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domenica 20 settembre 2026

SILENZIO, VITA, COMUNICAZIONE

 ASCOLTARE

 IL 

SILENZIO



Enzo Bianchi 

Se nella nostra società “l’uomo è diventato un’appendice del rumore” (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come “incapaci di ascoltare e di parlare”: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente. 

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. “La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per ma­dre la solitudine”. Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di pre­senza all’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole. Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Ora, “quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio” (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista pret­tamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio. 

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò “la voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è “la Parola che procede dal silenzio”. Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (Dietrich Bonhoeffer). Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, di­sciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giu­dizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro. 

Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. “Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta” aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente. Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l'unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera. 

Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri orecchi. 


Alzogliocchiversoicielo

sabato 21 marzo 2026

LA POESIA E LA PACE

 


 “Una parola 

che sa attendere tutti"

In un’intervista ai media vaticani, il cardinale De Mendoça, poeta e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, riflette sul legame tra l’arte poetica e la pace


-         - Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La poesia è una delle più profonde forme di ascolto. Nasce dal silenzio e forse richiede ai poeti di diventare, più che autori, interpreti capaci di entrare in sintonia con l’universale visibile e invisibile. Da questo misterioso dialogo con il creato prende forma la parola nella voce dei poeti, ma anche quella capacità di far spazio dentro di sé che rende la poesia un’educazione alla pace.
“Il battere d’ali di una farfalla – osserva il cardinale José Tolentino de Mendonça - o il battere d’ali delle sillabe in una parola accendono dinamiche di senso, di luce o di buio nel cuore umano. La poesia ci offre parole disarmate e anche disarmanti, perché lavora con la sorpresa. La poesia è propedeutica all'arte della pace”. Risuonano i pensieri del prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che nella Giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, risponde ad alcune domande sull’importanza di quest’arte per un’umanità sempre più minacciata dalla guerra. Il cardinale e poeta non ha dubbi: “La poesia è dalla parte della pace”.

Un patto con il futuro

Un antico legame avvicina l’arte poetica alla verità. “Come diceva Baudelaire - spiega il porporato -, la poesia pone il cuore a nudo e quella nudità del cuore, vicina alle grandi domande umane, costruisce approcci alla verità. Il grande poeta Paul Celan diceva: ‘Solo mani vere scrivono vere poesie’”. Nel turbinio della modernizzazione, la parola lirica segna la persistenza dell’umano. Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, Leone XIV ne richiama l’importanza: “Nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”. Da qui de Mendonça osserva: “L'algoritmo vive della ripetizione. È un meccanismo sonnambulo, meccanico, di riproposta dei passi fatti, mentre la poesia ci apre al cammino non percorso, al non ancora scoperto”. Questa ricerca della “parola non detta”, dell’inedito che abita il mondo, è una ricchezza: “Quando si comincia una poesia non si sa e quel non sapere è un capitale umano nella costruzione di noi stessi. Perché qual è il grande pericolo dell’algoritmo? Sottrarre all'uomo la capacità del possibile, di quello che ancora non siamo stati ma possiamo diventare nell'incontro, nella relazione, nel dono, nell'avvicinarsi misterioso a una soglia. E l'algoritmo parla sempre di ieri, la poesia ha un patto con il futuro”.

L’ardente solitudine dei poeti

Viva la poesia! scriveva Papa Francesco in un suo libro così intitolato e ricordava l’importanza di quest’arte per “essere umani” e anche il ruolo che essa ha nella formazione dei sacerdoti. Da questo spunto il cardinale nella sua risposta afferma che “nell'ardente solitudine di alcune biografie poetiche c'è una grande lezione” e fa riferimento al poeta portoghese Fernando Pessoa, che ha sofferto per rimanere sé stesso e ha vissuto ogni giorno “in una tensione permanente, cercando di ricondurre tutte le grandi esperienze vitali a una dimensione poetica, cioè a una dimensione di coscienza, di consapevolezza”. Il prefetto ha richiamato anche quando Papa Francesco, sul volo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone, ha osservato come dall’Oriente la società occidentale può imparare a “guardare anche poeticamente le cose”. Ha spiegato il cardinale: “La poesia è anche la lentezza, è anche la cerimonia davanti alla vita, è anche la venerazione, è anche la coscienza che siamo vicini alla sacralità nel quotidiano, è anche la valorizzazione della contemplazione e del silenzio. In questo senso la poesia può costituire un'educazione spirituale”.

Uno strumento educativo

Il 27 febbraio scorso, a conclusione degli esercizi spirituali, Leone XIV ha sottolineato il riferimento al Dottore della Chiesa san John Henry Newman e alla poesia Il sogno di Geronzio, “dove Newman – afferma il Papa – usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Questo santo, teologo e cultore della poesia, ha molto da insegnare. “San John Henry Newman ha un ruolo molto importante nella fondazione della modernità e si impegna molto nell'educazione per la pace dicendo che ogni generazione ha bisogno di ricevere dalla generazione passata una conferma, una conoscenza e deve gestire, metabolizzare quella eredità trasformandola in un'energia di visione, di progetto, di capacità di abitare in modo responsabile il mondo”. In questo senso anche la letteratura e la poesia sono risorse educative necessarie.

Una parola che nasce dal convivio con il silenzio

In un suo discorso tenuto di fronte ai giovani di Pordenone nel 1991, Senza conversione non c’è pace, David Maria Turoldo affermava che forse quello della pace è l’unico tema rivoluzionario fra tutti, ma anche il più difficile di tutti. Secondo de Mendonça “la pace ci insegna il noi, parla dell’umano come di un patrimonio comune” e qui sta la sua complessità, perché siamo spesso tentati di dividere, di contrapporre anche una lingua all’altra. La poesia, in questo senso, ci insegna che siamo tutti fratelli, perché va oltre le frontiere delle nazioni ed “esiste come un grande repositorio di umanità”. Aggiunge il cardinale: “La letteratura è una scuola dell'universale, perché valorizza l'universale e capisce che le grandi idee, le immagini più belle, veramente non hanno autore. Tanti poeti credono che la poesia è preesistente a tutte quelle forme, e noi possiamo sintonizzarci e ascoltarla. E questo ci parla di pace, perché non è la visione contrapposta o la rivendicazione di quello che mi appartiene, ma è la contemplazione, la meraviglia, l'affermazione di quello che appartiene a tutti, perché è un bene di tutti”.

Senza silenzio non c’è poesia

La parola poetica non può prescindere dal silenzio, che spesso tenta i poeti. “È una parola – conclude de Mendonça – che prima è stata fondata nel silenzio e dopo può germogliare. Nella parola poetica c'è ancora la risonanza del silenzio, perché il silenzio vuol dire l'ascolto, vuol dire l'ospitalità. Allora la parola poetica è una parola che conserva la sete e l'inquietudine della ricerca, abita la verità con umiltà, ma non la proclama, non la impone. Si lascia abitare dalla verità e fa silenzio. La poesia è la parola che attende, che sa attendere tutti”.

Vatican News

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giovedì 26 febbraio 2026

LE PAROLE HANNO UN PESO

 LUCE o PROIETTILE?

 "Le parole hanno un peso:

 lasciano segni, accendono

 ricordi, aprono i cuori. 

Non sono fatte d’aria, spostano

 le vite e decidono l’amore"

La Redazione

Il pensiero di Massimo Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano

Basterebbe soffermarsi solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso: ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore, accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può mortificarci o umiliarci.

Ad avvalorare tale tesi è proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente dal saggista italiano.

Ed allora a cosa assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci propone tre diverse immagini.

Luce 

“La prima è un’immagine inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi, nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il saggista italiano continua la sua significativa disamina.

Proiettile

“Ma la psicoanalisi ci insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.

Coraggio

“Infine, il terzo ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.

Non dobbiamo mai dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo: queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel profondo della nostra anima.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.

Scuola Oggi

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mercoledì 30 luglio 2025

LA CRISI DELL'ASCOLTO

 

"La crisi di fede 
è crisi di ascolto"

 

 

 


E' Dio per primo che si rivolge a noi, soprattutto quando siamo stanchi e affaticati. 
Come? Nella sua Parola. Ma dobbiamo prima fare silenzio. 

 

di Enzo Bianchi 

 Nella nostra vita abbiamo bisogno di rinnovarci, ricominciare, riprendere il cammino percorso che a volte ci ha procurato stanchezza. Anche nella vita cristiana è necessaria questa dinamica, che è innanzitutto rinnovamento della fede. La fede è adesione di tutta la nostra persona al Signore, non è un atteggiamento intellettuale, né un sentimento destato dall’incontro con il sacro, è una relazione viva, un mettere la fiducia in Colui che abbiamo ascoltato con il cuore. Sì, perché la fede autentica cristiana nasce dall’ascolto di una parola che viene da Dio. È Dio che ci parla per primo, non noi parliamo per primi a lui, e la sua parola non è sonora, non si impone, chiede solo un cuore che sappia ascoltare. 

 Amico, non dimenticare che Salomone quando fu unto da Dio gli domandò il dono tra i doni: “Dammi un cuore che sappia ascoltare!”. La tua fede si rinnova dunque con l’ascolto della Parola, un ascolto attento e obbediente. Chiediti: se oggi c’è una crisi di fede non è forse legata a una crisi di ascolto? Manca anche l’ascolto del fratello e se non si ascolta il fratello che si vede come si potrà ascoltare Dio che non si vede? Ascoltare è accogliere le parole che ti raggiungono, discernere per verificare se sono parole che ti portano vita o se sono mortifere, se vengono dal Signore o se vengono dal buio presente nel profondo del nostro essere. 

Ascoltare è un’operazione da imparare che richiede esercizio, silenzio dai rumori e dalle parole vane. E accade a un certo punto che ascoltiamo una voce sottile, chiara e convincente, che parla con noi: è il Signore che chiede ascolto. 

 Rinnova l’ascolto e rinnoverai anche la fede nel lungo e a volte faticoso cammino verso il Regno.

 Famiglia Cristiana 

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martedì 17 giugno 2025

GAZA, UN SILENZIO SOFFOCANTE


 Gaza è in silenzio ora. Non per pace, ma per annientamento. 
Non un silenzio di quiete, ma di soffocamento. 

Hanno tranciato l’ultimo cavo. Nessun messaggio esce, nessuna immagine entra.

 Anche il lutto è stato vietato. 

-      



   di 𝙀𝙯𝙯𝙞𝙙𝙚𝙚𝙣 𝙎𝙝𝙚𝙝𝙖𝙗*

 

"Non c’è internet, nessun segnale, nessun suono. Nessun mondo fuori da questa gabbia.

Ho camminato 30 minuti tra le macerie e la polvere. Non in cerca di una fuga, ma per un frammento di segnale, giusto per sussurrare: “siamo ancora vivi”.

Non perché qualcuno stia ascoltando, ma perché morire inascoltati è la morte finale.

Gaza è in silenzio ora. Non per pace, ma per annientamento. Non un silenzio di quiete, ma di soffocamento. Hanno tranciato l’ultimo cavo. Nessun messaggio esce, nessuna immagine entra. Anche il lutto è stato vietato. Ho sorpassato cadaveri di edifici, di case, di uomini. Qualcuno respirava, qualcuno no.

Tutti cancellati dalla stessa mano che ha cancellato le nostre voci. Questo non è semplicemente un assedio di bombe, è un assedio della memoria. Una guerra contro la nostra capacità di dire “siamo qui”.

I bombardamenti non si sono mai fermati, soprattutto a Jabalia. Hanno bombardato le strade dove i bambini supplicavano per del cibo. Hanno bombardato le file dove le mamme aspettavano la farina. Hanno bombardato la fame stessa. Niente cibo. Niente acqua. Niente via di fuga. E quelli che ci provano, quelli che raggiungono gli aiuti, vengono abbattuti. La gente muore qui, e nessuno lo sa. Non perché le uccisioni si sono fermate, ma perché l’uccisione della connessione ha avuto successo.

Internet era il nostro ultimo respiro. Non era un lusso, era l’ultima prova della nostra umanità. E ora è andata. E nel buio, massacrano senza conseguenze.

Ho trovato questo tenue segnale con la eSIM come un uomo morente trova un bagliore di luce.

Sto sotto questo cielo spezzato, rischiando la morte non per salvarmi, ma per mandare questo messaggio. Un singolo messaggio, un’ultima resistenza.

Se state leggendo questo, ricordatelo: abbiamo camminato in messo al fuoco per dirlo. Non siamo stati in silenzio. Non siamo stati silenziati. 

E quando la connessione sarà ristabilita, la verità sanguinerà attraverso i cavi, e il mondo saprà quello che ha deciso di non vedere."

*𝙀𝙯𝙯𝙞𝙙𝙚𝙚𝙣 𝙎𝙝𝙚𝙝𝙖𝙗, 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘦 𝘮𝘦𝘥𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘪 𝘎𝘢𝘻𝘢 𝘦 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰𝘳𝘦, 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘢𝘧𝘧𝘪𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘵𝘸𝘪𝘵𝘵𝘦𝘳 (@ezzingaza)

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venerdì 2 maggio 2025

ELOGIO DELLA LENTEZZA


Rallentare è la chiave

 per una vita piena

 

La Redazione

 In un mondo che corre senza tregua, rallentare può diventare un atto rivoluzionario. Scopri come la lentezza può restituirti tempo, consapevolezza e una nuova qualità della vita...

 In un mondo dove la velocità è sinonimo di successo, in cui ogni momento sembra essere un’opportunità persa se non sfruttato immediatamente, la riflessione sulla lentezza può sembrare anacronistica. Ma in realtà, mai come oggi, ci sarebbe bisogno di un’educazione alla lentezza, alla pausa, al rallentamento intenzionale. Viviamo nella società dell’instant gratification, dove ogni click, ogni notifica, ogni messaggio ci spinge a una risposta rapida e immediata.

 Tuttavia, c'è una potenza nascosta nel dare tempo alle cose, nel fermarsi e nel respirare prima di reagire. La lentezza non è sinonimo di inefficienza o di pigrizia. Anzi, è un atto di profonda consapevolezza. È il riconoscimento che non tutto ha bisogno di una risposta immediata, che non tutte le domande hanno bisogno di una soluzione rapida. Nella nostra quotidianità, siamo così abituati alla frenesia che dimentichiamo quanto può essere prezioso il silenzio, il pensiero riflessivo e l’atto di osservare prima di agire.

Paolo Crepet, sociologo e psichiatra, ha spesso parlato dell’importanza di fermarsi a riflettere e di prendersi il tempo per comprendere ciò che accade dentro di noi. Il suo consiglio che è una massima di vita è: per realizzare se stessi è opportuno perdersi, fare una pausa in più per raggiungere livelli inaspettati. Per andare avanti  a volte è necessario regredire, come fa l’atleta quando si riposa prima di fare un grande salto.  "L'uomo ha bisogno di silenzio, di pausa, per capire cosa sta accadendo dentro di sé". Riflessione che sottolinea quanto sia essenziale, in un mondo iperconnesso e sempre attivo, fare spazio per l'introspezione e per il rallentamento.

La filosofia della lentezza ha trovato una voce importante negli ultimi decenni, specialmente attraverso movimenti come il Slow Food e il Slow Movement, che si oppongono al consumismo sfrenato e alla frenesia della vita moderna. Questi movimenti ci invitano a riprendere il controllo del nostro tempo, a vivere in modo più consapevole, a dedicare tempo a ciò che è davvero importante: le relazioni, la qualità del nostro lavoro, l’attenzione a ciò che ci circonda.

Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, ha affermato che "Noi viviamo nella pura accelerazione del tempo, scandita non dai progetti umani, ma dagli sviluppi tecnici che, consumando con crescente rapidità il presente, tolgono anche al futuro il suo significato prospettico, quindi il suo 'senso'." Dal suo pensiero emerge che la velocità è il nemico della profondità, perché ciò che è profondo ha bisogno di tempo per essere compreso e per svilupparsi. Un pensiero che si collega perfettamente all'idea che la crescita personale e professionale non può essere forzata dalla fretta. Ogni passo, anche il più piccolo, merita di essere vissuto pienamente, e ciò non può accadere se corriamo sempre verso il prossimo obiettivo. Imparare a rallentare significa anche riscoprire la bellezza del presente. In un'epoca in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro o immersi nel passato, la capacità di essere pienamente presenti nel qui e ora è diventata una risorsa rara. Eppure è proprio in quel momento che si trovano le risposte più profonde.

La riflessione, la calma e la serenità sono gli spazi in cui si sviluppano le idee più creative, quelle che non nascono dalla fretta ma dalla quiete. Inoltre, la lentezza non riguarda solo il nostro rapporto con il tempo, ma anche con le altre persone. La società contemporanea, sempre più individualista, ci ha convinti che per avere successo dobbiamo correre da soli, senza fermarci mai. Ma in realtà, è proprio rallentando e prendendosi il tempo per costruire relazioni autentiche che si arriva alla vera crescita. La pazienza nell’ascolto, la cura nei dettagli e la disponibilità a investire tempo nelle persone sono valori che, sebbene spesso ignorati, sono alla base di qualsiasi vera connessione. Crepet, in un'intervista, ha sottolineato che "l'intelligenza della vita consiste nel sapere quando fermarsi, nel capire che non è tutto urgente."

Questo invito a riflettere prima di agire, a non cedere alla spinta costante verso il fare, è un monito che ci dice che solo rallentando possiamo acquisire la lucidità necessaria per fare scelte veramente significative. Non è facile fermarsi in un mondo che ci spinge a correre. Ma forse il coraggio più grande oggi è proprio quello di scegliere di rallentare, di non cedere alla pressione esterna e di riconoscere che la vita, in tutta la sua bellezza, si trova nei momenti più lenti e riflessivi. Perché, come ci insegna la saggezza di tante tradizioni, "la vita non è una corsa, ma un viaggio da vivere appieno". E solo chi ha il coraggio di fermarsi per ascoltare il proprio cuore può davvero comprendere il valore di ogni passo lungo il cammino.

 SCUOLAOGGI

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mercoledì 5 febbraio 2025

LA VOCE DEL SILENZIO

  

ASCOLTARE
 IL
 CORPO

-     



    -di Luciano Manicardi



 Atti del Seminario sulla corporeità  

Progettando il seminario, abbiamo sentito il bisogno di collocare il cammino di riscoperta delle dimensioni della corporeità - in rapporto a noi stessi, alla sensibilità contemporanea, all’azione come educatori - entro una riflessione biblica. 

Perché la Bibbia non ha paura del corpo, né lo sminuisce o frammenta, ma lo considera intero, dono del Dio della vita. Con il corpo, perciò, e non nonostante il corpo, l’uomo è degno di stare in dialogo aperto col Signore. 

Non è forse un caso che gli ebrei preghino in piedi e probabilmente la Parola che si fa carne non avrebbe potuto essere concepita in una cultura differente. 

Luciano Manicardimonaco di Bose, ha accettato con generosità di accompagnarci in questo percorso e gli siamo profondamente grati per la profondità e la lucidità partecipe del suo intervento. Le sue riflessioni, dedicate al soffio vitale, al corpo che siamo, al corpo che prega - a partire dalla lettura della vicenda del profeta Elia, del movimento della voce e del corpo nei Salmi, della passione erotica del Cantico dei Cantici - ci hanno aperto a una nuova conoscenza dei testi, supportata anche dalla filologia. Ne abbiamo ricavato una comprensione esistenziale e non solo intellettuale. 

I tempi del seminario sono stati scanditi da tre incontri, che hanno completato senza forzature i temi affrontati e dato luce alle esperienze che i partecipanti vivevano. Riproponiamo qui i testi integrali di Manicardi, felici di condividerne la ricchezza teologica e umana.

 1. Ascoltare il corpo. L’esperienza spirituale di Elia in 1Re 19, 9-13 

 La crisi è deserto, sconvolgimento, clamore assordante, timore per la sorte, il futuro, la sopravvivenza. Quando la polvere si posa, nel silenzio si fanno spazio la resistenza, il coraggio, la speranza. E la vita riparte da dentro di noi.

 La crisi di un uomo, di un profeta 

 Il profeta Elia, in un momento di grave crisi della sua vita, dopo aver sconfitto e ucciso i profeti del dio Baal, viene perseguitato dalla regina Gezabele che vuole la sua vita, lo vuole uccidere, e lui è preda della paura, fugge nel deserto e lì esprime il suo sconforto e la sua angoscia. “Desideroso di morire, disse: ‘Ora basta, Signore, Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri’. Si coricò e si addormentò” (1Re 4-5). Elia vive un momento di depressione, vive una tentazione suicidaria. Le sue parole, che lo portano a paragonarsi ai suoi padri e a scoprirsi non migliore di loro, rivelano un suo attaccamento al proprio ego, un’immaturità, un protagonismo che deve essere purificato. Ma gli viene indicato di proseguire il cammino, di inoltrarsi nel deserto. 

Nel deserto occorre non disertare, potremmo dire: le crisi vanno guardate in faccia e allora possono divenire, proprio nelle strettezze in cui ci conducono, l’occasione di una rinascita. Elia si introduce nel deserto, cammina per 40 giorni e 40 notti fino a giungere al monte di Dio, l’Horeb, il monte dove Mosè aveva conosciuto la teofania (Es 19,16-25). 

 La voce del silenzio 

 Ecco come il testo descrive l’incontro con Dio: 

 Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: ‘Che cosa fai qui, Elia?’. Egli rispose: ‘Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché i figli d’Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita’. Gli disse: ‘Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore’. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, la voce di un silenzio sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. 

 La traduzione che trovate nella Bibbia di Gerusalemme italiana parla di “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12) che è la fedele traduzione delle antiche versioni greca e latina che hanno normalizzato il testo ebraico che parla inequivocabilmente di “voce di silenzio sottile”. Gli antichi traduttori hanno sentito l’espressione “voce di silenzio” come un ossimoro, tuttavia il significato dell’espressione ebraica è assolutamente certo: qui si parla di un fenomeno interiore, non di un fenomeno atmosferico come una brezza. 

Anche nei testi di Qumran viene ripresa questa espressione per indicare la liturgia angelica definita molte volte come “voce del silenzio divino”, “voce di silenzio di benedizione”. Il testo di 1Re ci pone di fronte a un silenzio che parla. Noi pensiamo che voce e silenzio si oppongano: o c’è la voce o c’è il silenzio. Ma è proprio così? John Cage scrisse un brano musicale che si intitolava “4 minuti e 33 secondi” composto di tre movimenti: il primo di 30 secondi, un secondo di 2 minuti di 23 secondi, il terzo di 1 minuto e 40 secondi. Un tempo in cui egli non suonava nulla. Non risuonava una sola nota. Forse far risuonare quel silenzio ci insegnerebbe qualcosa sul silenzio, come forse scoprì anche John Cage. Il quale, mentre sperimentava questo spazio privo di suoni, aveva sentito un rumore grave e uno acuto. La registrazione era avvenuta però in una stanza senza eco. Ma aveva sentito dei rumori: uno grave e uno acuto. I rumori che provenivano dal suo apparato cardiocircolatorio e nervoso. 

Anche il silenzio ha un rumore. Esiste il silenzio assoluto? Anche cercando il silenzio assoluto, in realtà ci imbatteremmo sempre nel soffio dell’aria che esce dai polmoni, nel battito del cuore, nei gorgoglii dello stomaco. 

Se l’uomo è l’essere che ha la parola, come ci ricorda Aristotele, l’uomo comunica anche con il silenzio, l’uomo è anche l’essere che sa fare silenzio. 

Fare silenzio implica che il silenzio (non il mero tacere), sia un’azione. Fare silenzio ci porta ad abitare il nostro corpo, ad ascoltare le nostre emozioni, a fare quel lavoro interiore che è fondamentale dal punto di vista spirituale. 

Tutto ciò che è spirituale, infatti, non avviene se non nel corpo. 

 L’esperienza spirituale di Elia 

 La traduzione fedele al testo ebraico del brano di 1Re ci dice che l’esperienza di Elia è interiore. L’incontro con Dio è esperienza intima, interiore. 

Alla luce della voce del silenzio possiamo rileggere il nostro testo e reinterpretarlo. Troviamo tre cose: il vento impetuoso e gagliardo, il terremoto e il fuoco, seguiti dalla voce del silenzio. 

Gli esegeti hanno riconosciuto in questo passo uno schema di tipo letterario frequente in altri testi biblici, soprattutto profetici e sapienziali. È uno schema che presenta tre cose più una. Presenta tre realtà a cui ne segue una quarta che è la più importante di tutte, quella decisiva. Per esempio, nel libro dei Proverbi sta scritto: 

 Tre cose non si saziano mai, anzi quattro non dicono mai: ‘Basta!’ il regno dei morti, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua e il fuoco che mai dice: ‘Basta!’” (Pr 30,15-16). 

 Si tratta di quattro cose omogenee, tutte dello stesso ordine. E l’ultima non è antitetica, ma decisiva. Analogamente in Pr 30,18-19: 

 Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente nella roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna”. 

 Le prime tre cose oltrepassano la capacità di comprensione dell’uomo, ma la quarta le supera tutte, è la più misteriosa. La cosa più comune, l’unione sessuale tra l’uomo e la donna, è anche la più sfuggente, la più ardua da comprendere. Anche nei profeti è presente questo schema. In Amos 1-2 troviamo più volte, come parola pronunciata dal Signore, l’espressione “per tre peccati di... , anzi per quattro non revocherò il mio decreto di condanna” (cf. Am 1,3.6.9.11.13; 2,1.4.6), dove il quarto peccato è la goccia che fa traboccare il vaso, quella che porta le cose al di là del limite di sopportazione, ma sempre di peccato si tratta, come per le prime tre. 

Dunque, comprendendo il testo di 1Re alla luce di questo schema, le cose elencate devono essere tutte dello stesso ordine, ma se la quarta – come abbiamo visto – è senza ombra di dubbio un fenomeno interiore, dobbiamo ricomprendere le precedenti. 

Così superiamo l’antica traduzione greca che ha reso fenomeno atmosferico quell’ultimo elemento che non lo era. Alla luce di questo dobbiamo comprendere i tre fenomeni atmosferici precedenti come fenomeni interiori. Si tratta di cogliere la dimensione simbolica di vento, terremoto, fuoco. Alla luce di questo schema anche l’espressione che ripete che “il Signore non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco”, va intesa indicare non una assenza assoluta ma che il Signore non era in quei fenomeni come nell’ultimo. 

 Vento, terremoto, fuoco: volontà, emozione, eros 

 Come possiamo interpretare sul piano simbolico il vento impetuoso? Non esiste in natura un vento che spacchi le rocce e le montagne. Ma in ebraico vento, ruach, significa anche alito, respiro, spirito. Ruach è forza, potenza che può schiacciare, può anche travolgere chi la detiene. Già nella tradizione ebraica il vento è stato interpretato come forza di volontà. E se c’è un profeta che è stato forte e mosso da una volontà ferrea è proprio Elia (cf. Sir 48,1-11). Lo Spirito investe anche la dimensione volitiva della persona: il volere è la capacità di una persona di decidersi per un fine, di orientare tutto se stesso, corpo, anima, spirito, per raggiungere un determinato fine. Ma l’esperienza spirituale non è riducibile a volontà. L’esperienza spirituale non può essere volontarismo. 

Il terremoto in ebraico è espresso da un termine che significa “tremore, tremito”. Che designa una dimensione psicologica più che un fenomeno atmosferico. Ci sono dei brani biblici in cui il termine designa fenomeni interiori, una reazione emotiva. In Ez 12,18 questo termine designa “trepidazione”, “tremore”, e indica una reazione emotiva dell’uomo. Se vogliamo mantenere la traduzione “terremoto”, dobbiamo comprendere che si tratta di un terremoto interiore, di uno sconvolgimento intimo. Siamo rinviati alla sfera emotiva, che certamente accompagna l’esperienza spirituale, ma non la può esaurire. L’esperienza spirituale non può essere emozionalismo. 

Infine, il fuoco. Il fuoco è simbolo del farsi presente di Dio, che è fuoco divorante. Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente, un arbusto che bruciava ma non si consumava. Ma il fuoco rinvia anche alla dimensione passionale, affettiva, erotica. Nel Cantico dei Cantici, che è un inno all’amore un ragazzo e di una ragazza, non c’è mai il nome di Dio. O meglio, lo si trova una sola volta, quando si dice che l’eros è fiamma del Signore (Ct 8,6): l’eros è dipinto come fuoco. Anche qui ci viene detto che l’incontro con Dio non è estraneo alla dimensione affettiva ed erotica dell’uomo, ma anche che l’affettività non può esaurire l’esperienza spirituale. 

Dunque, volontà, emotività, affettività, hanno a che fare con l’esperienza di Dio. Ma c’è un ulteriore elemento: la voce del silenzio, che è il luogo culminante dell’esperienza di Dio, dell’incontro con lui. Ecco le tre dimensioni che sono inerenti all’esperienza spirituale, perché nulla di spirituale avviene se non nella corporeità, ma ecco anche il luogo intimo, la dimensione più profonda che supera e va ancora più in profondità dell’esperienza spirituale raggiungendo l’indicibile, l’ineffabile, il mistero. Il quarto elemento è quello in cui l’esperienza spirituale esce dall’ambiguità. Anche se non si dice che il Signore era nella voce del silenzio. Il testo narra che, come ascoltò la voce del silenzio, Elia si coprì il volto con il mantello, cosciente di essere alla presenza di Dio. Nessuno può vedere Dio, altrimenti muore (Es 33,20). Ma l’uomo può ascoltarlo: Elia si fermò all’ingresso della caverna ed ecco la voce del Signore che gli parla. Elia percepisce la presenza del Signore nella voce del silenzio, qualcosa che è più profondo delle dimensioni emotive, affettive, volitive, qualcosa che rende apofatica l’esperienza spirituale. È una voce silenziosa. Nessun eccesso di zelo, nessun sussulto emotivo, non una passione incontrollata, ma tutto che si pacifica, si sintetizza ed essenzializza in qualcosa di più profondo. 

 L’azione dello Spirito 

 Si può annotare, en passant, che i quattro simboli del vento, del sisma, del fuoco e della voce si ritrovano quasi identici in un testo capitale del Nuovo Testamento per indicare lo Spirito santo. In At 2,2-6, il testo che parla della Pentecoste, le immagini del rombo (At 2,2), del vento impetuoso (At 2,2), del fuoco (At 2,3) e della voce (At 2,6) concorrono a evocare lo Spirito di Dio e la sua discesa. Uno spirito che trova il suo inveramento nella voce che annuncia l’evangelo in tutte le lingue del mondo. 

Capiamo allora l’importanza della rilettura del testo di 1Re 19. Esso ci consente di cogliere un’esperienza spirituale che abbraccia la totalità dell’essere umano, tutta la sua corporeità. E che ci fornisce anche dei suggerimenti di tipo pedagogico: la presenza di Dio, dunque la vita di fede, concerne tutto l’essere personale e dunque corpo, anima, spirito. La dimensione volitiva è riguardata, ma mai e poi mai l’esperienza di fede può esaurirsi nel volere e men che meno nel dovere. L’esperienza spirituale abbraccia anche il mondo delle emozioni, ma non può ridursi alla dimensione emotiva. Riguarda anche la dimensione affettiva ed erotica, ma non può coincidere con l’esperienza affettiva, con il trovarsi bene nel calore del gruppo amicale. Più in profondo c’è la potenza del silenzio. Che è linguaggio da abitare, da decodificare e in cui scoprire la presenza, misteriosa, discreta, ma reale, di Dio stesso.

 Servire 


 

 

mercoledì 24 luglio 2024

TEMPO DI VACANZA


 "Il tempo delle vacanze: perché dobbiamo imparare a riposare"

        

  

-        - di ENZO BIANCHI

 

Siamo ormai nel tempo delle vacanze, un tempo vuoto che dobbiamo riempire, un tempo alternativo a quello quotidiano che viviamo e dal quale prendiamo le distanze interrompendolo.

 Di fatto, la nostra cultura è ispirata dalle prime pagine del Grande Codice, laBibbia, che dichiara che Dio per creare il mondo ha lavorato sei giorni, dalla creazione della luce alla creazione del terrestre, l’Adam, ma il settimo giorno ha riposato, ha fatto shabbat.

Anche per noi, come per Dio, l’azione non è conclusa se non interrompendola per prenderne le distanze, contemplarla e giudicarla.

 Vacanze, dal latino vacare, significa certamente far niente, ma un far niente per dedicarsi a fare qualcosa. Nel nostro caso, a far cosa? A riposare. Questa dovrebbe essere la vera attività delle vacanze, perché gli umani hanno bisogno di distanziarsi dalla loro azione, devono ritemprare le forze, prendere consapevolezza di quel che sono e di ciò che fanno.

Ma riposarsi non è, in realtà, facile, e questo lo sappiamo tutti: siamo sedotti dall’attivismo, siamo preda del lavoro, siamo assorbiti da un vortice di impegni che crediamo urgenti e che ci impediscono il “lasciare la presa”, anche momentaneo. Purtroppo, ognuno di noi si presenta agli altri per quello che fa e non per quello che è, così quando uno fa niente è assalito dall’angoscia: chi sono io?

 Fare niente per molti è uno sforzo, una fatica e addirittura un vortice di angoscia quando si ritrovano nella solitudine e nel silenzio. È ciò che Pascal nei pensieri giudica essere il più grande male nella vita di una persona. Ma questo riposo, questo far niente può essere in realtà la condizione nella quale si diventa di più sé stessi: un cammino di umanizzazione.

 Il riposo dunque lo si impara. Per crescere in umanità occorre conoscere sé stessi, imparare a discernere quella voce che abita ogni umano nelle profondità del suo cuore: è una voce reale anche spesso avvolta dal silenzio, ma è una voce che è presente, ed è la voce che appartiene all’umanità.

 Alcuni la chiamano voce di Dio, altri voce dell’autentica vocazione umana, poco importa, quella voce c’è e va ascoltata. Il catalogo delle virtù del nostro mondo sembra tener conto del lavoro, dell’azione, ma dimentica che le posture per raggiungere risultati umani sono la contemplazione, il raccoglimento, il silenzio e il pensare.

 Sono queste che permettono agli umani di accumulare l’energia e la verità di cui l’azione necessita.

 Cerchiamo di essere occupati attraverso il riposo, ma vivendo il riposo, ascoltando il silenzio, contemplando la natura, imparando a conoscere il vento e a distinguere il canto degli uccelli.

 Alberto Moravia in una luminosa raccolta di saggi L’uomo come fine del 1964 affermava che per “ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il posto della contemplazione”. Dunque, vacare, dolce far niente, riposarsi per umanizzarci di più.

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