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sabato 21 marzo 2026

LA POESIA E LA PACE

 


 “Una parola 

che sa attendere tutti"

In un’intervista ai media vaticani, il cardinale De Mendoça, poeta e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, riflette sul legame tra l’arte poetica e la pace


-         - Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La poesia è una delle più profonde forme di ascolto. Nasce dal silenzio e forse richiede ai poeti di diventare, più che autori, interpreti capaci di entrare in sintonia con l’universale visibile e invisibile. Da questo misterioso dialogo con il creato prende forma la parola nella voce dei poeti, ma anche quella capacità di far spazio dentro di sé che rende la poesia un’educazione alla pace.
“Il battere d’ali di una farfalla – osserva il cardinale José Tolentino de Mendonça - o il battere d’ali delle sillabe in una parola accendono dinamiche di senso, di luce o di buio nel cuore umano. La poesia ci offre parole disarmate e anche disarmanti, perché lavora con la sorpresa. La poesia è propedeutica all'arte della pace”. Risuonano i pensieri del prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che nella Giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, risponde ad alcune domande sull’importanza di quest’arte per un’umanità sempre più minacciata dalla guerra. Il cardinale e poeta non ha dubbi: “La poesia è dalla parte della pace”.

Un patto con il futuro

Un antico legame avvicina l’arte poetica alla verità. “Come diceva Baudelaire - spiega il porporato -, la poesia pone il cuore a nudo e quella nudità del cuore, vicina alle grandi domande umane, costruisce approcci alla verità. Il grande poeta Paul Celan diceva: ‘Solo mani vere scrivono vere poesie’”. Nel turbinio della modernizzazione, la parola lirica segna la persistenza dell’umano. Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, Leone XIV ne richiama l’importanza: “Nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”. Da qui de Mendonça osserva: “L'algoritmo vive della ripetizione. È un meccanismo sonnambulo, meccanico, di riproposta dei passi fatti, mentre la poesia ci apre al cammino non percorso, al non ancora scoperto”. Questa ricerca della “parola non detta”, dell’inedito che abita il mondo, è una ricchezza: “Quando si comincia una poesia non si sa e quel non sapere è un capitale umano nella costruzione di noi stessi. Perché qual è il grande pericolo dell’algoritmo? Sottrarre all'uomo la capacità del possibile, di quello che ancora non siamo stati ma possiamo diventare nell'incontro, nella relazione, nel dono, nell'avvicinarsi misterioso a una soglia. E l'algoritmo parla sempre di ieri, la poesia ha un patto con il futuro”.

L’ardente solitudine dei poeti

Viva la poesia! scriveva Papa Francesco in un suo libro così intitolato e ricordava l’importanza di quest’arte per “essere umani” e anche il ruolo che essa ha nella formazione dei sacerdoti. Da questo spunto il cardinale nella sua risposta afferma che “nell'ardente solitudine di alcune biografie poetiche c'è una grande lezione” e fa riferimento al poeta portoghese Fernando Pessoa, che ha sofferto per rimanere sé stesso e ha vissuto ogni giorno “in una tensione permanente, cercando di ricondurre tutte le grandi esperienze vitali a una dimensione poetica, cioè a una dimensione di coscienza, di consapevolezza”. Il prefetto ha richiamato anche quando Papa Francesco, sul volo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone, ha osservato come dall’Oriente la società occidentale può imparare a “guardare anche poeticamente le cose”. Ha spiegato il cardinale: “La poesia è anche la lentezza, è anche la cerimonia davanti alla vita, è anche la venerazione, è anche la coscienza che siamo vicini alla sacralità nel quotidiano, è anche la valorizzazione della contemplazione e del silenzio. In questo senso la poesia può costituire un'educazione spirituale”.

Uno strumento educativo

Il 27 febbraio scorso, a conclusione degli esercizi spirituali, Leone XIV ha sottolineato il riferimento al Dottore della Chiesa san John Henry Newman e alla poesia Il sogno di Geronzio, “dove Newman – afferma il Papa – usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Questo santo, teologo e cultore della poesia, ha molto da insegnare. “San John Henry Newman ha un ruolo molto importante nella fondazione della modernità e si impegna molto nell'educazione per la pace dicendo che ogni generazione ha bisogno di ricevere dalla generazione passata una conferma, una conoscenza e deve gestire, metabolizzare quella eredità trasformandola in un'energia di visione, di progetto, di capacità di abitare in modo responsabile il mondo”. In questo senso anche la letteratura e la poesia sono risorse educative necessarie.

Una parola che nasce dal convivio con il silenzio

In un suo discorso tenuto di fronte ai giovani di Pordenone nel 1991, Senza conversione non c’è pace, David Maria Turoldo affermava che forse quello della pace è l’unico tema rivoluzionario fra tutti, ma anche il più difficile di tutti. Secondo de Mendonça “la pace ci insegna il noi, parla dell’umano come di un patrimonio comune” e qui sta la sua complessità, perché siamo spesso tentati di dividere, di contrapporre anche una lingua all’altra. La poesia, in questo senso, ci insegna che siamo tutti fratelli, perché va oltre le frontiere delle nazioni ed “esiste come un grande repositorio di umanità”. Aggiunge il cardinale: “La letteratura è una scuola dell'universale, perché valorizza l'universale e capisce che le grandi idee, le immagini più belle, veramente non hanno autore. Tanti poeti credono che la poesia è preesistente a tutte quelle forme, e noi possiamo sintonizzarci e ascoltarla. E questo ci parla di pace, perché non è la visione contrapposta o la rivendicazione di quello che mi appartiene, ma è la contemplazione, la meraviglia, l'affermazione di quello che appartiene a tutti, perché è un bene di tutti”.

Senza silenzio non c’è poesia

La parola poetica non può prescindere dal silenzio, che spesso tenta i poeti. “È una parola – conclude de Mendonça – che prima è stata fondata nel silenzio e dopo può germogliare. Nella parola poetica c'è ancora la risonanza del silenzio, perché il silenzio vuol dire l'ascolto, vuol dire l'ospitalità. Allora la parola poetica è una parola che conserva la sete e l'inquietudine della ricerca, abita la verità con umiltà, ma non la proclama, non la impone. Si lascia abitare dalla verità e fa silenzio. La poesia è la parola che attende, che sa attendere tutti”.

Vatican News

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giovedì 26 febbraio 2026

LE PAROLE HANNO UN PESO

 LUCE o PROIETTILE?

 "Le parole hanno un peso:

 lasciano segni, accendono

 ricordi, aprono i cuori. 

Non sono fatte d’aria, spostano

 le vite e decidono l’amore"

La Redazione

Il pensiero di Massimo Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano

Basterebbe soffermarsi solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso: ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore, accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può mortificarci o umiliarci.

Ad avvalorare tale tesi è proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente dal saggista italiano.

Ed allora a cosa assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci propone tre diverse immagini.

Luce 

“La prima è un’immagine inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi, nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il saggista italiano continua la sua significativa disamina.

Proiettile

“Ma la psicoanalisi ci insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.

Coraggio

“Infine, il terzo ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.

Non dobbiamo mai dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo: queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel profondo della nostra anima.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.

Scuola Oggi

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mercoledì 30 luglio 2025

LA CRISI DELL'ASCOLTO

 

"La crisi di fede 
è crisi di ascolto"

 

 

 


E' Dio per primo che si rivolge a noi, soprattutto quando siamo stanchi e affaticati. 
Come? Nella sua Parola. Ma dobbiamo prima fare silenzio. 

 

di Enzo Bianchi 

 Nella nostra vita abbiamo bisogno di rinnovarci, ricominciare, riprendere il cammino percorso che a volte ci ha procurato stanchezza. Anche nella vita cristiana è necessaria questa dinamica, che è innanzitutto rinnovamento della fede. La fede è adesione di tutta la nostra persona al Signore, non è un atteggiamento intellettuale, né un sentimento destato dall’incontro con il sacro, è una relazione viva, un mettere la fiducia in Colui che abbiamo ascoltato con il cuore. Sì, perché la fede autentica cristiana nasce dall’ascolto di una parola che viene da Dio. È Dio che ci parla per primo, non noi parliamo per primi a lui, e la sua parola non è sonora, non si impone, chiede solo un cuore che sappia ascoltare. 

 Amico, non dimenticare che Salomone quando fu unto da Dio gli domandò il dono tra i doni: “Dammi un cuore che sappia ascoltare!”. La tua fede si rinnova dunque con l’ascolto della Parola, un ascolto attento e obbediente. Chiediti: se oggi c’è una crisi di fede non è forse legata a una crisi di ascolto? Manca anche l’ascolto del fratello e se non si ascolta il fratello che si vede come si potrà ascoltare Dio che non si vede? Ascoltare è accogliere le parole che ti raggiungono, discernere per verificare se sono parole che ti portano vita o se sono mortifere, se vengono dal Signore o se vengono dal buio presente nel profondo del nostro essere. 

Ascoltare è un’operazione da imparare che richiede esercizio, silenzio dai rumori e dalle parole vane. E accade a un certo punto che ascoltiamo una voce sottile, chiara e convincente, che parla con noi: è il Signore che chiede ascolto. 

 Rinnova l’ascolto e rinnoverai anche la fede nel lungo e a volte faticoso cammino verso il Regno.

 Famiglia Cristiana 

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martedì 17 giugno 2025

GAZA, UN SILENZIO SOFFOCANTE


 Gaza è in silenzio ora. Non per pace, ma per annientamento. 
Non un silenzio di quiete, ma di soffocamento. 

Hanno tranciato l’ultimo cavo. Nessun messaggio esce, nessuna immagine entra.

 Anche il lutto è stato vietato. 

-      



   di 𝙀𝙯𝙯𝙞𝙙𝙚𝙚𝙣 𝙎𝙝𝙚𝙝𝙖𝙗*

 

"Non c’è internet, nessun segnale, nessun suono. Nessun mondo fuori da questa gabbia.

Ho camminato 30 minuti tra le macerie e la polvere. Non in cerca di una fuga, ma per un frammento di segnale, giusto per sussurrare: “siamo ancora vivi”.

Non perché qualcuno stia ascoltando, ma perché morire inascoltati è la morte finale.

Gaza è in silenzio ora. Non per pace, ma per annientamento. Non un silenzio di quiete, ma di soffocamento. Hanno tranciato l’ultimo cavo. Nessun messaggio esce, nessuna immagine entra. Anche il lutto è stato vietato. Ho sorpassato cadaveri di edifici, di case, di uomini. Qualcuno respirava, qualcuno no.

Tutti cancellati dalla stessa mano che ha cancellato le nostre voci. Questo non è semplicemente un assedio di bombe, è un assedio della memoria. Una guerra contro la nostra capacità di dire “siamo qui”.

I bombardamenti non si sono mai fermati, soprattutto a Jabalia. Hanno bombardato le strade dove i bambini supplicavano per del cibo. Hanno bombardato le file dove le mamme aspettavano la farina. Hanno bombardato la fame stessa. Niente cibo. Niente acqua. Niente via di fuga. E quelli che ci provano, quelli che raggiungono gli aiuti, vengono abbattuti. La gente muore qui, e nessuno lo sa. Non perché le uccisioni si sono fermate, ma perché l’uccisione della connessione ha avuto successo.

Internet era il nostro ultimo respiro. Non era un lusso, era l’ultima prova della nostra umanità. E ora è andata. E nel buio, massacrano senza conseguenze.

Ho trovato questo tenue segnale con la eSIM come un uomo morente trova un bagliore di luce.

Sto sotto questo cielo spezzato, rischiando la morte non per salvarmi, ma per mandare questo messaggio. Un singolo messaggio, un’ultima resistenza.

Se state leggendo questo, ricordatelo: abbiamo camminato in messo al fuoco per dirlo. Non siamo stati in silenzio. Non siamo stati silenziati. 

E quando la connessione sarà ristabilita, la verità sanguinerà attraverso i cavi, e il mondo saprà quello che ha deciso di non vedere."

*𝙀𝙯𝙯𝙞𝙙𝙚𝙚𝙣 𝙎𝙝𝙚𝙝𝙖𝙗, 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘦 𝘮𝘦𝘥𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘪 𝘎𝘢𝘻𝘢 𝘦 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰𝘳𝘦, 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘢𝘧𝘧𝘪𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘵𝘸𝘪𝘵𝘵𝘦𝘳 (@ezzingaza)

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venerdì 2 maggio 2025

ELOGIO DELLA LENTEZZA


Rallentare è la chiave

 per una vita piena

 

La Redazione

 In un mondo che corre senza tregua, rallentare può diventare un atto rivoluzionario. Scopri come la lentezza può restituirti tempo, consapevolezza e una nuova qualità della vita...

 In un mondo dove la velocità è sinonimo di successo, in cui ogni momento sembra essere un’opportunità persa se non sfruttato immediatamente, la riflessione sulla lentezza può sembrare anacronistica. Ma in realtà, mai come oggi, ci sarebbe bisogno di un’educazione alla lentezza, alla pausa, al rallentamento intenzionale. Viviamo nella società dell’instant gratification, dove ogni click, ogni notifica, ogni messaggio ci spinge a una risposta rapida e immediata.

 Tuttavia, c'è una potenza nascosta nel dare tempo alle cose, nel fermarsi e nel respirare prima di reagire. La lentezza non è sinonimo di inefficienza o di pigrizia. Anzi, è un atto di profonda consapevolezza. È il riconoscimento che non tutto ha bisogno di una risposta immediata, che non tutte le domande hanno bisogno di una soluzione rapida. Nella nostra quotidianità, siamo così abituati alla frenesia che dimentichiamo quanto può essere prezioso il silenzio, il pensiero riflessivo e l’atto di osservare prima di agire.

Paolo Crepet, sociologo e psichiatra, ha spesso parlato dell’importanza di fermarsi a riflettere e di prendersi il tempo per comprendere ciò che accade dentro di noi. Il suo consiglio che è una massima di vita è: per realizzare se stessi è opportuno perdersi, fare una pausa in più per raggiungere livelli inaspettati. Per andare avanti  a volte è necessario regredire, come fa l’atleta quando si riposa prima di fare un grande salto.  "L'uomo ha bisogno di silenzio, di pausa, per capire cosa sta accadendo dentro di sé". Riflessione che sottolinea quanto sia essenziale, in un mondo iperconnesso e sempre attivo, fare spazio per l'introspezione e per il rallentamento.

La filosofia della lentezza ha trovato una voce importante negli ultimi decenni, specialmente attraverso movimenti come il Slow Food e il Slow Movement, che si oppongono al consumismo sfrenato e alla frenesia della vita moderna. Questi movimenti ci invitano a riprendere il controllo del nostro tempo, a vivere in modo più consapevole, a dedicare tempo a ciò che è davvero importante: le relazioni, la qualità del nostro lavoro, l’attenzione a ciò che ci circonda.

Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, ha affermato che "Noi viviamo nella pura accelerazione del tempo, scandita non dai progetti umani, ma dagli sviluppi tecnici che, consumando con crescente rapidità il presente, tolgono anche al futuro il suo significato prospettico, quindi il suo 'senso'." Dal suo pensiero emerge che la velocità è il nemico della profondità, perché ciò che è profondo ha bisogno di tempo per essere compreso e per svilupparsi. Un pensiero che si collega perfettamente all'idea che la crescita personale e professionale non può essere forzata dalla fretta. Ogni passo, anche il più piccolo, merita di essere vissuto pienamente, e ciò non può accadere se corriamo sempre verso il prossimo obiettivo. Imparare a rallentare significa anche riscoprire la bellezza del presente. In un'epoca in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro o immersi nel passato, la capacità di essere pienamente presenti nel qui e ora è diventata una risorsa rara. Eppure è proprio in quel momento che si trovano le risposte più profonde.

La riflessione, la calma e la serenità sono gli spazi in cui si sviluppano le idee più creative, quelle che non nascono dalla fretta ma dalla quiete. Inoltre, la lentezza non riguarda solo il nostro rapporto con il tempo, ma anche con le altre persone. La società contemporanea, sempre più individualista, ci ha convinti che per avere successo dobbiamo correre da soli, senza fermarci mai. Ma in realtà, è proprio rallentando e prendendosi il tempo per costruire relazioni autentiche che si arriva alla vera crescita. La pazienza nell’ascolto, la cura nei dettagli e la disponibilità a investire tempo nelle persone sono valori che, sebbene spesso ignorati, sono alla base di qualsiasi vera connessione. Crepet, in un'intervista, ha sottolineato che "l'intelligenza della vita consiste nel sapere quando fermarsi, nel capire che non è tutto urgente."

Questo invito a riflettere prima di agire, a non cedere alla spinta costante verso il fare, è un monito che ci dice che solo rallentando possiamo acquisire la lucidità necessaria per fare scelte veramente significative. Non è facile fermarsi in un mondo che ci spinge a correre. Ma forse il coraggio più grande oggi è proprio quello di scegliere di rallentare, di non cedere alla pressione esterna e di riconoscere che la vita, in tutta la sua bellezza, si trova nei momenti più lenti e riflessivi. Perché, come ci insegna la saggezza di tante tradizioni, "la vita non è una corsa, ma un viaggio da vivere appieno". E solo chi ha il coraggio di fermarsi per ascoltare il proprio cuore può davvero comprendere il valore di ogni passo lungo il cammino.

 SCUOLAOGGI

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mercoledì 5 febbraio 2025

LA VOCE DEL SILENZIO

  

ASCOLTARE
 IL
 CORPO

-     



    -di Luciano Manicardi



 Atti del Seminario sulla corporeità  

Progettando il seminario, abbiamo sentito il bisogno di collocare il cammino di riscoperta delle dimensioni della corporeità - in rapporto a noi stessi, alla sensibilità contemporanea, all’azione come educatori - entro una riflessione biblica. 

Perché la Bibbia non ha paura del corpo, né lo sminuisce o frammenta, ma lo considera intero, dono del Dio della vita. Con il corpo, perciò, e non nonostante il corpo, l’uomo è degno di stare in dialogo aperto col Signore. 

Non è forse un caso che gli ebrei preghino in piedi e probabilmente la Parola che si fa carne non avrebbe potuto essere concepita in una cultura differente. 

Luciano Manicardimonaco di Bose, ha accettato con generosità di accompagnarci in questo percorso e gli siamo profondamente grati per la profondità e la lucidità partecipe del suo intervento. Le sue riflessioni, dedicate al soffio vitale, al corpo che siamo, al corpo che prega - a partire dalla lettura della vicenda del profeta Elia, del movimento della voce e del corpo nei Salmi, della passione erotica del Cantico dei Cantici - ci hanno aperto a una nuova conoscenza dei testi, supportata anche dalla filologia. Ne abbiamo ricavato una comprensione esistenziale e non solo intellettuale. 

I tempi del seminario sono stati scanditi da tre incontri, che hanno completato senza forzature i temi affrontati e dato luce alle esperienze che i partecipanti vivevano. Riproponiamo qui i testi integrali di Manicardi, felici di condividerne la ricchezza teologica e umana.

 1. Ascoltare il corpo. L’esperienza spirituale di Elia in 1Re 19, 9-13 

 La crisi è deserto, sconvolgimento, clamore assordante, timore per la sorte, il futuro, la sopravvivenza. Quando la polvere si posa, nel silenzio si fanno spazio la resistenza, il coraggio, la speranza. E la vita riparte da dentro di noi.

 La crisi di un uomo, di un profeta 

 Il profeta Elia, in un momento di grave crisi della sua vita, dopo aver sconfitto e ucciso i profeti del dio Baal, viene perseguitato dalla regina Gezabele che vuole la sua vita, lo vuole uccidere, e lui è preda della paura, fugge nel deserto e lì esprime il suo sconforto e la sua angoscia. “Desideroso di morire, disse: ‘Ora basta, Signore, Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri’. Si coricò e si addormentò” (1Re 4-5). Elia vive un momento di depressione, vive una tentazione suicidaria. Le sue parole, che lo portano a paragonarsi ai suoi padri e a scoprirsi non migliore di loro, rivelano un suo attaccamento al proprio ego, un’immaturità, un protagonismo che deve essere purificato. Ma gli viene indicato di proseguire il cammino, di inoltrarsi nel deserto. 

Nel deserto occorre non disertare, potremmo dire: le crisi vanno guardate in faccia e allora possono divenire, proprio nelle strettezze in cui ci conducono, l’occasione di una rinascita. Elia si introduce nel deserto, cammina per 40 giorni e 40 notti fino a giungere al monte di Dio, l’Horeb, il monte dove Mosè aveva conosciuto la teofania (Es 19,16-25). 

 La voce del silenzio 

 Ecco come il testo descrive l’incontro con Dio: 

 Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: ‘Che cosa fai qui, Elia?’. Egli rispose: ‘Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché i figli d’Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita’. Gli disse: ‘Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore’. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, la voce di un silenzio sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. 

 La traduzione che trovate nella Bibbia di Gerusalemme italiana parla di “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12) che è la fedele traduzione delle antiche versioni greca e latina che hanno normalizzato il testo ebraico che parla inequivocabilmente di “voce di silenzio sottile”. Gli antichi traduttori hanno sentito l’espressione “voce di silenzio” come un ossimoro, tuttavia il significato dell’espressione ebraica è assolutamente certo: qui si parla di un fenomeno interiore, non di un fenomeno atmosferico come una brezza. 

Anche nei testi di Qumran viene ripresa questa espressione per indicare la liturgia angelica definita molte volte come “voce del silenzio divino”, “voce di silenzio di benedizione”. Il testo di 1Re ci pone di fronte a un silenzio che parla. Noi pensiamo che voce e silenzio si oppongano: o c’è la voce o c’è il silenzio. Ma è proprio così? John Cage scrisse un brano musicale che si intitolava “4 minuti e 33 secondi” composto di tre movimenti: il primo di 30 secondi, un secondo di 2 minuti di 23 secondi, il terzo di 1 minuto e 40 secondi. Un tempo in cui egli non suonava nulla. Non risuonava una sola nota. Forse far risuonare quel silenzio ci insegnerebbe qualcosa sul silenzio, come forse scoprì anche John Cage. Il quale, mentre sperimentava questo spazio privo di suoni, aveva sentito un rumore grave e uno acuto. La registrazione era avvenuta però in una stanza senza eco. Ma aveva sentito dei rumori: uno grave e uno acuto. I rumori che provenivano dal suo apparato cardiocircolatorio e nervoso. 

Anche il silenzio ha un rumore. Esiste il silenzio assoluto? Anche cercando il silenzio assoluto, in realtà ci imbatteremmo sempre nel soffio dell’aria che esce dai polmoni, nel battito del cuore, nei gorgoglii dello stomaco. 

Se l’uomo è l’essere che ha la parola, come ci ricorda Aristotele, l’uomo comunica anche con il silenzio, l’uomo è anche l’essere che sa fare silenzio. 

Fare silenzio implica che il silenzio (non il mero tacere), sia un’azione. Fare silenzio ci porta ad abitare il nostro corpo, ad ascoltare le nostre emozioni, a fare quel lavoro interiore che è fondamentale dal punto di vista spirituale. 

Tutto ciò che è spirituale, infatti, non avviene se non nel corpo. 

 L’esperienza spirituale di Elia 

 La traduzione fedele al testo ebraico del brano di 1Re ci dice che l’esperienza di Elia è interiore. L’incontro con Dio è esperienza intima, interiore. 

Alla luce della voce del silenzio possiamo rileggere il nostro testo e reinterpretarlo. Troviamo tre cose: il vento impetuoso e gagliardo, il terremoto e il fuoco, seguiti dalla voce del silenzio. 

Gli esegeti hanno riconosciuto in questo passo uno schema di tipo letterario frequente in altri testi biblici, soprattutto profetici e sapienziali. È uno schema che presenta tre cose più una. Presenta tre realtà a cui ne segue una quarta che è la più importante di tutte, quella decisiva. Per esempio, nel libro dei Proverbi sta scritto: 

 Tre cose non si saziano mai, anzi quattro non dicono mai: ‘Basta!’ il regno dei morti, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua e il fuoco che mai dice: ‘Basta!’” (Pr 30,15-16). 

 Si tratta di quattro cose omogenee, tutte dello stesso ordine. E l’ultima non è antitetica, ma decisiva. Analogamente in Pr 30,18-19: 

 Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente nella roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna”. 

 Le prime tre cose oltrepassano la capacità di comprensione dell’uomo, ma la quarta le supera tutte, è la più misteriosa. La cosa più comune, l’unione sessuale tra l’uomo e la donna, è anche la più sfuggente, la più ardua da comprendere. Anche nei profeti è presente questo schema. In Amos 1-2 troviamo più volte, come parola pronunciata dal Signore, l’espressione “per tre peccati di... , anzi per quattro non revocherò il mio decreto di condanna” (cf. Am 1,3.6.9.11.13; 2,1.4.6), dove il quarto peccato è la goccia che fa traboccare il vaso, quella che porta le cose al di là del limite di sopportazione, ma sempre di peccato si tratta, come per le prime tre. 

Dunque, comprendendo il testo di 1Re alla luce di questo schema, le cose elencate devono essere tutte dello stesso ordine, ma se la quarta – come abbiamo visto – è senza ombra di dubbio un fenomeno interiore, dobbiamo ricomprendere le precedenti. 

Così superiamo l’antica traduzione greca che ha reso fenomeno atmosferico quell’ultimo elemento che non lo era. Alla luce di questo dobbiamo comprendere i tre fenomeni atmosferici precedenti come fenomeni interiori. Si tratta di cogliere la dimensione simbolica di vento, terremoto, fuoco. Alla luce di questo schema anche l’espressione che ripete che “il Signore non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco”, va intesa indicare non una assenza assoluta ma che il Signore non era in quei fenomeni come nell’ultimo. 

 Vento, terremoto, fuoco: volontà, emozione, eros 

 Come possiamo interpretare sul piano simbolico il vento impetuoso? Non esiste in natura un vento che spacchi le rocce e le montagne. Ma in ebraico vento, ruach, significa anche alito, respiro, spirito. Ruach è forza, potenza che può schiacciare, può anche travolgere chi la detiene. Già nella tradizione ebraica il vento è stato interpretato come forza di volontà. E se c’è un profeta che è stato forte e mosso da una volontà ferrea è proprio Elia (cf. Sir 48,1-11). Lo Spirito investe anche la dimensione volitiva della persona: il volere è la capacità di una persona di decidersi per un fine, di orientare tutto se stesso, corpo, anima, spirito, per raggiungere un determinato fine. Ma l’esperienza spirituale non è riducibile a volontà. L’esperienza spirituale non può essere volontarismo. 

Il terremoto in ebraico è espresso da un termine che significa “tremore, tremito”. Che designa una dimensione psicologica più che un fenomeno atmosferico. Ci sono dei brani biblici in cui il termine designa fenomeni interiori, una reazione emotiva. In Ez 12,18 questo termine designa “trepidazione”, “tremore”, e indica una reazione emotiva dell’uomo. Se vogliamo mantenere la traduzione “terremoto”, dobbiamo comprendere che si tratta di un terremoto interiore, di uno sconvolgimento intimo. Siamo rinviati alla sfera emotiva, che certamente accompagna l’esperienza spirituale, ma non la può esaurire. L’esperienza spirituale non può essere emozionalismo. 

Infine, il fuoco. Il fuoco è simbolo del farsi presente di Dio, che è fuoco divorante. Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente, un arbusto che bruciava ma non si consumava. Ma il fuoco rinvia anche alla dimensione passionale, affettiva, erotica. Nel Cantico dei Cantici, che è un inno all’amore un ragazzo e di una ragazza, non c’è mai il nome di Dio. O meglio, lo si trova una sola volta, quando si dice che l’eros è fiamma del Signore (Ct 8,6): l’eros è dipinto come fuoco. Anche qui ci viene detto che l’incontro con Dio non è estraneo alla dimensione affettiva ed erotica dell’uomo, ma anche che l’affettività non può esaurire l’esperienza spirituale. 

Dunque, volontà, emotività, affettività, hanno a che fare con l’esperienza di Dio. Ma c’è un ulteriore elemento: la voce del silenzio, che è il luogo culminante dell’esperienza di Dio, dell’incontro con lui. Ecco le tre dimensioni che sono inerenti all’esperienza spirituale, perché nulla di spirituale avviene se non nella corporeità, ma ecco anche il luogo intimo, la dimensione più profonda che supera e va ancora più in profondità dell’esperienza spirituale raggiungendo l’indicibile, l’ineffabile, il mistero. Il quarto elemento è quello in cui l’esperienza spirituale esce dall’ambiguità. Anche se non si dice che il Signore era nella voce del silenzio. Il testo narra che, come ascoltò la voce del silenzio, Elia si coprì il volto con il mantello, cosciente di essere alla presenza di Dio. Nessuno può vedere Dio, altrimenti muore (Es 33,20). Ma l’uomo può ascoltarlo: Elia si fermò all’ingresso della caverna ed ecco la voce del Signore che gli parla. Elia percepisce la presenza del Signore nella voce del silenzio, qualcosa che è più profondo delle dimensioni emotive, affettive, volitive, qualcosa che rende apofatica l’esperienza spirituale. È una voce silenziosa. Nessun eccesso di zelo, nessun sussulto emotivo, non una passione incontrollata, ma tutto che si pacifica, si sintetizza ed essenzializza in qualcosa di più profondo. 

 L’azione dello Spirito 

 Si può annotare, en passant, che i quattro simboli del vento, del sisma, del fuoco e della voce si ritrovano quasi identici in un testo capitale del Nuovo Testamento per indicare lo Spirito santo. In At 2,2-6, il testo che parla della Pentecoste, le immagini del rombo (At 2,2), del vento impetuoso (At 2,2), del fuoco (At 2,3) e della voce (At 2,6) concorrono a evocare lo Spirito di Dio e la sua discesa. Uno spirito che trova il suo inveramento nella voce che annuncia l’evangelo in tutte le lingue del mondo. 

Capiamo allora l’importanza della rilettura del testo di 1Re 19. Esso ci consente di cogliere un’esperienza spirituale che abbraccia la totalità dell’essere umano, tutta la sua corporeità. E che ci fornisce anche dei suggerimenti di tipo pedagogico: la presenza di Dio, dunque la vita di fede, concerne tutto l’essere personale e dunque corpo, anima, spirito. La dimensione volitiva è riguardata, ma mai e poi mai l’esperienza di fede può esaurirsi nel volere e men che meno nel dovere. L’esperienza spirituale abbraccia anche il mondo delle emozioni, ma non può ridursi alla dimensione emotiva. Riguarda anche la dimensione affettiva ed erotica, ma non può coincidere con l’esperienza affettiva, con il trovarsi bene nel calore del gruppo amicale. Più in profondo c’è la potenza del silenzio. Che è linguaggio da abitare, da decodificare e in cui scoprire la presenza, misteriosa, discreta, ma reale, di Dio stesso.

 Servire 


 

 

mercoledì 24 luglio 2024

TEMPO DI VACANZA


 "Il tempo delle vacanze: perché dobbiamo imparare a riposare"

        

  

-        - di ENZO BIANCHI

 

Siamo ormai nel tempo delle vacanze, un tempo vuoto che dobbiamo riempire, un tempo alternativo a quello quotidiano che viviamo e dal quale prendiamo le distanze interrompendolo.

 Di fatto, la nostra cultura è ispirata dalle prime pagine del Grande Codice, laBibbia, che dichiara che Dio per creare il mondo ha lavorato sei giorni, dalla creazione della luce alla creazione del terrestre, l’Adam, ma il settimo giorno ha riposato, ha fatto shabbat.

Anche per noi, come per Dio, l’azione non è conclusa se non interrompendola per prenderne le distanze, contemplarla e giudicarla.

 Vacanze, dal latino vacare, significa certamente far niente, ma un far niente per dedicarsi a fare qualcosa. Nel nostro caso, a far cosa? A riposare. Questa dovrebbe essere la vera attività delle vacanze, perché gli umani hanno bisogno di distanziarsi dalla loro azione, devono ritemprare le forze, prendere consapevolezza di quel che sono e di ciò che fanno.

Ma riposarsi non è, in realtà, facile, e questo lo sappiamo tutti: siamo sedotti dall’attivismo, siamo preda del lavoro, siamo assorbiti da un vortice di impegni che crediamo urgenti e che ci impediscono il “lasciare la presa”, anche momentaneo. Purtroppo, ognuno di noi si presenta agli altri per quello che fa e non per quello che è, così quando uno fa niente è assalito dall’angoscia: chi sono io?

 Fare niente per molti è uno sforzo, una fatica e addirittura un vortice di angoscia quando si ritrovano nella solitudine e nel silenzio. È ciò che Pascal nei pensieri giudica essere il più grande male nella vita di una persona. Ma questo riposo, questo far niente può essere in realtà la condizione nella quale si diventa di più sé stessi: un cammino di umanizzazione.

 Il riposo dunque lo si impara. Per crescere in umanità occorre conoscere sé stessi, imparare a discernere quella voce che abita ogni umano nelle profondità del suo cuore: è una voce reale anche spesso avvolta dal silenzio, ma è una voce che è presente, ed è la voce che appartiene all’umanità.

 Alcuni la chiamano voce di Dio, altri voce dell’autentica vocazione umana, poco importa, quella voce c’è e va ascoltata. Il catalogo delle virtù del nostro mondo sembra tener conto del lavoro, dell’azione, ma dimentica che le posture per raggiungere risultati umani sono la contemplazione, il raccoglimento, il silenzio e il pensare.

 Sono queste che permettono agli umani di accumulare l’energia e la verità di cui l’azione necessita.

 Cerchiamo di essere occupati attraverso il riposo, ma vivendo il riposo, ascoltando il silenzio, contemplando la natura, imparando a conoscere il vento e a distinguere il canto degli uccelli.

 Alberto Moravia in una luminosa raccolta di saggi L’uomo come fine del 1964 affermava che per “ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il posto della contemplazione”. Dunque, vacare, dolce far niente, riposarsi per umanizzarci di più.

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martedì 4 giugno 2024

ASCOLTARE IL SILENZIO

 




-        -  di Enzo Bianchi

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Viviamo in una società rumorosa, siamo vittime addirittura dell’inquinamento sonoro e nel quotidiano siamo invasi dalle chiacchiere.

 Si comprende dunque perché in questo clima cacofonico molti avvertano il bisogno del silenzio e lo esaltino, ne facciano l’elogio senza conoscerlo nella sua realtà.

Perché il silenzio è plurale. Ci sono silenzi paragonabili ai digiuni del corpo, salutari quando lo esigono il corpo, la psiche e la vita interiore.

Ma ci sono anche silenzi negativi, mortiferi. Sono silenzi che rendono inquieti, incutono spavento, instaurano oppressioni, veri silenzi di morte, come abissi disperanti.

 E dobbiamo confessarlo: esistono anche silenzi complici, pieni di viltà, che permettono che il male trionfi, e silenzi di ostilità, che penalizzano la comunicazione e possono diventare omicidi. Sono i silenzi più vergognosi, nascosti e inconfessati, neppure considerati nella loro ignominia, eppure consumati con un’indifferenza amara. 

E non dimentichiamo il mutismo della malattia psichica, quando il silenzio è rigetto di ogni comunicazione perché chi si è chiuso nel mutismo in realtà è imprigionato da grate che non vediamo e che restano un enigma.

 Elias Canetti ha descritto bene il silenzio cattivo che si nutre di rabbia e di rancore fino al disprezzo dell’altro, fino a volerlo morto.

 Sì, abbiamo questo grande potere di uccidere anche con il nostro silenzio che con un’ostilità sorda e muta toglie vita ed esistenza.

 Elie Wiesel, nel suo Testamento di un poeta ebreo assassinato, scrive: “Nessun maestro mi aveva detto che il silenzio poteva diventare una prigione. Non sapevo che si potesse morire di silenzio come si muore di dolore, di fatica e di fame”.

Ecco, ci sono uomini e donne che conoscono e vivono questi silenzi e anche noi possiamo a volte nella vita esserne inghiottiti. Non è facile combattere queste potenze.

 E qui va detto con chiarezza che l’altro è quanto mai necessario perché ci si salva insieme, ci si rialza insieme, si ricomincia a parlare se c’è un “tu” a cui rivolgersi.

 Ai silenzi negativi solo un ascolto attento può essere di vero aiuto, risposta redentiva. Per questo oggi, in una società in cui l’ascolto è morto, frequenti sono i silenzi negativi. Ascoltare... Per essere autentico l’ascolto deve ascoltare i silenzi e il silenzio. Lo dico per esperienza, ma le ore notturne nel silenzio della cella, nella solitudine del corpo, insegnano ad ascoltare i silenzi disperanti e il silenzio che non è muto ma ha anch’esso una voce. 

Mettere in silenzio il nostro ego per ascoltare l’altro, far tacere i nostri pregiudizi per aprirci all’altro, abilitare l’orecchio del cuore ad ascoltare la voce tenue come un silenzio trattenuto che ci apre alla relazione. Se c’è un invito che oso fare agli uomini e alle donne è solo quello di praticare un tempo di solitudine e silenzio con continuità e perseveranza, come un ritmo della respirazione, accettando di attraversare silenzi a volte enigmatici, disperanti, altre volte capaci di esultanza.

Allora anche gli enigmi diventano misteri.

 

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giovedì 21 dicembre 2023

L'ARTE DELL'ASCOLTO


 “ … Carissimi, abbiamo bisogno di ascoltare l’annuncio del Dio che viene, di discernere i segni della Sua presenza e di deciderci per la Sua Parola camminando dietro a Lui. Ascoltare, discernere, camminare: tre verbi per il nostro itinerario di fede e per il servizio che svolgiamo qui nella Curia. Vorrei consegnarveli attraverso alcuni dei personaggi principali del Santo Natale.

ASCOLTARE CON IL CUORE

Anzitutto Maria, che ci ricorda l’ascoltare. La fanciulla di Nazaret, che stringe fra le braccia Colui che è venuto ad abbracciare il mondo, è la Vergine dell’ascolto perché ha prestato l’orecchio all’annuncio dell’Angelo e ha aperto il cuore al progetto di Dio. Ella ci ricorda che il primo grande comandamento è «Ascolta Israele» (Dt 6,4), perché prima di ogni precetto è importante entrare in relazione con Dio, accogliendo il dono del suo amore che ci viene incontro. Ascoltare, infatti, è un verbo biblico che non si riferisce soltanto all’udito, ma implica il coinvolgimento del cuore e quindi della vita stessa. San Benedetto inizia così la sua Regola: «Ascolta attentamente, o figlio» (Regola, Prologo, 1). Ascoltare con il cuore è molto più che udire un messaggio o scambiarsi delle informazioni; si tratta di un ascolto interiore capace di intercettare i desideri e i bisogni dell’altro, di una relazione che ci invita a superare gli schemi e a vincere i pregiudizi in cui a volte incaselliamo la vita di chi ci sta accanto. Ascoltare è sempre l’inizio di un cammino. Il Signore chiede al suo popolo questo ascolto del cuore, una relazione con Lui, che è il Dio vivente.

 ESSERE DISPONIBILI

E questo è l’ascolto della Vergine Maria, che riceve l’annuncio dell’Angelo con apertura, totale apertura, e proprio per questo non nasconde il turbamento e le domande che esso suscita in lei; ma si coinvolge con disponibilità nella relazione con Dio che l’ha scelta, accogliendo il suo progetto. C’è un dialogo e c’è un’obbedienza. Maria capisce di essere destinataria di un dono inestimabile e, “in ginocchio”, cioè con umiltà e stupore, si mette in ascolto. Ascoltare “in ginocchio” è il modo migliore per ascoltare davvero, perché significa che non stiamo davanti all’altro nella posizione di chi pensa di sapere già tutto, di chi ha già interpretato le cose prima ancora di ascoltare, di chi guarda dall’alto in basso ma, al contrario, ci si apre al mistero dell’altro, pronti a ricevere con umiltà quanto vorrà consegnarci. Non dimentichiamo che soltanto in una occasione è lecito guardare una persona dall’alto in basso: soltanto per aiutarla a sollevarsi. È l’unica occasione in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso.

ASCOLTARE IN SILENZIO

A volte, anche nella comunicazione tra di noi, rischiamo di essere come dei lupi rapaci: cerchiamo subito di divorare le parole dell’altro, senza ascoltarle davvero, e immediatamente gli rovesciamo addosso le nostre impressioni e i nostri giudizi. Invece, per ascoltarsi c’è bisogno di silenzio interiore, ma anche di uno spazio di silenzio tra l’ascolto e la risposta. Non è un “ping pong”. Prima si ascolta, poi nel silenzio si accoglie, si riflette, si interpreta e, soltanto dopo, possiamo dare una risposta. Tutto questo lo si impara nella preghiera, perché essa allarga il cuore, fa scendere dal piedistallo il nostro egocentrismo, ci educa all’ascolto dell’altro e genera in noi il silenzio della contemplazione. Impariamo la contemplazione nella preghiera, stando in ginocchio davanti al Signore, ma non solo con le gambe, stando in ginocchio con il cuore! Anche nel nostro lavoro di Curia, «abbiamo bisogno di implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale. […] È urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri» (Evangelii gaudium, 264).

Fratelli e sorelle, anche nella Curia c’è bisogno di imparare l’arte dell’ascolto. Prima dei nostri doveri quotidiani e delle nostre attività, soprattutto prima dei ruoli che rivestiamo, occorre riscoprire il valore delle relazioni, e cercare di spogliarle dai formalismi, di animarle di spirito evangelico, anzitutto ascoltandoci a vicenda. Con il cuore e in ginocchio. Ascoltiamoci di più, senza pregiudizi, con apertura e sincerità; con il cuore in ginocchio. Ascoltiamoci, cercando di capire bene cosa dice il fratello, di cogliere i suoi bisogni e in qualche modo la sua stessa vita, che si nasconde dietro quelle parole, senza giudicare. Come saggiamente consiglia Sant’Ignazio: «È da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l’altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi» (Esercizi Spirituali, 22). È tutto un lavoro per capire bene l’altro. E lo ripeto: ascoltare è diverso da udire. Camminando per le strade delle nostre città possiamo udire molte voci e molti rumori, eppure generalmente non li ascoltiamo, non li interiorizziamo e non ci restano dentro. Una cosa è semplicemente udire, un’altra cosa è mettersi in ascolto, che significa anche “accogliere dentro”.

ASCOLTARSI RECIPROCAMENTE

L’ascolto reciproco ci aiuta a vivere il discernimento come metodo del nostro agire. E qui possiamo fare riferimento a Giovanni il Battista. Prima la Madonna che ascolta, adesso Giovanni che discerne. Noi conosciamo la grandezza di questo profeta, l’austerità e la veemenza della sua predicazione. Eppure, quando Gesù arriva e inizia il suo ministero, Giovanni attraversa una drammatica crisi di fede; egli aveva annunciato l’imminente venuta del Signore come quella di un Dio potente, che finalmente avrebbe giudicato i peccatori gettando nel fuoco ogni albero che non porta frutto e bruciando la paglia con un fuoco inestinguibile (cfr Mt 3,10-12). Ma questa immagine del Messia si frantuma dinanzi ai gesti, alle parole e allo stile di Gesù, dinanzi alla compassione e alla misericordia che Egli usa verso tutti. Allora il Battista sente di dover fare discernimento per ricevere occhi nuovi. Il Vangelo ci dice infatti: «Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,2-3). Insomma, Gesù non era come se lo aspettava e, perciò anche il Precursore deve convertirsi alla novità del Regno, deve avere l’umiltà e il coraggio di fare discernimento.

SAPER DISCERNERE

Ecco, per tutti noi è importante il discernimento, questa arte della vita spirituale che ci spoglia della pretesa di sapere già tutto, dal rischio di pensare che basta applicare le regole, dalla tentazione di procedere, anche nella vita della Curia, semplicemente ripetendo degli schemi, senza considerare che il Mistero di Dio ci supera sempre e che la vita delle persone e la realtà che ci circonda sono e restano sempre superiori alle idee e alle teorie. La vita è superiore alle idee, sempre. Abbiamo bisogno di praticare il discernimento spirituale, di scrutare la volontà di Dio, di interrogare le mozioni interiori del nostro cuore, per poi valutare le decisioni da prendere e le scelte da compiere. Scriveva il Cardinal Martini: «Il discernimento è ben altro dalla puntigliosità meticolosa di chi vive nell’appiattimento legalistico o con la pretesa di perfezionismo. È uno slancio d’amore che pone la distinzione tra buono e migliore, tra utile in sé e utile adesso, tra ciò che in generale può andar bene e ciò che invece ora bisogna promuovere». E aggiungeva: «La mancata tensione per discernere il meglio rende spesso la vita pastorale monotona, ripetitiva: si moltiplicano azioni religiose, si ripetono gesti tradizionali senza vederne bene il senso» (Il Vangelo di Maria, Milano 2008, 21). Il discernimento deve aiutarci, anche nel lavoro della Curia, ad essere docili allo Spirito Santo, per poter scegliere gli orientamenti e prendere le decisioni non in base a criteri mondani, o semplicemente applicando dei regolamenti, ma secondo il Vangelo”.

Papa Francesco, 20 nov.2023