Visualizzazione post con etichetta unità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta unità. Mostra tutti i post

venerdì 31 ottobre 2025

INTERIORITA', UNITA', AMORE, GIOIA

 


DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

AGLI EDUCATORI 

IN OCCASIONE DEL

 GIUBILEO

 DEL MONDO EDUCATIVO

_____________________________

AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Sono molto contento di potervi incontrare: educatori provenienti da tutto il mondo e impegnati ad ogni livello, dalla Scuola elementare all’Università.

Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra (cfr S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra, 15 maggio 1961, 1), e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona.

Anch’io sono stato insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco.

Circa l’interiorità, Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad Parthos Tractatus 3,13), e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso» (ibid.). Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire.

Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò che S. John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) e che S. Agostino raccomandava, dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te» (De vera religione, 39, 72). Sono espressioni che invitano a guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano insieme (cfr S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 15 agosto 1990, 1), consapevoli di non cercare invano ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso – che nei contesti scolastici si configura come progetto educativo –  può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla verità.

E veniamo così alla seconda parola: unità. Come forse sapete, il mio “motto” è: In Illo uno unum. Anche questa è un’espressione agostiniana (cfr Ennaratio in Psalmum 127, 3), che ricorda che solo in Cristo troviamo veramente unità, come membra unite al Capo e come compagni di viaggio nel percorso di continuo apprendimento della vita.

Questa dimensione del “con”, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere. Per questa ragione, ho deciso di riprendere e attualizzare il progetto del Patto Educativo Globale, che è stato una delle intuizioni profetiche del mio venerato predecessore, Papa Francesco. Del resto, come insegna il Maestro di Ippona, il nostro essere non ci appartiene: «La tua anima – dice – […] non è più tua, ma di tutti i fratelli» (Ep. 243, 4, 6). E se ciò è vero in senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un grande atto d’amore.

Infatti proprio questa – amore – è la terza parola. Fa tanto riflettere, in merito, un distico agostiniano che afferma: «L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare» (In Evangelium Ioannis Tractatus 17, 8). In campo formativo, allora, ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola. L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza.

E l’ultima parola-chiave è gioia. I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli. Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare, con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o, peggio ancora, la sensazione di non esserne degni. Il ruolo degli educatori, invece, è un impegno umano, e la gioia stessa del processo educativo è tutta umana, una «fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (S. Agostino, Confessiones, IV, 8,13).

Perciò, carissimi, vi invito a fare di questi valori – interioritàunitàamore e gioia – dei “punti cardine” della vostra missione verso i vostri allievi, ricordando le parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro prezioso che svolgete! Vi benedico di cuore e prego per voi.

www.vatican.va



 

venerdì 31 marzo 2023

AUTONOMIA DIFFERENZIATA

RADIOGRAFIA

 DI UNA RIFORMA 

- di Giuseppe Savagnone*

 Il varo, il 2 febbraio scorso, del disegno di legge sull’autonomia differenziata costituisce forse il primo passo veramente significativo che il governo di Giorgia Meloni ha fatto per realizzare gli ambiziosi propositi di cambiamento più volte enunciati alla vigilia delle elezioni. Insieme all’altra grande riforma prevista nel programma della destra – il presidenzialismo – , quella dell’autonomia riguarda, infatti, la struttura stessa dello Stato e, se passasse, comporterebbe una svolta epocale nella storia della nostra nazione.

Con la differenza, rispetto al presidenzialismo, che in questo caso non si tratterebbe di cambiare la nostra Costituzione, ma semplicemente – come viene spesso sottolineato dai fautori della riforma – di applicarla.

La modifica in questo senso del Titolo V della Carta costituzionale fu infatti realizzata già nel 2001, con l’approvazione della legge costituzionale n. 3, per volontà della maggioranza, che allora era di centrosinistra, sotto la presidenza di Giuliano Amato.

L’intento era quello di vanificare le spinte tendenzialmente secessioniste portate avanti dalla Lega, che oggi si appella a questa riforma costituzionale – finora rimasta inapplicata – chiedendone l’attuazione, mentre, paradossalmente, a cercare di bloccarla sono le opposizioni di sinistra.

In ogni caso, al di là delle contrapposizioni tra i partiti, ci sembra che,  dato il rilievo dell’iniziativa del governo, essa meriti un esame approfondito.

Di che cosa si tratta

L’articolo 116, terzo comma della Costituzione, nel testo riformulato del 2001, prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (c.d. “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre).

Nel nuovo testo costituzionale, le materie su cui potranno essere raggiunte le intese tra lo Stato e le Regioni a questo scopo sono elencate all’art. 117 e sono:

«Rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione (salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale); professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione;

produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale».

Inoltre, nello stesso articolo si afferma che «spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato».

In coda si precisa che «nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato».

Come si vede l’autonomia prevista dalla Costituzione è potenzialmente amplissima. Naturalmente non è detto che le Regioni la chiedano per tutto l’arco di queste materie, ma possono farlo.

Ovviamente, quelle che vorranno avvalersene avranno bisogno di adeguate risorse, che consentano loro di svolgere le nuove funzioni attribuite alla loro competenza e che, secondo il disegno di legge, potranno essere assegnate loro dallo Stato attraverso compartecipazioni al gettito fiscale maturato nel territorio regionale.

Gli aspetti positivi

Dei vantaggi sarebbero indubbi. Il più evidente è che verrebbe definitivamente superata la logica – che ha segnato il nostro Stato fin dalla sua nascita –  di una burocrazia piramidale e pachidermica, valorizzando il rapporto diretto dell’amministrazione regionale col territorio, mettendola in grado di recepire più immediatamente le specifiche esigenze degli abitanti e, al tempo stesso, rendendola maggiormente responsabile nei loro confronti dell’uso delle risorse a disposizione.

 In questo senso il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, al termine della Conferenza delle Regioni che ha approvato, a maggioranza (tranne quattro Regioni del centrosinistra), il progetto di legge del ministro Calderoli, ha parlato della riforma come di una «possibilità di valorizzare le tante diversità che esistono nel nostro Paese» e di «rendere risposte più efficienti ai bisogni dei territori e dei cittadini». Motivazioni forti, che hanno spinto Fontana a definire «risibili» quelle delle Regioni che hanno preferito votare contro. «Il centralismo», ha commentato a sua volta il governatore del Veneto, Luca Zaia, «è l’equa divisione del malessere, l’autonomia è l’equa divisione del benessere». E questo, secondo lui, vale per tutti, comprese le Regioni del Sud: «Questa Italia a due velocità deve finire e le Regioni devono essere tutte messe nelle condizioni di dare servizi e risposte ai loro cittadini; senza lasciare indietro nessuno».

I problemi sul piano tecnico-finanziario

Dei problemi, tuttavia, sono innegabili. Già sul piano meramente finanziario. Un giornale che non è certo sospetto di essere “di sinistra”, come il «Sole24ore», pur apprezzando gli aspetti positivi del disegno di legge, ammette che esso comporterebbe «una crescita del bilancio regionale ed un ridimensionamento di quello statale, per via della diversa allocazione del gettito fiscale».

Da qui l’interrogativo: «Riusciranno i conti a quadrare o lo Stato dovrà giocoforza rinunciare a gran parte delle sue politiche economiche e sociali?» (Francesco Bruno sul «Sole 24ore.com», 15 novembre 2023).

Proprio in rapporto a questa domanda il disegno di legge prevede che l’attuazione della riforma sia subordinata alla determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali di cui tutti i cittadini italiani, in quanto tali, devono poter godere.

Solo che – leggiamo sempre sul «Sole24ore», «lo Stato, per definire e per garantire i LEP in tutta la nazione, dovrà spendere molto. Per farlo, dovrà ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse e/o incrementare il debito. Politicamente ciò non è semplice».

I problemi sul piano politico

Al di là del problema strettamente finanziario, ce n’è uno politico che riguarda il bene comune dell’Italia. La tesi del ministro Calderoli e dei governatori favorevoli è che l’autonomia gioverebbe anche alle Regioni del Sud. È vero?

Secondo l’Istat, in un focus denominato “I divari italiani nel Pnrr”, nel 2021 il prodotto interno lordo (Pil) pro-capite italiano è stato pari a 33 mila euro circa. Una cifra che scende a 18 mila nel Sud. La Regione italiana con il Pil pro-capite più basso è la Calabria, a quota 17.500 euro, seguita dalla Sicilia a 18.200 euro. Il “gap” tra le due regioni più meridionali d’Italia e la prima in classifica, il Trentino-Alto Adige, che sfiora quota 44 mila euro, è di circa 26 mila euro.

Basterebbero questi dati a far dubitare fortemente che il venir meno della redistribuzione di risorse – fino ad oggi possibile – tra Nord e Sud finisca per avvantaggiare anche le Regioni meridionali.

E questo è tanto più evidente in quanto, secondo il disegno di legge Calderoli approvato dal governo, la ripartizione dei fondi fra le Regioni – che, fino ad oggi, viene effettuata in base ai fondi spesi negli anni precedenti (“spesa storica”) – dipenderà invece dall’ammontare delle tasse pagate dai cittadini residenti nel loro territorio. Con la conseguenza che il livello dei servizi nella Regione non dipenderebbe dai “bisogni”, che tutto sommato sono simili sia al Nord che al Sud, ma dal “reddito” regionale, cioè dal parametro che, come abbiamo appena visto, più macroscopicamente registra l’abissale divario tra le due aree del paese.

E, se sono realistiche le perplessità sopra esposte nell’articolo del «Sole24ore», neppure l’appello ai LED può costituire una soluzione, perché anche questi non avrebbero nella realtà una possibile copertura da parte dello Stato.

Resta da spiegare come i governatori di Regioni come la Sicilia e la Calabria abbiano approvato anche loro, nella Conferenza delle regioni tenutasi all’inizio di marzo, il progetto di legge Calderoli. Ma forse dovrebbero essere loro a spiegarlo meglio.

Il problema dell’unità nazionale

Ma, al di là della sperequazione tra le Regioni, qualche domanda non può non porsi anche riguardo all’impatto dell’autonomia sull’unità nazionale. 

 Sarà ancora un unico paese l’Italia il giorno in cui i sistemi scolastici regionali saranno diversificati strutturalmente e, col tempo, inevitabilmente, anche dal punto di vista dei contenuti (sfruttando sempre più la libertà che già ora l’autonomia consente)? Quando il commercio con l’estero di una regione la porterà a legarsi a Stati stranieri che invece non hanno legami con le altre regioni? Quando la ricerca scientifica, la previdenza sociale, il sistema tributario sarà diverso da regione a regione?

Per non dire che è molto probabile che si instaurino fra Nord e Sud gli stessi meccanismi discriminatori che oggi portano a “difendere le frontiere” nei confronti dei migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia. Già in passato in qualche bando di concorso al nord si escludevano i laureati di università meridionali.

Non ci sarebbe da stupirsi se gradualmente criteri di selezione o almeno di priorità – “prima i nostri figli!” – cominciassero a scattare anche per l’accesso a posti pubblici, a ospedali, a scuole…

Neppure alle Regioni del nord, però, tutto questo, in ultima istanza, gioverà. Il mondo attuale va verso forme di aggregazione, sempre più necessarie per difendere efficacemente, a livello internazionale, i propri interessi. La Lombardia o il Veneto scopriranno prima o poi, a loro spese, che far parte di un grande Stato unitario aveva i suoi vantaggi.

Il dibattito, ovviamente, rimane aperto a tutte le letture. A patto, naturalmente, che ci si ricordi di tener conto della realtà.

 * Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.

 www.tuttavia.eu

 

sabato 24 luglio 2021

TRADITIONIS CUSTODES


  Un atto di intolleranza 

verso la diversità? - 

- di Giuseppe Savagnone *

Non ha mancato di suscitare accese polemiche il Motu proprio «Traditioniscustodes», con cui papa Francesco ha modificato le regole per la celebrazione della cosiddetta “messa in latino”, non abolendola – come erroneamente è stato detto nel disinvolto linguaggio giornalistico –, ma certamente ridimensionandola.

Le voci che si sono levate per protestare non hanno risparmiato toni drammatici. Si è parlato di «decisione spietata»; si è detto che lo «sciagurato Motu proprio» in questione «rivela un disprezzo profondo verso i sacerdoti e i fedeli che frequentano abitualmente o saltuariamente la Messa antica» e si è visto in esso «la decisione del cattivo pastore, che sta facendo di tutto per scacciare le pecore fuori dal gregge, incurante dei loro bisogni e della loro sensibilità. In barba all’unità nella diversità» («Nuova Bussola Quotidiana»). Addirittura il provvedimento pontificio è stato paragonato alla croce, su cui il rito latino – implicitamente identificato con Cristo –, veniva crocifisso! (ivi).

Ma è veramente così alta la posta in gioco? E, in caso di risposta affermativa, in che senso? Sia per i credenti che per i non credenti vale la pena di porsi queste domande, cercando di dare una risposta meno superficiale di quanto non sia stato fatto nella maggior parte dei casi. Si può guardare la questione sotto due profili diversi. Uno è quello istituzionale, l’altro quello propriamente liturgico. Cominciamo dal primo.

La Chiesa non è una piramide

Un punto su cui tutti gli osservatori – favorevoli e contrari – si sono trovati d’accordo è che, con questo Motu proprio, papa Francesco ha cambiato linea rispetto al suo predecessore Benedetto, che, nel 2007, aveva “liberalizzato” la pratica della messa celebrata secondo il rito preconciliare, con il messale del 1962, rendendola indipendente dal permesso del vescovo diocesano.

In realtà anche Giovanni Paolo II aveva autorizzato questa pratica, ma subordinandola al controllo dei vescovi delle singole diocesi. La svolta di Benedetto era stata di eliminare questa condizione, sottolineando che il messale del 1962 rientrava a pieno titolo, come “Rito Romano extra-ordinario”, nella liturgia cattolica.

Con quest’ultimo Motu proprio, il vescovo di ogni singola diocesi si vede restituire la responsabilità di regolare la celebrazione secondo il rito preconciliare, valutando volta per volta le ragioni che spingono un sacerdote e un gruppo a farne richiesta. Da ora in poi «è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica».

Già questo è un passo la cui importanza è stata troppo poco sottolineata nei commenti dei giornali. Il fatto è che, abituati come siamo a pensare la Chiesa in termini burocratici, spesso la concepiamo come una piramide monolitica, con un vertice, il papa, da cui i vescovi dipendono come i funzionari di un ufficio dal direttore generale. Non è così. La Chiesa universale ha la sua realtà, immensamente variegata, nelle Chiese particolari – ognuna guidata dal suo vescovo, in quanto successore degli apostoli –, in cui si riflette la totalità della Catholica. Come ha ricordato e sottolineato il Concilio Vaticano II, «i singoli vescovi sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, ed in esse e da esse è costituita la Chiesa cattolica una e unica» (Lumen Gentium n.23). Il primato di Pietro non è quello di un capufficio, ma deriva dal suo essere il vescovo di Roma (e così Francesco si è definito, la sera della sua elezione a papa). Ed è insieme agli altri vescovi, pur avendo un primato rispetto ad essi, che egli governa la Chiesa. È in questo senso che si parla di «collegialità episcopale».

In quest’ottica, bisogna riconoscere che la decisione di Benedetto di sottrarre ai vescovi delle singole diocesi il controllo della liturgia, almeno per quanto riguarda le messe in latino, era in netta rottura con la direzione indicata dal Concilio. Papa Francesco si è limitato a rimettere in primo piano la prospettiva della Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa. Poteva farlo con un suo personale atto d’autorità. Invece ha voluto seguire una procedura che conferma lo stile della collegialità, consultando prima gli altri vescovi di tutto il mondo e traendo le conclusioni dai loro pareri.

La ricerca dell’unità

E proprio all’unità della Chiesa e delle singole Chiese egli ha fatto riferimento, per giustificare la sua decisione di ristabilire l’autorità dei vescovi, «visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari», come dice il Concilio. «Purtroppo», scrive Francesco nella lettera che accompagna il Motu proprio, «l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche, è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni».

Soprattutto papa Ratzinger aveva sperato, con la sua apertura alla “messa in latino”, di far riassorbire lo scisma dei lefebvriani. In realtà, non solo la speranza si era rivelata vana, ma il ricorso incontrollato alla liturgia preconciliare aveva creato due piste parallele e contrapposte, che incrinavano l’unità delle singole diocesi e della Chiesa nel suo insieme, legittimando una visione teologica sbagliata. Scrive ancora papa Bergoglio: «Mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

La liturgia come simbolo

Questo però significa che il problema propriamente liturgico – il secondo che ci siamo posti – non può essere affrontato se non alla luce dei sottintesi simbolici che si attribuivano all’antica celebrazione. Dietro l’uso del latino (oggi incomprensibile alla stragrande maggioranza), dietro il mantenimento della posizione del sacerdote, che dà le spalle all’assemblea, dietro la recita dell’atto penitenziale prima dal solo celebrante e poi da tutti i fedeli – a sottolineare il ruolo “separato” e preminente del primo rispetto ai secondi, non c’è nessuna eresia, ma solo il rischio che tutto ciò diventi, agli occhi di chi privilegia questo modo di celebrare la messa, un tacito rifiuto del cambiamento della Chiesa e del modo di essere cristiani e la riaffermazione di un rapporto tra presbiteri e laicato che giustamente oggi l’ecclesiologia ha superato. Il problema è simbolico.

Non a caso il Motu proprio non proibisce il Missale Romanum, ma chiede al vescovo di accertare che i gruppi che già celebrano con esso «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici».

Insomma, in base all’antico principio secondo cui «lex orandi lex credendi», “la regola della preghiera è anche quella della fede”, bisogna che la varietà sempre possibile delle forme liturgiche (tutt’ora ampiamente ammessa nella Chiesa cattolica, per esempio nel rito ambrosiano e ancor più nelle Chiese di rito greco) non nasconda un sottile rifiuto dell’unità a tutte sottostante, perché questo non rompe solo l’unità liturgica, ma quella di fede.

Essere fedeli alla storia

È in gioco, peraltro, non solo l’unità della Chiesa, ma la visione che si ha del suo rapporto con la storia. È nella logica dell’incarnazione che l’immutabile contenuto del Vangelo si cali di epoca in epoca in formule, elaborazioni teologiche e modalità liturgiche sempre differenti. Dio è entrato nella storia degli uomini e questo rende la religione cristiana diversissima da quelle che cercano la divinità in una immutabile eternità fuori del tempo o quelle altre che si ispirano agli altrettanto immutabili cicli della natura. Facendosi uomo, il Verbo divino ha accettato di condividere la storicità degli esseri umani, che restano sé stessi solo nel continuo cambiamento. Voler fermare questo dinamismo, immobilizzandolo in una sua fase, ritenuta intoccabile, è la negazione di questa assunzione della storia da parte di Dio.

Non si nega, ovviamente, che vi debba essere una continuità, pur nel mutamento. Non è il Vangelo che cambia, ma la comprensione che i cristiani nel corso del tempo ne acquisiscono, sotto la spinta delle nuove situazioni storiche e delle domande sempre nuove che esse pongono ai credenti. Per questo c’è un progressivo sviluppo perfino dei dogmi e, a maggior ragione, dell’etica personale e pubblica. Di questi sviluppi sono un riflesso anche il mutamento della liturgia, che i nostalgici scambiano per un tradimento, ma che sono invece l’unico modo di essere veramente fedeli al carattere storico, e perciò dinamico, della Rivelazione.

La fedeltà alla tradizione non è il mantenimento di un passato imbalsamato, rifiutando il nuovo, ma la capacità di leggere, alla luce del passato, il dinamismo del presente verso il futuro. Questo, con fatica, sta facendo la Chiesa di oggi.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

sabato 24 aprile 2021

CORRESPONSABILI NELLE RELAZIONI

Nella rivoluzione della cura 

si realizza il sogno di unità

A caratterizzare la fraternità/sororità non è l’avvolgente e soffocante governo di un’autorità forte: è il senso profondo della corresponsabilità nella relazione

 

-di PINA DE SIMONE*

 

- Dio ha un sogno. Noi abbiamo un sogno. È scritto dentro di noi, nel profondo del nostro cuore. Ed è al fondo della storia: tra le pieghe degli eventi e della loro trama apparentemente disordinata. Ma anche nelle dinamiche dei fenomeni naturali: nel sorgere del sole e nel suo tramontare, nelle stagioni, nel trasformarsi continuo della vita attraverso mille intrecci, perdite, tensioni e rinascite. È il sogno dell’unità. Ma non una piatta, uniforme, unità in cui tutto si confonde e si sovrappone, in cui le diversità scompaiono. L’unità che sogniamo e verso cui tutto tende è una unità fatta di diversità. È una falsa convinzione quella che oppone l’unicità di ciascuno, l’irripetibilità di ciò che è singolare, alla possibilità dell’incontro e alla tensione all’unità. Nella profondità di noi stessi sappiamo bene che non è così, che non può essere così. Che unità sarebbe e quale genere di relazioni si avrebbero in un mondo all’insegna dell’uniformità? B asta scorrere le pagine di lucida profezia della letteratura distopica, i romanzi di Orwell o di Huxley, per vedere dinanzi a noi l’incubo di una unità a tutti i costi che si fa blocco compatto, sistema onnipervasivo di controllo, riproducibilità ad oltranza, funzionalizzazione assoluta. Se l’unità diventa un diktat non può che stritolare, nella sua pretesa di compattezza, ogni singolarità, avvertita inevitabilmente come minaccia; non può che soffocare ogni profondità del sentire e del vivere, in quanto sempre connotata in maniera unica; non può che temere il senso dell’individuale. Ma l’unità non è un “dogma”. Né è un’idea, una teoria più o meno strutturata. L’unità è un desiderio: è il desiderare che nel profondo muove il nostro vivere. E in quanto desiderio, ha il sapore del sogno; ha la forza e la creatività di ciò che è eccedenza rispetto al già dato e che non può che essere tale. Ha il fascino di un cammino che rimane aperto, nella consapevolezza della bellezza e della fragilità del procedere.

Per questo il nome dell’unità è fraternità, ma anche sororità. Fraternità e sororità: perché la differenza che ci abita, e che ha bisogno di essere custodita anche nelle parole, non scompare ma si esprime pienamente nell’unità. E perché il sogno dell’unità è il sogno di relazioni vissute in pienezza in ciò che l’essere in relazione veramente implica ed esige. Ciò che si oppone all’unità non è la sana conflittualità che è dentro la diversità, ma è la pretesa di far valere il dominio o il controllo di uno su altri, la pretesa di assolutizzare una parte a discapito delle altre. L’essere in relazione esige il muoversi essendo alla pari. Diversi, ma alla pari. In un gioco di confronti, di conflittualità, di sinergie e di alleanze come quello che si crea tra fratelli o sorelle appunto. Esige che ci si scopra legati gli uni agli altri, imparando a custodire i legami come bene prezioso, con il loro carico di tensioni, nella inevitabile dialettica della diversità, ma anche con l’insostituibile ricchezza che viene proprio dall’essere diversi.

Non è scontata la fraternità/sororità ed è tutt’altro che semplice, perché ha in sé la fatica dell’alterità in tutta la sua drammatica e straordinaria concretezza. È un esercizio continuo di accoglienza, di pazienza, e anche di perdono, in cui ci si mi- sura con il proprio e con l’altrui limite: con l’ira, il fastidio, il senso di pesantezza generato talvolta dall’altro. Non di conferme di sé è fatta l’esperienza dell’essere fratelli/ sorelle ma della continua esigenza di motivare ciò che si è nel confronto con l’altro e della possibilità di imparare dall’altro, sostenendosi reciprocamente, scontrandosi e poi ritrovandosi, imparando a far valere su tutto la forza dell’essere insieme.

Per questo a caratterizzare la fraternità/ sororità non è l’avvolgente quanto soffocante governo di un’autorità forte sotto la quale collocarsi e da cui lasciarsi condurre; per cui l’esser fratelli/sorelle non sarebbe altro che questo comune dipen- dere. È piuttosto il senso profondo della corresponsabilità e della responsabilità reciproca alla luce della quale comprendere ogni dinamica relazionale. “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10, 44). È questa la logica della fraternità/ sororità, ma anche quella dell’esser padre, madre, dell’essere adulti a fianco dei giovani e dei più piccoli, quella che regge l’esercizio di ogni responsabilità. Perché il bene fiorisca. Perché il bene che è l’altro, unico e irripetibile, fiorisca nella trama liberante di relazioni buone. È la rivoluzione della cura, che in particolare il vissuto delle donne ben conosce, ma che deve poter essere patrimonio condiviso, stile di relazioni e modalità di impegno capace di rigenerare dall’interno gli ambiti della vita comune e di ridare respiro alla progettualità politica. La cura è fatta di tenerezza e di coraggio. È la capacità di chinarsi su ogni frammento, di fare attenzione ai dettagli, di saper cogliere i nessi, le implicazioni, le sfumature delle situazioni, delle storie e dei contesti. È la tenerezza di chi si lascia toccare dalla realtà del-l’altro, non rimane indifferente di fronte al suo grido, impassibile dinanzi ai suoi sogni. È la forma più alta del coraggio. Ed è sempre politica (come osserva Gaël Giraud in un articolo recentemente pubblicato sulla rivista “Dialoghi”). L a tenerezza è ciò di cui la politica, e non soltanto le relazioni intersoggettive della vita quotidiana, ha più che mai bisogno in questo tempo di crescente stanchezza e disorientamento in cui la rabbia rimonta. La tenerezza della cura sa vedere quello che ancora non è ma che può essere, sa scorgere risorse e potenzialità anche dove sembrano esserci solo macerie; sa alimentare la speranza perché mobilita le energie di ciascuno, senza scivolare sui drammi ma facendosi ascolto, sostegno, e soprattutto ricerca, sforzo e impegno autenticamente condivisi. La cura è capacità di andare oltre l’immediatezza degli interessi particolari o dell’emergenza del momento. È lungimiranza e profezia, ma è soprattutto creatività, immaginazione e capacità di visione. Per questo non sopporta il monopolio di un pensiero unico, ma dà spazio alle idee, alle competenze, alla ricerca e alla sperimentazione di percorsi nuovi. L’aver cura che è della fraternità/sororità è il gusto e la passione dell’insieme.

Ha uno sguardo e una intelligenza che include: riconoscendo che l’apporto di tutti è necessario e prezioso e che solo insieme si può stare dentro la realtà senza subirla, e solo insieme si può provare a immaginare e costruire un mondo nuovo “in cui avrà stabile dimora la giustizia” (II Pt 3, 13). Riproporre il senso di questa fraternità/ sororità è allora muoversi in una prospettiva rivoluzionaria e insieme concretissima, è protendersi nell’impresa della rigenerazione di questo mondo che avvertiamo sfaldarsi sotto i nostri occhi. Ma non è forse di questa prospettiva coraggiosa e rivoluzionaria che abbiamo oggi bisogno? Ritornare a sognare, imparando però a sognare insieme, con il cuore, la testa, e le mani: perché la realtà è tessuta di un sogno e dobbiamo solo avere il coraggio di liberarlo.

 

*Docente di Filosofia della religione e responsabile scientifico della Specializzazione in Teologia fondamentale (Teologia dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo) presso la Facoltà Teologica di Napoli. Dal 2017 è direttrice della rivista 'Dialoghi'.

 

www.avvenire.it

 

martedì 30 giugno 2020

UNITA' E PROFEZIA PER VIVERE DA CRISTIANI E FARE CRESCERE LA COMUNITÀ

Unità e profezia: sono le due parole che Papa Francesco pone al centro della sua omelia, con numerose aggiunte a braccio, nella Messa le cui Letture hanno ricordato i due apostoli celebrati oggi dalla Chiesa. Subito sottolinea la diversità tra Pietro e Paolo, il primo un semplice pescatore, l’altro un colto fariseo. E fra loro, osserva, non mancarono le discussioni animate tuttavia “ si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama”. “Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci, ci unisce nelle differenze”. Ma da dove nasce questa unità. Il Papa dice che la prima Lettura ce lo svela: mentre sulla Chiesa infuriava la persecuzione, ci dice che la comunità pregava. Questo assicurava l’unità perché permetteva allo Spirito Santo di intervenire e di “accorciare le distanze”
La comunità sembra decapitata, ciascuno teme per la propria vita. Eppure, in questo momento tragico nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme. Dalla preghiera attingono coraggio, dalla preghiera viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia.
L'inutilità delle lamentele
E c’è un altro elemento importante: in quella prima comunità “nessuno si lamenta del male (...) nessuno insulta Erode. E noi siamo tanto abituati a insultare i responsabili... ”. Tempo sprecato e inutile per i cristiani, fa notare Francesco, quello passato a lamentarsi di quello che non va e prosegue:
Le lamentele non cambiano nulla. Ricordiamoci che le lamentele è la seconda porta chiusa allo Spirito Santo, come vi ho detto il giorno di Pentecoste: la prima è il narcisismo, la seconda lo scoraggiamento, la terza, il pessimismo. Il narcisismo ti porta allo specchio, a guardarti continuamente; lo scoraggiamento, alle lamentele. Il pessimismo, al buio, all’oscuro. Questi tre atteggiamenti chiudono la porta allo Spirito SantoQuei cristiani non incolpavano, ma pregavano. In quella comunità nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. Nessuno. Pietro umanamente, aveva motivi di essere criticato, ma nessuno lo criticava. Non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma parlavano a Dio. E noi oggi possiamo chiederci: “Custodiamo la nostra unità con la preghiera, la nostra unità nella Chiesa? Preghiamo gli uni per gli altri?”
Pregare per chi ci governa
Preghiera e non insulto: Francesco a braccio si sofferma anche sui governanti, esortando a percorrere la strada del bene, dell'unità e non quella del parlare contro: 
Chiediamo la grazia di saper pregare gli uni per gli altri. San Paolo esortava i cristiani a pregare per tutti e prima di tutto per chi governa. “Ma questo governante è…”, e i qualificativi sono tanti; io non li dirò, perché questo non è il momento né il posto per dire i qualificativi che si sentono contro i governanti. Che li giudichi Dio, ma preghiamo per i governanti! Preghiamo: hanno bisogno della preghiera. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta?".
La preghiera spiana la strada dell'unità
Papa Francesco si domanda “che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno”. Anche oggi, come per Pietro quando si trovava in carcere, “tante porte che separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero”. E il Papa invita a chiedere al Signore la grazia di saperlo fare e precisa:
Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo anche di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, solo la preghiera spiana la via all'unità….
La profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo. Non nasce dai miei pensieri, non nasce dal mio cuore chiuso. Nasce se noi ci lasciamo provocare da Dio. Quando il Vangelo ribalta le certezze, scaturisce la profezia. Solo chi si apre alle sorprese di Dio diventa profeta.
Abbiamo bisogno della profezia, ma di quella vera
Francesco guarda all’oggi e afferma che anche in questi tempi c’è bisogno di profezia e “non di parolai”, c’è bisogno di testimoniare “che il Vangelo è possibile”.
Non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Comincia a servire, stai zitto. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, quello è stare bene con tutti: da noi si dice:"stare bene con Dio e con il diavolo"... stare bene con tutti. Non questo non è profezia. Ma abbiamo bisogno della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali, questi progetti che sembrano avere la propria efficienza, come se fosSero dei sacramenti, progetti pastorali efficienti: no, ma abbiamo bisogno di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio.
Avere il coraggio di essere costruttori di unità
Così sono stati Pietro e Paolo che hanno annunciato Gesù fino a dare la vita. E’ questa la profezia che cambia la storia. E Papa Francesco ricorda che tutti i fedeli sono chiamati a diventare “pietre vive con cui costruire una Chiesa e un’umanità rinnovate” e conclude: 
C’è sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia, ma il Signore crede in noi e chiede a te: “Tu, tu, tu, vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Fratelli e sorelle lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.


martedì 26 maggio 2020

ONU: UNA NUOVA UNITA' E SOLIDARIETÀ' PER VINCERE OGNI VIRUS


Guterres: le minacce globali esigono una nuova solidarietà

L'Osservatore Romano pubblica oggi l'intervista in esclusiva ai media vaticani del Segretario Generale delle Nazioni Unite, nelle cui parole è la profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno all’appello per un cessate il fuoco mondiale e la forte sottolineatura di quanto la pandemia sia un segnale di allarme che richiede unità e rinnovata solidarietà globale
di Andrea Monda

“La pandemia deve essere un campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e solidarietà”. Lo ha sottolineato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in questa intervista in esclusiva ai media vaticani:
Lei ha recentemente lanciato un appello per la pace nel mondo colpito dalla pandemia. Un'iniziativa che ancora una volta si collega a quelle di Papa Francesco -  da lei incontrato in Vaticano alla fine dello scorso anno e insieme al quale  ha diffuso un videomessaggio - che non smette di chiedere la cessazione di ogni guerra. Lei ha detto: la furia del virus illustra la follia della guerra. Perché secondo lei è cosi difficile far passare questo messaggio?
R. - Anzitutto vorrei ribadire la mia profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno dato al mio appello globale per il cessate il fuoco e al lavoro delle Nazioni Unite. Il suo impegno globale, la sua compassione e i suoi inviti all’unità riaffermano i valori centrali che guidano il nostro lavoro: ridurre la sofferenza umana e promuovere la dignità umana.
Quando ho lanciato l’appello per il cessate il fuoco, il mio messaggio alle parti coinvolte in  conflitti in tutto il mondo è stato semplice: i combattimenti devono cessare di modo che possiamo concentrarci sul nostro nemico comune, il Covid-19.
Finora l’appello ha ricevuto l’appoggio di 115 Governi, di organizzazioni regionali, di più di 200 gruppi della società civile nonché di altri leader religiosi. Sedici gruppi armati si sono impegnati a porre fine alla violenza. Inoltre, milioni di persone hanno firmato una richiesta di sostegno on-line.
Ma la diffidenza continua a essere grande, ed è difficile tradurre questi impegni in azioni che facciano la differenza nella vita di quanti subiscono gli effetti dei conflitti.
I miei rappresentanti e inviati speciali si stanno adoperando instancabilmente in tutto il mondo, con il mio coinvolgimento diretto laddove è necessario, per trasformare le intenzioni espresse in cessate il fuoco concreti.
Continuo a esortare le parti in conflitto, e tutti coloro che possono influenzarle, a mettere al primo posto la salute e la sicurezza delle persone.
Vorrei anche ricordare un altro appello che ho lanciato e che considero essenziale: un appello per la pace domestica. In tutto il mondo, con il diffondersi della pandemia stiamo assistendo anche a un preoccupante aumento della violenza contro donne e ragazze.
Ho chiesto ai Governi, alla società civile e a tutti coloro che possono  aiutare nel mondo di mobilitarsi per proteggere meglio le donne. Ho chiesto anche ai leader religiosi di tutte le fedi di condannare in modo inequivocabile ogni atto di violenza contro le donne e le ragazze e di sostenere i principi fondamentali dell’uguaglianza..
Alcuni mesi fa, ben prima dell'esplosione della pandemia,  lei ha parlato della paura come la merce più facile da vendere. E' una questione che ora, in queste settimane,  rischia di essere ulteriormente amplificata. Come contrastare secondo lei, e soprattutto in questo difficile periodo, il sentimento di paura che si diffonde tra le persone?
R. - La pandemia del Covid-19 non è soltanto un’emergenza sanitaria globale. Nelle ultime settimane c’è stata un’impennata delle teorie del complotto e dei sentimenti xenofobi. In alcuni casi sono stati presi di mira giornalisti, operatori sanitari o difensori dei diritti umani solo per aver fatto il loro lavoro.
Sin dall’inizio di questa crisi ho esortato alla solidarietà tra società e tra paesi. La nostra risposta deve basarsi sui diritti umani e sulla dignità umana. Ho invitato anche le istituzioni educative a concentrarsi sull’alfabetismo digitale, e ho esortato I media, specialmente le società della comunicazione sociale, a fare molto di più per segnalare ed eliminare contenuti razzisti, misogini o altrimenti dannosi, in linea con le leggi internazionali sui diritti umani.
I leader religiosi hanno un ruolo cruciale da svolgere nel promuovere il rispetto reciproco nelle loro comunità e anche al di fuori di esse. Si trovano in una posizione ottimale per sfidare messaggi inesatti e dannosi e per incoraggiare tutte le comunità a promuovere la non violenza e a respingere la xenofobia, il razzismo e ogni forma di intolleranza.
Ad alimentare la paura contribuiscono sicuramente le false notizie di cui lei ha recentemente denunciato una diffusione sempre maggiore. Come combattere la disinformazione senza rischiare, in nome di questa battaglia, di offuscare libertà e diritti fondamentali?
R. - La gente nel mondo vuole sapere che cosa fare e dove rivolgersi per avere consiglio. Invece è costretta a gestire una epidemia di disinformazione che, se va male, può mettere in pericolo delle vite. Rendo onore ai giornalisti e a coloro che controllano le informazioni nella montagna di storie e post fuorvianti pubblicati nei social media. A sostengo di tale impegno, ho lanciato una iniziativa delle Nazioni Unite di risposta alle comunicazioni chiamata Verified, volta a dare alla gente informazioni accurate e basate sui fatti, incoraggiando al tempo stesso soluzioni e solidarietà mentre passiamo dalla crisi alla ripresa.
Anche i leader religiosi hanno un ruolo da svolgere, utilizzando le loro reti e le loro capacità di comunicazione per sostenere i governi nel promuovere le misure di salute pubblica raccomandate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – dal distanziamento fisico a una buona igiene – e per  smentire false informazioni e voci.
Tra le informazioni infondate che quotidianamente raggiungono l'opinione pubblica figurano in questi giorni molte critiche contro agenzie dell'Onu, come l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Qual è il suo giudizio in proposito?
R. - Mentre piangiamo le vite perse a causa del virus, ci angoscia il fatto che ce ne saranno molte altre, specialmente nei luoghi meno capaci di far fronte a una pandemia. Guardare indietro a come la pandemia si è sviluppata e alla risposta internazionale sarà essenziale. Ma in questo momento l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite stanno facendo una corsa contro il tempo per salvare vite.
Mi preoccupa in modo particolare la mancanza di un’adeguata solidarietà con i paesi in via di sviluppo – sia nel fornire loro il necessario per rispondere alla pandemia del Covid-19 sia per far fronte al drammatico impatto economico e sociale sui più poveri nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite sono interamente  mobilitati per salvare vite, prevenire la carestia, attenuare il dolore e pianificare la ripresa.
Abbiamo definito un piano di risposta umanitaria globale per 7.6 miliardi di dollari americani per le popolazioni più vulnerabili, tra cui i rifugiati e le persone internamente dislocate.  Finora i donatori hanno offerto quasi un miliardo di dollari e io proseguo nel mio impegno per assicurare che questo piano venga finanziato per intero.
I nostri team nei diversi paesi stanno lavorando in coordinamento con i Governi per mobilitare finanziamenti, aiutare i ministeri della salute a essere preparati e sostenere le misure economiche e sociali, dalla sicurezza alimentare e l’istruzione da casa al trasferimento di contanti e molto altro ancora.
Le nostre operazioni di pace continuano a svolgere i loro importanti mandati di protezione e a sostenere i processi di pace e politici. Le reti di distribuzione delle Nazioni Unite sono state messe a disposizione dei paesi in via di sviluppo, con milioni di kit per il test, respiratori e mascherine chirurgiche che sono ormai arrivate in più di cento paesi. Abbiamo organizzato voli solidali per portare più forniture e operatori in decine di paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. E sin dall’inizio, ho mobilitato le competenze di cui dispone la famiglia delle Nazioni Unite per fornire una serie di relazioni e ragguagli sulle politiche al fine di offrire analisi e consigli per una risposta efficace e coordinata da parte della comunità internazionale. (https://www.un.org/en/coronavirus/un-secretary-general)
Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano gli attacchi al multilateralismo. C’è bisogno, a suo giudizio, di rafforzare la fiducia nei confronti delle istituzioni internazionali? E come ciò può avvenire?
R. - La collaborazione e il contributo di tutti gli stati – compresi quelli più potenti – sono essenziali non solo per combattere il Covid-19, ma anche per affrontare le sfide della pace e della sicurezza che si presentano. Sono anche essenziali per aiutare a creare le condizioni per una ripresa efficace nel mondo sviluppato e in quello in via di sviluppo. Il virus ha dimostrato la nostra fragilità globale. E questa fragilità non è limitata ai nostri sistemi sanitari. Riguarda tutti gli ambiti del nostro mondo e delle nostre istituzioni.
La fragilità degli sforzi globali coordinati è evidenziata dalla nostra mancata risposta alla crisi climatica, dal rischio sempre crescente della proliferazione nucleare, dalla nostra incapacità di riunirci per regolamentare meglio il web.
La pandemia deve essere un campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e solidarietà.
Lei ha pubblicamente plaudito all'iniziativa europea che mira allo sviluppo del vaccino contro il covid-19. Eppure proprio la scoperta del vaccino potrebbe far nascere in alcuni la tentazione di assumere una posizione dominante all'interno della comunità internazionale. Come scongiurare questo pericolo? E come far sì che, prima ancora di arrivare al vaccino, si sperimentino le cure che hanno mostrato di avere qualche efficacia?
R. - In un mondo interconnesso, nessuno è al sicuro fino a quando non lo sono tutti. È stata questa, in sintesi, l’essenza del mio messaggio al lancio del “ACT Accelerator”, ovvero la collaborazione globale per velocizzare lo sviluppo, la produzione e l’equo accesso a nuove diagnostiche, terapie e vaccini per il Covid-19. Va visto come un bene pubblico. Non un vaccino o delle cure per un paese o una regione o una metà del mondo – ma un vaccino e una cura che sono accessibili, sicuri, efficaci, facilmente somministrabili e universalmente disponibili per tutti, ovunque. Questo vaccino deve essere il vaccino della gente.
Come si può far sì che nella lotta al virus vi siano Paesi di serie A e paesi di serie B? Si rischia comunque che la pandemia allarghi nel mondo il divario tra ricchi e poveri. Come evitare che questo accada?
R. - La pandemia sta portando alla luce disuguaglianze ovunque. Disuguaglianze economiche, disparità nell’accesso ai servizi sanitari e tanto altro ancora.Il numero delle persone povere potrebbe crescere di 500 milioni – il primo aumento in trent’anni.
Non possiamo permettere che ciò accada ed è per questo che continuo a chiedere un pacchetto di aiuti globale per un ammontare pari ad almeno il dieci percento dell’economia globale. I paesi più sviluppati possono farlo con risorse proprie, e alcuni hanno già iniziato a mettere in atto simili misure. Ma i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di un sostegno consistente e urgente.
Il Fondo Monetario Internazionale ha già approvato finanziamenti di emergenza per un primo gruppo di paesi in via di sviluppo. La Banca Mondiale ha comunicato che, con risorse nuove e già esistenti, nei prossimi 15 mesi può fornire finanziamenti per 160 miliardi di dollari americani. Il G20 ha appoggiato la sospensione del pagamento dei debiti per i paesi più poveri.
Apprezzo pienamente queste misure, che possono tutelare persone, posti di lavoro e recare vantaggi in termini di sviluppo. Ma anche questo non sarà sufficiente e sarà importante prendere in considerazione misure aggiuntive, tra cui la riduzione del debito, per evitare crisi finanziarie ed economiche prolungate.
C'è chi sostiene che dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso. Quale potrebbe essere il futuro delle Nazioni Unite nel mondo di domani?
R. - La ripresa dalla pandemia offre opportunità per condurre il mondo su un cammino più sicuro, sano, sostenibile e inclusivo.Le disuguaglianze e i divari nella protezione sociale che sono emersi in modo così doloroso dovranno essere affrontati. Avremo anche l’opportunità di mettere in primo piano le donne e l’uguaglianza di genere per aiutare a costruire una  resilienza a choc futuri.
La ripresa deve andare anche di pari passo con l’azione per il clima. Ho chiesto ai Governi di assicurare che i fondi per rivitalizzare l’economia siano utilizzati per investire nel future, non nel passato..
I soldi dei contribuenti dovrebbero essere utilizzati per accelerare la decarbonizzazione di tutti gli aspetti della nostra economia e privilegiare la creazione di lavori verdi. È questo il momento per imporre una tassa sul carbone e far pagare chi inquina per il suo inquinamento. Le istituzioni finanziarie e gli investitori devono tenere pienamente conto dei rischi climatici.Il nostro modello continuano a essere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.
Questo è il tempo di essere determinati. Determinati a sconfiggere il Covid-19 e a uscire dalla crisi costruendo un mondo migliore per tutti.