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venerdì 20 dicembre 2024

IL RICATTO DEL GAMBERO

Dai ribelli del '68 ai mostri del metaverso 


 Arturo Rocchi, genio dell’informatica, si rifugia rocambolescamente negli Stati Uniti durante gli anni della contestazione studentesca per sfuggire a una vendetta, diventando un nome nel campo dell’innovazione tecnologica.

Molti anni dopo un’indagine della magistratura su morti sospette di militanti fascisti e su vecchi terroristi di sinistra lo riporta a Roma.

Qui prova a costruire un prototipo della sua ultima invenzione, che potrebbe migliorare il destino dell’umanità.

Lavorerà con un gruppo di studenti dell’Università di Roma, dando loro l’inebriante e ineguagliabile sensazione di anticipare il futuro.

Incontrerà anche il suo primo amore, che da molti anni custodisce un segreto che lo riguarda. Gruppi di investitori privati e la Commissione Europea si contenderanno lo sfruttamento dell’invenzione di Arturo, ma ci saranno altri omicidi e la magistratura continuerà a nutrire sospetti su di lui.

Il romanzo, ispirato da vicende realmente accadute, inizia con la storia del Movimento studentesco e si conclude con una riflessione profonda sulle recenti scoperte nel campo dell’Intelligenza Artificiale, destinate a trasformare il mondo che conosciamo, e sulla necessità di liberarci dai ricatti del passato.

Prefazione di Adriano Sofri. Postfazione di Franco Lo Piparo.

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Il ricatto del gambero. Dai ribelli del '68 ai mostri del metaverso 

di Fabrizio Funtò (Autore), Franco Lo Piparo (Dopo), Adriano Sofri (Prefazione)

La Lepre edizioni

 

mercoledì 22 giugno 2022

SCUOLA. CANTIERE DIGITALE


 Cantiere digitale per la scuola

 Il futuro dei ragazzi passa di qui

 La pandemia ha dimostrato quanto sia ormai indispensabile un connubio equo e intelligente tra tecnologia e istruzione. Con idee chiare per spendere le risorse che servono per la svolta

 -         di LORENZA LEI *

 Esami di maturità 2022, ai banchi si siedono gli studenti che negli ultimi due anni hanno sperimentato sulla propria pelle l’emergenza di una didattica a distanza per lo più in ritardo, improvvisata e disorganizzata, che ha visto diminuire l’attenzione generale (di insegnanti e famiglie) per i risultati e per il rendimento scolastico, con un conseguente calo dell’apprendimento, spesso minimo o inadeguato, accentuato dall’annullamento della bocciatura nel 2020 e dalla linea morbida adottata nei mesi successivi. Siamo sicuri di averli protetti o li stiamo ponendo di fronte a un’altra crisi, quella del proprio futuro, per cui non sono stati preparati e per cui non hanno ricevuto gli strumenti adeguati per progettarlo?

 È chiaro ai più che il sistema scolastico italiano all’inizio dell’emergenza sanitaria era impreparato e necessitava da tempo di una spinta all’innovazione, una trasformazione culturale verso la formazione di qualità che non può prescindere nell’epoca contemporanea dal digitale. In questi due anni, per rispondere alla crisi, sono state lanciate le basi di questa conversione in tutta fretta, non solo per la didattica a distanza, attraverso strumenti di cultura digitale che devono però essere necessariamente integrati e allargati a una platea più ampia, per non farci trovare inadeguati nell’immediato futuro. Si è radicato inoltre un cambiamento nel modo di pensare così come in quello di studiare, e si parla oggi nel mondo dell’istruzione di un nuovo metodo che deve essere interdisciplinare, privilegiando un aspetto, un problema, un tema in ambito di contenuti e di un contesto, in cui le materie si rendono complementari per poter interagire tra di loro. In questa metamorfosi culturale è la tecnologia che deve essere al servizio di un pensiero, di una riflessione, di una ricerca, non viceversa. Tecnologia e istruzione si possono e si devono dunque intrecciare, ma con risultati migliori degli attuali. D al marzo 2020 il passaggio all’e-learning è stato irregolare e molti sono stati gli studenti che si sono trovati in difficoltà, bloccati dalla mancanza di accesso alla tecnologia o alle competenze. La didattica a distanza, collaudata in due anni di pandemia, sarà uno strumento che verrà attuato in caso di nuova emergenza ma, perché sia valido ed efficiente, bisogna ampliarlo e farlo diventare a portata di tutti, trovando soluzioni ai problemi di digital divide territoriale, sociale e culturale emersi in questo periodo e diversi per regione, istituto, famiglia e singoli allievi e docenti. Una delle sfide che segneranno il nostro immediato futuro sarà proprio ridurre la forbice in tema di accesso alle tecnologie. S econdo dati Istat, sono oltre 500mila i ragazzi che hanno lasciato gli studi nel periodo della pandemia. Assieme a una situazione generale di emergenza (e alla poca fiducia in una veloce risoluzione della stessa), complice di questo ritiro è stato il difficile accesso agli strumenti di cultura digitale che molti stu- denti si sono trovati ad affrontare. Se la formazione online diventa un pilastro dell’istruzione, necessario è prestare maggiore attenzione al modo in cui la tecnologia e l’apprendimento possono essere integrati in maniera efficace, compreso il ruolo vitale degli insegnanti e le competenze di cui gli studenti hanno bisogno. Nel 2022 e ancor più nei prossimi anni gli investimenti per la cultura digitale diventeranno fondamentali, anche in vista del raggiungimento del quarto obiettivo dell’Agenda 2030 – Istruzione e qualità – per cui si richiede l’impegno al raggiungimento di un’educazione di qualità a tutti i livelli consentendo accesso e opportunità di apprendimento specialmente a coloro che si trovano in situazioni delicate, attraverso l’acquisizione di strumenti e conoscenze necessarie per partecipare pienamente alla vita sociale, assicurando a bambini e giovani un ambiente stimolante per la piena realizzazione dei loro diritti e la messa in pratica delle loro capacità.

 Tutto questo non è possibile se non sono presenti da subito comprensione e disponibilità alla formazione, in particolare dei docenti, che ricoprono il ruolo di guida e supporto nel percorso degli studenti. Come facciamo a convincere gli insegnanti che loro, formatori, hanno bisogno di formazione? Una spinta può nascere dal fatto di renderla personalizzata e remunerata, oltreché premiare gli insegnanti specialmente meritevoli, migliorando le loro condizioni nella gestione della vita privata e della sfera familiare. L a formazione è però da fornire anche alle famiglie, perché riescano a coinvolgere e sostenere i propri figli nel perseguimento del nuovo metodo, creando una cerniera che sappia sancire il patto dall’alleanza scuola-famiglia, indispensabile a un avvicinamento alla cultura digitale sin dalla scuola primaria, per non lasciare soli e abbandonati a se stessi i cittadini del futuro. Cruciale è anche migliorare il sostegno nell’assistenza ai bisognosi, includendo anche gli assistenti educativo-culturali nel processo di sviluppo e formazione a distanza.

 La pandemia ci ha lasciato un grande bagaglio di esperienze ma tra i primi insegnamenti appresi c’è quello che la nostra vita, da un momento all’altro, può essere sconvolta e avere bisogno di un aggiornamento rapido e funzionale. Il mercato del lavoro è mutato rispetto al passato – è quanto ci riportano gli scenari realistici sull’occupazione – e si richiedono nuove competenze tecnico-pratiche che i tradizionali organi pedagogico formativi, scuola e università prima di tutti, stentano a supportare in vista di un sistema sempre più virtuale e legato a innovazioni tecnologiche e di comunicazione. Negli ultimi decenni nella scuola italiana gli investimenti sono stati notevolmente inferiori a tutti i Paesi avanzati. Un ulteriore dato critico è l’elevata età media degli insegnanti, che secondo i dati Ocse è la più elevata d’Europa, con il 59% che ha più di 50 anni.

L’emergenza dell’istruzione non è solo legata però a soldi da investire ma alla capacità di incanalare le risorse nei settori e territori giusti e di incrociare adeguatamente la domanda con l’offerta di lavoro. L’Italia ha un gravissimo gap da recuperare in termini di occupazione e formazione giovanile. Ma la domanda è: sarà sufficiente il Pnrr per colmarlo? Basta decantare il passato, puntiamo su una solidità del divenire, cogliendo le possibilità di cambiamento tecnologico che l’emergenza sanitaria ci ha posto di fronte per rispondere alla crisi. Una nuova visione ed evoluzione del sistema didattico che deve partire in tempi rapidi e con l’impegno di tutti, Stato e grandi aziende. Fondamentale consegnare ai giovani gli strumenti per progettare il proprio futuro. Il nostro futuro. Un impegno sociale da sottoscrivere per le nuove generazioni, provate negli ultimi anni dalla pandemia e da troppo tempo da una didattica ancorata al passato piuttosto che rivolta al futuro.

 *Prorettore vicario, docente presso l’Università eCampus

 www.avvenire.it

 

 

 

sabato 14 novembre 2020

VITE DIGITALI E SCORCIATOIE

 Le «scorciatoie digitali» 

ci stanno ingannando

 di GIGIO RANCILIO

 È più forte di noi: nutriamo una passione irrefrenabile per le scorciatoie. Così, ogni volta che una qualunque strada davanti a noi diventa un po’ tortuosa o solo troppo faticosa, ci viene spontaneo tagliare per la via più breve, incuranti del fatto che così facendo magari ci infangheremo le scarpe.

Amiamo le scorciatoie perché siamo convinti che grazie a loro risparmieremo tempo ed energie. Ma c’è anche altro: mentre prendiamo una scorciatoia è come se ribadissimo a noi stessi e al mondo che noi non siamo come gli altri. Siamo più indipendenti, più furbi, meno 'pecoroni'.

Oggi questa tendenza ha conquistato anche larghe fette delle nostre vite digitali, facendo danni. Ma non è solo colpa nostra. Da sempre il digitale ha usato come leva per avere successo due cardini: la velocità e la facilità. Se ci fate caso la maggior parte degli oggetti, delle app, dei servizi e dei siti di successo giocano su queste due caratteristiche. E lo fanno perché sanno che siamo immersi in vite così frenetiche da essere ossessionati dal risparmiare tempo (e fatica). Col risultato che, quando ci riusciamo davvero, poi magari ci annoiamo perché non sappiamo cosa fare nel tempo guadagnato.

Ma c’è un inganno ancora peggiore. Ed è il farci credere che per ogni problema (o sfida) che ci si pone davanti possa e debba esistere un’applicazione facile, un tool (cioè un 'attrezzo') o un tutorial video che ci faccia superare gli ostacoli e ci faccia 'evolvere' in fretta al livello successivo, come un superpotere in un videogioco.

Così ci siamo abituati a non fare più troppa fatica. Peggio: ad avere l’illusione che non si debba fare più tanta fatica per imparare le cose e per risolvere i problemi. E che nessun problema meriti la nostra fatica o una fetta troppo grande del nostro tempo. Vogliamo tutto e subito.

Per questo nelle nostre vite (digitali e non) ci offrono sempre più scorciatoie. Vuoi diventare uno YouTuber? Vuoi avere più visite al tuo blog o al sito aziendale? Vuoi imparare a gestire al meglio i social network o a fare un podcast? Vuoi imparare a fare dirette video su YouTube e sui social con migliaia di visualizzazioni? Nessun problema: eccoti un corso, un video, un tutorial o un’app a pagamento che ti insegnerà tutto.

Vuoi usare lo smartphone o gli elettrodomestici senza fare fatica? Eccoti l’assistente vocale che lo farà per te: basta ordinarglielo a voce.

Sono solo alcuni esempi, ma credo spieghino bene la tendenza. Per non fare fatica, per non perder tempo, per non studiare troppo (non abbiamo mai tempo per studiare abbastanza) scegliamo in continuazione scorciatoie che non solo ci fanno inzaccherare le scarpe ma anche i neuroni. Perché alla lunga ci 'sporcano' il ragionamento, la capacità di apprendimento e persino la professionalità, illudendoci che non ci vuole niente a imparare qualcosa.

Un po’ è colpa di chi vende queste moderne 'pozioni miracolose' e un po’ (tanto) è colpa nostra. Di noi che vogliamo migliorare le nostre vite ma non vogliamo fare troppa fatica. Che pretendiamo di imparare senza però impegnarci più di tanto. E così, alla fine, diamo retta a chi ci offre la strada più corta. La 'scorciatoia'.

Potrà sembrare incredibile ma anche se sono passati oltre 300 anni e dall’analogico siamo sbarcati nel digitale, commettiamo gli stessi errori dei contadini di un tempo che nei mercati acquistavano le 'pozioni miracolose' (che di miracoloso non avevano nulla).

Come se ne esce? Applicando al digitale l’approccio al lavoro degli artigiani. Gente che sa che nessuna professionalità si può imparare in poche ore. Ci vuole tempo, sudore e fatica.

Ma soprattutto ci vogliono maestri che siano davvero tali e non venditori di «pozioni».

 www.avvenire,it

 

mercoledì 23 settembre 2020

TECNOLOGIA ED ETICA. LA RESPONSABILITÀ' DELLE MACCHINE

La rivoluzione digitale sta cambiando la nostra relazione con la tecnologia alla quale spesso si attribuiscono poteri salvifici, ma scelta morale e discernimento non possono appartenerle

 di ADRIANO FABRIS

 Qual è l’orizzonte in cui si muove l’essere umano nella nostra epoca, caratterizzata dalla cosiddetta “rivoluzione digitale”? Come cambiano i nostri comportamenti e la nostra mentalità, interagendo con dispositivi sempre più autonomi e dotati di “intelligenza artificiale”? Quali sono le sfide che l’etica, come disciplina chiamata a regolamentare le nostre azioni e a giustificarne i principi, deve oggi affrontare? Sono i temi che affronto nell’intervento al LXXV Convegno del Centro Studi Filosofici di Gallarate sul tema: La natura e l’umano: quale rapporto (24–26 settembre 2020). Per inquadrarli dobbiamo aver chiaro, anzitutto, che cosa sono le tecnologie e quali sono i modi in cui ci possiamo rapportare a esse. Si contrappongono infatti due concezioni, entrambe parziali. Da una parte crediamo che si tratti di un insieme di dispositivi che possiamo controllare e considerare al nostro servizio. Dal-l’altra li pensiamo come qualcosa in grado di sostituirci, dal momento che le loro prestazioni sono più veloci ed efficienti delle nostre. Nel primo caso fraintendiamo la novità degli apparati tecnologici e ne minimizziamo l’impatto, confondendoli con gli strumenti che, nello svolgimento della loro funzione, dipendono totalmente da noi. Nel secondo caso ci abbandoniamo a utopie o a distopie meglio rappresentate nei racconti di fantascienza che sperimentate nei laboratori di ricerca.

A ben vedere ciò che ci fuorvia è il linguaggio. In effetti, anche riguardo alle tecnologie, non abbiamo un altro linguaggio da utilizzare, all'infuori di quello che è applicato dagli esseri umani agli esseri umani stessi. Ecco perché, nel caso di certi dispositivi tecnologici, parliamo di “intelligenza”, sia pure “artificiale”. Si tratta di una tendenza all’antropomorfizzazione, ben nota agli studiosi, che è carica di conseguenze. Siamo spinti a omologare

l’essere umano, e più in generale l’essere vivente, alla macchina. E dunque finiamo per ritenere che anche i nostri comportamenti possano essere spiegati, ricostruiti e controllati sulla base delle stesse procedure secondo cui funzionano le macchine.

Si verifica un cortocircuito argomentativo. In mancanza di altre parole, per esprimere il funzionamento delle macchine, si usano inizialmente gli stessi termini usati nel caso degli esseri umani. Ma i processi degli apparati tecnologici possono essere spiegati e riprodotti, programmati e controllati. Quando dunque queste parole vengono di nuovo usate nel caso dell’essere umano, si verifica un effetto di retroazione. Ciò che prima serviva a noi, in un’accezione metaforica, a farci comprende- re il funzionamento delle macchine, adesso viene assunto in un senso letterale, ed è finalizzato a spiegare il nostro stesso comportamento.

Tutto questo non è nuovo. Si tratta del punto di arrivo di un progetto elaborato nel secondo dopoguerra. È il progetto della cibernetica elaborato da Norbert Wiener: una scienza unica che, sulla base di una determinata concezione del linguaggio, potesse unificare biologia e ingegneria, e dunque l’attività dell’organismo e quella della macchina, e controllare entrambe. Tale disegno ora è realtà: grazie agli sviluppi delle tecnologie digitali, ma anche a seguito di quella tendenza a omologare ogni differenza che si è ormai imposta oggi, in molti ambiti, nella mentalità comune.

Invece l’orizzonte umano è qualcosa di differente. L’essere umano “funziona” infatti, potremmo dire, in una maniera analogica, non già digi- tale. L’intelligenza è apertura di possibilità, è luogo di creatività, è occasione di scelte, non già una serie di procedure da applicare in sequenza. Al contrario della macchina l’essere umano può retroagire sulle regole che sta seguendo, modificarle, cambiare prospettiva: addirittura

farne a meno, far saltare il banco. Questo la macchina, anche la macchina dotata di “intelligenza artificiale”, non può farlo. Insomma: nel caso dell’essere umano è in gioco una riflessività dinamica, adattativa, critica; una macchina, pur capace d’interagire con il proprio ambiente, pur dotata di capacità di retroazione, ha bisogno di essere preventivamente indirizzata, cercando di prevedere gli scenari possibili.

Ecco perché il problema che oggi dobbiamo affrontare in ambito etico è quello della relazione, dell’interazione corretta tra uomo e macchina. Ma perché ci sia una corretta relazione anzitutto bisogna aver chiara la differenza fra i due ambiti. Bisogna capire che cosa significa che le macchine sono «agenti morali» e entro quali limiti lo sono. In questo senso occorre dare concrete indicazioni riguardo al modo in cui possiamo sviluppare un’etica delle macchine sulla base di ciò che propriamente caratterizza l’essere umano, e lui soltanto: il senso di responsabilità.

 www.avvenire.it



 

 

giovedì 22 febbraio 2018

INDICAZIONI NAZIONALI E NUOVI SCENARI

Educazione alla sostenibilità, Costituzione, digitale, pensiero computazionale, lingue: nelle Indicazioni nazionali di infanzia e primo ciclo. Più attenzione alle competenze di cittadinanza


Fedeli: “Diamo a studentesse e studenti gli strumenti per affrontare i cambiamenti del presente e proiettarsi al meglio nel futuro”

Garantire a tutte le studentesse e a tutti gli studenti le competenze chiave per affrontare i cambiamenti e le sfide del loro presente, per proiettarsi al meglio nel futuro, per diventare cittadine e cittadini attivi e consapevoli, capaci di condividere valori comuni e di confrontarsi positivamente con l’altro. È l’obiettivo che si prefigge il documento “Indicazioni nazionali e nuovi scenari”, presentato oggi al MIUR e frutto del lavoro del Comitato scientifico per le Indicazioni nazionali della scuola dell’Infanzia e del primo ciclo di istruzione, coordinato dal professor Italo Fiorin.
Il documento propone alle scuole una rilettura delle Indicazioni nazionali emanate nel 2012 ed entrate in vigore dall’anno scolastico 2013/2014 (sono il  punto di riferimento per la progettazione del curricolo da parte delle istituzioni scolastiche) attraverso la lente delle competenze di cittadinanza, di cui si propone il rilancio e il rafforzamento. Dalle lingue (quella madre e quelle straniere), al digitale, all’educazione alla sostenibilità, ai temi della Costituzione. Passando in maniera trasversale per le arti, la geografia, la storia, il pensiero matematico e computazionale. Questo anche in ragione delle novità che saranno introdotte nell’Esame finale del I ciclo in cui già da quest’anno si terrà maggiore conto, nel colloquio orale, delle competenze connesse alle attività svolte nell’ambito di Cittadinanza e Costituzione.
“Ci stiamo ritrovando, oggi, a riflettere sulle competenze e sulle conoscenze che ciascuno deve possedere per vivere, muoversi in modo attivo nella società, costruire una cultura della democrazia. Per partecipare con protagonismo alla vita del proprio Paese e del mondo – ha dichiarato la Ministra Valeria Fedeli -. Stiamo ragionando sulla questione in termini innovativi: guardiamo alle competenze quali processi dinamici, in evoluzione. Espressioni di valori, atteggiamenti, attitudini e conoscenze. Credo sia un punto di vista necessario e innovativo: una competenza non è acquisita una volta nella vita. Va aggiornata e approfondita, rinnovata ed esercitata all’interno delle comunità in cui viviamo. In questo processo di acquisizione di competenze, di costruzione di forme di cittadinanza attiva la filiera educativa riveste un ruolo di primo piano. La scuola è il luogo in cui le giovani e i giovani vengono educati al rispetto dei diritti degli altri, all’apertura nei confronti della diversità personale e culturale, al senso civico, all’equità, al senso di giustizia, alla conoscenza di sé e all’attitudine al dialogo e al confronto. Parlare di competenze di cittadinanza vuol dire anche rinnovata attenzione all’educazione linguistica, artistica, storica, geografica, al pensiero computazionale. Vuol dire offrire strumenti per affrontare il mondo globale”, ha concluso la Ministra.
Il documento presentato oggi non è una integrazione né una riscrittura delle Indicazioni nazionali. Non si tratta, si legge nel testo illustrato al MIUR, “di ‘aggiungere’ nuovi insegnamenti, ma di ricalibrare quelli esistenti”, rileggendo le Indicazioni del 2012, alla luce dei nuovi spunti offerti che guideranno le scuole nella predisposizione della loro offerta formativa, della loro progettazione. Il tema della cittadinanza viene affrontato come il “vero sfondo integratore e punto di riferimento di tutte le discipline che concorrono a definire il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione in una prospettiva verticale. Cittadinanza che riguarda tutte le grandi aree del sapere, sia per il contributo che possono offrire i singoli ambiti disciplinari, sia, e ancora di più, per le molteplici connessioni che le discipline hanno tra di loro”. Con riferimento, in particolare all’educazione al rispetto e alla cittadinanza consapevole, ad una più sicura padronanza delle competenze di base (comprese le competenze linguistiche e quelle digitali), all’incontro con saperi e discipline che rispondono all’esigenza di uno sviluppo orientato alla sostenibilità in tutte le sue dimensioni, con l’acquisizione dei contenuti dell’Agenda 2030.
Questi temi sono già presenti nel testo programmatico del 2012, che mantiene intatto il suo valore culturale, pedagogico e giuridico, ma richiedono ulteriori attenzioni e approfondimenti che vengono affidati alla ricerca e all'elaborazione curricolare delle scuole e degli insegnanti. Si tratta di dare, si legge nel testo presentato oggi, una ancor più concreta risposta all’istanza, già presente nelle Indicazioni nazionali, quando affermano che è “decisiva una nuova alleanza fra scienze, storia, discipline umanistiche, arti e tecnologia, in grado di delineare la prospettiva di un nuovo umanesimo.”
Il documento sarà ora consegnato alle scuole, sarà messo alla ‘prova sul campo’, sarà oggetto di consultazione e confronto con le istituzioni scolastiche e la comunità scientifica nazionale per un eventuale intervento di regolazione sulle Indicazioni nazionali. La Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione del MIUR assicurerà misure di accompagnamento avvalendosi della collaborazione del Comitato scientifico nazionale per Indicazioni. Saranno organizzati seminari nazionali su tre ambiti tematici: Cittadinanza e Costituzione, Cittadinanza digitale, Cittadinanza e sostenibilità. Saranno poi raccolte le esperienze più significative per costituire un archivio dinamico delle innovazioni metodologiche e didattiche, come base utile per alimentare la ricerca sul curricolo, la formazione in servizio e l’evoluzione delle Indicazioni.


22 febbraio 2018










lunedì 29 dicembre 2014

FUTURO IGNOTO - Conversazioni sull'era digitale

"Futuro ignoto. 
Conversazioni sulla nuova era digitale"
Pubblicato il nuovo libro di Philip Larrey, docente di Filosofia della conoscenza presso la Pontificia Università Lateranense
di Antonio Sabetta

(Zenit.org) - 
La consapevolezza di essere oggi sulla cuspide di una rivoluzione epocale e non congiunturale, la percezione della nostra pressoché totale inadeguatezza a conoscere e comprendere gli immani orizzonti nuovi che il progresso della tecnologia dischiude, l’ingestibilità evidente dei meandri complessi ed elitari dell’era digitale, provocano nell’uomo “ordinario” oggi un senso di spaesamento, di disagio, la sensazione di trovarsi in un mondo che rischia di diventargli sempre più estraneo e che non capisce più. 
I trapassi epocali sono permanentemente accompagnati da un forte senso di incertezza che si acuisce soprattutto quando, ed è il caso del momento attuale, i processi conoscono accelerazioni spaventose per cui quando ci sembra di aver capito qualcosa, la nostra percezione del reale e della rivoluzione tecnologica è già obsoleta; basti l’esempio della rete: ci stiamo appena abituando al web interattivo (il cosiddetto web 2.0) che siamo già entrati nel web 3, quello semantico. Il senso di ingestibilità dei processi, il loro non essere alla portata della maggior parte delle persone, la fluttuazione degli stessi processi e i loro repentini cambiamenti creano incertezza (non si sa più su che cosa basarci e appoggiarci), smarrimento ed anche la paura del futuro che rimane in radice un “futuro ignoto”. 
Ebbene il libro del prof. Philip Larrey, docente presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense e studioso di logica e del pensiero analitico nordamericano, costituisce un prezioso strumento in cui tutti coloro che desiderano capire di più la rivoluzione in atto e sentirsi più partecipi delle dinamiche che la definiscono, dei presupposti sottesi, delle potenzialità e dei rischi connessi al nostro tempo, troveranno indicazioni provenienti da chi, potremmo dire, ha le mani in pasta e vive in prima persona con il suo lavoro quello che realmente sta accadendo oggi.
Il volume raccoglie quattordici interviste realizzate dall’autore con altrettante figure che rivestono un ruolo significativo nei diversi settori disciplinari interessati dalla rivoluzione tecnologica e digitale. Come si potrà notare considerando le tematiche, tutti gli aspetti della vita e della società sono profondamente interessati e coinvolti. Di primo acchito quando pensiamo alla tecnologia pensiamo subito a settori come l’ingegneria, l’informatica, le comunicazioni. Un po’ meno pensiamo a settori come la medicina, il mondo militare o addirittura a discipline come la filosofia e la pedagogia. Invece non c’è ambito che possa sottrarsi all’influsso profondo della rivoluzione odierna, tanto da cambiarne assetti e da farne ripensare l’identità. Proprio perché a parlare sono persone che conoscono il presente, nei diversi interventi anzitutto si rifugge da un atteggiamento ingenuo, quello che ci spinge ad esser o apocalittici (e dunque a vedere solo rischi sproporzionati ai benefici) o integrati (e dunque incapaci di discernere e ammettere le problematicità), per calarci invece nei fenomeni onde coglierne le dinamiche più profonde, oltre quello che si vede e che è immediatamente fruibile. 
Ci sono elementi davvero complessi che pongono questioni etiche ed epistemologiche sull’identità dell’uomo, sulla natura del bene, su che cosa sia giusto fare o da evitare. Pensiamo al discorso della genetica, dell’intelligenza artificiale, al rapporto uomo-macchina e naturale-artificiale. Se è vero che le macchine parlano di noi, non sarà anche possibile che le macchine parlino a noi riuscendo persino meglio di noi nella semantica oltre che nella sintattica (cf l’esempio della stanza cinese di Searle)? Pensiamo all’utilizzo delle macchine e del loro potenziale in ambito medico (dalle strumentazioni sempre più complesse per diagnosi con ridotto margine di errore, alle nanotecnologie, alla terapia genica, alle staminali ecc) o in ambito militare; è il caso dei droni che se aiuteranno le consegne di Amazon – come sta già accadendo – pongono anche seri problemi quando usati in ambito militare, visto che la macchina non è chiamata solo ad eseguire manovre ma deve anche prendere decisioni. Certo, nonostante i rischi la rivoluzione tecnologica ha reso migliore la nostra vita, basti pensare all’industria, all’agricoltura: macchine nuove aumentano la produttività e cambiano il modo di lavorare, per non parlare della genetica applicata alle produzioni.
Ovviamente è importante un approccio realista e non a caso l’autore nella sua introduzione invita a superare il modo mitico di pensare le macchine autonome, come quando si ritiene che essendo le tecnologie fatte dagli uomini questi saranno sempre loro superiori, o l’idea che la pericolosità di una macchina si possa risolverla semplicemente spegnendola, o che le macchine autonome non potranno mai guardare all’essere umano come un nemico, o l’insostituibilità degli uomini nel loro lavoro. Su quest’ultimo aspetto tutti gli esperti concordano che le macchine potranno assumere i ruoli degli uomini ma mai rendere gli uomini inutili.
Le visioni fantascientifiche di film come I Robot, AI, Il tagliaerbe, il recente Her, attestano un fondo di verità che in parte è già realtà. Non resta quindi che entrare in queste diverse regioni del sapere e della vita presentate da esperti: industria (G. Gavioli), comunicazioni sociali (F. Gaudenzi), militare (M. Ludovisi), fisica teorica (C. Bini) e applicata (M. Morichi), filosofia (G. Basti) e pedagogia (F. Marcacci), paesi in via di sviluppo (C. Atuire), IT aziendale (S. Fulton), informatica in Italia (C. Bianchi), sviluppo software (M. Canzano), sistemi di sicurezza (F. Ramondino), endocrinologia (W. Wiermann) e chirurgia (R. Olmi).
Leggendo il testo ci faremo un’immagine più realistica del presente con la sua complessità e un’idea del futuro che sembrerà ancora incerto ma forse meno ignoto.
Ph. Larrey, Futuro ignoto. Conversazioni sulla nuova era digitale, IF Press, Roma 2014, 296pp.
Per ordinare il libro si può cliccare qui.

sabato 6 dicembre 2014

LE VIRTU' DEL VIRTUALE

Insegnare a grandi e piccini come navigare sul web con prudenza, fortezza, speranza... 

Parla il pedagogista Rivoltella



Nel digitale virtualmente. Esercitando le virtù. Possibile? Di più: doveroso. Ma come si coltiva la speranza nel web? Cosa significa essere prudenti? E come si può esercitare la fortezza o vivere la carità?
Sono le domande alla base del nuovo progetto dell’Università Cattolica, «Virtùalmente», una proposta che l’Istituto Toniolo di Studi superiori rivolge agli insegnanti, ai genitori, ai catechisti... a tutti gli adulti interessati a comprendere come sia possibile declinare al digitale le sette virtù della tradizione. Una proposta che si concretizza in un corso e in un concorso. Il primo rivolto agli adulti, il secondo anche – e soprattutto – agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle superiori. .....

Leggi: LE SETTE VIRTU' DEL VIRTUALE