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venerdì 12 dicembre 2025

FEMINA SAPIENS

 


Cosa ci insegna

la femina sapiens

 

-          C’è un paradosso scientifico che dovrebbe farci riflettere: parliamo di homo sapiens, eppure il primo grande ritrovamento che ha rivoluzionato la paleoantropologia – Lucy, scoperta in Etiopia – è di sesso femminile. 

È il sintomo di un problema profondo che attraversa millenni di pensiero, cultura e spiritualità.

 

di : Chiara Giaccardi


Antropologhe coraggiose come Sally Slocum, Adrienne Zihlman e Nancy Tanner hanno dovuto attendere gli anni Settanta e Ottanta per poter finalmente denunciare il fatto che l’intera narrazione evolutiva era costruita su assunzioni androcentriche. Il contributo femminile alla storia dell’evoluzione non era semplicemente sottovalutato – era sistematicamente cancellato. 

 E lo stesso misconoscimento attraversa la scienza, la filosofia, quasi tutte le discipline del sapere umano. Ciò che per secoli è passato come “universalismo” era in realtà l’assolutizzazione di un unico punto di vista: quello maschile. 

Questo approccio ha certamente prodotto grandi scoperte, progressi straordinari, un’accelerazione dello sviluppo. Ma ha anche generato quella che Paul Valéry chiamava “la crisi della civiltà”: relegando sullo sfondo tutte le dimensioni non strumentali, non estrattive, non acquisitive, abbiamo mutilato l’essere umano stesso, impedendogli uno sviluppo armonico. 

 L’individuo della modernità è concepito come maschio. La sua postura esistenziale è strumentale ed estrattiva: prende, usa, accumula, domina. 

Preservare la relazione con il femminile nella reciprocità è oggi più che mai la chiave per salvaguardare quella complessità e quella tensione che caratterizza l’essere umano e lo spinge ad aprirsi oltre se stesso: al mondo, agli altri, al passato, al futuro. 

 La logica tecnoscientifica guidata dal capitale spinge per separare tutto ciò che nella vita umana è collegato e interdipendente, compresa la relazione antropologicamente più originaria e, per certi versi, più sacra: quella del legame materno. La tecnica slega e ricompone: è l’atteggiamento tipico dell’astrazione, di quel falso universalismo che è in realtà un maschile mascherato. 

 La dimensione della concretezza da un lato, e dell’apertura al mistero, alla meraviglia, allo spirito dall’altro, costituiscono elementi di una tensione vitale. 

Perderla significa pervertire le caratteristiche stesse dell’umano. 

 Esiste una saggezza femminile, con buona pace di chi vuole decostruire radicalmente qualunque dimensione fisica e simbolica. Non si tratta di essenzialismo, ma di riconoscere un polo di tensione positiva che permette alle capacità, alle qualità, alle dimensioni simboliche di co-individuarsi reciprocamente, invece di contrapporsi, emularsi in dinamiche di rivalità mimetica, scontrarsi in logiche belligeranti e mortifere. 

 Maschile e femminile non sono principi contrapposti, né tanto meno sostanze ipostatizzate in soggetti che incarnano questa scissione. Sono piuttosto due poli in tensione che si costituiscono nella loro reciprocità, nel rimandare strutturalmente l’uno all’altro. 

 Possiamo definirli, con Ivan Illich, come due archetipi che incorporano il “genere vernacolare”: quel deposito di simboli, pratiche, senso comune, saggezza popolare che si trasmette nel legame tra le generazioni. Non sono incarnati in soggetti distinti secondo una prospettiva sostanzialista, ma non sono nemmeno supermercati di attributi da indossare e dismettere a piacimento, come vorrebbero le teorie costruzioniste radicali. 

 L’aver privilegiato la scissione e la contrapposizione ha costituito un grave impedimento allo sviluppo armonico della civiltà e ha favorito l’affermarsi di un individualismo radicale. 

 La femina sapiens ci ricorda una verità fondamentale: l’essere umano, prima di costituirsi come individuo, esiste in un rapporto fusionale di indifferenziazione. 

Solo grazie a questo può venire al mondo. In principio è la relazione, ed è grazie a essa che diventiamo individui. Questa non è un’affermazione astratta o ideologica: è incisa nella nostra stessa carne. Basta guardarsi l’ombelico per ricordarlo. È inscritta nel cammino della filogenesi. 

 La femina sapiens ci insegna che ogni essere è unico, singolare, irripetibile. 

Che l’individualismo che prescinde dal legame è astratto, ideologico, distruttivo. Che legame e libertà non sono opposti, ma in feconda tensione: solo una libertà che non dimentica il rapporto con ciò che viene prima, ciò che sta intorno, ciò che verrà dopo è una libertà non distruttiva bensì generativa. 

 La femmina è sapiens anche in senso teologico, come testimoniano le Scritture. Nell’Antico Testamento, una serie di donne si presentano come “madri di grazia”. Sono madri che danno alla luce un figlio quando ormai parevano sterili, superando la legge di natura e testimoniando la presenza di Dio in loro. La grazia è forza di trasformazione, di emancipazione, di rottura delle convenzioni e dei formalismi che fa irruzione nella storia soprattutto attraverso le donne e la loro corporeità intrisa di spirito. 

 La Sapienza evangelica non sarebbe tale senza il contributo delle donne. Maria non parla di Dio ma parla con Dio e lo accoglie in sé. Come scrive Massimo Cacciari, “concepisce nell’ascolto”. Fidandosi e affidandosi: un movimento che consente di spingersi audacemente oltre ogni garanzia e convenzione. 

 L’emorroissa, la Maddalena e altre mostrano che linguaggio del corpo è connaturato all’incarnazione, e che la legge dell’amore supera l’amore della legge. 

 Sbilanciarsi oltre sé, fare spazio all’altro, allestire quel vuoto accogliente senza il quale la vita non può avere inizio: queste sono le posture esistenziali delle donne nelle scritture. 

 Oggi, in tempi per tanti versi bui, come ha scritto recentemente Luca Bagetto, un’esperienza redentiva del nichilismo contemporaneo viene dal femminile. 

Non come alternativa al maschile, non come sua negazione, ma come tensione salvifica che può restituirci alla complessità del reale, alla relazionalità costitutiva, alla reciprocità generativa. 

 La femina sapiens non è una rivendicazione identitaria: è il riconoscimento di una verità antropologica, scientifica, filosofica e teologica che abbiamo troppo a lungo rimosso. È il recupero di quella metà della sapienza umana senza la quale ogni discorso sull’uomo resta monco, astratto, pericolosamente incompiuto.​​​​​​​​​​​​​​​​

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo dicembre 2025

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lunedì 10 giugno 2024

IL DECLINO DELL'HOMO SAPIENS

 “La scuola italiana istruisce ma non educa. 

Stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens. Riempire le scuole di libri, non di computer”

 

Di redazione

 Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, intervistato da La Gazzetta di Parma, durante l’evento “G-talk: Riflessioni: famiglia e figli nell’era digitale”, ha lanciato un grido d’allarme sulla condizione delle giovani generazioni nell’era digitale.

 Secondo Galimberti, stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens, sostituito dall’homo videns, un individuo che privilegia l’immagine al testo, con conseguenze preoccupanti sullo sviluppo cognitivo. “Il cervello perde neuroni quando si antepone l’immagine”, afferma il filosofo, sottolineando come questo passaggio da un’intelligenza sequenziale a una simultanea stia impoverendo le capacità critiche e di comprensione.

 Un’ulteriore conseguenza di questa evoluzione, secondo Galimberti, è l’incapacità di gestire la complessità della società contemporanea. “Il computer lavora su un codice binario: sì, no. L’umanità diventa gregge e vuole l’animale capo”, dichiara, evidenziando come l’ignoranza e la superficialità favoriscano il populismo e la manipolazione.

 La scuola, secondo il filosofo, non è in grado di contrastare questa deriva. “La scuola italiana istruisce ma non educa”, afferma, sottolineando l’importanza di un’educazione che vada oltre la semplice trasmissione di contenuti e si occupi dello sviluppo emotivo e sentimentale degli studenti.

 Galimberti propone una soluzione radicale: riempire le scuole di letteratura, non di computer. “I sentimenti s’imparano, non li abbiamo per natura”, sostiene, evidenziando il ruolo fondamentale della letteratura nel fornire modelli e strumenti per comprendere e gestire le emozioni.

 Il filosofo esprime anche una forte preoccupazione per l’intelligenza artificiale, vista come un’ulteriore minaccia in un’epoca dominata dalla tecnica, che ci riduce a meri strumenti al servizio della produttività e dell’efficienza. “Non siamo all’altezza della velocità inaugurata dalla tecnica e dall’informatica”, avverte Galimberti, sottolineando l’aumento delle psicopatologie indotte da questa corsa sfrenata verso la performance.

 La società dell’efficienza e della performance spinta ci porta a livelli spaventosi di psicopatologie indotte dall’informatica, come dimostrato dall’alto consumo di psicofarmaci e cocaina nel nostro Paese.

 Orizzonte Scuola


martedì 11 luglio 2023

LEGGERE ? UN PROBLEMA

SI LEGGE SEMPRE MENO 

*  Filosofo, saggista e psicoanalista celebre in tutta Europa, Umberto Galimberti è anche un affermato giornalista. Firma di spicco de La Repubblica, si occupa spesso di rispondere a questioni brucianti del nostro tempo come quella che stiamo per sottoporvi e di cui ha parlato in un articolo uscito recentemente: “Perché si legge sempre meno?”.

 - I dati sull’alfabetizzazione

I dati sull’alfabetizzazione, che si leggono anche sull’articolo di Galimberti, parlano chiaro. La problematicità della questione è alquanto elevata. Come rilevato dagli ultimi dati dell’OCSE, il tasso di analfabetismo mondiale si attesta al 47% ormai da anni, e non si schioda. In Italia, invece, il tasso è limitato ad un 30%, che però va valutato con attenzione. Il fatto che il 70% della popolazione sia in grado di leggere non significa che la stessa percentuale di italiani abbia la facoltà di comprendere ciò che sa leggere.

Una tale riflessione deve costituire il punto di partenza per analizzare un fenomeno in crescita: la preponderanza dell’audiovisivo, dell’immagine, che soppianta il libro.

La cultura dell’audiovisivo

Nel suo interessante articolo, infatti, Umberto Galimberti lega con forza la rapidità dell’abbandono della lettura alla diffusione dell’audiovisivo:

“Negli ultimi trent’anni siamo traghettati in una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle “lette” da qualche parte, ma semplicemente di averle “viste” in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, di un tablet, di un telefonino, oppure “sentite” dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o dagli auricolari inseriti nelle nostre orecchie. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?”.

Che il mondo stia cambiando con inaudita rapidità è un dato di fatto ed è sotto gli occhi di tutti. Si fa fatica ad abituarsi ad una novità, ché subito ne arriva un’altra. Il progresso tecnologico è tanto e tale da correre sempre più velocemente. Come si fa ad adattarsi a questi tempi in così poco tempo?

Il libro, nella sua forma che ha attraversato intatti secoli e secoli di storia, è sempre meno gettonato e fruito dalle nuove generazioni. Si legge sempre meno, e un tale cambiamento, spiega Galimberti, produce un cambiamento anche nelle forme di sapere che ci portiamo dentro dalla notte dei tempi.

“Homo Sapiens” e “Homo videns”

Nel suo articolo, Galimberti porta alcuni esempi del cambiamento “di forma” a cui stiamo assistendo da qualche anno a questa parte. I libri di testo, infatti, sin dal primo approccio educativo alla scuola primaria, hanno sempre meno parole e più immagini, come a voler abituare i bambini ad un’intelligenza simultanea, che però va a ledere quella sequenziale che si sviluppa grazie ed in seguito all’attività di lettura.

 Quando leggiamo, infatti, ci abituiamo non a guardare gli oggetti in simultanea, ma a distinguere la sequenzialità dell’evento, che parte dall’osservazione del grafema e prosegue con l’analisi del codice grafico disposto sulla riga di lettura. Una vera e propria traduzione, che richiede un’accurata scansione logico-temporale.

E sempre a proposito di questo cambiamento di “intelligenze”, Galimberti ha sottolineato come sia in atto un processo che va dall’Homo Sapiens all’Homo Videns, sottolineando la pericolosità e la leggerezza con cui oramai ci affidiamo ai mezzi di informazione e di comunicazione:

“L’homo sapiens, capace di decodificare segni ed elaborare concetti astratti, è sul punto di essere soppiantato dall’homo videns, che non è portatore di un pensiero, ma fruitore di immagini, con conseguente impoverimento del capire, dovuto, come scrive Giovanni Sartori in Homo videns. Televisione e post-pensiero (Laterza) all’incremento del consumo di mezzi audiovisivi. E, com’è noto, una moltitudine che “non capisce” è il bene più prezioso di cui può disporre chi ha interesse a manipolare le folle..."

 Alzogliocchiversoilcielo

PERCHE' SI LEGGE SEMPRE MENO