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venerdì 17 luglio 2026

ENTUSIASMO E SCIATTERIA


Ritrova la meraviglia, 

non cadere nella sciatteria





Abbi il coraggio di scottarti e il sacro fuoco dell'entusiasm

Indice

1.     La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

2.     Guarda il video sulla riflessione di Crepet

3.     L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

4.     L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

5.     I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

6.     La responsabilità degli adulti

7.     Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

In un'epoca dominata dall'efficienza tecnologica, dalla prevedibilità degli algoritmi e da una costante ricerca di sicurezza emotiva, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un grido d'allarme nel suo libro Riprendersi l'anima. Nel capitolo dedicato alla "Fine dell'entusiasmo", Crepet analizza con lucidità e poesia la progressiva scomparsa di quella spinta vitale che ci rende umani: l'impeto, la meraviglia e, appunto, l'entusiasmo.

Sopravvivere è facile; vivere davvero, accogliendo il caos delle emozioni, richiede invece un coraggio che stiamo progressivamente dimenticando. Crepet ci svela come possiamo salvare la nostra anima dall'apatia moderna.

L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

Oggi assistiamo a quello che Crepet definisce il "prolasso dell'empatia", un progressivo imbarbarimento delle relazioni umane che si manifesta sotto forma di una "speciale imperturbabilità". C'è un calo evidente di smania, di curiosità, di solidarietà e di impeto.

Sempre più spesso, la società e le famiglie educano le nuove generazioni a scegliere l'amore tiepido, scoraggiando quello "sovversivo" e tempestoso. Si tende a preferire la stabilità emotiva alla tempesta romantica, dimenticando che l'amore, per sua natura, deve scottare o gelare per insegnarci a vivere.

Questo rifugio nell'apatia protettiva conduce dritto all'autarchia emotiva: l'illusione di bastare a se stessi. Ci trinceriamo dietro una finta autosufficienza sentimentale, alimentata dal narcisismo relazionale, che in realtà non è altro che un isolamento paranoico. Costruiamo fortezze vuote per timore di soffrire, decidendo coscientemente che basta imparare a vivere senza entusiasmo.

L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

Uno dei passaggi più profetici del capitolo analizza il rapporto tra l'essere umano e le nuove tecnologie. Crepet cita la storia di Ayrin, una ragazza americana che ha preferito fidanzarsi con "Leo", un compagno virtuale generato dall'intelligenza artificiale (ChatGPT).

Perché un chatbot sembra così rassicurante? Perché è programmato per dire sempre di sì, per non contrastare mai, per adulare e assecondare. Ma questa perfezione artificiale si rivela presto di una noia mortale e prevedibile.

Le macchine possono fare tutto, tranne una cosa: entusiasmarsi. Esse sono prive di slancio, pedanti e senza anima. Quando cerchiamo nei chatbot la risposta alle nostre mancanze emotive, pretendiamo il "nulla metafisico". Se non ci ribelliamo in tempo, rischiamo di diventare sudditi di un nuovo tecnocrate capace di manovrare, attraverso la rete, i nostri "cuori grigi". Nemmeno George Orwell era arrivato a immaginare una distopia in cui la rivoluzione parte dallo smontare i sentimenti e le relazioni affettive reali per sostituirli con sterili mantra digitali.

I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

L’entusiasmo non è un dono innato e immutabile: viene dalla mancanza, non dall'appagamento. Come sostiene Crepet, per reimparare a desiderare e a entusiasmarsi, dobbiamo riscoprire tre attitudini fondamentali che fungono da veri e propri "strati mentali" da coltivare con umiltà:

  • La disponibilità a guardarsi attorno: Il rifiuto di farsi bastare le cose così come sono. È la sana inquietudine di chi non si accontenta della mediocrità
  • L'ambizione sacra: Quella forza interiore che guida il talento verso l'inaspettato e l'inusitato. Senza questa spinta ci si ferma, parcheggiando la propria vita sul ciglio della strada a guardare passivamente quella degli altri
  • L'ispirazione: Crepet rievoca Leonardo da Vinci, che trovava l'ispirazione e l'illuminazione persino nelle macchie d'umidità sui muri o nelle forme mutevoli delle nuvole. L'ispirazione richiede la modestia di saper cogliere il bello nell'effimero e nel quotidiano.

La responsabilità degli adulti

Crepet si chiede: una scuola dovrebbe essere un luogo entusiasmante, altrimenti a che serve?

L'esperienza della didattica a distanza (DAD) ha dimostrato la pericolosità dell'isolamento. Eppure, troppo spesso gli adulti di oggi agiscono come "schiacciasassi sui germogli" dei più giovani, livellando la loro iperbole emotiva e mettendo sullo stesso piano sogni e incubi. Crepet racconta l'incontro con una studentessa di Firenze che gli ha posto una domanda cruciale: "Se lei fosse il mio professore, mi valuterebbe per la mia preparazione o per la mia passione?". Sebbene la preparazione tecnica sia fondamentale, lo psicologo esorta a non perdere mai di vista la passione. La vera scuola deve essere come il professor Keating de L'attimo fuggente: un luogo in cui si impara a riconoscersi, ad andare oltre la debolezza dei falsi maestri e ad abbracciare l'entusiasmo come bussola di vita.

Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo porta con sé una forma di violenza silenziosa: il trionfo del proprio "io" tecnologico a scapito della nostra reale capacità di sentire. Evitare la fatica di indagare se stessi e gli altri può sembrare comodo, ma ci priva dell'unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta.

Dobbiamo ritrovare il coraggio di scottarci, di deragliare, di appassionarci a ciò che sembra impossibile. Solo liberando l'anima da questa imperturbabilità digitale potremo tornare a desiderare davvero. Come conclude Crepet nel suo accorato appello: "Credo in un futuro entusiasmante, cerco qualcuno che mi aiuti a trovarlo".

Redazione Studenti

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lunedì 5 gennaio 2026

SERENDIPITY


 Il significato di Serendipity, l’affascinante parola inglese che celebra le piccole fortune inattese della vita

Serendipity è trovare qualcosa di prezioso senza cercarlo intenzionalmente. 

Scopri il significato di questa bellissima parola inglese, la sua origine e la sua importanza nella vita quotidiana.

 

-di Natalia Cristiano

 

Ci sono parole che non si limitano a descrivere un concetto, ma sembrano contenere interi mondi. Serendipity è una di queste. Non è soltanto un affascinante parola inglese, ormai adottata da molte lingue, ma un’idea complessa, sfaccettata, quasi una filosofia di vita. Evoca l’incontro con l’inaspettato, la scoperta non programmata, quei momenti in cui qualcosa di prezioso emerge mentre eravamo intenti a cercare tutt’altro, o magari mentre non stavamo cercando nulla di preciso.

In un'epoca che esalta l’organizzazione minuziosa, la produttività e il controllo costante, la Serendipity appare come una necessaria controcorrente. Ci ricorda che non tutto ciò che ha valore può essere pianificato, misurato o previsto. Al contrario, spesso le esperienze più significative arrivano quando smettiamo di forzare il percorso e lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto.

Se ripensiamo alle nostre vite con onestà, ci accorgiamo che molte svolte decisive sono nate “per caso”. Un incontro avvenuto in modo fortuito, una scelta fatta quasi per deviazione, un errore che si è rivelato più fertile di un successo. Dare un nome a questi eventi significa riconoscerne la dignità e il valore. La Serendipity suggerisce che il caso non è solo caos o disordine, ma può diventare una forma inattesa di dono.

In questo articolo esploriamo il significato di Serendipity, le sue origini, il suo ruolo nella scienza e nella cultura, e ciò che può insegnarci su come abitare il mondo con maggiore apertura, curiosità e consapevolezza.

Il significato di serendipity: oltre la semplice fortuna

La definizione comune di Serendipity come “scoperta fortunata e casuale” è corretta ma incompleta. Non si tratta semplicemente di fortuna passiva, di un evento fortuito che capita senza coinvolgimento. La vera serendipità nasce dall’incontro tra eventi imprevisti e una mente pronta a riconoscerne il valore. Richiede sensibilità, apertura mentale e la capacità di fare collegamenti tra cose apparentemente scollegate. In altre parole, è spesso l’atteggiamento di chi sa vedere oltre l’evidenza immediata, cogliendo opportunità che altri non percepiscono. 

Trovarsi davanti a qualcosa di prezioso mentre si cercava altro, o assistere a un evento imprevisto che spalanca nuove possibilità, può dipendere da una combinazione di attenzione, intuizione e prontezza di spirito. La serendipità non è quindi solo ciò che succede: è il modo in cui rispondiamo a ciò che succede. Due persone possono vivere la stessa coincidenza: una potrebbe ignorarla, l’altra potrebbe trasformarla in un’opportunità. In questo senso, il fenomeno ha molto a che fare con il modo in cui guardiamo al mondo. 

Origine del termine: una storia letteraria e geografica

Il termine Serendipity fu coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole, celebre anche come autore e figura culturale del suo tempo. Walpole utilizzò questa parola in una lettera al suo amico Horace Mann per descrivere una scoperta inaspettata che aveva fatto, evidenziando come spesso gli eventi fortuiti possano portare a risultati di grande valore se accompagnati da sagacia e attenzione.

La parola deriva da Serendip, l’antico nome persiano dell’isola oggi chiamata Sri Lanka. Questo nome è a sua volta entrato nelle lingue occidentali attraverso forme arabe come Sarandib, derivate dal sanscrito Siṃhaladvīpaḥ, che significa “isola dei Singhalesi” o “isola del leone”.

Walpole si ispirò a una fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendip, tradotta in italiano da Cristoforo Armeno e pubblicata a Venezia nel 1557. Nel racconto, tre principi compiono una serie di scoperte sorprendenti non perché le stiano cercando, ma grazie alla loro capacità di osservare, dedurre e interpretare indizi apparentemente insignificanti. Questo elemento di intuizione unito al caso fu ciò che colpì Walpole e lo spinse a creare un termine che potesse racchiudere questa combinazione di accidente e sagacia.

Nonostante sia nato in un contesto letterario, il termine ha via via assunto significati e applicazioni più ampi, fino a entrare nei lessici di molte lingue, tra cui l’italiano, dove si trova ormai nei dizionari con il significato di "La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Il metodo di apprendimento passivo dell'inglese consente di imparare nuovi vocaboli e regole grammaticali semplicemente guardando serie TV, leggendo libri o ascoltando musica nelle lingua straniera. Ti spieghiamo quali sono i vantaggi e i limiti di questa strategia.

Serendipity nella scienza

La storia della scienza offre numerosi esempi di serendipità applicata alla ricerca. Alcune delle scoperte più rivoluzionarie non sono nate da progetti intenzionalmente diretti, ma da osservazioni inaspettate che sono state riconosciute e valorizzate da menti aperte. Un famoso esempio è quello di Alexander Fleming, che notò una muffa in una piastra di Petri che stava inattivamente uccidendo batteri, portando alla scoperta della penicillina, un punto di svolta nella medicina moderna.

Altri esempi includono invenzioni come i Post-it, nati da un adesivo considerato inizialmente inutile, o la scoperta dei raggi X, emersi da osservazioni inattese durante esperimenti con tubi a raggi catodici. In ciascuno di questi casi, la differenza tra un evento casuale e una vera serendipità risiede nella capacità di riconoscere l’importanza del fenomeno e di trarne senso e opportunità.

Serendipity nella vita quotidiana e nella cultura

Nel contesto quotidiano la serendipità può manifestarsi in mille modi: un incontro casuale che cambia il corso di una relazione, una scelta fatta d’impulso che apre nuove prospettive, persino un errore che si rivela più fertile di un successo previsto. La cultura popolare ha spesso celebrato questo concetto attraverso racconti, romanzi e film. Un esempio celebre è il film Serendipity – Quando l’amore è magia (2001), in cui il destino e gli eventi imprevedibili giocano un ruolo centrale nel legare due persone.

In psicologia, filosofia e sociologia della conoscenza, si discute spesso di serendipità come attitudine, condizione di apertura verso l’imprevisto e modalità di relazione con l’ambiente circostante. Piuttosto che considerare il caso come semplice coincidenza, la serendipità invita a riconoscerne il potenziale creativo e trasformativo.

SpeakUp

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lunedì 20 ottobre 2025

LA SCUOLA CHE INSEGNA A PENSARE

RISVEGLIARE LA COSCIENZA CRITICA


 “L’educazione è un processo di vita, 

e non una preparazione alla vita futura.”

 J. Dewey 



La libertà di imparare


Ci sono date che meritano di essere ricordate non per le guerre vinte o per i troni conquistati, ma per le idee che hanno cambiato il destino dell’uomo. Il 20 ottobre 1859 nasceva John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, il cui pensiero avrebbe rivoluzionato per sempre il modo di intendere la scuola.

Per Dewey, educare non significava riempire la mente di nozioni, ma risvegliare la coscienza critica. Una scuola viva, capace di formare cittadini consapevoli, non sudditi obbedienti. Un luogo in cui imparare a osservare, a fare, a sbagliare, a discutere, a comprendere il mondo attraverso l’esperienza.

“L’educazione non è preparazione alla vita. È la vita stessa”, scriveva. In questa frase si condensa la sua visione: la scuola come laboratorio dell’esistenza, come spazio in cui allenare la mente e il cuore alla complessità della realtà.

 Il pensiero come esperienza

Dewey rifiutava l’idea di un sapere astratto e sterile. Vedeva nel pensiero una forma di azione, un processo dinamico e trasformativo. Non un “sapere per sapere”, ma un pensare per comprendere e per vivere meglio.

Nella sua concezione, l’insegnante non è un’autorità che impone, ma una guida che accompagna. La conoscenza non cala dall’alto, nasce dal dialogo e dalla cooperazione. Ogni bambino porta con sé un mondo da scoprire e da valorizzare.

Il suo sogno era semplice e radicale: una società capace di pensare insieme. Una democrazia viva, costruita ogni giorno dentro e fuori dalle aule.

 Intervista immaginaria a John Dewey

Abbiamo immaginato di poterlo incontrare oggi, in una scuola di periferia, tra tablet, lavagne digitali e ragazzi che vivono con un piede nel reale e uno nel virtuale.


Dottor Dewey, cosa direbbe ai ragazzi di oggi che faticano a trovare un senso nella scuola?

Direi loro di non cercarlo nei voti o nei giudizi, ma nelle domande che li abitano. La scuola non serve a dare risposte, ma a imparare a formulare domande vere. È il dubbio, non la certezza, che ci fa crescere.

 E agli insegnanti, spesso disillusi e stanchi?

Ricordate che siete custodi di possibilità. L’insegnamento non è un mestiere, è una forma d’arte: la capacità di trasformare la curiosità in conoscenza, e la conoscenza in libertà.

 Cosa pensa della tecnologia in classe?

Ogni strumento può essere utile, se è al servizio dell’esperienza e non della distrazione. Non temete la tecnologia, ma chiedetevi sempre: ci sta aiutando a comprendere la vita o ci sta solo intrattenendo?

 C’è ancora speranza per l’educazione nel mondo di oggi?

La speranza nasce ogni volta che un insegnante ascolta un bambino. Ogni volta che qualcuno impara a pensare con la propria testa. La scuola non deve cambiare il mondo, deve insegnarci a non subirlo.

 La lezione dimenticata

 Nel tempo della velocità e dell’informazione, il pensiero di Dewey torna come un promemoria silenzioso: la scuola non è una fabbrica di risultati, ma un luogo di crescita interiore e collettiva.

Forse è tempo di tornare a una pedagogia del sentire, dove ogni lezione diventa occasione di scoperta, e ogni errore un passo verso la comprensione. Una scuola che non si limiti a insegnare cosa pensare, ma insegni come pensare.

 Citazione d’autore

“L’educazione è un processo di vita, e non una preparazione alla vita futura.”

John Dewey

Consiglio consapevole

La prossima volta che osservi un bambino che fa una domanda, non rispondere subito. Lascia che la sua curiosità respiri, che il pensiero cresca da solo. È in quel momento che nasce l’intelligenza autentica: quando impariamo a pensare con libertà e meraviglia.

 Blog UAM

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mercoledì 8 ottobre 2025

STUPORE E MERAVIGLIA


Come educare allo stupore 

e al senso

 di meraviglia

 



 - di Silvia Iaccarino, formatrice, psicomotricista, fondatrice di PF06

 Nelle famiglie e nei servizi educativi con cui ci confrontiamo c’è un aspetto molto interessante: il tema dello stupore desta meraviglia anche negli adulti. Genitori, educatrici, educatori, insegnanti e professionisti dell’educazione nello 06 ci chiedono suggerimenti per educare allo stupore.

Non indicate per loro una via conosciuta, ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita” suggerisce Giorgio Gaber.

Dopo aver scritto un articolo sullo stupore dei bambini e delle bambine – e dopo aver notato l’interesse suscitato – oggi proponiamo un contenuto dedicato a come educare allo stupore e rispondiamo a una domanda chiave che, come adulti, siamo invitati ad abitare ogni giorno.

Quale postura possiamo tenere e cosa possiamo fare per valorizzare il senso di stupore di bambini e bambine?

Vediamo insieme alcuni suggerimenti pratici da attivare nella quotidianità.

 Indice dell’articolo

Un possibile approccio per educare allo stupore

Educare allo stupore: sull’essere. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Educare allo stupore: sul fare. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Educare allo stupore: tips per educatrici, educatori e insegnanti

Come diventare architetti dello stupore in cinque step

I benefici dello stupore

Educare allo stupore è un compito meraviglioso

Qualche articolo utile per educare allo stupore

Bibliografia per educare allo stupore

 Un possibile approccio per educare allo stupore

Per educare allo stupore noi adulti possiamo diventare registi e “architetti dello stupore” (S. Haughley). In qualità di genitori, educatrici, educatori e insegnanti svolgiamo un ruolo fondamentale per la crescita di bambini e bambine e abbiamo l’opportunità di strutturare una vera e propria regia educativa.

L’adulto diventa facilitatore, è una presenza che crea le condizioni per interrogare la mente infantile e generare curiosità e interesse. L’adulto mette a disposizione di bambini e bambine spazi, tempi e materiali adeguati a educare allo stupore.

Scrive la biologa Rachel Carson: “Se un bambino deve tenere vivo il suo senso innato di meraviglia, ha bisogno della compagnia di almeno un adulto con cui condividerla, riscoprendo in lui la gioia, l’eccitazione e il mistero del mondo in cui viviamo”.

Ti proponiamo un possibile approccio per educare allo stupore, seguendo qualche suggerimento di Simona Vigoni che, durante i suoi corsi, apre una riflessione sull’essere e una sul fare.

Educare allo stupore: sull’essere. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Il senso di meraviglia dei bambini e delle bambine, così come il nostro, è un muscolo: se lo alleniamo si rafforza, se lo trascuriamo si indebolisce. Impariamo a coltivare questa dimensione innanzitutto per noi stessi, noi stesse, perché noi vediamo quello che siamo e quello che sappiamo.

Possiamo rintracciare la meraviglia nei bambini e nelle bambine quando riusciamo a essere aperti, se dentro di noi nutriamo e coltiviamo la dimensione dello stupore.

Proviamo a cogliere l’intensità e la bellezza nell’ordinario, nella quotidianità, nelle piccole cose, così come sanno fare bambini e bambine.

“I luoghi familiari hanno perso ogni aura di novità. Sono ambienti che diamo per scontati e a cui abbiamo smesso di dedicare la nostra attenzione. (….). Quel che facciamo con la nostra attenzione, in poche parole, è al centro di ciò che ci rende umani» R. Walker

Sperimentiamo il gusto di perderci: hai presente la differenza tra uscire di casa con l’obiettivo di andare a fare la spesa e quello di fare una passeggiata? Quanto riusciamo a mantenere l’attenzione su ciò che c’è intorno (alberi, foglie, cielo) se siamo sempre guidate e guidati da un obiettivo?

La soluzione risiede nell’essere adulti curiosi, aperti, in ricerca e capaci di accogliere con interesse ciò che l’altro porta.

In questa cornice la natura, la vita all’aria aperta sono un grande serbatoio di meraviglia ed è quindi vitale abitare i luoghi del fuori, uscire dalle case, dalle scuole e dai servizi, stare in contatto

con la natura per sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Qui c’è l’immensa, selvaggia, gemente madre di tutti noi, la Natura, distesa tutto intorno a noi, con tale Bellezza e tale affetto per i suoi bambini, come il leopardo; e troppo presto veniamo strappati dal suo petto per essere inseriti in società, in quella cultura che si basa esclusivamente sulle interazioni tra uomo e uomo”, scrive Henry David Thoreau.

 Educare allo stupore: sul fare. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Il primo suggerimento è fare da base sicura per bambini e bambine.

Prepariamo un ambiente rassicurante che possano esplorare sapendo di essere al sicuro. Porges dice che la sicurezza è il trattamento. I piccoli dovrebbero sentirsi dentro a un cerchio di sicurezza che fa da base da cui partire e porto sicuro a cui tornare.

Per educare allo stupore e alla meraviglia sono importanti i contesti, gli spazi, i materiali ma è anche fondamentale la relazione.

Coltiviamo l’attenzione ai bisogni primari ed essenziali perché solo quando sono nutriti e incontrati generano la sicurezza che offre a bambini e bambine l’opportunità di slanciarsi verso l’alto, in avanti, a esplorare e approfondire la vita fuori e dentro di loro.

È necessario considerare il serbatoio affettivo dei bambini/e: è un carburante, un’energia che tiene attivi nella scoperta del mondo che ci circonda. Se questo serbatoio affettivo si svuota, l’esplorazione, lo stupore, la profonda meraviglia non sono possibili.

Vale per gli adulti così come per i bambini e le bambine. L’esaurimento energetico non consente di vedere la bellezza del mondo perché ci concentriamo solo su fatica e difficoltà, abbiamo esaurito la nostra disponibilità.

Per educare allo stupore alimentiamo il nostro serbatoio affettivo e quello di bambini e bambine.

Noi adulti possiamo mostrare lo stupore attraverso l’esempio: il modeling è potente. Educhiamo meglio con quello che siamo rispetto a quello che diciamo o facciamo.

Noi adulti possiamo essere per primi gli esploratori del mondo, per dare l’esempio, affiancare e accompagnare i bambini e le bambine alla scoperta.

Impariamo ad agire con responsività, sensibilità e contingenza ai bisogni dei piccoli, offriamo possibilità, libertà di azione, sosteniamo l’esplorazione attiva, ascoltiamo le domande e non chiudiamo le risposte.

Poniamo domande aperte: in molti casi gli adulti scoraggiano bambini/e e ragazzi/e a porre domande, soprattutto quando non sono correlate all’argomento oggetto del dialogo. Quando emerge la divergenza e l’impertinenza, tendiamo a far tornare tutto alla convergenza, alla programmazione, all’idea dell’adulto, allo schema che abbiamo in mente, al sentiero tracciato, deciso e definito. Invece è importante accogliere e abitare l’imprevisto e offrire un tempo disteso per le ricerche e le esplorazioni.

 Educare allo stupore: tips per educatrici, educatori e insegnanti

  • Curiamo la bellezza nei contesti educativi: quali contesti offriamo ai bambini e alle bambine? Consideriamo l’estetica: i piccoli hanno bisogno di stare nel bello.
  • Favoriamo il contatto con la natura e integriamo uno stile di vita lento per permettere alla naturale creatività di sbocciare.
  • Offriamo materiali open-ended, a bassa strutturazione, che sostengono immaginazione, creatività, pensiero divergente.
  • Evitiamo di proporre a bambini e bambine un’agenda troppo organizzata e garantiamo il tempo del gioco libero.
  • Diamo priorità alla scoperta, alla ricerca e al gioco perché è su questa base che si innestano tutti gli apprendimenti formali degli anni successivi.
  • Seguiamo le istanze interiori di bambini e bambine.
  • Mettiamoci in ascolto dei loro interessi e sosteniamoli.

 Lo stupore è un meccanismo innato nel bambino. Nasce con lui. Ma, per poter funzionare bene, deve essere circondato da un ambiente che lo rispetti”, scrive L’Ecuyer.

Proviamo ad abitare le domande, così come sono capaci di fare i bambini e le bambine quando incontrano situazioni, cose e materiali sconosciuti.

“Coltivare la capacità di concentrarsi su quello che gli altri trascurano, considerare “l’incantevole realtà” come un dono inedito e casuale è vitale per ogni processo creativo”. R. Walker

Questo atteggiamento, questo sguardo capace di tornare a vedere ciò che già si sa (come diceva Canetti) oltre a essere utile in veste di professionisti/e dell’educazione e genitori, risulta funzionale anche nella vita, perché ci può aprire alla meraviglia e allo stupore anche e soprattutto di fronte alle cose che, per la vita distratta, gli automatismi dettati dalla fretta, abbiamo smesso di guardare. Con lo stupore riceviamo un bagaglio di emozioni piacevoli che garantiscono il nutrimento emotivo.

Più sono ampie le possibilità che offriamo ai bambini, più intensa sarà la loro motivazione alla scoperta e più ricca la loro esperienza. Dobbiamo ampliare i temi e gli obiettivi, i tipi di situazioni che offriamo e il loro grado di strutturazione, le diverse combinazioni di risorse e materiali e le possibili interazioni con gli oggetti, i pari e gli adulti”, Loris Malaguzzi.

 Come diventare architetti dello stupore in cinque step

Sally Haughley – CEO e Founder del Fairy Dust Teaching – suggerisce un approccio pratico per diventare architetti dello stupore in cinque step e supportare bambini e bambine lungo il loro meraviglioso percorso di crescita.

Essere architetti dello stupore significa mantenersi aperti, come adulti, alla capacità di guardare il mondo con gli occhi dei bambini e delle bambine, come se osservassimo tutto ciò che ci circonda per la prima volta. Condividiamo questa prassi con te.

Step 1 – Risvegliare lo stupore

Noi adulti abbiamo bisogno di essere consapevoli della nostra idea implicita di bambino, bambina, e di renderla esplicita. Lavoriamo con costanza su questo concetto e manteniamo uno sguardo aperto e bambino.

Step 2 – Prepararsi allo stupore

Possiamo essere coltivatori di relazioni tra adulti e bambini, bambine, ma anche tra di loro e l’ambiente, inteso come spazio, tempo e materiali. Diventa importante coltivare le relazioni con le famiglie e il territorio per aprire la mente allo stupore come stile di vita.

Step 3- Essere testimoni dello stupore

Significa avere uno sguardo interessato, attento e in ascolto dei processi agiti da bambini e bambine. Proviamo a recuperare quel senso di meraviglia per ciò che oramai, come adulti, ci appare banale e scontato. Prendiamoci un tempo per osservare e riflettere sulle azioni di bambini e bambine e sui significati dei loro giochi: valorizziamoli senza indugio.

Step 4 – Favorire lo stupore

Dopo aver visto e ascoltato gli interessi di bambini e bambine, i loro desideri, bisogni e idee, possiamo assistere alla magia e diventare ricercatori di meraviglia. Promuoviamo il gioco dall’interno (Bondioli), rilanciamo e invitiamo bambini e bambine ad approfondire ed espandere le loro ricerche.

Questo è il momento per dialogare con loro e sollecitarli con le nostre domande, volte a far emergere le loro idee e teorie. In questa fase non svolgiamo il semplice ruolo di spettatori e osservatori ma siamo attivi co-costruttori del sapere dei bambini/e, con i bambini/e.

Step 5 – Documentare lo stupore

La documentazione foto-video e la narrazione delle indagini e delle scoperte di bambini e bambine, restituisce alle famiglie, al territorio, alla comunità e a bambini e bambine i loro processi di apprendimento, dando valore alle loro ricerche. È necessario possedere competenze osservative e documentative per cogliere quei momenti in cui i bambini/e, catturati dallo stupore e immersi nella concentrazione, apprendono.

Quando documentiamo il processo dei bambini, stiamo seguendo le tracce della meraviglia. (…) Mi piace pensare alla documentazione come alla pedagogia dell’amore”, scrive Haughley.

Per documentare lo stupore potresti organizzare questo corso nel tuo servizio educativo:

La documentazione pedagogica narrativa: raccontare l’effimero

Il bambino piccolo esiste solo se c’è un adulto accanto che gli dà voce, che valorizza le sue competenze e potenzialità. Documentare significa allora assumersi la responsabilità di dare visibilità e valore ai bambini e a chi lavora e vive con loro, in famiglia e nei servizi (…). In questa prospettiva, dare visibilità alle azioni educative attraverso la documentazione rappresenta una pratica democratica di condivisione e partecipazione per tutti i soggetti coinvolti, permette scambio e confronto, rendendo visibili, riconoscibili e valorizzabili le differenze” (L. Malavasi/B. Zoccatelli).

I benefici dello stupore

Educare allo stupore e preservare nei bambini e nelle bambine il loro naturale e innato senso di meraviglia per il mondo, genera innumerevoli benefici. Ecco qualche esempio.

Educare allo stupore…

  • Migliora lo sviluppo delle funzioni esecutive: autocontrollo, problem solving, flessibilità di risposta, attenzione e concentrazione, memoria di lavoro.
  • Dona un significativo senso di autoefficacia, accresce la capacità di autodeterminarsi e l’autostima.
  • Sviluppa in modo armonico ed equilibrato tutte le aree cognitive.
  • Consente un apprendimento profondo e duraturo.
  • Diminuisce le problematiche comportamentali.
  • Favorisce il pensiero critico.

 Il gioco è l’attività per eccellenza attraverso la quale i bambini possono apprendere, spinti dallo stupore”. C. L’Ecuyer

 Educare allo stupore è un compito meraviglioso

Il bambino, la bambina, che cresce nello stupore potrà diventare un adulto che:

 

  • saprà desiderare, avere dei sogni, essere grato in quanto non avrà soddisfatto ogni minima richiesta e saprà apprezzare i doni della Vita;
  • saprà meditare e riflettere in quanto ha nutrito il suo mondo interiore;
  • sarà in grado di riconoscere pregi e meriti altrui senza temere di essere sminuito, avrà una solida autostima e un solido senso del proprio valore;
  • saprà apprezzare e vedere la Bellezza anche nelle piccole cose, perché avrà uno sguardo aperto e allenato allo stupore e non sarà alla costante ricerca di nuove sensazioni intense;
  • avrà un carattere equilibrato e calmo, in quanto la sua mente non sarà sovra-stimolata e saturata;
  • sarà capace di seguire la propria strada, autodeterminarsi, automotivarsi, pensare con la propria testa in modo critico;
  • sarà aperto al mistero, perché avrà sperimentato che non tutto ha una risposta e sarà capace di apprezzare la vita in tutte le sue forme.

Elenco liberamente adattato da “Educare allo stupore” di C. L’Ecuyer.

 L’educazione sana mette lo stupore al primo posto. Quando gli esseri umani danno importanza allo stupore, possono accadere grandi cose. La mente si apre, il cuore si apre, e si può dire che si apre anche l’anima. Avviene un’espansione. Ritorna la meraviglia. Il fanciullo interiore rimane vivo e attento nel corso di tutta la vita. Apprendere diventa una realtà quotidiana. I libri non finiscono sugli scaffali e la televisione non è più in grado di dominare la nostra psiche”.

Con questo pensiero di M. Fox ti auguriamo di mantenere, da adulto, un naturale senso di meraviglia per essere pronto, pronta, a educare allo stupore con la mente, l’anima e il cuore.

 Qualche articolo utile per educare allo stupore

 Posizionamenti educativi – Il ruolo dell’adulto

 Bibliografia per educare allo stupore

 

  • VV., “Lo stupore del conoscere. I cento linguaggi dei bambini”, ed. Reggio Children
  • Dallari M., Moriggi S., “Educare bellezza e verità”, ed. Erickson
  • Fox M., “Educare alla meraviglia. Reinventare la scuola, reinventare l’umano”, ed. La Meridiana
  • Haughley S., “The Wonder based startup Guide” su www.fairydustteaching.com
  • L’Ecuyer C., “Educare allo stupore”, ed. Ultra
  • Malavasi L., Zoccatelli B., “Documentare le progettualità nei servizi e nelle scuole per l’infanzia”, ed. Junior
  • Delrio in “Lo stupore del conoscere. I cento linguaggi dei bambini”, ed. Reggio Children

 

Educare allo stupore


 

 

 


mercoledì 3 settembre 2025

SAPERSI STUPIRE

 


IL DOVERE 

DELLO STUPORE

 

Alessandro D’Avenia

 

Non sembra ma la scuola e le ferie hanno la stessa essenza: l’incontro con la meraviglia. Durante le ferie è lo stupore che cerchiamo. In montagna o al mare, in campagna o in città, in un libro, panorama, volto, vogliamo incantarci. In queste occasioni, che non a caso poi ricordiamo e raccontiamo, tratteniamo il respiro (si dice «mozzafiato»), per ricevere più vita. Quale? Quella che appunto ci ispira: ci dà più respiro. 

Per questo abbiamo un senso da cui dipendono gli altri cinque: il senso della meraviglia. Se non funziona questo senso, la realtà diventa muta, insensata, neutra. Infatti è la qualità delle relazioni che abbiamo con il mondo che orienta il nostro individuarci, cioè, scoprire in che cosa siamo unici e irripetibili. 

E proprio il senso della meraviglia detta la qualità di queste relazioni: si chiama «attenzione selettiva», un potenziamento dei nostri circuiti neurali diverso per tutti. Chi non prova stupore cerca stupefacenti: sostanze, non relazioni ma dipendenze. Pur di appartenere (sentirsi amato) sparisce nelle cose o negli altri, fino a non sapere più chi è e che cosa vuole. 

Chi invece conosce e allena il «suo» stupore trova sostanza (al singolare), cioè vita che lo sostiene, legami che lo ispirano e lo individuano, non sparisce nelle cose e negli altri ma sa stare di fronte al mondo, da protagonista. 

A scuola è difficile rendersene conto, piena com’è di grigiore e disincanto, ma in fondo la scuola finisce o comincia proprio se finisce o comincia l’incanto. Perché? 

 La scuola non è un edificio (sarebbe troppo poco) ma ogni spazio-tempo della storia in cui incontriamo ciò che ci meraviglia. Si dà scuola – a volte anche a scuola – ovunque accada lo stupore, cioè un incontro reale con il mondo. Il primo giorno di scuola non è quindi l’inizio di un susseguirsi di ore a cui resistere in vista del prossimo ponte, ma una metafora del «senso della meraviglia». Come allenarlo? 

Cominciamo con un appello in cui a ciascuno sia chiesto: per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? A scuola possiamo dare il buon esempio raccontando l’incanto che ci ha portato a voler raccontare ad altri la gioia della chimica, della filosofia, della cucina, dell’arte, dell’elettronica, della biologia, della meccanica, della matematica e tutte quelle che possiamo definire «materie della meraviglia», «sostanza del mondo» e non sostanze senza mondo, dipendenze senza gioia. 

Così avremo un primo appello di «incanti», ogni nome associato al pezzetto di mondo verso cui sente attrazione e quindi attenzione. Conoscere come e quando un ragazzo (e in generale una persona) sente di appartenere alla vita e che la vita gli appartiene è ascoltare una profezia sul suo destino. 

Per questo amo il titolo che l’astrofisica canadese Rebecca Elson ha usato per il suo libro di poesie «A Responsibilty to Awe», responsabilità dell’incanto, perché quando veniamo toccati da qualcosa stiamo già rispondendo (da cui responsabilità) a una chiamata della vita che vuole cura da noi, alla maniera che ci è più congeniale. 

Chi non prova incanto non può provare amore verso sé stesso e verso la vita, perché non sa cosa ama e non sa cosa lo chiama. Per questo bisogna raccontare ai figli e agli studenti dove l’incanto ci ha afferrati, perché loro cercano in noi prima che una lezione una elezione: scelta, vocazione, destino, responsabilità. 

Perché avremmo mai dedicato tempo e sforzi a qualcosa purché diventasse la nostra strada? Per questo un primo appello ben fatto chiede ai ragazzi dove l’incanto li abbia già afferrati, perché dal «senso della meraviglia» nasce il loro personalissimo «sentimento della vita»: l’amore per il mondo, per gli altri e per se stessi, unica reale difesa dalle dipendenze. 

Un ragazzo «irresponsabile» è semplicemente un ragazzo che non è mai stato chiamato alla vita e dalla vita, e quindi non ha mai potuto rispondere. Per questo l’appello è il momento più importante dell’orario scolastico: tu, proprio tu, per quale pezzetto di mondo sarai insostituibile? 

E quindi: per quale stupore sei qui? In fondo quando ci siamo innamorati di qualcuno, non è stato il suo modo unico di «stare» al mondo che ci ha sedotto? Alexandra Horowitz, docente di psicologia alla Columbia University, ha scritto un libro, On looking: eleven walks with expert eyes (Sul vedere: undici passeggiate con occhi esperti), in cui descrive il medesimo ripetuto e ignorato percorso, da casa alla scuola della figlia, in undici modi diversi, semplicemente perché lo percorre ogni volta insieme a una persona con una vocazione diversa, occhi diversi: un architetto, un biologo… un cane. 

Lo stesso tragitto di sempre diventa memorabile grazie ai modi unici, stupefatti e quindi stupefacenti, di percorrerlo, cioè di stare al mondo, di prendersene cura. Come diceva Chesterton non esistono argomenti poco interessanti, ma persone poco interessate. E allora mi viene da pensare a Van Gogh che abbracciò tardi la sua vocazione e imparò a dipingere da solo, e in dieci anni il suo sguardo rivoluzionò l’arte perché nessuno come lui sapeva stare davanti a girasoli, cipressi, volti, stelle… la stessa «materia» che tutti vedevano da secoli, ma senza il suo incanto. In una lettera del giugno 1888 chiedeva al fratello Theo i soldi per comprare tele e colori: «Non è forse la sincerità della natura a guidarci? E queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora – senza accorgersi che si sta lavorando – e talvolta le pennellate vengono in successione e con rapporti tra loro come le parole in un discorso o in una lettera. Ecco perché chiedo sfacciatamente tela e colori. Solo così sento la vita, quando lavoro a pieno ritmo» (giugno 1888). Lo stupore di un solo uomo, divenuto vocazione e opere, continua a risvegliare milioni di addormentati o di ciechi (per questo a scuola facciamo studiare Van Gogh). 

E allora facciamolo bene questo primo appello. Nome per nome, stupore per stupore, destino per destino, vocazione per vocazione. 

Chiedere «per raccontare quale stupore sei venuto al mondo?» a un adolescente è un dovere per noi, come diciamo che lo è la scuola per lui. 

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