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giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

Immagine


martedì 31 marzo 2026

CHIEDETE L'IMPOSSIBILE

 

PASQUA 
SIATE RAGIONEVOLI. CHIEDETE L'IMPOSSIBILE!

Riflessioni di don Giulio Cirignano

 -

L’invito esteso al vasto e variegato mondo delle associazioni,  dei credenti e dei non credenti, è stato categorico: “Puntate all’impossibile. L’impossibile come anelito, come sogno, come progetto. Utopia amabile e liberante. L’impossibile come la più concreta forma di ragionevolezza”.

La Pasqua, infatti, è di per sé un evento umanamente impossibile. Per Gesù, invece, si tratta di risorgere da morte, entrare in una vita nuova. Gesù non è rinvivito, è risorto. E’ già ‘ impossibile’ pensare ad un morto che riprende a vivere. Ancora più impossibile è pensare ad un morto che riprende la vita per non morire più.
Il mistero cristiano ha nel Signore risorto il suo punto decisivo. Inimmaginabile. Di portata cosmica: è come l’inizio di una nuova creazione.

I credenti, allora, sono i ‘ figli’ della resurrezione. I figli della vita contro la morte. I discepoli dell’impossibile divenuto realtà.

‘Figli della resurrezione’: trattasi di un ebraismo assai espressivo e adatto: l’ebraico per esprimere l’appartenenza usa la parola ‘ figlio ’.

Celebrare la Pasqua, allora, è credere nell’impossibile e volerlo. E’ fare spazio a un grande sogno che spesso non abbiamo neppure il coraggio e la forza di coltivare.
Don Giulio Cirignano, nel muovere da questo assunto e confortato da puntuali richiami biblici ed evangelici, indica i contesti dentro i quali coabitare  con la dignitosa utopia dell’essere ragionevoli, chiedendo l’impossibile:


1 ) a livello sociale

* L’impossibilità di una convivenza più ricca di umanità. Puntare all’impossibile è già metterla in essere.

* L’impossibilità di un progetto di convivenza veramente segnato dalla giustizia. E’ ragionevole volere    questa impossibile possibilità.

* L’impossibilità di resistere alla banalità elevata a norma. Alla sciatteria, al qualunquismo, al populismo    facile e aggressivo. Si può resistere.

* L’impossibilità di una politica più libera dagli interessi privati. Occorre cominciare a pensarla e a volerla.   Con iniziative concrete di formazione alla buona politica.

* Celebrare la Pasqua  è credere  all’impossibilità  di  una cultura meno arida e insignificante: ciò non può    essere lasciato al caso. Ma frutto di decisione e di responsabilità.

* Siamo   ragionevoli,   crediamo   all’impossibile. Crediamoci  con tutte le forze. Crediamoci in modo da    rendere onore alla nostra fede pasquale. Altrimenti la Pasqua sarà solo rito, l’emozione spirituale di un    momento, una fugace parentesi, inerte, senza forza creativa.

2 ) A livello ecclesiale.

In questo contesto è ancora più entusiasmante. * L’impossibilità di una Chiesa più fraterna: è questo il progetto di Gesù. Più fraterna per la comunione e la
   stima reciproca.

* L’impossibilità di una Chiesa meno incartata nella sua autosufficienza, nella continua autocelebrazione.

* L’impossibilità di una Chiesa più evangelica. Perché più povera.  

* L’impossibilità di una Chiesa amica dell’uomo, di tutti gli uomini.

 3 ) A livello personale

* Siamo ragionevoli nel credere all’impossibilità che si fa possibilità, per grazia, di essere più liberi dai nostri    egoismi. E’ necessario, però, volerla, desiderarla questa impossibilità.
* Crediamo nell’impossibilità di amare di più e meglio. E’ la cosa più ragionevole volere amare di più.
   Volere un amore più grande: per la nostra pace interiore, per il nostro lavoro, per la nostra famiglia.

* Desideriamo, come nostro futuro, l’impossibilità di volerci persone, se non felici, almeno più serene, più    contente.
* Chiediamo a noi stessi l’impossibile di volgere le spalle a ogni forma di essimismo e di sfiducia.

Siamo   discepoli dell’impossibile anche  coltivando la speranza di poter guardare, intorno a noi, con sguardo   coraggioso e mite.

* Guardando a Gesù crediamo e scegliamo l’impossibile ragionevolezza di non rimanere prigionieri del    passato e fare del futuro il verbo più congeniale alla nostra dignità.
Non c’è deviazione che non possa essere corretta. Gesù fu  un formidabile  amante di futuro in alcuni    incontri:

 a ) “ Nessuno  ti ha condannato.  Neppure io, vai in pace e  smetti di innamorarti della  tua    fragilità”,

 b ) “Zaccheo, oggi voglio fermarmi a casa tua “e cambiò tutto;

 c ) “Nicodemo, sappi che si     può nascere di nuovo, dall’alto”;

 d )  “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro. E Pietro si ricordò . . . e,
  uscit,o pensò amaramente: ‘ Ricomincio a vivere’ “;

e ) “Oggi sarai con me in paradiso!”.

4 ) A livello associativo.

* Siamo ragionevoli: crediamo e scegliamo come impossibile, fortunato ideale, quello di entrare a far parte    di questa Chiesa che sembra prepararsi ad una insperata fioritura. Con lucida coscienza di alter natività.

* Crediamo ragionevole l’impossibile comunione di intelligenze e di volontà giovani  per  una scuola in grado   di liberare dall’ignoranza e generare alla capacità di scelta e partecipazione.

Giovani, nuove, fresche: da   andare a cercare e coinvolgere.
* Siamo ragionevoli: chiediamo a noi stessi l’impossibile fedeltà al nostro passato, alla ricca elaborazione    dei nostri oltre ottanta anni di storia.

 E ‘ragionevole amare e preservare  quanto si è  fatto, come
   premessa di futuri percorsi.

* Chiediamo l’impossibile intelligenza  di quello  che  la scuola deve e può essere come  anello  di una     cittadinanza più responsabile.  Ora, in questo momento, lungo la linea interrotta dell’innovazione e del cambiamento.

* Cosa è possibile ancora chiedere e volere a  livello associativo? 

Senza  il     continuo richiamo alle ragioni del nostro operare, senza la giocosa e continua riscoperta della nostra
cittadinanza evangelica vano è il nostro operare.

Ma, forse, è proprio in momenti come questi che    alberga, sottotraccia, la possibilità di una vera, convinta, impossibile alternatività di pensiero e di vita, a
 vantaggio della scuola, della Chiesa, della comune convivenza.
 Questo è il momento di chiedere l’impossibile e volerlo, valorizzando le energie che abbiamo energie, e  reclutandole    dove non le penseremmo mai presenti. Ma esse ci sono e aspettano.

Allora amici dell’AIMC, facciamo Pasqua con il Signore risorto, ridoniamo nuove attualità all’impossibile bellezza di vivere con gioia. Di    vivere in sintonia con la gioia del Vangelo.


lunedì 9 marzo 2026

FEDELTA' E VITA ASSOCIATIVA

 

Come essere fedeli alla nostra storia proiettandoci verso il futuro 



Ne parliamo con Mauro Magatti, 

docente di Sociologia all’Università Cattolica 

del Sacro Cuore di Milano.

Intervizia di L. Malucchi e A. Vai

– Professor Magatti, sgombriamo il campo dagli equivoci… Oggi ha senso parlare di Fedeltà o è un concetto fuori moda?

�«Diciamo che per la sensibilità contemporanea la parola fedeltà non gode proprio di una buona reputazione.

Se si pensa che essere liberi voglia dire poter scegliere sempre e avere continuamente nuove possibilità, allora la fedeltà diventa un problema, perché rappresenta un limite allo scenario di nuovi e diversi orizzonti e di infinite prospettive possibili».

- Eppure, quando pensiamo agli aspetti importanti della vita la parola fedeltà è sempre presente…

�«Sì, la parola fedeltà ha origine dalla parola latina fides, che è la stessa per fede, affidamento, fiducia, fidanzamento. Una delle attribuzioni etimologiche a cui è ricondotta è l’immagine di una corda, non intesa come un laccio che blocca i movimenti, quanto di una corda che sostiene, dà sicurezza».


- Questa è un’immagine molto chiara per chi va in montagna…
� «La fedeltà è appunto quella fune da intrecciare giorno per giorno, con cura e pazienza, così da sperare che possa sorreggerci quando ci troveremo tra i passaggi stretti e impervi della vita.

Vivere la fedeltà significa lavorare perché questa corda, i cui fili sono la nostra storia, i nostri valori, le relazioni che viviamo ogni giorno, resista alla trazione degli impegni che abbiamo preso, delle promesse che ci siamo scambiati. Fedeltà è assolutamente una parola positiva».

- Qual è la relazione fra fedeltà e libertà?

� «Vedete, la libertà ha un piccolo problema. Noi donne e uomini contemporanei vogliamo vivere senza impegnarci in vincoli e legami troppo forti, e alla fine ci perdiamo.

La libertà da sola non tiene una direzione, vuole andare a sinistra, a destra, avanti… in sé medesima la libertà porta dentro questo morbo, questo nucleo di autodistruzione. Assieme a fedeltà e responsabilità, invece, la libertà costruisce un trittico che ci permette di condurre una vita pienamente libera e di non cadere nel non senso».

- Questo rischio è più forte nella “società liquida”?

� «Il principio fondante della società liquida è la continua disponibilità alla novità e questo ha un lato positivo, perché la vita è esattamente questa apertura al nuovo, all’inedito.
L’antitesi che contrappone il nuovo al passato, che ci è spesso proposta, non sussiste nella realtà.

La fedeltà non è conformismo, non è appiattimento su quello che c’è, la fedeltà è quell’inquietudine che riporta sempre i nostri legami alla loro origine, quindi è una spinta di provocazione: essere fedeli non significa essere piatti. In questo senso, la fedeltà è la connessione tra il nostro passato e il nostro futuro.
Essere fedeli significa tornare sempre a quel desiderio che ci ha portato a quella situazione, a quell’incontro, a quell’impegno e spingere avanti quel legame, a quell’appartenenza.
La fedeltà è un impulso di rinnovamento e di desiderio, altrimenti non è fedeltà, sarebbe una tomba».

- Quando e come si costruisce la fedeltà?

� «Sempre stando all’immagine della corda, la fedeltà è un tessuto che si intreccia poco alla volta, che si rafforza nel tempo prendendosene cura.

Rafforza i legami e le relazioni che danno significato all’esistenza.

Per questo lavoro artigianale è necessaria tutta una vita. Quando si è giovani si guarda alla fedeltà sempre con una certa cautela, ma la cosa bella è che questa fune ci tiene ma non si oppone affatto all’esplorazione, all’avventura».

- Ha parlato di relazioni. Come viviamo la fedeltà in questo ambito?

� «Abbiamo detto che la parola fedeltà ha la stessa etimologia di fiducia, affidamento, fidanzamento.

La scelta della convivenza a sfavore del matrimonio è uno dei risultati della confusione rispetto ai temi che stiamo affrontando.

Perché devo promettere fedeltà a un’altra persona, a cui pure voglio bene, e chiudermi così alla possibilità di incontrare in futuro qualcun altro più attraente e più stimolante?
Si rimane quindi in questo dubbio giorno per giorno, e si passa insieme tutta la vita così.
Ciò non rappresenta un peccato nel senso morale del termine, ma ci blocca sempre al punto di partenza.

Stiamo sempre sulla soglia della libertà. Varcare questa soglia vuol dire invece riuscire a dare forma alle cose.

È come se ciascuno di noi si trovasse di fronte alla tela, ancora bianca, della propria vita. Un pasticcione inizierebbe con qualche linea incerta qua e là e poi butterebbe tutto, per ricominciare da capo chissà quante volte. Un artista porta invece a termine il quadro con un’idea precisa del suo progetto, utilizza la fantasia rimanendo fedele al suo talento e al suo stile».

- Cosa vuole dire essere fedeli per un’associazione cattolica?

� «Citando una frase del compositore Gustav Mahler, vivere la fedeltà non vuol dire conservare con cura le ceneri quanto “alimentare il fuoco” che sta all’origine di un’associazione, essendo capaci di una continua ricerca.

Vivere il trittico fedeltà, libertà e responsabilità, e saper leggere in maniera propositiva il rapporto innovazione – tradizione sono atteggiamenti fondamentali anche per un’associazione.
Permettono di rinnovare continuamente le forme, ritornando all’origine ma slanciandosi verso il domani. Il termine che noi usiamo è “generatività” che è la capacità primaria della vita di darsi forme nuove».

Proposta Educativa


venerdì 26 dicembre 2025

CATERINA RENDA, UN GENEROSO IMPEGNO

 


IN MEMORIA 
DI 
CATERINA RENDA

Caterina Renda (già  dirigente scolastica, presidente provinciale AIMC Catania, componente il Consiglio Nazionale AIMC, Componente l'Organismo di garanzia associativo, Vice presidente regionale AIMC.....) la notte di Natale è stata chiamata a far festa in Paradiso. 


Per  esprimere la nostra gratitudine, perché la sua memoria sia feconda , pubblichiamo alcuni messaggi pervenuti.


Dalla Presidente Nazionale AIMC, Esther Flocco

Con profondo dispiacere comunichiamo che è tornata alla casa del Padre Caterina Renda. È stata una socia storica e una presenza preziosa: il suo impegno, la sua dedizione e il suo contributo resteranno per noi un esempio e un ricordo indelebile.

A nome di tutta l’Associazione, esprimiamo le nostre più sentite condoglianze e ci stringiamo con preghiera e affetto attorno alla sua famiglia, in questo momento di grande dolore.

  Giovanni Perrone – Unione Mondiale Insegnanti Cattolici

Nella notte di Natale Caterina Renda è tornata alla Casa del Padre, al termine di un cammino vissuto con fede, coerenza e spirito di servizio. È stata fedele e attiva socia e dirigente (nazionale, regionale, provinciale e sezionale dell’AIMC) da oltre un quarantennio. É stata di esempio per molti, privilegiando l’essere piuttosto che l’apparire, il fare piuttosto che il parlare: una grande donna, competente dirigente scolastica, innamorata dell’AIMC e anche dell’Unione Mondiale Insegnanti Cattolici. Lucidità, concretezza, diligenza, fede, spirito di servizio, umiltà, lealtà, sincera amicizia l’hanno contraddistinta.  Il Signore la accolga tra le sue paterne braccia e dia conforto ai suoi cari. Che la sua memoria non si perda! Caterina dall’alto assista l’associazione a fare del proprio meglio.

 Rino La Placa -Palermo

La dipartita di Caterina mi procura tristezza e dolore. Se ne va una collega seria, colta e impegnata nella scuola e nella vita civile. L’ho conosciuta nell’Associazione Italiana Insegnanti Cattolici dove ha dato molto con generosità e competenza. Vivrà nel ricordo affettuoso d tanti operatori scolastici, di tante famiglie e soprattutto di tanti alunni. Mi unisco nel cordoglio e nella preghiera.

 Giovanni Bensi, Prato

Le mie più sentite condoglianze nel ricordo di tanto comune impegno nell'aimc nazionale e di sincera amicizia e condivisione. Una commossa preghiera.

Angela Gullì – Siracusa

Mi dispiace tanto, una delle primissime socie che ho conosciuto. Sempre affettuosa e disponibile

Il Signore l’accolga tra le sue braccia misericordiose. Condoglianze alla famiglia

 Cecilia Belfiore – Giarre

Con grande dolore apprendo la perdita di un'amica personale e mia guida nel "nostro" cammino all'interno dell'AIMC

 Maria Torrisi AIMC Giarre

La sezione AIMC di Giarre si stringe con sincera partecipazione al dolore della famiglia e dei suoi cari, esprimendo le nostre più sentite condoglianze. Il suo impegno, la sua professionalità e la sua umanità resteranno un esempio e un patrimonio prezioso per tutti noi. Abbiamo un ricordo riconoscente per una persona che ha dato tanto con generosità e passione.


 Antonietta D’Episcopo –Salerno

Ho visto solo ora la triste notizia e avverto il bisogno di ricordare la nobiltà d’animo di Caterina, il suo modo discreto di fare del bene. Ha testimoniato, con grande coerenza, un'autentica passione associativa motivante e coinvolgente.

 Un'antica saggezza, particolarmente apprezzata dalle nuove generazioni di insegnanti, dei quali si è sempre preso cura. A lei rivolgo il mio grazie sincero e riconoscente attraverso la preghiera.

 Anna Maria Bianchi - Basilicata

Ho un ricordo affettuoso e gioioso di Caterina e voglio conservarlo così.

Sono vicino alla famiglia con la preghiera.

 Rosa Messana - Ragusa

Ho conosciuto Caterina, una persona veramente speciale.  La ringrazio per quello che ha saputo insegnarmi e la ricordo con affetto. Condoglianze alla famiglia.

 Italo Bassotto - Mantova

Dolce e cara Caterina, testimone di un’AIMC che non c'è più e di una professione fatta di mitezza e condivisione...

 Ornella Valerio – Lombardia

Un ricordo, una preghiera R.I.P. Sentite condoglianze ai familiari

 Sandra Cavallini - Livorno

In fede e con commozione ci stringiamo alla famiglia di Caterina che ricordiamo con stima ed affetto. Sandra e tutti noi AIMC Livorno

 Katia Di Stefano- Mazara del Vallo

Ci mancheranno la sua amicizia, il suo amore e generoso impegno per l’Associazione, la sua saggezza e la sua lungimiranza.

 Adriana Dominici - Bracciano

La spontaneità di una bambina, coperta da una grande professionalità; gli occhi esprimevano acume, lealtà e positiva relazionalità. La sua presenza era una garanzia. Il tempo trascorso insieme è stato un dono. La sua parola è stata conforto. Il suo agire trascinava e donava sicurezza. Grazie!

Santino Cerami - Palermo

Con profondo dolore mi unisco al cordoglio per la scomparsa di Caterina Renda. Ha vissuto il suo impegno con fede, coerenza e autentico spirito di servizio, offrendo all’AIMC una testimonianza silenziosa ma incisiva di competenza, umiltà e dedizione. Donna di grande spessore umano e professionale, dirigente scolastica competente e guida leale, ha saputo lasciare un segno profondo in quanti abbiamo avuto il dono di incontrarla. Il suo esempio resti vivo e continui a guidare il cammino dell’associazione.

Mariella Cagnetta - Andria

Ho appreso della perdita di Caterina. Un grande dispiacere. Ricordo ancora quando ci siamo conosciute all'inizio del mio arrivo a Roma. Abbiamo fatto subito amicizia. Una bella persona. Spero che ora sia già tra le braccia del Signore e da lassù possa pregare per noi e per l' Aimc. Il Signore l'abbia nella gioia del Paradiso. Io pregherò per lei.




mercoledì 11 dicembre 2024

CONDIVIDERE PER CRESCERE

 

La condivisione rafforza i legami sociali, accresce le conoscenze, felicita, feedback degli altri, permettendoci di conoscere meglio noi stessi.

La condivisione rafforza i legami sociali, accresce le nostre conoscenze sul mondo e, fattore forse più importante, elicita il feedback degli altri, permettendoci in qualche modo di vedere e conoscere meglio parti di noi stessi.

Cosa hanno in comune l’uso di Facebook, il cibo e l’attività sessuale? Sembrerà strano, ma tutte e tre queste attività coinvolgono le stesse aree del cervello, quelle legate al senso di gratificazione.

Diversi studi hanno dimostrato che il 30-40% delle conversazioni umane ha come scopo principale quello di fornire agli altri informazioni su di sé o condividere esperienze vissute personalmente (Dunbar, Marriott & Duncan, 1997; Landis & Burtt, 1924). Le ricerche condotte recentemente riguardo all’uso di internet indicano che ben l’80% dei nostri aggiornamenti di stato su Facebook o Twitter consistono in esperienze personali appena vissute (Naaman, Boase, & Lai, 2010).

Questo tasso così alto di “apertura agli altri” (self-disclosure), tipico della nostra specie, deriverebbe da una motivazione molto forte negli esseri umani a condividere i propri pensieri e convinzioni sul mondo: il motivo di questa spinta alla condivisione è che questa viene da noi esperita come una potente fonte di gratificazione personale. In altre parole, raccontiamo volentieri qualcosa di noi perché questo, in qualche modo, ci soddisfa (Tamir & Mitchell, 2012).

Nei decenni precedenti, studi di neuroimaging hanno evidenziato i circuiti cerebrali connessi proprio a questo senso di gratificazione. Sia negli animali sia negli umani il sistema mesolimbico dopaminergico – che include il nucleus accubens (NAcc) e l’area tegmentale ventrale (VTA) – risponde fortemente a stimoli gratificanti primari, come il cibo o il sesso (Hernandez, & Hoebel, 1988), a stimoli secondari, come il denaro (Schott et al., 2008) e persino a gratificazioni sociali come l’osservare come gli altri condividano le loro opinioni, l’esperire l’humor, o ricevere lo sguardo interessato di un membro del sesso opposto (Sabatinelli, Bradley, Lang, Costa, & Versace, 2007; Aharon et al., 2001).

Tamir e Mitchell, del dipartimento di psicologia di Harvard, hanno condotto una serie di studi, combinando tecniche di neuroimaging e metodi comportamentali al fine di testare l’ipotesi che le stesse aree cerebrali componenti il circuito della gratificazione fossero coinvolte anche nel processo di self-disclosure.

Tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) veniva analizzata l’attività cerebrale dei partecipanti allo studio durante due fasi: una prima fase in cui veniva chiesto ai soggetti di rivelare le proprie opinioni e i propri pensieri agli altri, ed una seconda fase in cui si chiedeva invece di speculare su ipotetiche opinioni o pensieri di un’altra persona.

Gli autori hanno inoltre elaborato un metodo “comportamentale” per rilevare il valore dato dai soggetti all’opportunità di parlare di sé: hanno sviluppato un questionario composto da domande suddivise in tre classi (domande “self”, “others” e “facts”). Ad ogni domanda è stato associato un piccolo guadagno in denaro (variabile da $ 0.01 a $0.04) che i partecipanti ricevevano alla fine dell’esperimento. Le domande di tipo “self” venivano associate ad un guadagno minore. Basandosi sull’ipotesi che dare informazioni personali fosse intrinsecamente gratificante, gli autori si aspettavano che i soggetti fossero disposti a rinunciare a somme di denaro maggiori per rispondere a domande su di sé (es. “Quanto ti piacciono gli sport invernali, come lo sci?”) rispetto che per rispondere a domande “others” (es. “Quanto pensi che a Barack Obama piacciano gli sport invernali, come lo sci?”) e a domande “facts” (es. “Leonardo Da Vinci ha dipinto la Mona Lisa?”).

Gli autori hanno così scoperto che non solo parlare di sé attivava il NAcc bilaterale e la VTA in modo molto più marcato rispetto al parlare di altri, ma anche che i soggetti erano disposti a rinunciare al 17% del guadagno che potevano ottenere per rispondere a domande relative a se stessi.

Il risultato forse più interessante è che il solo pensare introspettivamente a sé stessi era sufficiente a far provare ai soggetti un senso di gratificazione e ad attivare il loro sistema mesolimbico dopaminergico. Tuttavia, il comunicare agli altri i propri pensieri piuttosto che il tenerli per sé ne magnificava l’attivazione.

In altre parole, condividere pensieri ed esperienze con gli altri è per noi tanto importante quanto gratificante, molto più di quanto non accada quando, per motivi di varia natura, non abbiamo l’opportunità di farlo. E questo non dovrebbe sorprendere, dal momento che la condivisione rafforza i legami sociali (Dindia, 2000; Collins & Miller, 1994), accresce le nostre conoscenze sul mondo e, fattore forse più importante, elicita il feedback degli altri, permettendoci in qualche modo di vedere e conoscere meglio parti di noi stessi.

 

IL PIACERE DI CONDIVIDERE

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