Visualizzazione post con etichetta computer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta computer. Mostra tutti i post

lunedì 10 giugno 2024

IL DECLINO DELL'HOMO SAPIENS

 “La scuola italiana istruisce ma non educa. 

Stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens. Riempire le scuole di libri, non di computer”

 

Di redazione

 Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, intervistato da La Gazzetta di Parma, durante l’evento “G-talk: Riflessioni: famiglia e figli nell’era digitale”, ha lanciato un grido d’allarme sulla condizione delle giovani generazioni nell’era digitale.

 Secondo Galimberti, stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens, sostituito dall’homo videns, un individuo che privilegia l’immagine al testo, con conseguenze preoccupanti sullo sviluppo cognitivo. “Il cervello perde neuroni quando si antepone l’immagine”, afferma il filosofo, sottolineando come questo passaggio da un’intelligenza sequenziale a una simultanea stia impoverendo le capacità critiche e di comprensione.

 Un’ulteriore conseguenza di questa evoluzione, secondo Galimberti, è l’incapacità di gestire la complessità della società contemporanea. “Il computer lavora su un codice binario: sì, no. L’umanità diventa gregge e vuole l’animale capo”, dichiara, evidenziando come l’ignoranza e la superficialità favoriscano il populismo e la manipolazione.

 La scuola, secondo il filosofo, non è in grado di contrastare questa deriva. “La scuola italiana istruisce ma non educa”, afferma, sottolineando l’importanza di un’educazione che vada oltre la semplice trasmissione di contenuti e si occupi dello sviluppo emotivo e sentimentale degli studenti.

 Galimberti propone una soluzione radicale: riempire le scuole di letteratura, non di computer. “I sentimenti s’imparano, non li abbiamo per natura”, sostiene, evidenziando il ruolo fondamentale della letteratura nel fornire modelli e strumenti per comprendere e gestire le emozioni.

 Il filosofo esprime anche una forte preoccupazione per l’intelligenza artificiale, vista come un’ulteriore minaccia in un’epoca dominata dalla tecnica, che ci riduce a meri strumenti al servizio della produttività e dell’efficienza. “Non siamo all’altezza della velocità inaugurata dalla tecnica e dall’informatica”, avverte Galimberti, sottolineando l’aumento delle psicopatologie indotte da questa corsa sfrenata verso la performance.

 La società dell’efficienza e della performance spinta ci porta a livelli spaventosi di psicopatologie indotte dall’informatica, come dimostrato dall’alto consumo di psicofarmaci e cocaina nel nostro Paese.

 Orizzonte Scuola


martedì 6 settembre 2022

ATTENTI AGLI OCCHI !


Prevenire i difetti 

della vista:

”occhio alla postura”


“Occhio alla postura non è solo un modo di dire, ma esiste uno stretto legame tra la visione e la posizione del nostro corpo nello spazio. Per comprendere questa particolare relazione si provi a rimanere in piedi su una gamba ad occhi chiusi. Si tratta di un esperimento apparentemente molto semplice, ma la mancanza di informazioni provenienti dalla retina non consente al sistema che controlla l’equilibrio, ossia il sistema vestibolare, di spostate l’asse del corpo sulla verticale. Di conseguenza, il corpo potrebbe non riuscire a modificare l’insieme dei muscoli posturali in modo adeguato al fine di correggere gli scarti rispetto alla verticale per mantenere o ristabilire l’equilibrio (Gentax 1988) (1).

 I RIFLESSI

Lo scopo principale della relazione postura-occhio, pertanto, è quello di garantire un eccellente funzionamento binoculare della percezione visiva. Infatti si può avere un visus di 10/10 ma non una buona percezione visiva a causa di una scorretta postura. Il sistema muscolare dell’occhio è collegato ai muscoli del collo e di tutto il corpo, e il mediatore è il fascicolo longitudinale mediale. Quest’ultimo con le sue fibre, trasmette impulsi che originano dal nucleo vestibolare e raggiungono i nuclei motori oculari, i nuclei dei muscoli della testa e del collo. Inoltre la posizione dell’occhio nell’orbita è influenzata anche dai riflessi posturali originati nei muscoli della nuca e del collo, quando quest’ultima è inclinata rispetto al resto del corpo. Anche ciò avviene con la mediazione del fascicolo longitudinale mediale. Dovremo, quindi capire e correlare la posizione degli occhi nell’orbita, con riferimento alla posizione della testa e le tensioni simmetriche o asimmetriche dei muscoli del collo.

 I MUSCOLI DEL COLLO

Il fascicolo longitudinale mediale va posto in evidenza perché sarà la chiave di lettura delle diverse patologie ascendenti/discendenti. (Agliata 2010) (2)

Ogni volta che i globi oculari si muovono stimolano le terminazioni nervose che ordinano ai muscoli del collo di contrarsi per consentire alla testa di cambiare posizione per fissare l’oggetto d’interesse. A seguito di questo cambiamento di postura, i recettori del collo inviano informazioni all’organo dell’equilibrio per regolare la tonicità dei muscoli erettori allo scopo di mantenere il corpo nella posizione eretta. Se i recettori dell’occhio e del piede si alterano, provocano uno squilibrio della postura. Se siamo in presenza di ametropie (miopia, astigmatismo, ipermetropia) non corrette, la visione binoculare non ottimale produce una compensazione posturale che modifica la posizione del corpo al punto tale da provocare dolori, asimmetrie e deformazioni.

 VISIONE E POSTURA

Esiste una relazione bidirezionale tra funzione visiva e postura, infatti un’alterazione della funzione visiva comporta una modifica della postura e viceversa. Visione e postura quindi sono due meccanismi all’interno di un unico processo percettivo. La retina, con la visione periferica, invia al cervello informazioni derivanti da tutto l’ ambiente esterno, consentendo la stabilità posturale antero-posteriore. La fovea centrale della retina, punto in cui si concentrano i ricettori della visione diurna, con la visione centrale, analizza in maniera precisa l’oggetto del nostro interesse, fornendoci la stabilità posturale laterale. Dal punto di vista neurologico esistono una serie di collegamenti tra il sistema visivo e le strutture costituenti il sistema di regolazione della postura, ossia il vestibolo, il cervelletto e le aree encefaliche frontali e parietali.

 LA VISIONE

La visione, o anche percezione visiva, è l’insieme di quelle abilità visuo-percettive-motorie che ci permettono di percepire le forme, i colori, esplorare lo spazio mediante i movimenti oculari, valutare le distanze, coordinare i movimenti oculari con quelli del corpo, collaborare con l’orecchio interno per ottimizzare l’equilibrio del corpo, percepire un campo visivo esteso, spostare l’attenzione visiva in zone diverse dello spazio, ecc. ecc.

Oltre alle tante abilità visuo-percettive-motorie, la visione comprende anche complesse elaborazioni da parte di vaste aree del cervello che interagiscono fra loro e con la corteccia visiva primaria al fine di produrre un risultato che sia il più possibile efficiente e stabile: la “percezione”. A differenza della vista che è la capacità di distinguere i dettagli, gli oggetti e le scritte di piccole dimensioni e/o lontane, un’abilità garantita dalla fovea. Il disturbo della vista è un alterazione della capacità visiva che può essere divisa in: difetto visivo o patologia oculare. La patologia oculare, come glaucoma, cataratta ecc., se non trattata tempestivamente può causare anche la perdita della vista. Il difetto visivo (ametropia), comprende la miopia, l’astigmatismo e l’ipermetropia. Nella miopia l’immagine di oggetti lontani si forma nell’occhio al davanti della retina rendendo la loro visione indistinta, mentre la visione degli stessi a breve distanza resta chiara e distinta.

 Nell’ipermetropia i raggi di luce provenienti da oggetti distanti, anziché arrivare correttamente sulla retina dell’occhio, si focalizzerebbero in una zona dietro di essa, rendendo quindi sfocata la visione. L’astigmatismo si presenta quando il sistema oculare non è in grado di formare un’immagine puntiforme di un oggetto puntiforme La presbiopia consiste nella diminuzione del potere di accomodazione dell’occhio, che si riscontra nell’età senile, per cui è difficoltosa la visione degli oggetti vicini. Emmetropia infine è la condizione nella quale si raggiunge la rifrazione ideale di un occhio, che quindi non presenta anomalie di rifrazione.

 “L’occhio é il principale organo sensoriale del sistema afferente del Sistema Tonico Posturale e dal quale provengono la maggior parte delle informazioni esterocettive dirette al Sistema nervoso centrale inoltre la vista costituisce la principale sorgente della sensazione cinestetica” (Herman 1985). Ciò significa che l’occhio deve essere in grado di ottenere un’ottima percezione visiva poiché una differenza di acuità visiva può portare un’instabilità posturale, quindi deve funzionare in modo tale che non crei un adattamento posturale di compenso. Il concetto di postura non si riferisce ad una condizione statica, rigida e prevalentemente strutturale. Si identifica, invece, con il concetto più generale di equilibrio inteso come “ottimizzazione“ del rapporto tra soggetto e ambiente circostante, cioè quella condizione in cui il soggetto stesso assume una postura o una serie di posture ideali rispetto alla situazione ambientale, in quel determinato momento e per i programmi motori previsti.

 IL SISTEMA TONICO POSTURALE

Una funzione così importante non può essere affidata ad un solo organo o apparato ma richiede un intero sistema, che chiameremo Sistema-Tonico-Posturale (Stp), cioè un insieme di strutture comunicanti e di processi cui è affidato il compito di lottare contro la gravità, opporsi alle forze esterne, situarci nello spaziotempo strutturato che ci circonda, permettere l’equilibrio nel movimento, guidarlo e rinforzarlo. Per realizzare questo l’organismo utilizza esterocettori che ci posizionano in rapporto all’ambiente (tatto, visione, udito); propriocettori che posizionano le differenti parti del corpo in rapporto all’insieme, in una posizione prestabilita; centri superiori che integrano i selettori di strategia, i processi cognitivi che rielaborano i dati ricevuti dalle due fonti precedenti. Si riconoscono diversi recettori posturali primari con funzione estero e propriocettiva, i quali sono in grado di informare il Sistema Nervoso Centrale del loro stato e indurre una risposta posturale specifica per quel determinato momento, modificando lo stato delle catene cinematiche muscolari e di conseguenza gli equilibri osteo-articolari.

 Gli esterocettori sensoriali captano le informazioni che provengono dall’ambiente e le inviano al Stp. Tre sono i recettori universalmente riconosciuti: l’orecchio interno, l’occhio e la superficie cutanea plantare(3). La visione influenza la postura e viceversa. L’occhio è un organo estorecettivo (attraverso la funzione retinica) ed anche organo propriocettivo legato sia all’attività dei muscoli estrinseci oculari, sia alle vie dell’oculocefalogiria che controllano i muscoli del collo, spalla e occhio. Abbiamo detto che esiste una relazione bidirezionale, dunque l’una influenza l’altra e viceversa.

 L’informazione sensoriale visiva è attiva quando l’ambiente visivo è vicino, se la mira è distante a 5metri, le informazioni che provengono dal recettore visivo sono poco importanti e tali da non essere prese in considerazioni dal Stp. Per fare in modo che il Stp possa utilizzare le informazioni visive è necessario che le informazioni visive siano comparate a quelle che provengono dal vestibolo e dai piedi.

 DISFUNZIONI OCULARI E SUE CONSEGUENZE

Tra le disfunzioni oculari causate dai disordini posturali menzioniamo: deficit della convergenza, eteroforie (o strabismi latenti), alterazioni dei movimenti saccadici, ametropie, disturbi indotti dagli occhiali (errori di centratura ed effetti prismatici indotti). I disordini posturali consistono in: spalla più alta, testa inclinata da un lato, cefalee, cervicalgia- gonalgia, bambini svogliati, difficoltà di concentrazione nella lettura fino alla dislessia, gamba corta nel bambino. Quindi lo squilibrio dei muscoli oculari si ripercuote a livello dei muscoli del collo e del tronco con conseguenti rotazioni del cingolo scapolare e pelvico.

 Ma è vero anche il contrario, ossia una malocclusione può determinare una posizione viziata della testa, quindi il sistema visivo dovendosi adattare a tale nuova posizione modificherà l’asse oculare abituale. Possiamo dire che sebbene i due apparati, oculomotore e stomatognatico, sono funzionalmente distinti, esiste una correlazione sia a livello neurofisiologico, in quanto i nuclei dei nervi oculomotori e del trigemino trovano una contiguità a livello mesencefalico, sia a livello neuro-muscolare in relazione al sistema delle catene muscolo-connettivali. La Posturologia è uno spettacolo olistico dove ogni attore ha la sua parte. L’ortottista risulta fondamentale per fornire soluzioni e spiegazioni ai vari problemi legati alla sfera visiva ma non esclude la possibilità di interagire con altre figure professionali.

 I TEST

Tra i Test da eseguire ricordiamo:

 Test della dominanza oculare; Test della convergenza;

Test delle forie;

Test dei movimenti oculari;

Test croce di Maddox;

Risulta utile la collaborazione multidisciplinare tra specialisti differenti con lo scopo di esaminare insieme il paziente sotto tutti gli aspetti, per scegliere così il trattamento terapeutico personalizzato. Tutti noi professionisti dobbiamo convergere le nostre potenzialità sull’obiettivo di far raggiungere alla “Persona” uno stato di salute e benessere che duri nel tempo. La nostra attenzione deve essere ancora maggiore quando si ha di fronte un paziente giovane specialmente in età scolare dove gli atteggiamenti abitudinari scorretti possono risultare difficilmente correggibili.

 Nel caso in cui un paziente presenti deficit di convergenza o ametropie spiccate in un solo occhio siamo consci che questo avrà maggiori ripercussioni sull’assetto posturale che si traduce in rotazioni del cingolo scapolare. Per far si che il training ortottico sia efficace sul piano posturale è necessario che il punto prossimo di convergenza sia posto alla radice del naso, che l’esoforia da lontano e l’exoforia da vicino devono essere inferiori a due diottrie, non deve esserci nessun difetto verticale, che l’ampiezza fusiva deve essere superiore a 45 diottrie (se è possibile a 75) ed equilibrata da lontano e da vicino, a destra e a sinistra. Concludo che non è sufficiente analizzare solo la vista, l’appoggio plantare o l’occlusione, ma si deve porre attenzione a tutto l’organismo. E’ determinante la collaborazione tra diverse figure professionali, ciascuna con le proprie competenze per una corretta visione e funzione visiva.

 BIBLIOGRAFIA

2 Agliata G. Le afferenze posturali Abbiabè edizioni Na 2010

1 Joint S.K., Stewart-Brown S.L., Screening della vista in età prescolare, Dipartimento di Sanit5Marazziti P. La postura scorretta, Medicina e Benessere 2008à Pubblica, Università di Oxford 2014

3 Roncagli V.; EASV: European Academy of Sports Vision- articoli e pubblicazioni, La vista e l’apprendimento scolastico 2008.

 *ortottista  - GiornaleSanità

OCCHI, POSTURA E COMPUTER

Occhi e postura, 

messa a dura prova 

da Dad e Smart working

 - di Matteo Coffaro*

Tra le tante conseguenze della pandemia Covid-19, non possiamo non menzionare la didattica a distanza ovvero la tanto discussa Dad come anche lo smart-working che comportano un maggiore uso del computer, uno stress della postura, un lavoro maggiore degli occhi e l’esposizione alla luce blu. La luce blu rappresenta la parte ad alta energia dello spettro della luce visibile (quella che permette di vedere i colori), avente una lunghezza d’onda compresa tra 380 e 500 nm. È infatti anche indicata come “luce visibile ad alta energia” (Hev). Essa è particolarmente dannosa tra i 390 e 470 nm (luce blu-viola) mentre tra 470 e 500 nm (luce blu-turchese) regola il ciclo sonno-veglia. Oltre alla radiazione solare, esistono diverse fonti di luce blu artificiali come le nuove lampade a led e fluorescenze progettate per risparmiare e per migliorare la nostra vita, ma che emettono una quantità di luce blu maggiore rispetto alle tradizionali lampadine o come gli schermi di computer, tablet e smartphone. Ne consegue che gli occhi sono sempre più esposti alla luce blu con conseguenze negative per la salute. La luce che raggiunge l’occhio umano è suddivisa in spettro visibile (tra i 380 nm e i 780 nm) e spettro non visibile (che include i raggi UV e gli infrarossi.

I raggi UV sono assorbiti dalla cornea e dal cristallino, mentre la luce blu penetra il cristallino raggiungendo la retina. Entrambi con il tempo possono provocare danni, anche irreversibili, alle strutture oculari. La luce blu può aumentare il rischio di problematiche retiniche e della superficie oculare. È noto che l’esposizione prolungata alle radiazioni all’aperto (sia alla luce visibile che a quella non visibile) può provocare danni ai tessuti oculari, sia anteriori che posteriori. La luce blu è fonte di stress ossidativo sulla pigmentazione della retina, inibisce la secrezione di melatonina (alterando il normale ritmo sonno-veglia) e affatica la vista. La luce blu rappresenta un fattore di rischio associabile alla degenerazione maculare legata all’età (DMLE), ma recentemente è stato visto che può avere effetti negativi anche a livello della superficie oculare, in quanto determina un danno ossidativo, che si manifesta con un aumento di secchezza oculare e di infiammazione. Desidero ricordare una campagna di sensibilizzazione che ho avuto il piacere di avviare nelle scuole palermitane ma che purtroppo è stata interrotta proprio dalla pandemia. Il progetto “Skin Save : prevenzione dei rischi per l’eccessiva esposizione ai raggi UV, finanziato dall’Asp di Palermo e come partner Aris (Associazione dei retinopatici e ipovedenti siciliani) e Aps (Movimento per la salute dei giovani). Gli attori coinvolti sono un dermatologo, un pediatra, un oculista , un ortottista e un nutrizionista. Le finalità? sensibilizzare la popolazione grazie anche ad interventi di informazione e formazione sui rischi legati all’eccessiva esposizione ai raggi Uv.

 Dopo oltre due ore di esposizione al pc si possono presentare a causa di quanto detto cefalea, dolore al collo, alle spalle, occhi irritati e arrossati, irritabilità. Esistono in commercio occhiali provvisti di lenti antiriflesso che possono filtrare la luce blu dannosa. Essi lasciano passare tutta la luce “benefica” preservando la trasparenza della visione. Questa tecnologia può minimizzare anche gli effetti negativi della luce blu sul ritmo sonno-veglia, favorendo un miglior riposo notturno. Queste lenti ad elevata selettività potrebbero aiutare a prevenire la comparsa di Dmle (degenerazione maculare legata all’età). Esistono dei filtri chimici (crocina), presenti in collirio, che assorbono selettivamente la luce blu, contrastandone gli effetti dannosi. L’istillazione di questo collirio dovrebbe consentire anche di controllare i segni e sintomi oculari come arrossamento dell’occhio, irritazione, bruciore, sensazione di corpo estraneo.

LA POSTURA


Mantenere una postura scorretta al computer può provocare disturbi di natura diversa, più o meno seri. I più comuni sono il mal di schiena, la cervicalgia, i dolori al gomito e alle spalle, i disturbi al collo, all’avambraccio e alle mani. La postura assunta dalla testa, dal collo e dai polsi è tale da aumentare i danni potenziali a queste stesse aree. La flessione del collo in avanti e verso il basso, risulta ecccessiva scaturendo la sindrome del “text neck“ . Questo termine è stato coniato dal Dott. Dean L. Fishman nel 2008 e consiste in una sequela di sintomi generati dal guardare il display dei dispositivi elettronici per un tempo prolungato che provocano a sua volta posizioni scorrette che si ripercuotono su tutta la colonna vertebrale. Oltre alla compromissione muscolare, in tal caso, si determina e viene indotta una degenerazione dei dischi intervertebrali, con perdita della fisiologia curva del tratto cervicale della colonna, rigidità muscolare, algie al collo, alla testa ,alle spalle e alle mani. Quindi per una postura corretta, ricordiamo che lo schermo non deve essere troppo vicino ma ad una distanza di circa 50-70 cm dagli occhi; inoltre il PC dovrebbe essere sempre centrale e non spostato di lato in modo da evitare un sovraccarico a livello cervicale Le spalle e le braccia devono essere in una posizione rilassata con il gomito appoggiato sui braccioli della sedia o con l’avambraccio appoggiato sulla scrivania. La schiena deve essere diritta e appoggiata allo schienale. Può essere utile in qualche caso utilizzare un cuscino di supporto a livello della colonna lombare per mantenerla in una posizione neutra. Le ginocchia flesse di 90° cosi come i piedi ben appoggiati per terra.

 * Ortottista – Giornale Sanità

 Bibliografia

Agliata G. Post Covid -19: Riabilitazione respiratoria e posturale 2M EDIZIONI

 

 

sabato 28 novembre 2020

DIDATTICA, IN PRESENZA O A DISTANZA?


In presenza o a distanza

 la didattica merita di più

Lo schermo di un computer non è un luogo, ma un mezzo. Aula fisica e digitale non sono orizzonti opposti, che si escludono a vicenda: possono essere pensati come dimensioni compresenti, risorse di cui disporre per allestire dei mix 

di PIER CESARE RIVOLTELLA

-          

Nel maggio del 2000, a Cerro Grande, nel New Mexico, un incendio programmato per ragioni di protezione civile sfugge al controllo di chi lo aveva generato provocando danni per un miliardo di dollari, bruciando 170 km quadrati di vegetazione, lasciando 400 famiglie senza casa. Prende spunto da questo caso la riflessione di Weick e Suttcliffe in un libro, 'Governare l’inatteso', che diventa presto un classico della letteratura organizzativa. E 'Governare l’inatteso' ha intitolato la Sirem (la Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale di cui sono presidente) un miniciclo di due webinar dedicati a discutere di Scuola e Università al tempo del Covid (o del post-Covid?). L’idea alla base dell’iniziativa era di andare oltre i luoghi comuni, di superare la discorsivizzazione facile, di provare a pensare oltre le scorciatoie cognitive. Quelle, per intenderci, che animano il dibattito sui social e cui spesso non sfugge nemmeno certo giornalismo.

Una scorciatoia cognitiva è una scelta che consente di risparmiare tempo e fatica, così almeno sembra. Significa affidarsi a semplificazioni, basarsi su quel che si era fatto in passato in casi analoghi e aveva avuto successo, accontentarsi di riproporlo. L’impressione è che l’emergenza che abbiamo vissuto (e che ancora non sembra risolta) sia stata affrontata proprio facendo ricorso ad alcune di queste scorciatoie cognitive. È una scorciatoia impostare tutto il dibattere sulla base della contrapposizione (o dell’alternanza) tra presenza e distanza. La presenza è il valore, la distanza il ripiego. La presenza comporta dei rischi, la distanza mette in sicurezza. La presenza garantisce le relazioni, la distanza le impoverisce. Sembra che basti dosare i due ingredienti: un po’ di distanza e un po’ di presenza; in presenza fin che si può, poi nella peggiore delle ipotesi si torna a distanza. Ma la scuola e l’università è presenza e distanza? Non c’è dell’altro? E la relazione, piuttosto che dipendere dalla situazione, non dipende forse dall’intenzionalità educativa? Posso essere in aula e totalmente non relazionale. Posso lavorare in rete ed essere vicinissimo ai miei studenti. Una scorciatoia, chiaro. E una semplificazione evidente.

Ma anche costruire tutto sulle procedure è una scorciatoia: distanze, protezioni, sanificazione, controllo delle temperature, test, quarantene, banchi singoli, mascherine. Cosa resta della scuola? Che esperienza si propone agli studenti? Qual è il senso di una presenza a tutti i costi – nella scuola come nell’Università – quando si tratta di una presenza “ospedalizzata”, quando è impossibilità di contatto ed esperienza dei vincoli piuttosto che della relazione, quando

devi tornare a sospenderla? Ancora una volta una scorciatoia cognitiva, una semplificazione. Proviamo allora a vedere cosa potrebbe voler dire evitare tutto questo. Comporta di adottare alcune scelte di fondo. Anzitutto l’idea che lo schermo del computer non sia un luogo, ma un mezzo. Perché starci davanti senza muoverlo? Perché non usarlo mentre ci muoviamo noi nello spazio della casa? Perché non allontanarlo e avvicinarlo secondo le necessità? Ecco allora che le cucine di casa possono sostituire i laboratori inaccessi- bili di un Alberghiero, o il salotto di casa trasformarsi in una palestra per il lavoro sul corpo e sul movimento (come nei laboratori di drammaturgia didattica del mio corso di laurea, dove si formano i maestri di domani). Ed ecco che la mia lezione universitaria non mi condanna a fare per forza il mezzobusto: posso inquadrarmi mentre sono in piedi, mi muovo, mostro dei libri, altri oggetti.

Anche sul tempo si può lavorare. Lo si può scandire in porzioni, microsessioni di lavoro più agevoli per l’attenzione degli studenti. Queste sessioni si possono intervallare con dei sondaggi, dei quiz. Si può dividere la classe in gruppi e farli lavorare approfittando delle breakout sessions di cui la maggior parte degli ambienti di videocomunicazione è fornita. E il docente può “girare” tra i gruppi, vedere come lavorano, dare supporto. Ma è più in generale il tempo classe che può essere ripensato con creatività: tra sincrono e asincrono, lavoro preparatorio (flip- ped) e discussione con il docente, consegna dell’insegnante e lavoro autonomo dello studente. Ancora, la presenza e il digitale, invece di essere concettualizzati come orizzonti opposti, che si escludono a vicenda, possono invece essere pensati come dimensioni compresenti, come risorse di cui disporre per allestire dei mix ogni volta diversi, secondo le esigenze della lezione o le specificità della disciplina. È l’idea di una didattica blended, che non vuol dire solo “un po’ di presenza e un po’ di distanza”, ma dosatura di metodi, tecniche, spazi, modi di apprendere. La vera didattica integrata è: lezioni liquide, distribuite; metodi attivi e partecipativi; valutazione tra pari, diffusa; ambienti di apprendimento ubiqui, multimodali, sociali. C ambia anche l’idea del docente. La didattica trasmissiva che ne fa il detentore di contenuti da trasferire deve lasciare il posto all’idea di un docente-tutor in grado di accompagnare gli apprendimenti, discutere i problemi, spendere la propria esperienza e le proprie competenze per attualizzare, applicare, far progredire la conoscenza. 

Le retoriche sull’aula, sulla presenza, sulle lezioni non coincidono con le aspettative degli studenti, come abbiamo capito molto bene durante il webinar sull’Università da una bella intervista a uno dei membri del coordinamento nazionale degli studenti universitari. Come pensare, allora, al futuro? Cosa può contenere l’agenda per la scuola e l’Univer- sità dei prossimi anni? La scuola ha sicuramente bisogno di formazione e sviluppo professionale in tema di innovazione. Che non vuol dire, però, training all’uso dello strumento. Occorre non confondere le competenze informatiche di base con l’expertise nelle tecnologie educative: è un problema di pedagogie e di didattiche, non di icone da cliccare. Serve anche rilanciare l’importanza di documentare le pratiche e le esperienze. Serve a far crescere il sistema, a contaminare anche i contesti più tradizionali e refrattari al cambiamento. Infine, occorre promuovere ricerca. La ricerca educativa deve guidare le politiche educative. Su questo punto il nostro Paese ha bisogno di uscire da una doppia autoreferenzialità: quella di politiche che decidono senza ascoltare la ricerca e quella di una pedagogia che non sa ispirare le decisioni della politica.

L’Università, da parte sua, deve fare i conti con un mercato della formazione profondamente cambiato. Serve ripensare curricoli, immaginare spazi diversi, come ha suggerito il Rettore della Luiss Andrea Prencipe. Serve pensare a una Università aperta, modulare, multimodale, come ha ipotizzato il Rettore dell’Università di Foggia Pierpaolo Limone, proponendo una “alleanza degli innovatori”. Nel 2000 l’Università di Padova dedicava la sua Biennale della Didattica Universitaria proprio all’Università aperta e virtuale. In quella Biennale erano presenti alcuni dei principali esperti europei. Durante il dibattito, Otto Peters aveva parlato di università «flessibile e virtuale», Luciano Galliani di «open distance learning» e Desmond Keagan, provocatoriamente, aveva preconizzato che «il telefonino sarebbe diventato l’Università». Forse è venuto il tempo di pensare a questi spunti.

 www.avvenire.it

 

mercoledì 23 settembre 2020

TECNOLOGIA ED ETICA. LA RESPONSABILITÀ' DELLE MACCHINE

La rivoluzione digitale sta cambiando la nostra relazione con la tecnologia alla quale spesso si attribuiscono poteri salvifici, ma scelta morale e discernimento non possono appartenerle

 di ADRIANO FABRIS

 Qual è l’orizzonte in cui si muove l’essere umano nella nostra epoca, caratterizzata dalla cosiddetta “rivoluzione digitale”? Come cambiano i nostri comportamenti e la nostra mentalità, interagendo con dispositivi sempre più autonomi e dotati di “intelligenza artificiale”? Quali sono le sfide che l’etica, come disciplina chiamata a regolamentare le nostre azioni e a giustificarne i principi, deve oggi affrontare? Sono i temi che affronto nell’intervento al LXXV Convegno del Centro Studi Filosofici di Gallarate sul tema: La natura e l’umano: quale rapporto (24–26 settembre 2020). Per inquadrarli dobbiamo aver chiaro, anzitutto, che cosa sono le tecnologie e quali sono i modi in cui ci possiamo rapportare a esse. Si contrappongono infatti due concezioni, entrambe parziali. Da una parte crediamo che si tratti di un insieme di dispositivi che possiamo controllare e considerare al nostro servizio. Dal-l’altra li pensiamo come qualcosa in grado di sostituirci, dal momento che le loro prestazioni sono più veloci ed efficienti delle nostre. Nel primo caso fraintendiamo la novità degli apparati tecnologici e ne minimizziamo l’impatto, confondendoli con gli strumenti che, nello svolgimento della loro funzione, dipendono totalmente da noi. Nel secondo caso ci abbandoniamo a utopie o a distopie meglio rappresentate nei racconti di fantascienza che sperimentate nei laboratori di ricerca.

A ben vedere ciò che ci fuorvia è il linguaggio. In effetti, anche riguardo alle tecnologie, non abbiamo un altro linguaggio da utilizzare, all'infuori di quello che è applicato dagli esseri umani agli esseri umani stessi. Ecco perché, nel caso di certi dispositivi tecnologici, parliamo di “intelligenza”, sia pure “artificiale”. Si tratta di una tendenza all’antropomorfizzazione, ben nota agli studiosi, che è carica di conseguenze. Siamo spinti a omologare

l’essere umano, e più in generale l’essere vivente, alla macchina. E dunque finiamo per ritenere che anche i nostri comportamenti possano essere spiegati, ricostruiti e controllati sulla base delle stesse procedure secondo cui funzionano le macchine.

Si verifica un cortocircuito argomentativo. In mancanza di altre parole, per esprimere il funzionamento delle macchine, si usano inizialmente gli stessi termini usati nel caso degli esseri umani. Ma i processi degli apparati tecnologici possono essere spiegati e riprodotti, programmati e controllati. Quando dunque queste parole vengono di nuovo usate nel caso dell’essere umano, si verifica un effetto di retroazione. Ciò che prima serviva a noi, in un’accezione metaforica, a farci comprende- re il funzionamento delle macchine, adesso viene assunto in un senso letterale, ed è finalizzato a spiegare il nostro stesso comportamento.

Tutto questo non è nuovo. Si tratta del punto di arrivo di un progetto elaborato nel secondo dopoguerra. È il progetto della cibernetica elaborato da Norbert Wiener: una scienza unica che, sulla base di una determinata concezione del linguaggio, potesse unificare biologia e ingegneria, e dunque l’attività dell’organismo e quella della macchina, e controllare entrambe. Tale disegno ora è realtà: grazie agli sviluppi delle tecnologie digitali, ma anche a seguito di quella tendenza a omologare ogni differenza che si è ormai imposta oggi, in molti ambiti, nella mentalità comune.

Invece l’orizzonte umano è qualcosa di differente. L’essere umano “funziona” infatti, potremmo dire, in una maniera analogica, non già digi- tale. L’intelligenza è apertura di possibilità, è luogo di creatività, è occasione di scelte, non già una serie di procedure da applicare in sequenza. Al contrario della macchina l’essere umano può retroagire sulle regole che sta seguendo, modificarle, cambiare prospettiva: addirittura

farne a meno, far saltare il banco. Questo la macchina, anche la macchina dotata di “intelligenza artificiale”, non può farlo. Insomma: nel caso dell’essere umano è in gioco una riflessività dinamica, adattativa, critica; una macchina, pur capace d’interagire con il proprio ambiente, pur dotata di capacità di retroazione, ha bisogno di essere preventivamente indirizzata, cercando di prevedere gli scenari possibili.

Ecco perché il problema che oggi dobbiamo affrontare in ambito etico è quello della relazione, dell’interazione corretta tra uomo e macchina. Ma perché ci sia una corretta relazione anzitutto bisogna aver chiara la differenza fra i due ambiti. Bisogna capire che cosa significa che le macchine sono «agenti morali» e entro quali limiti lo sono. In questo senso occorre dare concrete indicazioni riguardo al modo in cui possiamo sviluppare un’etica delle macchine sulla base di ciò che propriamente caratterizza l’essere umano, e lui soltanto: il senso di responsabilità.

 www.avvenire.it



 

 

lunedì 30 aprile 2018

AGLI ALGORITMI SERVE LA TESTA

Cosa resta dell’uomo 
in un mondo fondato 
sui big data?
Diversi ricercatori criticano l’attuale ossessione per il pensiero computazionale e sostengono invece lo studio della filosofia e della poesia. 
Solo la capacità di dare senso alle nostre azioni ci salverà dall’omologazione. 
Ecco perché le discipline umanistiche “governeranno” il digitale.


di SIMONE PALIAGA

«In quale situazione di grande svantaggio potremmo finire, noi e il mondo, se costringessimo le nostre menti ad affrontare tutti i problemi allo stesso modo», si chiede Josh M. Olejarz sulla “Harvard Business Review” dello scorso agosto in un articolo titolato esplicitamente “ Liberal Arts in Data Age”.
E sì! Un mondo ad altezza di algoritmi, pensiero computazionale e big data non potrebbe essere che un mondo a senso unico. Se ne avvede anche la prestigiosa rivista di management di una delle università faro del liberismo. A sottrarci a questa deriva sarebbero, secondo Oleajarz, filosofia, letteratura e poesia. Oggi in effetti non c’è azione o comportamento che non sia guidato da un algoritmo o tradotto in una serie di istruzioni meccanicisticamente risolvibili. In una realtà dove tutto è codificato, declinato in protocolli e interpretabile da algoritmi cosa resterebbe dell’uomo?
Nel 1956 Günther Anders definì l’essere umano al tempo delle tecno- logie diffuse come antiquato. Con questa espressione intendeva dire obsoleto, incapace di rimanere al passo con la “performatività” pretesa dal funzionamento delle tecnologie. Con azioni e comportamenti umani istantaneamente processati, anticipati o condizionati da algoritmi, vale a dire da una sequela di istruzioni preconfezionate, che spazio rimane all’imprevisto e dunque alla libertà degli uomini? Olejarz non esita a mettere sotto accusa l’attuale ossessione per il coding, il pensiero computazionale, e per le cosiddette Stem (acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics). Se trionfassero tutto il mondo adotterebbe le stesse strategie di pensiero e ragionerebbe alla stessa maniera. E non sarebbe certo uno spettacolo edificante vedere miliardi di uomini trovare le stesse soluzioni a problemi uguali.
Gli dà ragione Scott Hartley con il suo The Fuzzy and the Techie (Houghton Mifflin Harcourt, pagine 304, euro 16,99) il cui sottotitolo è sufficientemente esplicito: perché le discipline umanistiche governeranno il mondo digitale. Dall’esigenza di superare la dicotomia tra i nerd delle tecnologie e i secchioni umanisti (questione trita e ritrita dai tempi di Snow) il venture capitalist ricava però un problema delicato. Il mondo di oggi è così complesso, interdipendente e volto a repentini cambiamenti che agli studenti non deve essere offerto un percorso formativo incentrato solo su discipline scientifiche. Al centro del curricolo di studi dovrebbero trovare posto filosofia e poesia, arte e letteratura. Alle discipline umanistiche spetterebbe il compito di rendere elastiche e flessibili le menti dei giovani, capaci così di prospettare soluzioni innovative e scenari controfattuali. Non si potrebbe spiegare altrimenti il successo del filosofo Stewart Butterfield a capo di Slack e cofondatore di Flickr. O di Jack Ma, al timone di Alibaba con un cursus studiorum di anglistica, e Susan Wojcicki, Ceo di YouTube dopo studi di storia e letteratura. O ancora di Brian Chesky, esperto di belle arti, che capitana Airbnb. «Naturalmente – precisa Hartley – non che non si abbia bisogno di esperti tecnici ma occorrono anche persone che comprendano i perché e i come del comportamento umano».
Eppure Hartley, probabilmente per formazione, motiva la difesa della filosofia e della letteratura mostrandone il peso nel successo economico. Diversa invece è la posizione di Gary Saul Morson e Morton Schapiro nel loro Cents and Sensibility( Princeton University Press, pagine 320, euro 22,50). Il docente di letteratura russa e l’economista della Northwestern University riabilitano la letteratura. Essa non sarebbe una disciplina residuale ma uno strumento per rendere aderenti alla realtà predizioni e analisi degli economisti. Anche perché l’homo oeconomicus, richiamato dalle scienze economiche, nella realtà non esiste. Letteratura e economia, «due culture, un fine comune: costruire un mondo – scrivono – che non attinga esclusivamente all’economia, alla medicina, all’ingegneria e alla scienza per rendere le vite solo più lunghe e prospere. Ma in cui le discipline umanistiche e le arti possano rendere quelle vite migliori. Integrare il rigore quantitativo, l’attenzione all’organizzazione e la logica economica con l’empatia, la prudenza e la saggezza proprie delle discipline umanistiche », è la via per sottrarsi ai diktat degli algoritmi.   
Se invece dovessero prevalere rischierebbe di sfuggirci il senso del nostro operare. E proprio Sensemaking si intitola il libro di Christian Madsbjerg (Hachette Books, pagine 240, euro 17,56) che difende «l’indispensabilità delle discipline umanistiche nell’epoca degli algoritmi». Secondo Madsbjerg la fissazione per i dati spesso maschera incredibili carenze con rischi per l’umanità. La devozione cieca ai numeri mette in pericolo le imprese, il mondo della scuola, i governi e le vite dei singoli. Solo la capacità di dare senso alle nostre azioni, il sensemaking appunto, proveniente da filosofia e poesia «insegna – ammonisce l’autore – a individuare cosa meriti la nostra attenzione e a stabilire cosa realmente conti».

Da Avvenire

venerdì 29 settembre 2017

BAMBINI IN RETE .... SOLI NELLA GIUNGLA!

Le tecnologie inseguono i piccoli ma (quasi) nessuno si preoccupa di proteggerli

 di Gigio Rancilio
Fingono di non vederli. Fingono che non esistano. Perché il problema è grosso. E occuparsene è tutt’altro che facile. Stiamo parlando dei milioni di bambini che hanno un profilo social. E che ogni giorno accedono a contenuti multimediali «adulti». Dove violenza, odio, scurrilità e sesso spesso la fanno da padrone.
Ufficialmente per aprire un profilo social bisogna avere almeno 13 anni. Lo prevede la legge americana, alla quale Facebook, YouTube, WhatsApp, Snapchat e Twitter si rifanno. Solo in Italia (fonte We Are Social) gli iscritti a Facebook tra i 13 i 17 anni sono 1 milione 130mila. Quanti siano a livello mondiale non lo sa di preciso nessuno.
A giorni arriverà in libreria “Nasci, cresci e posta - I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?”, un volume di Città Nuova, scritto dal giornalista e collaboratore di Wired Simone Cosimi e dallo psicoanalista e psicoterapeuta Alberto Rossetti. Citando lo studio The Cyber Effect di Mary Aiken, cyberpsicologa forense e professoressa aggiunta all’University College di Dublino e al Geary Institute for Public Policy, nonché consulente dello European Cyber Crime Centre dell’Europol, «un quarto dei bambini fra i 9 e i 10 anni, e la metà di quelli fra gli 11 e i 12 anni, usano Facebook». Ovviamente lo fanno mentendo sulla loro età. L’accesso a YouTube, che è di fatto un social, è ancora più facile. 
Per vedere la maggior parte dei contenuti non serve nemmeno iscriversi. E basta cliccare anche su un titolo innocuo come «Peppa Pig» per trovarsi tra i video correlati filmati con parodie sboccate che a loro volta rimandano a video non adatti ai bambini. Insomma, siamo sempre alle solite. Le tecnologie inseguono i bambini perché sono il futuro. Perché è facile trasformarli in consumatori «bisognosi » di un nuovo gadget, una nuova bambola o un nuovo hoverboard da 300 euro. Li vogliono. Perché producono fatturato. Ma non vogliono lavorare per creare aree protette adatte a loro. E quando annunciano «YouTube a misura di bambini » lo fanno più per immagine che non perché sono interessati davvero a proteggerli. Non è un caso che non sappiamo neanche quanti bambini ci sono sui social, cosa fanno e con chi interagiscono.
Possibile che nemmeno la politica se ne interessi? In realtà il 16 dicembre 2015 i governi dell’Unione europea, insieme con l’Europarlamento, hanno stabilito di portare da 13 a 16 anni il limite per iscriversi a Facebook, Snapchat, Instagram e gli altri social (e persino per aprire una casella di posta elettronica). Tuttavia, hanno deciso «di attribuire la facoltà alle singole nazioni di conservare la soglia attualmente in vigore se lo riterranno opportuno».
Il nuovo Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali è entrato in vigore il 24 maggio 2016 ma diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018. Dal 2018, termine ultimo per il recepimento da parte dei singoli Stati, per iscriversi al social network fondato da Mark Zuckerberg potrebbe non bastare più avere tredici anni come previsto ora. Quella che sembra un’ottima notizia, contiene però un problema non da poco: non è chiaro chi dovrà vigilare in merito e quali saranno le eventuali sanzioni. E c’è da scommettere che, per calcolo o anche solo per pigrizia, la maggior parte dei Governi terrà il limite attuale dei 13 anni.
               A confermarci l’importanza di questo che è e resta uno scandalo c’è la dichiarazione di Simon Milner, policy director di Facebook per il Regno Unito, Medio Oriente e Africa che confessò al The Guardian: «Facebook non ha una soluzione per risolvere questo problema». Tanto, come si dice, sono bambini. A chi interessa tutelarli? Per fortuna ci sono sacerdoti come don Di Noto che da anni operano in questa direzione. Don Fortunato ha scritto anche una lettera aperta ai bambini digitali. La trovate qui: https://buff.ly/2xI6sDW .

www.avvenire.it

lunedì 12 settembre 2016

SCUOLA: LA RIVINCITA DELLA PENNA

Nuove frontiere dell’apprendimento:
 la rivincita della penna

     Una recente ricerca condotta da due noti neuroscienziati norvegesi, Audrey van der Meer e Ruud van der Weel del Norwegian University of Science and Technology (NTNU) di Trondheim, i cui risultati sono stati resi noti due mesi fa, ha confermato ciò che è stato rilevato anche da altri ricercatori, psicologi cognitivi e pedagogisti sperimentali tra i quali, in Italia, Benedetto Vertecchi (di cui ogni mese potete seguire la rubrica “La parola all’esperto” sul mensile cartaceo Tuttoscuola, presto disponibile anche in formato digitale): scrivere a mano con la penna, anziché battere i tasti di un computer, migliora la capacità di apprendimento.
      A questa conclusione i due scienziati sono pervenuti dopo aver fatto indossare per due mesi a un gruppo di venti studenti uno speciale casco attrezzato con oltre 250 sensori idonei a rilevare i loro segnali cerebrali mentre prendevano appunti: per metà tempo a mano con una penna e per metà servendosi della tastiera di un computer.
      È risultato che a seconda della modalità di scrittura venivano utilizzate parti diverse del cervello, e che l’uso della penna attivava aree del cervello più profonde perché comportava un più elevato grado di selezione ed elaborazione delle informazioni. Di qui il consiglio, dato alle scuole di tutto il mondo, a tornare alla penna e alla scrittura a mano.
    Prendendo atto di quella che sembra ormai una consolidata evidenza scientifica, la Microsoft, azienda leader nel campo dei computer, ha predisposto una speciale penna digitale con la quale gli studenti potranno sommare ai tanti vantaggi dati dall’uso di computer sempre più evoluti e performanti anche quello di sollecitare e sfruttare meglio i loro potenziali di apprendimento. La penna, insomma, si è presa una rivincita, anche se per battere la tastiera si è fatta… digitale.

da TUTTOSCUOLA


martedì 12 marzo 2013

COMPUTER E CREATITA'





 

PIÙ CREATIVITÀ IN CHI DIGIUNA DAL COMPUTER

Una bella escursione all’aria aperta favorisce lo sviluppo della creatività, aiuta a pensare con chiarezza e ad avere idee originali.
 
 
 
 
 

sabato 7 gennaio 2012

STUDENTI OBESI? Cattiva alimentazione e sedentarietà

Alimentazione e studio, la provocazione giunge dalla Francia. Secondo il dietologo Pierre Dukan, infatti, nel suo nuovo libro Lettera aperta al futuro Presidente della Repubblica francese si auspicano forti decisioni nella lotta all'obesità che colpisce molti studenti. Bisogna cioè educarli a mantenere un fisico in forma arrivando al punto di offrire un punteggio più alto a chi arriva alla maturità snello e atletico, e voti più bassi ai "ciccioni" .......  E' necessario educarli a una alimentazione la più semplice possibile, quella mediterranea ad esempio. ..... Ci vuole attività, il che vuole anche dire cadere su un prato, relazionarsi in qualche modo con la realtà........

Leggi:  STUDENTI OBESI? Colpa di merendine e pc!

Da: www.ilsussidario.net

giovedì 30 dicembre 2010

RAGAZZI E INTERNET ... Ci vuole un semaforo

Che uso fanno i nostri ragazzi di internet? Che impatto ha la Rete su di loro? Che rischi corrono quando navigano? E quali sono le responsabilità dell’adulto? Sonia Livingstone, direttrice del Department of Media and Communications della London School of Economics , professore di Psicologia sociale e tra i maggiori esperti di media e comunicazione in Gran Bretagna con particolare occhio per l’ audience giovanile, cerca di rispondere a queste domande nel suo Ragazzi online .....

Leggi: Accendi il semaforo sul web