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martedì 30 aprile 2024

LA MESSA E' SBIADITA

RIPARTIRE 
DALLE PARROCCHIE

E 

DALLE  ASSOCIAZIONI

 "Occorre approfondire la fede e non spettacolarizzarla”

 

-        -  di Luca Diotallievi

"L'errore è stato ritenere che fosse possibile recuperare la pratica religiosa non attraverso un puntuale lavoro sulle coscienze, ma puntando su un approccio sicuramente attraente ma forse superficiale. La fede non ha bisogno di essere spettacolarizzata ma seguita e alimentata". Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre, presenta il suo ultimo libro "La Messa è sbiadita"

Sempre più anziani a partecipare alla messa, con le donne che tendono ad allontanarsi dalla chiesa e un calo del riavvicinamento alla pratica religiosa dopo l’età adulta. È un quadro preoccupante quello che esce da “La Messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019” (Rubbettino) a firma di Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre.

 Il calo delle persone che partecipano alla messa è drastico: dal 1993 al 2019, almeno un terzo di praticanti è sparito. Cosa sta succedendo?

I processi religiosi, a differenza di quelli finanziari, hanno una forte inerzia: se cresce l’inflazione ce ne accorgiamo il giorno dopo, se cala la partecipazione alla messa occorrono decine di anni per osservare gli effetti. Il punto di rottura sono gli anni Sessanta, ma il calo lo abbiamo iniziato a vedere quando le generazioni di allora e quelle successive hanno iniziato a prendere la scena. Non è un caso, poi, che all’inizio degli anni Ottanta inizi a crescere anche l’età media del primo figlio e dell’ordinazione presbiterale. Tutti elementi che certificano il classico esempio di ritardo del passaggio all’età adulta da parte di coloro che hanno “fatto” il Sessantotto.

 Con quali conseguenze?

La secolarizzazione, ovvero la crescente inadeguatezza e mancanza di partecipazione rispetto alla formazione religiosa e a quella dei riti. Negli anni Sessanta venivamo dal Concilio Vaticano Secondo e dal pontificato di Paolo VI, entrambi avevano perfettamente compreso il fenomeno Sessantotto.

  La modernità è un momento provvidenziale che richiede però una fede più profonda. Non audience, ma fede vera, che non si recupera con interventi improvvisati.

 L’errore è stato ritenere che fosse possibile recuperare la pratica religiosa non attraverso l’approfondimento e un puntuale lavoro sulle coscienze, ma puntando su un approccio sicuramente attraente ma forse superficiale. La fede non ha bisogno di essere spettacolarizzata ma seguita, alimentata. Le Giornate mondiali della gioventù ad esempio, ci dicono di milioni di giovani infervorati da Cristo, presenti a un evento importante. Se guardiamo alla partecipazione alla messa, dove sono finiti i due milioni di ragazzi presenti a Tor Vergata per il Giubileo del 2000? Una cosa è assistere a un concerto per ascoltare il nostro cantante preferito, altra cosa è imparare a suonare. E per imparare a suonare non devi andare solo al concerto, ma al conservatorio. Dove si studia con fatica dieci anni e non basta pagare il biglietto.

 Dalla metà dei primi anni Duemila si assiste a una ulteriore accelerazione dell’allontanamento dalla messa…

I fenomeni di interazione, che richiedono la presenza fisica delle persone, si riducono. Cerchiamo di capirci, non è che la gente non va più a messa perché frequenta la sezione del partito o altri luoghi di aggregazione: non va a messa perché resta a casa. Questa erosione della componente corporea ha avuto un’immediata ripercussione sulla celebrazione eucaristica. Non basta spettacolarizzare la liturgia o proporre celebrazioni televisive con milioni di persone. Al di là degli impedimenti personali, c’è chi ormai segue la messa in casa mentre fa altre cose oppure la vede registrata appena ha un attimo di tempo.

  Insomma, la messa non è più un rito sacro, che necessita un adeguato approccio prima e durante il suo svolgimento, ma un appuntamento come tanti altri. Il rischio è trasformare il sacramento in immagine.

 È definitivamente in crisi la pratica religiosa confessionale?

È certamente in crisi la forma religiosa dominante nell’Europa continentale dal XVI al XX secolo. Alcuni si rifugiano nel neo-confessionalismo, cercando uno spazio dietro all’uomo forte di turno, che sia di destra o di sinistra. Poi c’è chi si affida alla commercializzazione, alla commodification of religion, ma la Chiesa su quel terreno è in difficoltà, perché si porta dietro venti secoli di tradizione. Infine, c’è l’intuizione di Paolo VI che nella Evangelii Nuntiandi parlava già allora della complessità dell’azione evangelizzatrice. E in più tracciava la strada da seguire. A volte mi sembra, invece, che il generoso impegno profuso oggi dalla Chiesa vada in altre direzioni col rischio di disperdersi. Non stiamo buttando via una cosa andata a male, ma una ricchezza inestimabile.

 La diminuzione della pratica religiosa ha conseguenze anche a livello sociale?

Negli anni Settanta andare o non andare a messa faceva la differenza in tante cose, dalla partecipazione politica alla cultura. Tutte queste correlazioni oggi sono venute meno. Il cristianesimo sta diventando un fenomeno ad altissima compatibilità, va bene con tutto e non è contraddistinto da niente.

 Dunque, è un’Italia che perde l’identità?

Se alla società italiana togli il contributo del cattolicesimo, il cambiamento è davvero epocale. L’acqua che esce dal rubinetto dei cattolici ha irrigato e continua ad irrigare il Paese. Si sta impoverendo la vita sociale, la partecipazione alla messa non ha più relazione neanche con le reti amicali.

 Nel libro evidenzia che il calo dei laici è di gran lunga superiore alla crisi vocazionale dei sacerdoti…

Il carico di lavoro del prete è calato, i sacerdoti ordinati sono il 62% di quelli ordinati negli anni Novanta ma non c’è paragone con i laici che si recano in chiesa scesi al 23,7%. Dunque, magari bisogna riorganizzare le strutture e ottimizzare le parrocchie in base al numero di abitanti ma i preti ancora ci sono, di meno ma ci sono. Ciò invece cui andiamo incontro è una forte riduzione della platea dei praticanti, soprattutto perché una parte significativa di quelli attuali è costituita da persone anziane.

  Le classi dei 40enni e dei 50enni di oggi che partecipano sono molto meno numerose. Nel giro di qualche anno assisteremo non tanto a un progressivo diminuire, ma a un vero e proprio tracollo. È un fatto fisiologico.

 Inoltre, non avremo più una comunità prevalentemente femminile. Tra 10 o 15 anni, se la tendenza non cambia, le comunità saranno piccole e meno sbilanciate. Magari si potranno fare cose oggi impossibili.

 L’unica relazione che regge è quella con il volontariato: chi va a messa, risulta essere più coinvolto nelle attività solidali…

Il nesso fra partecipazione alla messa e disponibilità alle azioni di carità è l’unica relazione che perdura. Ma spesso è un’azione di carità cieca e fine a se stessa perché, se non si sta dentro un’istituzione, non si percepisce la finalità di certe azioni. Tuttavia si è certamente più disponibili a compiere gesti di solidarietà personale.

 Da dove ripartire?

Si può ripartire soltanto dalle parrocchie e dalle associazioni, che vivono nella parrocchia. Più attenzione all’operatore pastorale, il cosiddetto volontario che in parrocchia fa un po’ di tutto. Lì dove è stato adottato, come in Germania ad esempio, è risultato essere il killer dell’apostolato. Diventa l’unico laico di cui ti puoi fidare. Ma un laico che vive in pieno la sua laicità è un laico che di fatto non ha tempo, perché è impegnato nella professione, nella famiglia, nel sociale. Mi domando: se un laico ha tanto tempo, che laico è? Quando lavora, quando sta con il coniuge, quando fa politica, quando sta con gli amici? Se porti il laico dietro l’altare e gli metti la tunica, magari lo fai contento ma rischia di diventare l’impiegato di un ufficio postale di un paesino dove nessuno spedisce più lettere.

Fonte: Agensir

venerdì 24 febbraio 2023

RIPORTARE I GIOVANI A MESSA

Riportare i giovani a Messa? È una questione fondamentale, perché ha a che fare con la capacità della comunità cristiana di trasmettere al fede, ma anche di aiutare i giovani a diventare adulti. Ne è convinto don Armando Matteo, teologo e segretario per la sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, autore, tra l’altro, del libro «Riportare i giovani a Messa. La trasmissione della fede in una società senza adulti» (Ancora Editrice, 128 pagine, 13 euro).

 Un testo, che senza giri di parole affronta alcuni nodi cruciali della cura pastorale delle nuove generazioni. A partire dal Sinodo dei 2018: nel libro Matteo afferma che il Sinodo pare aver avuto un effetto contrario agli intenti iniziali. «Il Sinodo “sui giovani” e “dei giovani” è stata una grandissima esperienza di Chiesa – spiega il teologo –. Il limite di quell’evento è che ha prestato scarsa attenzione al tema della rottura nella trasmissione generazionale della fede. Si pensi che nei documenti sinodali non appare neppure il riferimento al numero 70 di Evangelii gaudium, che quel tema ha evidenziato con tutta la chiarezza e la gravità del caso. Il Sinodo ha sostanzialmente ribadito la disponibilità della comunità ecclesiale ad andare incontro al mondo giovanile, per ascoltarlo e accompagnarlo nelle scelte di vita – afferma don Matteo –. Non ha, invece, sollecitato i credenti e i pastori a chiedersi perché la maggior parte dei giovani vive ormai senza Dio e senza Chiesa, invitando dunque ad una rifondazione completa della pastorale giovanile».

Secondo il teologo la Chiesa oggi ha bisogno di adulti che riscoprano la bellezza dell’essere adulti, mostrino ai giovani che “vale la pena” diventare adulti e testimonino come la fede cristiana di fatto completi l’esperienza dell’adultità. «Senza adulti “adulti” – sottolinea –, avremo sempre una paralisi dell’educativo e un aggravamento della rottura nella trasmissione generazionale della fede».

Non si può non chiedersi quindi se forse la Chiesa non abbia bisogno di un Sinodo sugli adulti e sul modo in cui la fede aiuti a diventare ed essere adulti. «Mi pare che questo sia il vero punto – risponde don Matteo –. Lavorare in modo che, per gli adulti e per le adulte del nostro tempo, il cristianesimo sia percepito come qualcosa di decisamente opportuno per una vita buona e compiuta».

Il segretario del Dicastero per la dottrina della fede parla di un mondo di eterni Peter Pan, un mondo in cui la fede è ancora associata all’idea di una vita di pena ed è considerata solo uno strumento per superare le asperità, un mondo in cui è possibile vivere senza la fede. Ma in questo mondo, gli chiediamo, è ancora possibile trasmettere la fede e, soprattutto, trasmettere la fede come esperienza di gioia? «Questa è la sfida possibile che abbiamo davanti – risponde –: passare da un cristianesimo della consolazione ad un cristianesimo della gioia, da un cristianesimo del conforto ad un cristianesimo dell’innamoramento, da un cristianesimo dell’accompagnamento ad un cristianesimo dell’incontro. E tutto questo avendo come destinatari principali gli adulti».

 www.avvenire.it

sabato 24 luglio 2021

TRADITIONIS CUSTODES


  Un atto di intolleranza 

verso la diversità? - 

- di Giuseppe Savagnone *

Non ha mancato di suscitare accese polemiche il Motu proprio «Traditioniscustodes», con cui papa Francesco ha modificato le regole per la celebrazione della cosiddetta “messa in latino”, non abolendola – come erroneamente è stato detto nel disinvolto linguaggio giornalistico –, ma certamente ridimensionandola.

Le voci che si sono levate per protestare non hanno risparmiato toni drammatici. Si è parlato di «decisione spietata»; si è detto che lo «sciagurato Motu proprio» in questione «rivela un disprezzo profondo verso i sacerdoti e i fedeli che frequentano abitualmente o saltuariamente la Messa antica» e si è visto in esso «la decisione del cattivo pastore, che sta facendo di tutto per scacciare le pecore fuori dal gregge, incurante dei loro bisogni e della loro sensibilità. In barba all’unità nella diversità» («Nuova Bussola Quotidiana»). Addirittura il provvedimento pontificio è stato paragonato alla croce, su cui il rito latino – implicitamente identificato con Cristo –, veniva crocifisso! (ivi).

Ma è veramente così alta la posta in gioco? E, in caso di risposta affermativa, in che senso? Sia per i credenti che per i non credenti vale la pena di porsi queste domande, cercando di dare una risposta meno superficiale di quanto non sia stato fatto nella maggior parte dei casi. Si può guardare la questione sotto due profili diversi. Uno è quello istituzionale, l’altro quello propriamente liturgico. Cominciamo dal primo.

La Chiesa non è una piramide

Un punto su cui tutti gli osservatori – favorevoli e contrari – si sono trovati d’accordo è che, con questo Motu proprio, papa Francesco ha cambiato linea rispetto al suo predecessore Benedetto, che, nel 2007, aveva “liberalizzato” la pratica della messa celebrata secondo il rito preconciliare, con il messale del 1962, rendendola indipendente dal permesso del vescovo diocesano.

In realtà anche Giovanni Paolo II aveva autorizzato questa pratica, ma subordinandola al controllo dei vescovi delle singole diocesi. La svolta di Benedetto era stata di eliminare questa condizione, sottolineando che il messale del 1962 rientrava a pieno titolo, come “Rito Romano extra-ordinario”, nella liturgia cattolica.

Con quest’ultimo Motu proprio, il vescovo di ogni singola diocesi si vede restituire la responsabilità di regolare la celebrazione secondo il rito preconciliare, valutando volta per volta le ragioni che spingono un sacerdote e un gruppo a farne richiesta. Da ora in poi «è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica».

Già questo è un passo la cui importanza è stata troppo poco sottolineata nei commenti dei giornali. Il fatto è che, abituati come siamo a pensare la Chiesa in termini burocratici, spesso la concepiamo come una piramide monolitica, con un vertice, il papa, da cui i vescovi dipendono come i funzionari di un ufficio dal direttore generale. Non è così. La Chiesa universale ha la sua realtà, immensamente variegata, nelle Chiese particolari – ognuna guidata dal suo vescovo, in quanto successore degli apostoli –, in cui si riflette la totalità della Catholica. Come ha ricordato e sottolineato il Concilio Vaticano II, «i singoli vescovi sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, ed in esse e da esse è costituita la Chiesa cattolica una e unica» (Lumen Gentium n.23). Il primato di Pietro non è quello di un capufficio, ma deriva dal suo essere il vescovo di Roma (e così Francesco si è definito, la sera della sua elezione a papa). Ed è insieme agli altri vescovi, pur avendo un primato rispetto ad essi, che egli governa la Chiesa. È in questo senso che si parla di «collegialità episcopale».

In quest’ottica, bisogna riconoscere che la decisione di Benedetto di sottrarre ai vescovi delle singole diocesi il controllo della liturgia, almeno per quanto riguarda le messe in latino, era in netta rottura con la direzione indicata dal Concilio. Papa Francesco si è limitato a rimettere in primo piano la prospettiva della Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa. Poteva farlo con un suo personale atto d’autorità. Invece ha voluto seguire una procedura che conferma lo stile della collegialità, consultando prima gli altri vescovi di tutto il mondo e traendo le conclusioni dai loro pareri.

La ricerca dell’unità

E proprio all’unità della Chiesa e delle singole Chiese egli ha fatto riferimento, per giustificare la sua decisione di ristabilire l’autorità dei vescovi, «visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari», come dice il Concilio. «Purtroppo», scrive Francesco nella lettera che accompagna il Motu proprio, «l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche, è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni».

Soprattutto papa Ratzinger aveva sperato, con la sua apertura alla “messa in latino”, di far riassorbire lo scisma dei lefebvriani. In realtà, non solo la speranza si era rivelata vana, ma il ricorso incontrollato alla liturgia preconciliare aveva creato due piste parallele e contrapposte, che incrinavano l’unità delle singole diocesi e della Chiesa nel suo insieme, legittimando una visione teologica sbagliata. Scrive ancora papa Bergoglio: «Mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

La liturgia come simbolo

Questo però significa che il problema propriamente liturgico – il secondo che ci siamo posti – non può essere affrontato se non alla luce dei sottintesi simbolici che si attribuivano all’antica celebrazione. Dietro l’uso del latino (oggi incomprensibile alla stragrande maggioranza), dietro il mantenimento della posizione del sacerdote, che dà le spalle all’assemblea, dietro la recita dell’atto penitenziale prima dal solo celebrante e poi da tutti i fedeli – a sottolineare il ruolo “separato” e preminente del primo rispetto ai secondi, non c’è nessuna eresia, ma solo il rischio che tutto ciò diventi, agli occhi di chi privilegia questo modo di celebrare la messa, un tacito rifiuto del cambiamento della Chiesa e del modo di essere cristiani e la riaffermazione di un rapporto tra presbiteri e laicato che giustamente oggi l’ecclesiologia ha superato. Il problema è simbolico.

Non a caso il Motu proprio non proibisce il Missale Romanum, ma chiede al vescovo di accertare che i gruppi che già celebrano con esso «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici».

Insomma, in base all’antico principio secondo cui «lex orandi lex credendi», “la regola della preghiera è anche quella della fede”, bisogna che la varietà sempre possibile delle forme liturgiche (tutt’ora ampiamente ammessa nella Chiesa cattolica, per esempio nel rito ambrosiano e ancor più nelle Chiese di rito greco) non nasconda un sottile rifiuto dell’unità a tutte sottostante, perché questo non rompe solo l’unità liturgica, ma quella di fede.

Essere fedeli alla storia

È in gioco, peraltro, non solo l’unità della Chiesa, ma la visione che si ha del suo rapporto con la storia. È nella logica dell’incarnazione che l’immutabile contenuto del Vangelo si cali di epoca in epoca in formule, elaborazioni teologiche e modalità liturgiche sempre differenti. Dio è entrato nella storia degli uomini e questo rende la religione cristiana diversissima da quelle che cercano la divinità in una immutabile eternità fuori del tempo o quelle altre che si ispirano agli altrettanto immutabili cicli della natura. Facendosi uomo, il Verbo divino ha accettato di condividere la storicità degli esseri umani, che restano sé stessi solo nel continuo cambiamento. Voler fermare questo dinamismo, immobilizzandolo in una sua fase, ritenuta intoccabile, è la negazione di questa assunzione della storia da parte di Dio.

Non si nega, ovviamente, che vi debba essere una continuità, pur nel mutamento. Non è il Vangelo che cambia, ma la comprensione che i cristiani nel corso del tempo ne acquisiscono, sotto la spinta delle nuove situazioni storiche e delle domande sempre nuove che esse pongono ai credenti. Per questo c’è un progressivo sviluppo perfino dei dogmi e, a maggior ragione, dell’etica personale e pubblica. Di questi sviluppi sono un riflesso anche il mutamento della liturgia, che i nostalgici scambiano per un tradimento, ma che sono invece l’unico modo di essere veramente fedeli al carattere storico, e perciò dinamico, della Rivelazione.

La fedeltà alla tradizione non è il mantenimento di un passato imbalsamato, rifiutando il nuovo, ma la capacità di leggere, alla luce del passato, il dinamismo del presente verso il futuro. Questo, con fatica, sta facendo la Chiesa di oggi.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu