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martedì 14 aprile 2026

DONNE CHE RESTANO

 Grazie alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, associazioni, imprese, semplicemente sapendo «restare» quando tutto attorno traballa e crolla.

-di Luigino Bruni

È ormai qualche decennio che la teoria economica ha iniziato a interessarsi alle dimensioni specifiche di genere, cioè allo studio delle eventuali caratteristiche specifiche e salienti del modo di agire nella sfera economica e sociale delle donne rispetto agli uomini. 

Esistono ormai interi corsi di studi intitolati alla «Gender Economics», che, sulla base di un crescente numero di dati empirici, mettono in luce alcune tendenze e costanti comportamentali. Le donne (in media e su grandi numeri), ad esempio, amano meno la competizione dei loro colleghi maschi. Sono invece più capaci di cooperazione, danno una maggiore importanza ai beni relazionali e alle dimensioni affettive-emotive dei rapporti, un punto di forza che, ovviamente, diventa anche una maggiore vulnerabilità e complicazione nella gestione dei rapporti di lavoro e in genere nelle relazioni che spesso si inceppano per attriti emozionali. Su questa linea voglio sottolineare un aspetto della dimensione femminile, non particolarmente analizzato dagli studi nelle scienze sociali. Mi riferisco al diverso atteggiamento, o alla diversa cultura, con la quale le donne gestiscono le crisi nelle comunità – ripeto: si tratta di tendenze –. Prendo in considerazione in particolare le comunità religiose o carismatiche, ma molte di queste considerazioni possono essere estese anche ai luoghi di lavoro, alle associazioni civili e alla famiglia. 

In questi anni ho scritto molto sulle crisi nelle comunità e Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), ne ho osservato centinaia alle prese con grandi processi di cambiamento. E ho riscontrato alcuni aspetti, relativamente costanti. 

La sintesi di quanto appreso potrebbe essere così formulata: le donne e gli uomini rispondono diversamente alle crisi comunitarie. 

Mentre noi maschi siamo in genere e spesso molto occupati ad analizzare le ragioni delle crisi, a discutere sulle diagnosi e a ipotizzare terapie possibili, a dare grande peso alle idee e alle ideologie, lasciandoci prendere molto dai dibattiti su ciò che non va, le donne hanno un rapporto più vitale e carnale con la realtà, con la vita, e sono più interessate alle cose che vanno, pur vedendo i problemi. 

Ho visto intere comunità religiose e movimenti non sprofondare dopo grandi crisi perché alcune donne hanno semplicemente continuato a vivere la loro vita mentre attorno tutto andava a rotoli. 

A recitare la liturgia delle ore, ad aprire la mensa ai poveri, a pulire una stanza e un bagno, a cucinare, ad annunciare la parola e a vivere il proprio carisma. Invece di intrattenersi in infinite discussioni sulle cause della crisi, su che cosa fosse ancora vivo del carisma, sulle possibilità di futuro, erano ancorate al presente, e non permettevano che la vita, appunto, presente fosse divorata dal peso del passato e dai dubbi sul futuro incerto. 

Piantate coi piedi per terra, le donne «stavano», sapevano stare – stabat… – in lunghi venerdì e sabati santi. Ciò non è espressione di una minore capacità di astrazione delle donne (come si pensava, purtroppo, in passato anche nella Chiesa), ma dipende da una vocazione diversa alla vita e alla concretezza, che rende vera e viva per loro in un modo speciale quella frase tanta cara a papa Francesco«La realtà è superiore all’idea».

 Per loro nessuna idea è più concreta della realtà, anche le idee migliori e più luminose. E l’idea-logos buona è quella che diventa carne. Grazie, allora, alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, imprese, semplicemente sapendo «restare» quanto tutto attorno traballa e crolla.

«Messaggero di sant'Antonio»! 



lunedì 9 marzo 2026

FEDELTA' E VITA ASSOCIATIVA

 

Come essere fedeli alla nostra storia proiettandoci verso il futuro 



Ne parliamo con Mauro Magatti, 

docente di Sociologia all’Università Cattolica 

del Sacro Cuore di Milano.

Intervizia di L. Malucchi e A. Vai

– Professor Magatti, sgombriamo il campo dagli equivoci… Oggi ha senso parlare di Fedeltà o è un concetto fuori moda?

�«Diciamo che per la sensibilità contemporanea la parola fedeltà non gode proprio di una buona reputazione.

Se si pensa che essere liberi voglia dire poter scegliere sempre e avere continuamente nuove possibilità, allora la fedeltà diventa un problema, perché rappresenta un limite allo scenario di nuovi e diversi orizzonti e di infinite prospettive possibili».

- Eppure, quando pensiamo agli aspetti importanti della vita la parola fedeltà è sempre presente…

�«Sì, la parola fedeltà ha origine dalla parola latina fides, che è la stessa per fede, affidamento, fiducia, fidanzamento. Una delle attribuzioni etimologiche a cui è ricondotta è l’immagine di una corda, non intesa come un laccio che blocca i movimenti, quanto di una corda che sostiene, dà sicurezza».


- Questa è un’immagine molto chiara per chi va in montagna…
� «La fedeltà è appunto quella fune da intrecciare giorno per giorno, con cura e pazienza, così da sperare che possa sorreggerci quando ci troveremo tra i passaggi stretti e impervi della vita.

Vivere la fedeltà significa lavorare perché questa corda, i cui fili sono la nostra storia, i nostri valori, le relazioni che viviamo ogni giorno, resista alla trazione degli impegni che abbiamo preso, delle promesse che ci siamo scambiati. Fedeltà è assolutamente una parola positiva».

- Qual è la relazione fra fedeltà e libertà?

� «Vedete, la libertà ha un piccolo problema. Noi donne e uomini contemporanei vogliamo vivere senza impegnarci in vincoli e legami troppo forti, e alla fine ci perdiamo.

La libertà da sola non tiene una direzione, vuole andare a sinistra, a destra, avanti… in sé medesima la libertà porta dentro questo morbo, questo nucleo di autodistruzione. Assieme a fedeltà e responsabilità, invece, la libertà costruisce un trittico che ci permette di condurre una vita pienamente libera e di non cadere nel non senso».

- Questo rischio è più forte nella “società liquida”?

� «Il principio fondante della società liquida è la continua disponibilità alla novità e questo ha un lato positivo, perché la vita è esattamente questa apertura al nuovo, all’inedito.
L’antitesi che contrappone il nuovo al passato, che ci è spesso proposta, non sussiste nella realtà.

La fedeltà non è conformismo, non è appiattimento su quello che c’è, la fedeltà è quell’inquietudine che riporta sempre i nostri legami alla loro origine, quindi è una spinta di provocazione: essere fedeli non significa essere piatti. In questo senso, la fedeltà è la connessione tra il nostro passato e il nostro futuro.
Essere fedeli significa tornare sempre a quel desiderio che ci ha portato a quella situazione, a quell’incontro, a quell’impegno e spingere avanti quel legame, a quell’appartenenza.
La fedeltà è un impulso di rinnovamento e di desiderio, altrimenti non è fedeltà, sarebbe una tomba».

- Quando e come si costruisce la fedeltà?

� «Sempre stando all’immagine della corda, la fedeltà è un tessuto che si intreccia poco alla volta, che si rafforza nel tempo prendendosene cura.

Rafforza i legami e le relazioni che danno significato all’esistenza.

Per questo lavoro artigianale è necessaria tutta una vita. Quando si è giovani si guarda alla fedeltà sempre con una certa cautela, ma la cosa bella è che questa fune ci tiene ma non si oppone affatto all’esplorazione, all’avventura».

- Ha parlato di relazioni. Come viviamo la fedeltà in questo ambito?

� «Abbiamo detto che la parola fedeltà ha la stessa etimologia di fiducia, affidamento, fidanzamento.

La scelta della convivenza a sfavore del matrimonio è uno dei risultati della confusione rispetto ai temi che stiamo affrontando.

Perché devo promettere fedeltà a un’altra persona, a cui pure voglio bene, e chiudermi così alla possibilità di incontrare in futuro qualcun altro più attraente e più stimolante?
Si rimane quindi in questo dubbio giorno per giorno, e si passa insieme tutta la vita così.
Ciò non rappresenta un peccato nel senso morale del termine, ma ci blocca sempre al punto di partenza.

Stiamo sempre sulla soglia della libertà. Varcare questa soglia vuol dire invece riuscire a dare forma alle cose.

È come se ciascuno di noi si trovasse di fronte alla tela, ancora bianca, della propria vita. Un pasticcione inizierebbe con qualche linea incerta qua e là e poi butterebbe tutto, per ricominciare da capo chissà quante volte. Un artista porta invece a termine il quadro con un’idea precisa del suo progetto, utilizza la fantasia rimanendo fedele al suo talento e al suo stile».

- Cosa vuole dire essere fedeli per un’associazione cattolica?

� «Citando una frase del compositore Gustav Mahler, vivere la fedeltà non vuol dire conservare con cura le ceneri quanto “alimentare il fuoco” che sta all’origine di un’associazione, essendo capaci di una continua ricerca.

Vivere il trittico fedeltà, libertà e responsabilità, e saper leggere in maniera propositiva il rapporto innovazione – tradizione sono atteggiamenti fondamentali anche per un’associazione.
Permettono di rinnovare continuamente le forme, ritornando all’origine ma slanciandosi verso il domani. Il termine che noi usiamo è “generatività” che è la capacità primaria della vita di darsi forme nuove».

Proposta Educativa


sabato 20 settembre 2025

FEDELE NEL POCO E NEL MOLTO

 


XXV domenica 

del tempo ordinario

Am 8,4-7; Sal 112 (113); 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

 

Commento di Ester Abbattista

 Il Vangelo di questa domenica è uno dei passi più studiati e più controversi, una vera e propria vexata quaestio per gli esegeti. Per chi volesse avere un’idea delle problematiche interne al testo con un background sulla tradizione ebraica può leggere un mio recente contributo pubblicato su Biblica 105(2024) 4, 574-583 (https://doi.org/10.2143/BIB.105.4.3294177).

Per quanto riguarda la riflessione di oggi, vorrei fermarmi su un’unica frase del testo evangelico: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?».

La prima parte del discorso esprime una regola fondamentale dell’ermeneutica ebraica, definita con l’espressione ḳal wa-ḥomer, ripresa anche nel mondo giuridico di matrice latina con l’espressione a minori ad maius, dal minore al maggiore, o meglio dal particolare all’universale. Nel nostro caso la questione riguarda la fedeltà: se una persona è abitualmente fedele, se l’essere fedele è una sua caratteristica costante, un suo habitus (per usare un termine caro a san Tommaso), questa persona sarà sempre fedele, sia nelle piccole cose, in cose che contano poco, che nelle grandi cose, che contano di più.

La stessa cosa però avviene, come mette in guardia il Vangelo, anche al contrario, cioè anche la disonestà può rappresentare un’attitudine costante, in un certo senso uno stile di vita che caratterizza l’agire della persona sia nelle piccole cose che nelle grandi. Ovviamente tutto ciò non ha un carattere deterministico e c’è sempre la possibilità dell’eccezione o di un cambiamento. Ma qui l’accento è posto sulla «costanza», sulla «fedeltà» sia in senso positivo che negativo: si può essere costanti sia nell’onestà che nella disonestà, ed è proprio questa costanza/fedeltà che viene messa in gioco. La costanza/fedeltà è un valore che, dice il testo, può essere diretto verso qualcosa di giusto, di onesto, o verso qualcosa di ingiusto, di disonesto. Il punto allora è: si può salvare questa costanza/fedeltà e allo stesso tempo cambiare la direzione verso cui è rivolta?

Secondo la frase evangelica che abbiamo preso in esame sì: «Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?», cioè quella stessa fedeltà verso la «ricchezza disonesta» può diventare garanzia di fedeltà verso la ricchezza vera. Ciò che avviene nel racconto evangelico nel modo di agire dell’amministratore o del fattore (a seconda di come si voglia tradurre il termine greco oikonomos), è proprio questo cambiamento di «direzione» del proprio essere «fedele».

Se prima la sua «fedeltà» era rivolta verso se stesso – molto probabilmente arricchendosi nel caricare il debito che i debitori avevano verso il suo padrone con un sovrappiù di interesse che entrava nelle sue tasche –, una volta scoperto il suo gioco, agisce radicalmente all’opposto, questa volta dimostrando una fedele costanza nella diminuzione del debito. Diminuzione che può avere due risvolti positivi per «la ricchezza altrui», dato che ridurre il debito è non solo eliminare l’eventuale interesse che forse egli stesso aveva aggiunto per sé, ma è permettere che quello stesso debito, una volta ridimensionato, possa essere davvero restituito. E la restituzione del debito è una condizione importante per la salvaguardia e il mantenimento del capitale (ricchezza) del padrone.

Tale cambiamento di «verso» è di fatto motivo di lode del padrone: «Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». E la scaltrezza – sarebbe meglio tradurre con «saggezza» – consiste proprio nell’aver cambiato il «verso» della sua fedeltà.

Da tutto questo possiamo però trarre anche un’altra riflessione che è anche racchiusa nella frase finale del passo evangelico: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». La fedeltà, come abbiamo detto all’inizio, è una qualità che per sua natura esprime costanza, ma anche radicalità, esclusività: non si possono fare gli interessi di un altro e nello stesso tempo arricchirsi proprio attraverso quegli stessi interessi. Così non si possono abbracciare due vie, due modi di vivere, due logiche diverse in contemporanea.

Se al centro del mio agire, del mio interesse ci sono «io» e il mio benessere (la mia ricchezza) non c’è possibilità che nello stesso centro ci sia l’«altro» e il suo benessere, e questo vale dal particolare all’universale, cioè da chiunque sia questo «altro», dall’altro inteso come un’«altra» persona, all’«Altro» in senso assoluto, Dio stesso.

 Il Regno


giovedì 26 dicembre 2024

UNA FAMIGLIA SACRA


 Una festa anacronistica,

nel mondo odierno?

 

-     




   -   - di   Francesco Sciacchitano

 

Accudendo Gesù, lavandolo e giocando insieme a lui, la Madonna e San Giuseppe, mettevano in pratica i dovuti atti di culto.

Vivevano ogni istante della giornata come un sacramento.

Anche oggi, la famiglia è chiamata a vivere la fede in casa ed essere testimone di Cristo nel mondo.

In fondo stiamo attraversando un’epoca in cui tutto rema contro la famiglia cosiddetta “naturale”, smantellata nella sua stessa natura di unione feconda tra un uomo e una donna; in cui divorzi e convivenze sembrano avere la meglio sul matrimonio “per sempre”; in cui le giovani coppie non sono assolutamente aiutate, né sotto il profilo sociale, né economico.

Un mondo in cui la famiglia è, insomma, in crisi.

Eppure, è forse proprio per questo motivo che la Festa che si celebra oggi è ancora più importante: ci aiuta a mettere ordine alle priorità e ci fornisce anche degli insegnamenti “pratici” per camminare come famiglia e come singoli, se siamo disposti a metterci in gioco.

Maria e Giuseppe sono un esempio per tutti gli sposi.

Oltre a quanto riportato nella Bibbia, ci sono moltissimi scritti sulla vita della Madonna o di Giuseppe che narrano la cura e l’attenzione che avevano l’uno per l’altro: un “volere il bene dell’altro” prima del proprio.

Un amore casto, puro, che non pretende nulla in cambio ma che dona tutto e che “soffre con” e “soffre per”.

E, in tal senso, Maria e Giuseppe sono un esempio per tutti i “coniugi”: portano assieme il “giogo” della quotidianità che, nella gioia di avere con sé il Figlio di Dio, non ha risparmiato loro sofferenze e fatiche, anzi.

Maria e Giuseppe, infine, si santificano assieme.

L’uno con l’altro e per l’altro. Compiendo con fiducia e fedeltà il proprio dovere, diverso ma complementare, per dare sviluppo al disegno di Dio.

Maria e Giuseppe non “pianificano” l’arrivo di Gesù… semplicemente Lo accolgono, Gli fanno spazio e Lo amano di un amore gratuito.

E, in fondo, i bambini non chiedono altro che questo: essere accolti e amati dai loro genitori.

Un bambino felice non è quello che ha i vestiti di marca, la cameretta tutta per sé e tantissimi giochi che non utilizzerà mai: un bambino felice è un bambino amato per quello che è.

E, attenzione, l’amore è il contrario del possesso: oggi invece vediamo come tanti bambini, magari figli unici e nati quando i genitori hanno ritenuto di “essere pronti”, siano considerati un “possesso”, e questo una duplice ottica: da un lato abbiamo gli adulti che riempiono i bambini di aspettative, per cui il livello minimo cui il bambino deve tendere è semplicemente la perfezione; dall’altra abbiamo dei bambini che, iper-desiderati e pieni di attenzione, si trasformano in dei piccoli tiranni dei loro genitori.

Due aspetti che, inutile dirlo, non fanno bene e che non si verificano in quelle famiglie aperte alla vita, con tanti bambini e che hanno chiaro che i figli non sono un “possesso”, bensì un dono che si riceve (chi può dirsi degno di essere genitore?) e che, nel contempo, si fa alla società.

Maria lo sapeva bene che suo figlio era chiamato a «occuparsi delle cose del Padre Suo» e lo lascia libero di farlo, perché sa che il suo compito era quello di donare il Figlio di Dio all’umanità, non di tenerlo per sé.

Un ultimo aspetto: Maria e Giuseppe si fidano della Provvidenza.

Nel fare questo, soprattutto Giuseppe che è umano come noi, talvolta fatica a capire e per questo soffre interiormente e per i giudizi esterni.

Eppure, i Santi sposi si fidano del disegno che c’è su di loro.

Non scelgono la comodità o quello che forse sarebbe stato più confacente al loro animo umile e riservato: si donano senza riserve, non tengono per sé neanche un attimo della propria vita.

Oggi quanti sposi sanno affidarsi così? Pochi, pochissimi.

Forse perché per farlo occorre una grande Fede, che nasce da una vita intensa di preghiera… e non è facile.

Ma, se il fine di ognuno è quello di farsi santi e se si è scelto il matrimonio come «nuova via della propria santificazione», non solo significa che è possibile ma significa anche che la famiglia è lo strumento per farlo… no?

Ed allora proviamo a farci aiutare dalla Santa Famiglia recitando questa preghiera:

 

Gesù, Maria e Giuseppe,

in voi contempliamo

lo splendore dell’amore vero,

a voi con fiducia ci rivolgiamo.

Santa Famiglia di Nazareth,

rendi anche le nostre famiglie

luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,

autentiche scuole del Vangelo

e piccole Chiese domestiche.

Santa Famiglia di Nazareth,

mai più nelle famiglie si faccia esperienza

di violenza, chiusura e divisione:

chiunque è stato ferito o scandalizzato

conosca presto consolazione e guarigione.

Santa Famiglia di Nazareth,

il prossimo Sinodo dei Vescovi

possa ridestare in tutti la consapevolezza

del carattere sacro e inviolabile della famiglia,

la sua bellezza nel progetto di Dio.

Gesù, Maria e Giuseppe,

ascoltate, esaudite la nostra supplica.

Amen.

sabato 24 luglio 2021

TRADITIONIS CUSTODES


  Un atto di intolleranza 

verso la diversità? - 

- di Giuseppe Savagnone *

Non ha mancato di suscitare accese polemiche il Motu proprio «Traditioniscustodes», con cui papa Francesco ha modificato le regole per la celebrazione della cosiddetta “messa in latino”, non abolendola – come erroneamente è stato detto nel disinvolto linguaggio giornalistico –, ma certamente ridimensionandola.

Le voci che si sono levate per protestare non hanno risparmiato toni drammatici. Si è parlato di «decisione spietata»; si è detto che lo «sciagurato Motu proprio» in questione «rivela un disprezzo profondo verso i sacerdoti e i fedeli che frequentano abitualmente o saltuariamente la Messa antica» e si è visto in esso «la decisione del cattivo pastore, che sta facendo di tutto per scacciare le pecore fuori dal gregge, incurante dei loro bisogni e della loro sensibilità. In barba all’unità nella diversità» («Nuova Bussola Quotidiana»). Addirittura il provvedimento pontificio è stato paragonato alla croce, su cui il rito latino – implicitamente identificato con Cristo –, veniva crocifisso! (ivi).

Ma è veramente così alta la posta in gioco? E, in caso di risposta affermativa, in che senso? Sia per i credenti che per i non credenti vale la pena di porsi queste domande, cercando di dare una risposta meno superficiale di quanto non sia stato fatto nella maggior parte dei casi. Si può guardare la questione sotto due profili diversi. Uno è quello istituzionale, l’altro quello propriamente liturgico. Cominciamo dal primo.

La Chiesa non è una piramide

Un punto su cui tutti gli osservatori – favorevoli e contrari – si sono trovati d’accordo è che, con questo Motu proprio, papa Francesco ha cambiato linea rispetto al suo predecessore Benedetto, che, nel 2007, aveva “liberalizzato” la pratica della messa celebrata secondo il rito preconciliare, con il messale del 1962, rendendola indipendente dal permesso del vescovo diocesano.

In realtà anche Giovanni Paolo II aveva autorizzato questa pratica, ma subordinandola al controllo dei vescovi delle singole diocesi. La svolta di Benedetto era stata di eliminare questa condizione, sottolineando che il messale del 1962 rientrava a pieno titolo, come “Rito Romano extra-ordinario”, nella liturgia cattolica.

Con quest’ultimo Motu proprio, il vescovo di ogni singola diocesi si vede restituire la responsabilità di regolare la celebrazione secondo il rito preconciliare, valutando volta per volta le ragioni che spingono un sacerdote e un gruppo a farne richiesta. Da ora in poi «è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica».

Già questo è un passo la cui importanza è stata troppo poco sottolineata nei commenti dei giornali. Il fatto è che, abituati come siamo a pensare la Chiesa in termini burocratici, spesso la concepiamo come una piramide monolitica, con un vertice, il papa, da cui i vescovi dipendono come i funzionari di un ufficio dal direttore generale. Non è così. La Chiesa universale ha la sua realtà, immensamente variegata, nelle Chiese particolari – ognuna guidata dal suo vescovo, in quanto successore degli apostoli –, in cui si riflette la totalità della Catholica. Come ha ricordato e sottolineato il Concilio Vaticano II, «i singoli vescovi sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, ed in esse e da esse è costituita la Chiesa cattolica una e unica» (Lumen Gentium n.23). Il primato di Pietro non è quello di un capufficio, ma deriva dal suo essere il vescovo di Roma (e così Francesco si è definito, la sera della sua elezione a papa). Ed è insieme agli altri vescovi, pur avendo un primato rispetto ad essi, che egli governa la Chiesa. È in questo senso che si parla di «collegialità episcopale».

In quest’ottica, bisogna riconoscere che la decisione di Benedetto di sottrarre ai vescovi delle singole diocesi il controllo della liturgia, almeno per quanto riguarda le messe in latino, era in netta rottura con la direzione indicata dal Concilio. Papa Francesco si è limitato a rimettere in primo piano la prospettiva della Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa. Poteva farlo con un suo personale atto d’autorità. Invece ha voluto seguire una procedura che conferma lo stile della collegialità, consultando prima gli altri vescovi di tutto il mondo e traendo le conclusioni dai loro pareri.

La ricerca dell’unità

E proprio all’unità della Chiesa e delle singole Chiese egli ha fatto riferimento, per giustificare la sua decisione di ristabilire l’autorità dei vescovi, «visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari», come dice il Concilio. «Purtroppo», scrive Francesco nella lettera che accompagna il Motu proprio, «l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche, è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni».

Soprattutto papa Ratzinger aveva sperato, con la sua apertura alla “messa in latino”, di far riassorbire lo scisma dei lefebvriani. In realtà, non solo la speranza si era rivelata vana, ma il ricorso incontrollato alla liturgia preconciliare aveva creato due piste parallele e contrapposte, che incrinavano l’unità delle singole diocesi e della Chiesa nel suo insieme, legittimando una visione teologica sbagliata. Scrive ancora papa Bergoglio: «Mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

La liturgia come simbolo

Questo però significa che il problema propriamente liturgico – il secondo che ci siamo posti – non può essere affrontato se non alla luce dei sottintesi simbolici che si attribuivano all’antica celebrazione. Dietro l’uso del latino (oggi incomprensibile alla stragrande maggioranza), dietro il mantenimento della posizione del sacerdote, che dà le spalle all’assemblea, dietro la recita dell’atto penitenziale prima dal solo celebrante e poi da tutti i fedeli – a sottolineare il ruolo “separato” e preminente del primo rispetto ai secondi, non c’è nessuna eresia, ma solo il rischio che tutto ciò diventi, agli occhi di chi privilegia questo modo di celebrare la messa, un tacito rifiuto del cambiamento della Chiesa e del modo di essere cristiani e la riaffermazione di un rapporto tra presbiteri e laicato che giustamente oggi l’ecclesiologia ha superato. Il problema è simbolico.

Non a caso il Motu proprio non proibisce il Missale Romanum, ma chiede al vescovo di accertare che i gruppi che già celebrano con esso «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici».

Insomma, in base all’antico principio secondo cui «lex orandi lex credendi», “la regola della preghiera è anche quella della fede”, bisogna che la varietà sempre possibile delle forme liturgiche (tutt’ora ampiamente ammessa nella Chiesa cattolica, per esempio nel rito ambrosiano e ancor più nelle Chiese di rito greco) non nasconda un sottile rifiuto dell’unità a tutte sottostante, perché questo non rompe solo l’unità liturgica, ma quella di fede.

Essere fedeli alla storia

È in gioco, peraltro, non solo l’unità della Chiesa, ma la visione che si ha del suo rapporto con la storia. È nella logica dell’incarnazione che l’immutabile contenuto del Vangelo si cali di epoca in epoca in formule, elaborazioni teologiche e modalità liturgiche sempre differenti. Dio è entrato nella storia degli uomini e questo rende la religione cristiana diversissima da quelle che cercano la divinità in una immutabile eternità fuori del tempo o quelle altre che si ispirano agli altrettanto immutabili cicli della natura. Facendosi uomo, il Verbo divino ha accettato di condividere la storicità degli esseri umani, che restano sé stessi solo nel continuo cambiamento. Voler fermare questo dinamismo, immobilizzandolo in una sua fase, ritenuta intoccabile, è la negazione di questa assunzione della storia da parte di Dio.

Non si nega, ovviamente, che vi debba essere una continuità, pur nel mutamento. Non è il Vangelo che cambia, ma la comprensione che i cristiani nel corso del tempo ne acquisiscono, sotto la spinta delle nuove situazioni storiche e delle domande sempre nuove che esse pongono ai credenti. Per questo c’è un progressivo sviluppo perfino dei dogmi e, a maggior ragione, dell’etica personale e pubblica. Di questi sviluppi sono un riflesso anche il mutamento della liturgia, che i nostalgici scambiano per un tradimento, ma che sono invece l’unico modo di essere veramente fedeli al carattere storico, e perciò dinamico, della Rivelazione.

La fedeltà alla tradizione non è il mantenimento di un passato imbalsamato, rifiutando il nuovo, ma la capacità di leggere, alla luce del passato, il dinamismo del presente verso il futuro. Questo, con fatica, sta facendo la Chiesa di oggi.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

sabato 19 dicembre 2020

NATALE: UN EVENTO, UN MISTERO, UNA CHIAMATA

IL NATALE CI INTERROGA

Ricordo un aneddoto raccontato da un missionario in Giappone. Prima di Natale, una madre e suo figlio tornarono a casa dalla spesa, carichi di regali, e passarono davanti a una chiesa dove venivano installate le decorazioni natalizie. Ed esclamo il bambino: “Vedi, mamma, anche i cristiani celebrano il Natale". 

Oggi una simile reazione potrebbe avvenire nei nostri paesi di tradizione cristiana, che si stanno secolarizzando. Il Natale è diventato la festa di Babbo Natale e del consumo, ha infatti perso da anni la memoria della sua origine: la nascita di Cristo. Tuttavia, se questa festa tocca gran parte della popolazione al di fuori degli ambiti cristiani, può offrire l'occasione di un primo annuncio del Vangelo e del suo messaggio di pace e fraternità.

Nel campo dell'istruzione, il Natale offre innanzitutto un'opportunità per approfondire il legame tra fede e ragione. Insieme, fede e ragione ci permettono di avvicinarci al mistero della nascita di Cristo in questo mondo. Così troveremo in questa festa una chiamata a servire fedelmente la pace e la fraternità tra gli uomini.

  Il Natale ci insegna a coniugare intelligenza e fede

 Nella società odierna il Natale si presenta come un momento di meraviglia e magia, che rimane a livello a livello sentimentale ed emotivo. Veniamo a mettere in discussione l'origine storica di Cristo. Eppure, questa è l'originalità della nostra fede. Ciò che nessun'altra religione ha osato affermare, la fede cristiana annuncia: Dio è intervenuto nella storia in modo sconcertante. Il suo diletto Figlio, "Dio da Dio…per mezzo di lui tutte le cose sono state create… si è incarnato nel seno della Vergine Maria", secondo l'espressione della nostra Professione di fede.

L'esistenza di Cristo è un dato della storia e un dato essenziale poiché divide la storia dell'umanità tra un "prima" e un "dopo". È anche notevole che possiamo datare la nascita di Cristo con tanta precisione, entro cinque anni; mentre per molti personaggi dei nostri libri di storia le date rimangono molto incerte.

 Sebbene sia importante risvegliare le nostre intelligenze dall'attuale torpore, non possiamo ridurre la nostra fede alla conoscenza storica. Nella nostra professione di fede affermiamo inoltre che Cristo, il Verbo di Dio, si è incarnato: "Per noi uomini e per la nostra salvezza". Nella nascita di Cristo, è in gioco la nostra salvezza, che è stata preparata e realizzata da Dio stesso. È al culmine della storia della salvezza iniziata con la creazione.

Dopo il peccato di Adamo ed Eva, la prima parola di Dio fu una domanda che risuona come una chiamata: "Adamo, dove sei? " (Gen 3,9). Questa chiamata attraverserà la storia e manifesterà continuamente il desiderio di Dio di unirsi all'umanità.

La nascita di Cristo è un nuovo inizio per la storia dell'umanità, il cielo si unisce alla terra. In Cristo, proclama un prefazio di Natale, “risplende in piena luce il sublime scambio che ci ha redenti: […] la natura mortale è innalzata a dignità perenne.”

L'articolazione tra ragione e fede manifesta l'originalità e la profondità della salvezza che Gesù ha portato al mondo: non è automatica, né vincolante. Mostra il rispetto di Dio per la nostra libertà. Vuole renderci, non schiavi, ma figli. Il posto dell'intelligenza nel cammino di fede manifesta anche che la salvezza riguarda tutti gli uomini e tutto l’uomo, la sua dimensione spirituale, intellettuale e fisica.

 Il Natale ci insegna la fedeltà ai nostri impegni e alle scelte di vita

 La fragilità e la piccolezza del Dio Bambino ci invitano a riconoscere che le opere di Dio nella storia sono sempre state realizzate con mezzi insignificanti agli occhi degli uomini. Questo è valido dall'Antico Testamento, così la scelta del grande re Davide fu fatta in modo sorprendente. Il profeta Samuele aveva mostrato una certa resistenza quando Dio lo aveva fatto scegliere come re d'Israele, un uomo di Betlemme e il più giovane dei fratelli. Ma per Dio, questo era solo il presagio di un evento molto più sconcertante: la nascita del proprio Figlio a Betlemme, nella totale miseria di una mangiatoia.

 Ma la fragilità e la piccolezza del Dio Bambino, lungi dallo spingerci a rassegnarci, vengono a riconciliarci con i nostri impegni e le nostre scelte di vita. Cercando di adempiere ai nostri doveri con uno spirito di fede e umiltà, permettiamo a Dio di toccare i cuori, anche di coloro che sembrano sopraffatti dalla sofferenza e dal dubbio. Se Maria e Giuseppe non fossero stati fedeli al loro "sì" pronunciato davanti all'Angelo del Signore, sfidando l'indifferenza dei contemporanei e la violenza delle autorità umane, il Salvatore non sarebbe nato!

E quando l’Angelo ha annunciato ai pastori: “Oggi vi è nato un Salvatore! " (Lc 2,11), ha testimoniato che Dio è venuto a sostenere la nostra fedeltà quotidiana. Il Dio Bambino ci riconcilia con questo oggi che noi adulti spesso cerchiamo di evitare. Per quanto riguarda i bambini, è il momento presente che conta. Non si riferiscono al passato e il futuro sembra lontano. Dio accettando di diventare un bambino, ci apre a questo "oggi" e ci dice che è lì che è possibile l'inizio della pace e della felicità.

Per concludere, come non citare la bella tradizione di allestire presepi nelle nostre chiese e nelle nostre case. Fermandoci un attimo davanti al presepe, ci lasceremo stupire dal Dio Bambino che manifesta l'incredibile vicinanza di Dio alla nostra vita e il suo desiderio di condividere con noi la sua Gloria.

Davanti a Gesù bambino possiamo riconoscere che Lui solo può illuminare le nostre intelligenze e rafforzare la nostra fede. È il Verbo di Dio fatto carne.

Davanti a Gesù nella mangiatoia possiamo capire che Lui solo può rendere fecondo il nostro desiderio di fraternità. È l’Amato Figlio del Padre.

                                                                                         X Vincent Dollmann

Arcivescovo di Cambrai

   A.E. UMEC-WUCT

domenica 6 dicembre 2020

NATALE: UN EVENTO, UN MISTERO, UNA CHIAMATA

 Pubblichiamo l'intervento di S.E. Mons. Vincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai e A.E. dell'UMEC-WUCT , nel corso del recente webinar sul Natale.

                             Natale: 

  un evento, un mistero, una chiamata

Ricordo un aneddoto raccontato da un missionario in Giappone. Prima di Natale, una madre e suo figlio tornarono a casa dalla spesa, carichi di regali, e passarono davanti a una chiesa dove venivano installate le decorazioni natalizie. Ed esclamo il bambino: “Vedi, mamma, anche i cristiani celebrano il Natale". 

Oggi una simile reazione potrebbe avvenire nei nostri paesi di tradizione cristiana, che si stanno secolarizzando. Il Natale è diventato la festa di Babbo Natale e del consumo, ha infatti perso da anni la memoria della sua origine: la nascita di Cristo. Tuttavia, se questa festa tocca gran parte della popolazione al di fuori degli ambiti cristiani, può offrire l'occasione di un primo annuncio del Vangelo e del suo messaggio di pace e fraternità.

Nel campo dell'istruzione, il Natale offre innanzitutto un'opportunità per approfondire il legame tra fede e ragione. Insieme, fede e ragione ci permettono di avvicinarci al mistero della nascita di Cristo in questo mondo. Così troveremo in questa festa una chiamata a servire fedelmente la pace e la fraternità tra gli uomini.

  Il Natale ci insegna a coniugare intelligenza e fede

 Nella società odierna il Natale si presenta come un momento di meraviglia e magia, che rimane a livello a livello sentimentale ed emotivo. Veniamo a mettere in discussione l'origine storica di Cristo. Eppure, questa è l'originalità della nostra fede. Ciò che nessun'altra religione ha osato affermare, la fede cristiana annuncia: Dio è intervenuto nella storia in modo sconcertante. Il suo diletto Figlio, "Dio da Dio…per mezzo di lui tutte le cose sono state create… si è incarnato nel seno della Vergine Maria", secondo l'espressione della nostra Professione di fede.

L'esistenza di Cristo è un dato della storia e un dato essenziale poiché divide la storia dell'umanità tra un "prima" e un "dopo". È anche notevole che possiamo datare la nascita di Cristo con tanta precisione, entro cinque anni; mentre per molti personaggi dei nostri libri di storia le date rimangono molto incerte.

 Sebbene sia importante risvegliare le nostre intelligenze dall'attuale torpore, non possiamo ridurre la nostra fede alla conoscenza storica. Nella nostra professione di fede affermiamo inoltre che Cristo, il Verbo di Dio, si è incarnato : "Per noi uomini e per la nostra salvezza". Nella nascita di Cristo, è in gioco la nostra salvezza, che è stata preparata e realizzata da Dio stesso. È al culmine della storia della salvezza iniziata con la creazione.

Dopo il peccato di Adamo ed Eva, la prima parola di Dio fu una domanda che risuona come una chiamata: "Adamo, dove sei? " (Gen 3,9). Questa chiamata attraverserà la storia e manifesterà continuamente il desiderio di Dio di unirsi all'umanità.

La nascita di Cristo è un nuovo inizio per la storia dell'umanità, il cielo si unisce alla terra. In Cristo, proclama un prefazio di Natale, “risplende in piena luce il sublime scambio che ci ha redenti: […] la natura mortale è innalzata a dignità perenne.”

L'articolazione tra ragione e fede manifesta l'originalità e la profondità della salvezza che Gesù ha portato al mondo: non è automatica, né vincolante. Mostra il rispetto di Dio per la nostra libertà. Vuole renderci, non schiavi, ma figli. Il posto dell'intelligenza nel cammino di fede manifesta anche che la salvezza riguarda tutti gli uomini e tutto l’uomo, le sue dimensione spirituale, intellettuale e fisica.

 Il Natale ci insegna la fedeltà ai nostri impegni e alle scelte di vita

 La fragilità e la piccolezza del Dio Bambino ci invitano a riconoscere che le opere di Dio nella storia sono sempre state realizzate con mezzi insignificanti agli occhi degli uomini. Questo è valido dall'Antico Testamento, così la scelta del grande re Davide fu fatta in modo sorprendente. Il profeta Samuele aveva mostrato una certa resistenza quando Dio lo aveva fatto scegliere come re d'Israele, un uomo di Betlemme e il più giovane dei fratelli. Ma per Dio, questo era solo il presagio di un evento molto più sconcertante: la nascita del proprio Figlio a Betlemme, nella totale miseria di una mangiatoia.

 Ma la fragilità e la piccolezza del Dio Bambino, lungi dallo spingerci a rassegnarci, vengono a riconciliarci con i nostri impegni e le nostre scelte di vita. Cercando di adempiere ai nostri doveri con uno spirito di fede e umiltà, permettiamo a Dio di toccare i cuori, anche di coloro che sembrano sopraffatti dalla sofferenza e dal dubbio. Se Maria e Giuseppe non fossero stati fedeli al loro "sì" pronunciato davanti all'Angelo del Signore, sfidando l'indifferenza dei contemporanei e la violenza delle autorità umane, il Salvatore non sarebbe nato!

E quando l’Angelo ha annunciato ai pastori: “Oggi vi è nato un Salvatore! " (Lc 2,11), ha testimoniato che Dio è venuto a sostenere la nostra fedeltà quotidiana. Il Dio Bambino ci riconcilia con questo oggi che noi adulti spesso cerchiamo di evitare. Per quanto riguarda i bambini, è il momento presente che conta. Non si riferiscono al passato e il futuro sembra lontano. Dio accettando di diventare un bambino, ci apre a questo "oggi" e ci dice che è lì che è possibile l'inizio della pace e della felicità.

 Per concludere, come non citare la bella tradizione di allestire presepi nelle nostre chiese e nelle nostre case. Fermandoci un attimo davanti al presepe, ci lasceremo stupire dal Dio Bambino che manifesta l'incredibile vicinanza di Dio alla nostra vita e il suo desiderio di condividere con noi la sua Gloria.

Davanti a Gesù bambino possiamo riconoscere che Lui solo può illuminare le nostre intelligenze e rafforzare la nostra fede. È il Verbo di Dio fatto carne.

Davanti a Gesù nella mangiatoia possiamo capire che Lui solo può rendere fecondo il nostro desiderio di fraternità. È l’Amato Figlio del Padre.

   X Vincent Dollmann

Arcivescovo di Cambrai

domenica 8 novembre 2020

I BUONI PROPOSITI

 -         José Tolentino Mendonça

Penso ai nostri buoni propositi falliti. A quei propositi che in altre stagioni della nostra vita formulammo con tanta motivazione, e che siamo andati abbandonando per strada. Avevamo giudicato, allora, che tutto sarebbe stato più facile, che il contesto avrebbe contribuito in modo più favorevole, oppure di essere più forti - e ci rimane adesso questo imbarazzo intimo che ci frustra e intristisce. Non siamo dunque capaci di fedeltà ai propositi fatti? ci domandiamo adesso.

La risposta è: siamo e saremo migliori se impariamo a ripartire dal punto in cui siamo caduti. Se, sospinti da un cuore che crede, partiamo dalle nostre mancanze per ritrovare l'interezza.

È Dio che, con l'energia ri-creatrice della sua misericordia, alimenta in noi la possibilità di essere. Perché la conversione, in realtà, la trasformazione interiore, la riqualificazione etica e spirituale, l'autenticità cui aspiriamo sono l'opera di Dio in noi. Egli ricuce, ricompone, riconfigura, ripara, rigenera.

Da parte nostra è indispensabile la fiducia di nuovo collocata, oggi, nelle sue mani, avvertendo come lo Spirito semini in noi un gusto di vita ricominciata. Quello che Dio ci chiede è, una volta di più, il dono di noi stessi. Questo dono anche fragile, anche balbettante, ha la capacità, una volta riposto nel cuore di Dio, di intessere tutta la bellezza che non abbiamo fin qui ottenuto.

www.avvenire.it

lunedì 15 aprile 2019

NON SMETTETE DI SOGNARE IN GRANDE!

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Papa Francesco: " La scuola come tale è un bene di tutti e deve restare una fucina nella quale ci si educa all’inclusione, al rispetto delle diversità e alla collaborazione. Inclusione, rispetto delle diversità per collaborare. Per favore, non abbiate paura delle diversità. Il dialogo tra le diverse culture, le diverse persone arricchisce un Paese, arricchisce la patria e ci fa andare avanti nel rispetto reciproco, ci fa andare avanti guardando una terra per tutti, non soltanto per alcuni. È un laboratorio che anticipa ciò che dovrebbe essere nel futuro la collettività. E in questo gioca un ruolo importante l’esperienza religiosa, nella quale entra tutto ciò che è autenticamente umano. La Chiesa è impegnata, nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, a promuovere i
Il valore universale della fraternità che si basa sulla libertà, sulla ricerca onesta della verità, sulla promozione della giustizia e della solidarietà, specialmente nei confronti delle persone più deboli. Quando non c’è libertà non c’è educazione, non c’è futuro. 
Quando non c’è ricerca onesta della verità ma c’è una verità imposta, che ti toglie la capacità di cercare la verità, non c’è futuro: ti annulla come persona. E quando non c’è promozione della giustizia, andremo a finire sicuramente in un Paese pusillanime, egoista, che lavora soltanto per pochi. Senza l’attenzione e la ricerca di questi valori non può esserci una vera convivenza pacifica. 
Quando c’è ingiustizia, incomincia  a crescere l’odio, il confronto e finirà… tutti sappiamo come finisce. Con soddisfazione ho avuto conferma dalle parole della Preside che la vostra scuola, insieme alla cultura classica, promuove in varie forme questi valori. 
Andate avanti con coraggio su questa strada! Non è facile, ma è l’unica strada capace di dare dei frutti, di dare frutti grandi, per ognuno di voi e per la patria......
Non abbiate paura del silenzio, di stare da soli – non sempre, no, perché questo non fa bene – ma prendersi un po’ di tempo da soli, ritagliarsi spazi di silenzio. Non abbiate paura del silenzio, di scrivere un vostro diario, per esempio, nel silenzio. Non abbiate paura dei disagi e delle aridità che il silenzio può comportare. “Ah, io no, il silenzio annoia!”. All’inizio, può darsi, ma poi, via via che tu vai entrando in te stesso, nel silenzio, non annoia più. 
Liberatevi dalla dipendenza dal telefonino, per favore! Voi sicuramente avete sentito parlare del dramma delle dipendenze. “Sicuro, sì, Padre”. Dipendenze dal chiasso: se non c’è chiasso io non mi sento bene…; e tante altre dipendenze. Ma questa del telefonino è molto sottile, molto sottile. Il telefonino è un grande aiuto, è un grande progresso; va usato, è bello che tutti sappiano usarlo. Ma quando tu diventi schiavo del telefonino, perdi la tua libertà. Il telefonino è per comunicare, per la comunicazione: è tanto bello comunicare tra noi. Ma state attenti, che c’è il pericolo che, quando il telefonino è droga, la comunicazione si riduca a semplici “contatti”. Ma la vita non è per “contattarsi”, è per comunicare! Ricordiamoci quello che scriveva S. Agostino: «in interiore homine habitat veritas» (De vera rel., 39, 72). Nell’interiorità della persona abita la verità. Bisogna cercarla. Vale per tutti, per chi crede e per chi non crede. L’interiorità, tutti l’abbiamo. Solo nel silenzio interiore si può cogliere la voce della coscienza e distinguerla dalle voci dell’egoismo e dell’edonismo, che sono voci diverse.....
Nella vita affettiva sono essenziali due dimensioni: il pudore e la fedeltà. Amare con pudore, non sfacciatamente. E rimanere fedeli nell’amore. 
L’amore non è un gioco: l’amore è la cosa più bella che Dio ci ha dato, la capacità di amare. “Dio è amore”, dice la Bibbia, e Dio ha donato a noi questa capacità. Non sporcatela con la sfacciataggine del non-pudore e con la infedeltà. Amare in modo pulito, ma alla grande! Amare con un cuore allargato ogni giorno: quella saggezza di allargare il cuore, non di farlo piccolino, duro come la pietra. Allargarlo. E Dio diceva al suo popolo, come grande promessa, che gli avrebbe tolto il cuore di pietra e gli avrebbe dato un cuore di carne. Allargare il cuore di carne: questo è amare. Con fedeltà e con pudore. Il senso del pudore rimanda alla coscienza vigilante a difesa della dignità della persona e dell’amore autentico, proprio per non banalizzare il linguaggio del corpo. La fedeltà, poi, insieme al rispetto dell’altro, è una dimensione imprescindibile di ogni vera relazione di amore, poiché non si può giocare con i sentimenti. Ma amare non è solo un’espressione del vincolo affettivo di coppia o di amicizia forte, bella e fraterna. 
Una forma concreta dell’amore è dato anche dall’impegno solidale verso il prossimo, specie i più poveri. L’amore al prossimo si nutre di fantasia e va sempre oltre: si inventano cose per aiutare, per andare avanti… La fantasia dell’amore. Non abbiate paura di questo. L’amore va oltre, oltre i muri, oltre le differenze, oltre gli ostacoli.....
 Cari giovani studenti, non smettete di sognare in grande – questa è una cosa bella dei giovani: sognare in grande – e di desiderare un mondo migliore per tutti. Non accontentatevi della mediocrità nelle relazioni tra di voi, nella cura dell’interiorità, nel progettare il vostro futuro, nell'impegno per un mondo più giusto e più bello.  ....