Visualizzazione post con etichetta rivoluzione digitale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rivoluzione digitale. Mostra tutti i post

domenica 1 settembre 2024

IL 'TRADIMENTO' DEI TEOLOGI



Produrre e tenere viva

 la coscienza critica 

della Chiesa e dei cristiani.


di:  


Nel 1927 Julien Benda pubblicava La Trahison des Clercs, un fortunato pamphlet, nel quale egli denunciava il tradimento degli intellettuali francesi e tedeschi che, abbandonando la loro vocazione universale, la promozione del valore della giustizia e della democrazia, si lasciavano trascinare dalle passioni politiche furoreggianti in quegli anni, la lotta di classe, il nazionalismo, il razzismo.

 Il titolo così suggestivo di quel testo dovrebbe restare la spina nel fianco di coloro che “sono pagati per pensare”, come disse un giorno un docente, il matematico Giovanni Prodi, in un colloquio sulle responsabilità dei docenti universitari, cioè di quanti fanno il mestiere di produrre e tenere viva la coscienza critica di un popolo.

 Alla categoria appartengono a pieno titolo anche i teologi (anche se, a dire il vero, male pagati o non pagati affatto) il cui mestiere consiste nell’esercitare e promuovere il pensiero critico nella Chiesa, componente vitale dell’esperienza della fede.

 Se è da denunciare un “tradimento dei teologi”, oggi certamente non è perché il loro pensiero si lasci coinvolgere nelle passioni ideologiche, politiche o nei movimenti di interesse economico, ma perché tacciono.

 Mai come oggi le grandi tensioni mondiali, i conflitti politici ed economici, i contrastanti programmi per il futuro, avanzati dai leader che contano, hanno posto sul tappeto questioni che toccano profondamente l’umano e, quindi, non possono non coinvolgere i pensatori impegnati nella riflessione sull’esperienza di fede nel Dio che si è fatto uomo.

 Oltre ai mille altri confitti armati che insanguinano il mondo, ben due guerre si stanno rivestendo, più o meno esplicitamente, dei paramenti della religione, quella in Ucraina e quella in Palestina e Israele.

 Il patriarca di Mosca predica la guerra santa contro l’Occidente scristianizzato e corrotto. I governanti di Israele non si peritano di ammantarsi dei panni di Giosuè per riprodurre oggi, contro i palestinesi, le sue imprese, di quando Dio «fece abitare nelle loro tende le tribù d’Israele» (Sal 78,55).

 È facile immaginare quali turbamenti produca nelle coscienze dei palestinesi cristiani questo rievocare da parte di Israele le conquiste della terra, narrate dalla sacra Scrittura.

 Ci si aspetterebbe dai biblisti e dai liturgisti che aiutassero i lettori della Bibbia e i partecipanti alle celebrazioni liturgiche a mettere insieme le notizia dei telegiornali sulle nefandezze che il governo di Netanyau sta commettendo a Gaza e in Cisgiordania e le narrazioni bibliche sulla conquista della terra promessa, senza che in alcun modo queste possano venire a legittimar quelle.

 Il problema della guerra, infatti, oggi, non si accontenta di provocare le dottrine vecchie e nuove sulla possibilità di una guerra giusta, ma ne ripropone addirittura vecchie e nuove motivazioni esplicitamente religiose, con i relativi appelli in Medio Oriente al Corano da una parte e alla Bibbia dall’altra.

 E tutto questo non avrebbe dovuto provocare sui media, dai giornali ai social, una fitta presenza dei teologi sui media e accesi dibattiti con gli altri opinionisti e anche fra di loro, nel verificarsi delle diversità di giudizio, tali da accendere la curiosità della pubblica opinione? Niente di tutto questo sta accadendo.

 Dopo due guerre mondiali, oltre alle tante guerre d’indipendenza, scatenate dai nazionalismi dei due ultimi secoli, la nostra generazione appare così insensata da avere il coraggio di riportarli alla dignità di movimenti e di programmi politici.

 Ma non solo. Anche la grande tradizione culturale cristiana viene assunta spudoratamente a conferire loro una superiore nobiltà. Là dove cattolici eminenti e vescovi cedono a questa ondata, ci si domanda che fine ha fatto l’insonne fatica dei padri conciliari del Vaticano II per donare alla Chiesa del futuro, a noi, la costituzione Gaudium et spes con la sua categorica affermazione: «Siccome in forza della sua missione e della sua natura non è legata ad alcuna particolare forma di cultura umana o sistema politico, economico, o sociale, la Chiesa per questa sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni» (GS 42).

 È vero che il nostro tempo, per la prima volta nella storia, ha visto convergere le principali autorità religiose del mondo nella comune promozione della pace, ma non è certamente detto che le grandi masse religiose cui è diretto il loro magistero, certamente non i loro governi, ne abbiano accolto l’innovatore messaggio.

 Nessuno ignora che il brodo di coltura dei conflitti e delle guerre è formato dagli enormi interessi economici in gioco. Il neocapitalismo e la divinizzazione del libero mercato oggi si qualificano, come non mai prima nella storia, per l’accumularsi della ricchezza nelle mani di pochi.

 È un fenomeno impressionante che impone nuove responsabilità alla coscienza cristiana e, ai teologi, una rinnovata riflessione sul problema del diritto alla proprietà privata e, in genere, sul tema della ricchezza.

 La rivoluzione digitale sta trasformando in maniera profonda tutte le relazioni umane trascinandoci verso un futuro, tutto da immaginare e, possibilmente, programmare.

 Mille altri temi e problemi oggi all’ordine del giorno sembrerebbero dover attirare l’interesse dei teologi, risvegliare le loro responsabilità nei confronti della conversazione pubblica. Si pensi solo a quale diversità di giudizi potrebbe essere addotta a proposito della guerra in Ucraina per vederne scaturire un dibattito fra teologi, che non potrebbe non interessare largamente l’opinione pubblica e che vi farebbe risuonare, tra le mille voci, quella del vangelo, il grande assente, taciuto troppo spesso dagli stessi cristiani.

 Molto più ancora, l’opinione pubblica avrebbe il diritto di attendersi dai teologi un aiuto per la comprensione dell’ebraismo, con la sua tradizione di fede, di cui Gesù stesso si è nutrito, giacché la sua presenza nel mondo, trasversale a tante nazioni e culture, è un fenomeno molto complesso, dalle mille diverse sfaccettature spirituali e culturali, alla cui necessaria conoscenza i teologi potrebbero dare un contributo decisivo, anche per contrapporsi al ridestarsi nel mondo dell’antisemitismo. Non basta infatti deplorare la strumentalizzazione delle narrazioni bibliche messa in opera dal governo di Israele per coprire l’orrore degli oltre 40.000 morti ammazzati nella striscia di Gaza.

 Non sono questioni da trattarsi nei cenacoli degli studiosi, perché implicano la responsabilità dei teologi cristiani nei confronti della società civile. Il loro silenzio sarà imputato dagli storici del futuro a colpa della Chiesa del nostro tempo, perché la Chiesa non è il papa, il quale si ritrova praticamente solo, a proclamare e ribadire, con testarda insistenza, il giudizio del vangelo sugli eventi presenti.

 Nessuno nel popolo di Dio più dei teologi deve sentirsi responsabile di elaborare e manifestare il proprio giudizio e di aprire dibattiti all’altezza delle proprie competenze, su ciò che sta avvenendo nel nostro tempo. Felice eccezione, che mi sembra doveroso citare, per rendere onore al merito, è quella di Giuseppe Lorizio sul quotidiano Avvenire.

 I teologi italiano sono bene organizzati nelle loro diverse associazioni, fra le quali, inoltre, hanno creato anche un valido ed efficiente coordinamento, il CATI. Ciò che manca e deve essere urgentemente risvegliato e promosso è la responsabilità verso il mondo esterno e l’uscita dallo spazio ristretto dei propri circoli.

 Si potrebbe anche, per scendere nel concreto, rimandare, come a un possibile modello, a come i missionari del PIME, con il loro blog Asianews, riescano a raggiungere vasti strati di persone, anche abitualmente estranee alla vita della Chiesa.

 È vero che il contesto e le circostanze di allora erano molto diverse, ma resta pur vero che i teologi di allora, a differenza di quel che accade oggi, mordevano davvero sull’opinione pubblica del proprio tempo, se in un certo giorno degli anni Settanta la Repubblica di Scalfari dedicava un’intera pagina all’intervista del vicepresidente dell’ATI di allora, condotta da Domenico Del Rio, uno dei migliori vaticanisti della storia del giornalismo.

 Settimana News

giovedì 6 luglio 2023

ADOLESCENTI. SPERANZE E TIMORI


 Adolescenti, nell’arcipelago digitale 

resiste il desiderio di “far famiglia”

La sorpresa nella tradizionale indagine Iard: sette ragazzi su dieci aspirano a una relazione di coppia stabile e generativa Preoccupazione più diffusa quella per l’ambiente. E a scuola vorrebbero l’educazione sessuale

 

.- di LUCIANO MOIA

Il futuro

 Guardano con crescente incertezza al proprio futuro, sono più preoccupati dell’ambiente e delle catastrofi naturali che non della guerra e della pandemia, ammettono di essere psicologicamente dipendenti dai fashion blogger per quanto riguarda i loro ideali estetici, vorrebbero una scuola in cui si affrontassero come materie curricolare lo studio dell’educazione sessuale e dei social. Ma nella valanga di dati e di argomenti presentati ieri nell’indagine del Laboratorio Adolescenza e dell’Istituto di ricerca Iard, con il supporto operativo di Mediatyche, su un campione nazionale rappresentativo di 5.670 studenti tra i 13 e i 19 anni, il dato davvero controcorrente è un altro. Sette giovani su dieci (71,1%) “si vede” a tempo debito in un rapporto di coppia stabile di convivenza o matrimonio, con figli. Solo il 10% (più le femmine che i maschi) ha in mente una vita da single. Insomma in tempi di rivoluzione digitale e di supposta fluidità culturale a vincere è ancora il desidero di relazioni stabili, di certezze affettive, di un futuro in cui il valore da mettere al primo posto rimane quello di un rapporto generativo. Un obiettivo che certamente va inserito in un magma di altre suggestioni, spesso contraddittorie e confuse com’è tipico degli adolescenti, ma che interroga da vicino una società e una politica dove quello di garantire ai giovani le migliori condizioni per un futuro familiare non è certamente tra le prime preoccupazioni.

Le relazioni

Sul desiderio di relazioni stabili dei ragazzi è intervenuto ieri, alla presentazione della ricerca, anche lo psicologo Fulvio Scaparro che, al di là dei dati presentati e delle preoccupazioni segnalate a proposito di ambiente, guerra e pandemia, ha sottolineato come, secondo il suo osservatorio di psicanalista, «i giovani desiderano soprattutto relazioni umane significative, a cominciare da quelle con i loro genitori. Solo che non lo ammetteranno mai». In riferimento al malessere giovanile che emerge dalla ricerca Maurizio Tucci, presidente del Laboratorio adolescenza, si è chiesto se non sarebbe più ragionevole da parte degli adulti, invece di puntare sempre il dito su Covid e guerra, «ammettere che questo malessere giovanile ha radici molto più profonde, generate dal contesto sociale che noi abbiamo costruito intorno a loro». Anche nel malessere giovanile occorre fare però le opportune differenze. Carlo Buzzi, sociologo dell’Università di Trento e direttore scientifico dell’indagine, ha messo in luce come la variabile che più delle altre appare condizionante è il genere. « Le ragazze, molto di più dei coetanei maschi, appaiono più riflessive. All’ottimismo un po’ superficiale dei maschi, le femmine si mostrano più preoccupate per il futuro personale, ma più disponili a mettersi in gioco». Per entrambi, come detto, una delle preoccupazioni più evidenti riguarda il rapporto con il proprio corpo. Il 40,3% (51% delle ragazze) non è soddisfatto del proprio aspetto fisico e l’insoddisfazione aumenta con l’aumentare dell’età. Chi decide se un ragazzo o una ragazza può essere soddisfatto del proprio aspetto? Gli amici (lo afferma il 47%), ma soprattutto influencer, fashion blogger, pubblicità, moda, che condizionano oltre il 72% dei giovanissimi. Riferimenti a cui si mostra sensibile anche un’ampia maggioranza di maschi (62%). Un fenomeno nuovo che Alessanda Marazzani, psicologa e membro del consiglio direttivo di Laboratorio Adolescenza, ha spiegato parlando di una sorta di “annacquamento”, certamente estetico ma non solo, delle differenze di genere: «Un fenomeno che non ha alcuna attinenza con il mondo Lgbt e l’identità di genere, ma che – basta vedere le pubblicità della moda – tende ad uniformare l’immagine estetica di maschi e femmine. Da qui un’attenzione mai registrata prima, da parte dei maschi, all’aspetto estetico e quindi al giudizio sul proprio aspetto fisico».

La scuola

Ricco di sorprese, come detto, il capitolo scuola. Otto ragazzi su dieci vorrebbero un piano di studi personalizzato con alcune materie scelte dal singolo studente. Tra gli argomenti che gli studenti vorrebbero inserire in modo sistematico nel piano di studi compaiono, quasi a pari merito, “educazione sessuale” e “sostenibilità e protezione dell’ambiente”. Al terzo posto – ma al primo posto secondo le ragazze (84%) – “educazione al rispetto delle diversità (genere, etnia, religione…)”. Uno sguardo che, come sottolinea Paolo Demolli, professore di filosofia al liceo Giovanni Berchet di Milano, «riesce sempre a sorprenderci per ampiezza, lucidità, capacità di articolare prospettive di evoluzione». Certo, ci vorrebbe anche tanti fondi in più per accontentare i desideri dei ragazzi, «quindi chi dovrebbe avere responsabilità sulla scuola anche questa volta - conclude Demolli - non li ascolterà». Infine, non per importanza ma perché tema già ampiamente approfondito, l’enorme ascesa di social e canali telematici di informazione. Un mondo che è sempre più parte integrante della vita dei giovani, ma in cui cambiano le gerarchie. Crescono Google, Instagram e TikTok. Crolla Facebook. E i giornali di carta? Li guardano solo il 3% dei ragazzi. Purtroppo.

 

www.avvenire.it

 

 

mercoledì 23 settembre 2020

TECNOLOGIA ED ETICA. LA RESPONSABILITÀ' DELLE MACCHINE

La rivoluzione digitale sta cambiando la nostra relazione con la tecnologia alla quale spesso si attribuiscono poteri salvifici, ma scelta morale e discernimento non possono appartenerle

 di ADRIANO FABRIS

 Qual è l’orizzonte in cui si muove l’essere umano nella nostra epoca, caratterizzata dalla cosiddetta “rivoluzione digitale”? Come cambiano i nostri comportamenti e la nostra mentalità, interagendo con dispositivi sempre più autonomi e dotati di “intelligenza artificiale”? Quali sono le sfide che l’etica, come disciplina chiamata a regolamentare le nostre azioni e a giustificarne i principi, deve oggi affrontare? Sono i temi che affronto nell’intervento al LXXV Convegno del Centro Studi Filosofici di Gallarate sul tema: La natura e l’umano: quale rapporto (24–26 settembre 2020). Per inquadrarli dobbiamo aver chiaro, anzitutto, che cosa sono le tecnologie e quali sono i modi in cui ci possiamo rapportare a esse. Si contrappongono infatti due concezioni, entrambe parziali. Da una parte crediamo che si tratti di un insieme di dispositivi che possiamo controllare e considerare al nostro servizio. Dal-l’altra li pensiamo come qualcosa in grado di sostituirci, dal momento che le loro prestazioni sono più veloci ed efficienti delle nostre. Nel primo caso fraintendiamo la novità degli apparati tecnologici e ne minimizziamo l’impatto, confondendoli con gli strumenti che, nello svolgimento della loro funzione, dipendono totalmente da noi. Nel secondo caso ci abbandoniamo a utopie o a distopie meglio rappresentate nei racconti di fantascienza che sperimentate nei laboratori di ricerca.

A ben vedere ciò che ci fuorvia è il linguaggio. In effetti, anche riguardo alle tecnologie, non abbiamo un altro linguaggio da utilizzare, all'infuori di quello che è applicato dagli esseri umani agli esseri umani stessi. Ecco perché, nel caso di certi dispositivi tecnologici, parliamo di “intelligenza”, sia pure “artificiale”. Si tratta di una tendenza all’antropomorfizzazione, ben nota agli studiosi, che è carica di conseguenze. Siamo spinti a omologare

l’essere umano, e più in generale l’essere vivente, alla macchina. E dunque finiamo per ritenere che anche i nostri comportamenti possano essere spiegati, ricostruiti e controllati sulla base delle stesse procedure secondo cui funzionano le macchine.

Si verifica un cortocircuito argomentativo. In mancanza di altre parole, per esprimere il funzionamento delle macchine, si usano inizialmente gli stessi termini usati nel caso degli esseri umani. Ma i processi degli apparati tecnologici possono essere spiegati e riprodotti, programmati e controllati. Quando dunque queste parole vengono di nuovo usate nel caso dell’essere umano, si verifica un effetto di retroazione. Ciò che prima serviva a noi, in un’accezione metaforica, a farci comprende- re il funzionamento delle macchine, adesso viene assunto in un senso letterale, ed è finalizzato a spiegare il nostro stesso comportamento.

Tutto questo non è nuovo. Si tratta del punto di arrivo di un progetto elaborato nel secondo dopoguerra. È il progetto della cibernetica elaborato da Norbert Wiener: una scienza unica che, sulla base di una determinata concezione del linguaggio, potesse unificare biologia e ingegneria, e dunque l’attività dell’organismo e quella della macchina, e controllare entrambe. Tale disegno ora è realtà: grazie agli sviluppi delle tecnologie digitali, ma anche a seguito di quella tendenza a omologare ogni differenza che si è ormai imposta oggi, in molti ambiti, nella mentalità comune.

Invece l’orizzonte umano è qualcosa di differente. L’essere umano “funziona” infatti, potremmo dire, in una maniera analogica, non già digi- tale. L’intelligenza è apertura di possibilità, è luogo di creatività, è occasione di scelte, non già una serie di procedure da applicare in sequenza. Al contrario della macchina l’essere umano può retroagire sulle regole che sta seguendo, modificarle, cambiare prospettiva: addirittura

farne a meno, far saltare il banco. Questo la macchina, anche la macchina dotata di “intelligenza artificiale”, non può farlo. Insomma: nel caso dell’essere umano è in gioco una riflessività dinamica, adattativa, critica; una macchina, pur capace d’interagire con il proprio ambiente, pur dotata di capacità di retroazione, ha bisogno di essere preventivamente indirizzata, cercando di prevedere gli scenari possibili.

Ecco perché il problema che oggi dobbiamo affrontare in ambito etico è quello della relazione, dell’interazione corretta tra uomo e macchina. Ma perché ci sia una corretta relazione anzitutto bisogna aver chiara la differenza fra i due ambiti. Bisogna capire che cosa significa che le macchine sono «agenti morali» e entro quali limiti lo sono. In questo senso occorre dare concrete indicazioni riguardo al modo in cui possiamo sviluppare un’etica delle macchine sulla base di ciò che propriamente caratterizza l’essere umano, e lui soltanto: il senso di responsabilità.

 www.avvenire.it



 

 

mercoledì 29 maggio 2019

IN UN MONDO SENZA IL SACRO SIAMO DIVENTATI SOLO TURISTI


TURISTI ... PER CASO

Il terrorismo, l'Europa, la Silicon Valley, il ruolo della cultura....
 E il  libro, "L'innominabile attuale". Parla lo scrittore-editore
di Dario Olivero

Dal maggio del '45 a oggi si è entrati in una zona che non ha nome, per questo è "L'innominabile attuale". Roberto Calasso siede nel suo ufficio all'Adelphi, nel centro di Milano. Sulla scrivania l'ennesimo caffè, davanti gli scaffali con quel che resta della biblioteca di Bobi Bazlen, il codice genetico da cui è fiorita la casa editrice da sempre più inattuale e più attuale d'Italia. Attuale è parola che ricorre spesso. A partire dal titolo del nuovo libro L'innominabile attuale appunto, seguito ideale del profetico La rovina di Kasch del 1983. In questo tempo senza nome vive l'ultima evoluzione dell'Homo sapiens, quello che Calasso definisce Homo saecularis: noi. " Homo saecularis - dice - è un risultato molto sofisticato della storia. Per arrivare a lui bisogna essersi scrollati di dosso una quantità di pesi. E questa mancanza di gravami di vario genere - religioso, politico, tradizionale - non ha prodotto soddisfazione o felicità, ma una specie di panico. La vittoria della secolarità, che ormai pervade tutto il mondo, è paradossale. Homo saecularis si è trovato di fronte un mondo che non è in grado di trattare. Ha vinto ma gli manca qualcosa di essenziale, domina ma si rivolta contro se stesso. Tutti i nomi che usa sono inadeguati e richiederebbero quella "rettifica" che secondo Confucio era il primo compito del pensiero. Di qui il titolo del libro, che si è imposto dopo 34 anni di latenza". Il libro è diviso in due parti. La seconda è una polifonia di voci (Virginia Woolf, Simone Weil, Walter Benjamin, Céline), che descrivono momenti di ciò che avveniva dal '33 al '45, dalla presa del potere di Hitler sino alla fine della Seconda guerra mondiale. La prima parte invece è tutta sul presente. "Le due parti - spiega Calasso - sono l'una il contrappeso dell'altra. La prima vagherebbe un po' nell'aria, parlando di questo mondo senza appigli fermi, se non si presupponesse l'altra, che è un ultimo, tremendo scontro, come fra rocce che cozzano tentando di distruggersi e autodistruggendosi. Chi non conosce quel presupposto non vede il basamento di quanto sta succedendo oggi".
Una categoria che utilizza è quella del turista. Perché?
"Il mondo di Homo saecularis non ha una categoria che lo rappresenti. Non si può dire che tali siano l'impiegato, l'operaio, il manager, il politico. Turista, invece, è l'unica categoria che copre tutto. Il turista di cui parlo non è solo quello che viaggia, ma il modello antropologico della realtà virtuale. I tecnici della realtà virtuale parlano di una "realtà aumentata", che però si fonda su una realtà diminuita, a cui è stato sottratto un carattere imprescindibile: l'irreversibilità. Su questa via si incontrano sia il bigotto dell'iperconnessione sia l'energumeno che vuole mettere a posto il mondo".
L'Homo saecularis si rivolta anche contro la democrazia.
"La democrazia formale è l'unico modello che rende vivibile il mondo, anche se, per pure ragioni demografiche, è pressoché impraticabile. Comunque, se non ci fosse, per esempio in India vi sarebbe il massacro continuo. È l'ultimo sbarramento per rendere la vita tollerabile, al di fuori ci sono solo tortura e regimi di polizia. Ma ogni democrazia deve difendersi da enormi forze contrarie".
Uno dei capisaldi democratici in discussione è l'idea che la rappresentanza sia superata dalla partecipazione diretta.
"La mediazione è decisiva. Non rispettarla è una forma di pensiero ignaro, perché la mediazione è ciò che ci costituisce, anche se viene continuamente svillaneggiata come fosse ciò che falsifica tutto. Ma la nostra percezione è già una mediazione, in senso fisiologico. Per vedere qualcosa operiamo un filtraggio. Se non lo si ha presente, si finisce per pensare che la mediazione sia l'agente che ti imbroglia, il giornalista ingannatore, il politico o, come è accaduto, il maligno ebreo. È triste. Questa avversione indica che è diventato più grezzo il tessuto del pensare. Nel disintermediarsi del mondo, chi non ha il dono della refrattarietà si lascia facilmente ingannare. E prende la sua voce per vox populi. Homo saecularis si è sbarazzato delle religioni, ma è tremendamente credulo".
Una delle cause è la rivoluzione digitale.
"È un immenso rivolgimento. Di cui stiamo vedendo solo l'inizio. Nella Silicon Valley, che è il suo epicentro, si assiste a un fenomeno che non ha precedenti. Ci sono alcuni imprenditori, che possono anche essere considerati come intellettuali audaci o imbonitori farneticanti, a seconda delle prospettive, e questi imprenditori avviano investimenti che modificano il mondo giorno per giorno. Sotto il nome di intelligenza artificiale si raccoglie oggi non più, come negli anni Settanta, una sorta di dottrina esoterica, ma una potenza economica dirompente. Laggiù non si parla e non si scrive d'altro che del momento, in parte desiderato in parte temuto, e per molti piuttosto vicino, in cui le macchine saranno più intelligenti di noi. A rimanere esclusa è la parola più importante: coscienza. Su che cosa sia e come funzioni nessun neuroscienziato è riuscito a dire qualcosa che vada oltre un goffo balbettio. Sarebbe d'aiuto per tutti leggere le Upanishad".
Che cosa pensa dell'attuale stato dell'Europa?
"Spero che l'Europa continui a esserci come misura di autodifesa minima, ma ne vedo l'impotenza totale. La politica europea è solo reattiva, non attiva. Un tentativo di reagire a fatti soverchianti. Alti funzionari tentano di tenerli sotto controllo, ma quando si comincia a usare l'espressione "tenere sotto controllo" vuol dire che tutto è già fuori controllo".
Le categorie che lei utilizza per nominare i nostri tempi sono decisamente inattuali. Per esempio l'idea di sacrificio. Come può un concetto così arcaico essere utile per descrivere l'attualità?
"Il sacrificio è la cosa più difficile da pensare che abbia mai incontrato. Non è certo una mia invenzione, lo si ritrova ovunque nella storia. Per un lunghissimo periodo le civiltà più distanti sono accomunate dal fatto che in forme diverse tutte praticano il sacrificio, dalla Cina all'India alla Grecia alla Palestina. Poi c'è una svolta: con Gesù il sacrificio vuole finire per sempre e diventa, nella messa, memoria del sacrificio. Ma al tempo stesso la morte di Gesù è un ritorno alle origini del sacrificio, dove è il dio a sacrificarsi. Infine c'è l'oggi, in cui la pratica rituale è espunta, non ha diritto di cittadinanza. Ma l'assassinio-suicidio dei terroristi islamici, minaccia che continua a paralizzare il mondo, è una evidente forma sacrificale, dove la vittima è l'attentatore e tutti coloro che da lui vengono uccisi sono il frutto del sacrificio. Il sacrificio non scompare perché la società secolare ha deciso di non usarlo più come atto rituale. Torna in altre forme. Il terrorismo - e soprattutto la guerra, a partire dalla Prima guerra mondiale. Se legge Gli ultimi giorni dell'umanità di Kraus, si parla più di sacrifici che di battaglie. Poi nella Seconda guerra mondiale il sacrificio diventa opera di disinfestazione, con i campi di sterminio. Che, per un orripilante equivoco, si continua a chiamare con la stessa parola che designa il sacrificio di ringraziamento celebrato da Noè dopo il diluvio: olocausto".
Dov'è oggi il sacrificio?
"Non è più una categoria religiosa. Se il religioso implica un contatto con l'invisibile, nel caso del terrorismo islamico questo non sussiste. Il frutto del sacrificio non è più nell'invisibile, ma nella moltiplicazione degli uccisi nel mondo visibile. Ma il sacrificio continua a esserci, la società non riesce a vivere senza".
Ma la ragione ultima del terrorismo islamico è generalmente considerata religiosa.
"Definizione che mi sembra impropria. All'origine, c'è piuttosto il bisogno di una vendetta globale, un rigetto del mondo occidentale. Un certo numero di persone, in una fascia di paesi che va dal Marocco all'Indonesia e comprende più di un miliardo e mezzo di abitanti, si sente sopraffatta, esautorata. Nel modo di vita, di essere. Così nel libro parlo anche di pornografia, non meno importante della conquista economica. Il fatto che da un momento all'altro, in paesi dai rapporti molto tortuosi con l'eros, la visione di un numero sterminato di corpi femminili nudi che compiono atti sessuali diventasse accessibile gratuitamente in rete nel giro di pochi secondi è stato uno shock enorme, che irrideva il desiderio nel momento in cui lo suscitava".
Lei ha scritto che quando la cultura viene accostata all'utile, la vera cultura muore.
"La parola "utile" è il disastro su cui si fonda tutta l'economia e risale a Bentham, suo progenitore, spesso ignorato. Il calcolo costi- benefici in un certo ordine di cose è totalmente sviante. Nell'ordine del piacere, come di tutte le cose fondamentali della vita, non si può applicare".
Ma nel suo libro lei parla dei refrattari a questo stato di cose, quelli che non si ritrovano nella figura dell'Homo saecularis. Sono sperduti, soli, neanche l'università, lei scrive, è un luogo dove trovare ascolto.
"Mi sembra che l'università come istituzione stia perdendo ogni linfa vitale, non solo in Italia, ma ovunque. So che vi operano tuttora persone di grande qualità, ma soffrendo".
Cito da una sua intervista: "Negli anni Cinquanta in Italia vi erano tre aggregazioni: quella marxista, quella laico-liberale e quella cattolica. I marxisti, se erano intelligenti, leggevano i libri Einaudi, o comunque "Il contemporaneo". I laici-liberali leggevano "Il Mondo" e i cattolici, tendenzialmente, leggevano assai poco. I democristiani erano appagati dalla pura gestione del potere e avevano capito che la cosa più accorta era quella di lasciare la cultura alla sinistra".
"Penso ancora che la descrizione sia esatta. Ma riconosco che in quegli anni erano vive e attive persone ben più significative rispetto a oggi. Tuttavia provavo una certa insofferenza per quel mondo tripartito. A cui Adelphi si è opposta fin dall'inizio, tenendosene fuori".
I libri Adelphi hanno accompagnato in modo trasversale gli italiani, compresa la classe dirigente del paese. Secondo lei quanto hanno inciso culturalmente?
"Faccio fatica a riconoscere una classe dirigente nell'Italia di oggi e certamente non la collego con ciò che pubblichiamo. Mi interessa solo l'efficacia sui singoli. Le persone che leggono i nostri libri sono le più varie. Talvolta si incontrano e si riconoscono tra loro. Ma non ho mai contato su un effetto sociale o politico. L'editore come pedagogo è una concezione per me del tutto estranea".
Non si sente solo?
"Non tanto, perché considero un prodigio ricorrente che i libri ancora si vendano. Sono tentato di pensare che un certo numero di persone congeniali a quello che pubblichiamo ci sia ancora. E non sono poche - anche se non così percepibili. Ignoti lettori nell'innominabile attuale".

Intervista pubblicata da Repubblica.

lunedì 8 ottobre 2012

I MEDIA SIAMO NOI


10° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione

I media siamo noi. L'inizio dell'era biomediatica

    La decima edizione del Rapporto sulla comunicazione (sostenuto da 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia) prosegue il monitoraggio dell’evoluzione dei consumi dei media - misurati ormai nell’arco di un decennio - e l’osservazione dei cambiamenti avvenuti nelle diete mediatiche degli italiani, tracciando così le grandi linee di trasformazione del sistema dei media. Tre approfondimenti tematici riguardano questioni di grande rilevanza e attualità. Il primo concerne gli effetti della rivoluzione digitale, con il rafforzamento della tendenza alla personalizzazione dei media: diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali. Il secondo tema è la rinnovata concezione della privacy in un’epoca in cui il primato del soggetto si traduce nell’esibizione denudata del sé digitale. Il terzo argomento sono i mutamenti in corso nel settore della pubblicità e gli effetti sul pubblico.

Leggi: Rapporto CENSIS sulla COMUNICAZIONE