di appartenenza – di destra o di sinistra che siano – e riportarli a quel senso della persona umana che dovrebbe caratterizzare una politica degna di questo nome.

L’alternativa, purtroppo, è il progressivo radicalizzarsi dello scontro fra un governo sempre più orientato a limitare le libertà civili in nome dell’ordine, della stabilità e della sicurezza – valori propri, da sempre, di tutti i regimi autoritari – ed espressioni sfrenate e controproducenti di rifiuto di queste restrizioni. 

Col risultato, in realtà, di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica ulteriori strette. Già oggi, a sproposito, sono state evocate le Brigate rosse per criminalizzare l’opposizione, accusandola di fomentare l’odio e la violenza per il solo fatto di contestare la linea del governo.

Solo un ritorno alla partecipazione può fermare questa potenziale spirale, per ora appena abbozzata, in cui autoritarismo e protesta violenta potrebbero finire per alimentarsi a vicenda. 

La risposta dei comuni cittadini alla tragedia di Gaza fa sperare che gli italiani si stiano ridestando alla prospettiva etica della politica e possano dare una svolta in questo senso alla nostra democrazia.

www.tuttavia.eu

Immagine

 

 

UNA CLASSE INCLUSIVA

 

Scuola, 

cosa si fa in 

una classe inclusiva?


Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. Il progetto "Cambio Sguardo" mette a disposizione di tutti gli strumenti - con formazione online, giochi e workshop - per promuovere i diritti degli studenti con disabilità

di Redazione

 Con settembre si apre un nuovo anno scolastico e Cbm Italia – organizzazione internazionale impegnata nella salute, l’educazione, il lavoro e i diritti delle persone con disabilità in Italia e nel mondo – rinnova il suo impegno all’interno della scuola con il progetto educativo “Cambiamo Sguardo: dire, fare, parlare di disabilità”, che si propone di promuovere la cultura dell’inclusione a partire dal linguaggio, sostenere i diritti delle persone con disabilità e costruire classi inclusive.

Rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, famiglie, contesti extrascolastici come associazioni, enti, istituzioni culturali, università e chiunque desideri approfondire il tema della disabilità, il progetto è giunto alla sua terza edizione e parte sempre dalle stesse fondamenta: la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, strumento indispensabile per promuovere e tutelare i diritti delle persone con disabilità e contrastare stereotipi, luoghi comuni e comportamenti che generano stigma ed emarginazione.

Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. 

Per favorire la nascita di una classe inclusiva, esistono preziosi strumenti che aiutano a creare quel clima sereno in classe, basato su rispetto, fiducia e accettazione delle differenze. Sono per esempio il circle time, che stimola l’espressione emotiva; il cooperative learning, che incoraggia il lavoro di gruppo; il peer tutoring, basato sul sostegno tra pari.

Queste metodologie sono raccontate da Cambiamo Sguardo nel modulo dedicato alla didattica inclusiva sotto forma di video lezione (della durata di 20 minuti). Oltre a questa sezione, la formazione online del progetto propone anche moduli sul linguaggio inclusivo, la Convenzione Onu e l’Agenda 2030.

La seconda parte di Cambiamo Sguardo è invece composta dal kit operativo, ovvero attività didattiche, giochi e laboratori che favoriscono il confronto e la partecipazione consapevole di tutti, la riflessione sulle diseguaglianze, il parlare di disabilità con naturalezza e rispetto. 

Per la sua natura digitale, Cambiamo Sguardo è strutturato in modo da poter essere svolto in qualsiasi momento dell’anno e in autonomia. 

Bisognerà attendere invece la primavera per partecipare al nuovo ciclo di workshop che vede tra le protagoniste due donne che sapranno offrire interessanti spunti sul tema dell’inclusione: Marina Cuollo, scrittrice e consulente D&I (Diversity & Inclusion), che accompagna i partecipanti tra le diverse forme di accessibilità, da quella digitale a quella fisica; e Anna Rossi, presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare di Milano, che affronta il tema dell’autonomia delle persone con disabilità, dal diritto allo sport e al tempo libero, alla scelta di come organizzare la propria quotidianità. 

«Contribuire alla costruzione di una società più equa e consapevole è alla base del progetto di Cbm Italia nelle scuole: con Cambiamo Sguardo vogliamo coinvolgere studenti e studentesse a riflettere sulle parole, a mettersi nei panni dell’altro, a cambiare punto di vista, per rendere la classe, ma non solo, un luogo accogliente in cui ciascuno – con e senza disabilità – possa partecipare attivamente e sviluppare le proprie potenzialità» commenta Massimo Maggio, direttore di Cbm Italia.

Nell’anno scolastico 2024-25 sono state oltre 500 le scuole e le altre istituzioni che hanno aderito al progetto, coinvolgendo 16.000 persone tra studenti, genitori, personale scolastico e professionisti del mondo dell’educazione di tutta Italia.

“Cambiamo sguardo: dire, fare, parlare di disabilità” è un progetto di Cbm Italia, realizzato in collaborazione con Ledha Milano, Istituto dei Sordi di Torino e CediSma (Centro Studi e Ricerche sulla Disabilità e Marginalità dell’Università Cattolica di Milano).

Per scaricare i materiali: https://www.cbmitalia.org/cambiamo-sguardo

Per info: scuola@cbmitalia.org

VITA



 

domenica 20 luglio 2025

ABITARE LA SCUOLA

 “Educare è un verbo al futuro: 

cinque parole per abitare la scuola”

«Insegnante è colui che prepara il futuro, lo intravede prima degli altri, perché l’educazione ha il futuro come prospettiva"

 

-       di Daria Capitani

 Si è concluso con 3.300 presenze complessive il Festival dell’educazione che ha portato a Cuneo docenti, dirigenti, educatrici ed educatori da tutta Italia e da 12 Paesi del mondo per partecipare a sei summer school, accompagnate da spettacoli e laboratori che hanno contaminato la città.

Una proposta della Fondazione Crc, scandita da cinque concetti chiave: cura, partecipazione, creatività, bellezza e futuro.

Gli interventi di Anna Granata, Roberto Farnè e Monica Trigona.

«Sono un’educatrice, non faccio l’educatrice».

«A volte ci si sente soffocati da un sistema che non è quello che sogni: questo è un luogo in cui ritrovare la carica».

«Porto a casa le storie come valore fondante del mio lavoro».

Voci sparse dalle summer school di A tutto tondo, il Festival che si è appena concluso in Piemonte, per la regia di Fondazione Crc.

Una settimana in cui l’educazione ha preso vita per decine di professionisti del settore e per tutta la città, disseminata di laboratori, musica dal vivo, spettacoli e performance.

Ve li immaginate 133 insegnanti, dirigenti, educatrici ed educatori da tutta Italia e da 12 nazionalità del mondo tutti insieme, a luglio, a parlare di scuola, didattica, intelligenza artificiale, pratiche dialogiche, gioco e molto altro?

C’è chi li ha osservati dal vivo, suddivisi in grandi cerchi, chiacchierare a colazione in piazza Galimberti, il cuore di Cuneo, fare trekking e yoga all’alba, camminare lungo i sentieri del parco fluviale o uscire, ancora immersi nel flusso di lavoro, dalla grande vetrata del Rondò dei Talenti.

È il secondo anno in cui accade, ma è già una piccola rivoluzione.

Un cerchio grande come il mondo

Andiamo per ordine.

Perché proprio qui?

A Cuneo è stato inaugurato nel 2022 il Rondò dei Talenti, un polo educativo che si affaccia su viale Angeli, nato al termine di un lavoro di rigenerazione urbana che ha ridato vita a un edificio sorto nel 1978 e fino al 2018 sede di una banca.

Dove un tempo sorgevano gli sportelli e il caveau, oggi c’è un polo educativo che è difficile imbrigliare in una definizione: uno spazio per la comunità aperto 365 giorni l’anno dalle 8 alle 20, rivolto a persone da 0 a 99 anni, che si sviluppa attorno al tema del talento per catalizzare e dare impulso alla crescita, alla conoscenza e alla nascita delle idee.

Fortemente voluto dalla Fondazione Crc, ospita esperienze di innovazione didattica, una città dei talenti per percorsi di orientamento precoce, una biblioteca dell’educazione, un learning center, spazi aperti a tutti e molto altro.

Luce e circolarità sono i primi elementi che balzano agli occhi varcando la soglia.

Parole e illustrazioni colorano i muri lungo la scala che conduce ai quattro piani.

Rondò è un nome azzeccato: l’edificio ha una pianta circolare e soprattutto qui l’educazione è intesa come un cerchio che si apre per accogliere persone, suggestioni, bisogni, novità.

In estate il cerchio si fa ancora più grande.

Come se fosse la punta di un compasso, per una settimana il Rondò allarga il suo diametro e si connette con il mondo, disegnando nuove traiettorie dell’educare con pedagogisti e docenti, formatori ed esperti.

Nell’edizione 2025, i partecipanti hanno lavorato su sei aree tematiche: “Educazione museale”, “Dallo storytelling al talento”, “Gioco e outdoor education”, “Materie Steam e intelligenza artificiale”, “Inclusione e pratiche dialogiche” e, in lingua inglese, “Talent without borders” (a cui hanno preso parte professionisti da Belgio, Finlandia, Georgia, Martinica francese, Germania, Grecia, Namibia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Tunisia e Turchia).

Un vocabolario dell’educare

Il Festival si inserisce in un percorso più ampio che la Fondazione Crc ha intrapreso da tempo, con uno sguardo rivolto in modo esplicito ai giovani.

Il piano pluriennale 2025/2028 ha scelto cinque parole chiave per guidare la sua azione, le stesse che hanno accompagnato le quattro giornate di summer school: bellezza, creatività, cura, futuro e partecipazione.

Di fronte a un pubblico attento e partecipe, nella plenaria conclusiva del percorso formativo, sabato mattina tre esperti hanno dato loro nuova forza semantica, definendo insieme un piccolo vocabolario dell’educare.

* Creatività, non supermercato

Anna Granata è docente di Pedagogia presso il Dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’Università di Milano-Bicocca, si occupa di diversità, equità e creatività organizzativa.

È spesso uscita dall’università per dare voce alla scuola.

A lei è stata affidata la parola creatività: «Molto spesso leghiamo la creatività a qualcosa di naïf, di disimpegnato, distaccato dalla realtà, qualcosa che in fondo non ci serve.

E invece no, la creatività va letta come un imperativo politico ed educativo.

Non può esserci democrazia senza creatività e la creatività è un’esigenza di tutti, non c’è cittadino che sia troppo vecchio, o troppo povero, per non essere creativo.

E l’immagine per me di tutto questo è proprio il Rondò dei talenti, un luogo in cui al pian terreno arrivano i ragazzi che sanno già che verranno bocciati e che si aprono a un tempo che per loro sarebbe vuoto, inutile, e invece approdano qui.

Oppure i senza fissa dimora che si avvicinano quasi a dire: anch’io ho diritto al talento, anch’io ho diritto alla creatività».

Secondo Granata, «la scuola oggi si trova di fronte a un bivio molto chiaro: deve decidere se vuole essere un supermercato o un laboratorio di creatività.

La scuola è un supermercato quando vende il prodotto che ti serve in questo momento, risponde al tuo bisogno, offre quello che la moda oggi richiede.

Oppure la scuola può essere laboratorio: quel luogo in cui creativamente proponiamo un’alternativa al mondo, qualcosa che in questo momento fuori non c’è.

Tutte le volte che noi parliamo di pace e costruiamo la pace, tutte le volte che accogliamo il diverso in ogni sua forma dentro la scuola e quasi non ci accorgiamo più della diversità perché è diventata parte della comunità, tutte le volte che insegniamo a bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, a rispettarsi a vicenda, noi costruiamo creativamente un mondo nuovo».

* Cura, ovvero esperienze

Dall’Università di Bologna, Roberto Farnè, docente di Pedagogia del gioco e dello sport, studioso del rapporto fra l’educazione e i media e di outdoor education, è stato chiamato a definire la parola cura.

«Nella mitologia, Cura era quella divinità che forgia l’uomo con la Terra.

E quindi a lei, a cura, viene affidato il compito di prendersi cura dell’uomo finché è in vita: lo ha forgiato e dunque se ne deve occupare.

Noi abbiamo il dovere di prenderci cura degli altri, guai se non lo facessimo.

Nei confronti dei bambini il primo dovere che abbiamo è quello proteggerli ovviamente, però dobbiamo intenderci su che cosa significhi oggi prendersi cura dell’infanzia».

Nell’arco delle ultime due generazioni, ha spiegato Farnè, «la cura è diventata controproducente, nel senso che ha prodotto iperprotezione.

Un conto è proteggere l’infanzia, un conto è quando la cura diventa espropriazione.

Se interpretiamo la cura come una protezione totale perché tutto è rischioso, perché tutto è pericoloso, noi in realtà facciamo un’operazione antipedagogica, cioè espropriamo i bambini di esperienza».

Che cosa si intende con antipedagogico?

«Quando più di 10 anni fa abbiamo incominciato a Bologna a porre l’attenzione con il Centro di ricerca e formazione sull’outdoor education, la prima cosa che abbiamo visto è il danno provocato all’infanzia dall’eccesso di cura.

I bambini fuori non ci sono più, stanno continuamente seduti: a scuola, a casa, in auto.

Il loro corpo e il loro movimento vengono deprivati in maniera terribile.

Abbiamo bisogno di riportare i bambini al centro delle loro esperienze, e per esperienze intendo corpo, movimento, sensibilità, socialità, relazione.

Io mi prendo cura dei bambini quando li metto in condizione di esplorare, percorrere il territorio».

* Bellezza è complessità

Monica Trigona, giornalista del Giornale dell’Arte, storica e curatrice di mostre d’arte contemporanea, ha definito bellezza «un tema che, nel corso della lunga storia dell’uomo, è stato molto dibattuto.

Oggi, quando parliamo di bellezza, non parliamo più del concetto greco di armonia, simmetria, proporzione.

Oggi la bellezza è intesa in una maniera molto diversa.

Anzi, direi che di bellezza quasi non si parla.

Quando ci riferiamo alle opere d’arte contemporanea, parliamo della produzione attuale e militante messa in atto da vari artisti, parliamo di una produzione che rispecchia la complessità della società, non di bellezza in senso stretto».

La bellezza, dunque, come «un concetto piuttosto opinabile, in un mondo in cui le categorie per valutare un’opera d’arte corrispondono alla capacità dell’opera e dell’artista di coinvolgere il suo pubblico.

La grande sfida dell’opera d’arte oggi è riuscire ad aprirsi a un pubblico variegato, eterogeneo, che vada dal bambino della scuola primaria fino al nonno che trova nell’arte non soltanto uno svago ma un ambito di grande interesse e di scoperta».

Perché questo avvenga, ha detto Trigona, «bisogna pensare che i musei non sono gli unici luoghi deputati all’arte: esistono moltissime iniziative che raggiungono il pubblico in modo quasi inconsapevole. Io penso che la bellezza oggi esista, ma nelle sue connotazioni più diverse, che riguardano la sua capacità di attivare la comunità e di riflettere la complessità contemporanea».

* Partecipazione, non si insegna

La partecipazione (su questa parola Granata non ha dubbi) «non si insegna, non si spiega, forse neanche si impara nel senso più classico.

Noi cerchiamo l’educazione civica, l’educazione alla cittadinanza, ma in realtà sono delle scorciatoie che poi non ci portano all’obiettivo.

Sul tema della partecipazione penso che dobbiamo ragionare per osmosi: i nostri studenti ci guardano, ci osservano.

E allora l’insegnante oggi deve essere un cittadino a pieno titolo che vive la partecipazione, una persona che si informa, che sta sui social in maniera attiva e propositiva, che si occupa sempre, anche quando è in vacanza, di essere un esempio per le nuove generazioni».

* Futuro, è l’essenza

Infine, il futuro, che nell’accezione data da Farné è l’essenza del mestiere di educatore. «Insegnante è colui che prepara il futuro, lo intravede prima degli altri, perché l’educazione ha il futuro come prospettiva".

La dimensione temporale dell’educazione non è nel passato e non è nel presente: è il futuro. Chiunque faccia l’insegnante è sottoposto a una frustrazione che potremmo definire ontologica: è la frustrazione di chi non vedrà il prodotto finale del proprio impegno.

Però lo intuisce.

Per questo mi arrabbio con certe politiche della scuola che sono tutte schiacciate sul presente.

Il nodo non è rendere la scuola attuale, riempirla di nuova tecnologia: il nodo è occuparsi dei fondamentali perché se non se ne occupa la scuola non se ne occupa nessuno».

Verso un nuovo sguardo

Bastano quattro giornate per cambiare uno sguardo?

Difficile dirlo.

Di certo, però, sabato mattina, c’era un’attenzione palpabile, un desiderio concreto di ascolto e relazione, per portare a casa uno slancio educativo.

Come ha detto Mauro Gola, presidente della Fondazione Crc, «stiamo costruendo una comunità educante innovativa e coesa».

La plenaria si è conclusa con le parole che i partecipanti alle summer school hanno scelto per riassumere l’esperienza vissuta: avventura, co-responsabilità, spaziosità, carica, alterità, wow.

Hanno tutte una cosa in comune: guardano al futuro.

 

Vita

 

 

 

sabato 29 marzo 2025

AUTOCRAZIA o DEMOCRAZIA ?

 


La crisi 

e le sfide di un modello

 

-         



Di MAURO MAGATTI

-          Dopo la caduta di Berlino e la creazione “dell’ordine liberale globale”, il mondo intero sembrò virare verso la democrazia. A trentacinque anni di distanza la situazione è molto cambiata. Al punto che in tanti si chiedono se il tempo della democrazia sia finito.

Secondo l’Economist Intelligence Unit, circa il 45% della popolazione mondiale vive in una democrazia, anche se meno del 10% in una “piena democrazia”. Al contrario, il 40% vive in un regime autoritario e il restante 15% in una situazione ibrida. Anche se, sottolinea il rapporto, la tendenza negli ultimi anni vede un arretramento della democrazia. Ci sono cause esterne e cause interne che spiegano queste difficoltà. Sul fronte interno si può parlare della convergenza di tre fattori.

Disuguaglianze

Il primo riguarda le crescenti disuguaglianze che mettono in discussione la stessa legittimazione delle istituzioni democratiche. Tema attualissimo anche in Italia dove, come ha appena fatto sapere l’Istat, il 30% della popolazione arranca. Mentre la ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi.

Il secondo fattore di crisi riguarda la degenerazione della sfera pubblica aggravatasi con l’avvento dei social. Nel mondo digitale la polarizzazione è la regola. Tutti parlano e nessuno ascolta. E, cosa più grave, le democrazie sono ormai da anni preda di una spirale nichilista che le rende incapaci di costruire: difficile credere in qualcosa. E ancora di più, credere insieme.

Un terzo fattore concerne il nodo dell’efficienza delle istituzioni. Il processo decisionale democratico appare farraginoso e in cronica difficoltà.

 E con l’avanzare dell’intelligenza artificiale, i dubbi che i parlamenti siano ancora in grado di decidere si fa velocemente strada. La crisi del modello democratico diventa evidente nel suo vertice mondiale: l’inedita alleanza tra il populista Trump e i grandi magnati della tecnologia suscita diffuse preoccupazioni. Sul piano esterno, le difficoltà si palesano nel rapido cambiamento dei rapporti internazionali. Con l’attacco all’Ucraina, Putin non ha solo riaffermato il ruolo politico della Russia, ma ha creato un contesto in cui le autocrazie sono diventate più sfacciate e aggressive. Come si vede in questi giorni in Turchia con il clamoroso arresto del principale oppositore del regime di Erdogan.

Il consenso che sembrava essersi consolidato intorno alla desiderabilità del modello democratico oggi non c’è più.

Anzi, i regimi autocratici pretendono di avere le risposte alla crisi della democrazia: in tema di sicurezza, uguaglianza, identità, efficienza.

Democrazia e autocrazia

In questa situazione, la rappresentazione di un mondo diviso tra democrazia e autocrazie guadagna terreno. Anche tra le élite del mondo libero. Senza rendersi conto che una tale visione finisce per avvantaggiare i dittatori che si trovano legittimati proprio dalle difficoltà interne delle democrazie. Tutto ciò significa che, negli anni a venire, le democrazie dovranno dimostrare di essere all’altezza del nuovo tempo storico. Nulla può essere dato per scontato. E tutto ciò concretamente richiede un salto di qualità su almeno tre temi cruciali.

In primo luogo, serve capacità di innovazione istituzionale. Mi limito a osservare che una delle istituzioni fondamentali della democrazia, il Parlamento, (cioè, il luogo dove si parla, si discute per arrivare a una deliberazione) va ripensato al tempo dell’intelligenza artificiale. In secondo luogo, serve tornare a investire sulla partecipazione democratica che al tempo del digitale significa intelligenza sociale diffusa. Se le democrazie vogliono scongiurare uno scenario da “fattoria degli animali” alla Orwell, devono investire su educazione, cultura, corresponsabilità. In un quadro di giustizia sociale e solidarietà.

Quali valori?

In terzo luogo, le democrazie sono chiamate a distinguere pluralismo da nichilismo. Non c’è vita democratica in una condizione di distruzione di ogni valore. Di diritti senza doveri. Ma affrontare tale questione sollecita a ripensare il nostro modello di sviluppo. Oltre il mero consumerismo individualista. Economia e politica si tengono: non è possibile riformare la seconda senza ripensare la prima.

Governance internazionale

L’ultimo aspetto riguarda la governance internazionale. La crisi verticale dell’Onu e delle agenzie multilaterali è un problema serissimo, che va affrontato nel quadro della costruzione di un nuovo ordine globale, basato sui principi fondanti dello stato di diritto, del dilago, della cooperazione, della pace. Passata la stagione in cui si è pensato di esportare la democrazia, impegniamoci a essere parte attiva nella costruzione di istituzioni globali compatibili con i principi democratici.

 www.avvenire.it

 Immagine