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sabato 23 agosto 2025

LA DERIVA DELLA RETE


 «Serve una svolta 

sul piano educativo»


Le norme che puniscono l’utilizzo illecito del web e dei social ci sono ma il problema resta. Non è sufficiente varare leggi severe se non si affronta a monte il nodo di una trasformazione sociale, culturale e tecnologica ormai fuori controllo


-di RUBEN RAZZANTE

Nel cuore della civiltà iperconnessa, dove ogni individuo ha potenzialmente accesso a un palcoscenico globale e ogni gesto può diventare spettacolo, si sta consumando una crisi silenziosa e drammatica: la sistematica, crescente e ormai normalizzata violazione dei diritti della personalità in Rete. Non ci si riferisce a fenomeni nascosti negli angoli oscuri del dark web, ma a eventi che si svolgono quotidianamente alla luce del sole, sotto gli occhi distratti o consenzienti di milioni di utenti, spesso in diretta streaming, accompagnati da like, commenti, cuoricini e perfino da risate.

L’ennesima dimostrazione di questa deriva è arrivata pochi giorni fa dalla Francia, dove Raphael Graven, conosciuto in Rete come Jean Pormanove, è morto durante una diretta sulla piattaforma Kick. Graven, 46 anni, era diventato noto per i suoi contenuti estremi in cui si sottoponeva regolarmente a violenze fisiche e umiliazioni da parte di altri streamer. Una specie di spettacolo sadico in diretta, seguito da centinaia di migliaia di spettatori, nel quale il dolore e la degradazione venivano trasformati in intrattenimento. Nessuna regola ha impedito questo scempio, nessun codice etico ha filtrato la follia, nessun algoritmo è intervenuto a bloccare lo streaming di una morte. Eppure, le piattaforme hanno strumenti, mezzi e capacità per prevenire queste tragedie: sono capaci di riconoscere il volto di un utente, profilare le sue abitudini, suggerire contenuti con chirurgica precisione. Ma quando si tratta di intervenire per tutelare i diritti fondamentali della persona, tutto si fa improvvisamente complesso, vago, delegato all’autoregolamentazione.

Un altro episodio recente dimostra quanto sia fragile la linea che separa la libertà d’espressione dalla violazione della dignità umana: il gruppo Facebook “Meta Mia moglie”, dove migliaia di uomini condividevano immagini intime delle proprie compagne all’insaputa di queste ultime. Un gruppo chiuso, sì, ma neppure tanto nascosto, che per mesi ha prosperato indisturbato fino all’intervento tardivo della piattaforma, che lo ha rimosso solo dopo l’indignazione pubblica. Eppure dal 2019 in Italia esiste l’articolo 612 ter del codice penale che punisce il cosiddetto revenge porn, l’utilizzo illecito di materiale pornografico senza il consenso della persona ritratta. La norma c’è, la violazione anche, la piattaforma pure, ma il problema resta. Perché? Perché non è più sufficiente limitarsi a varare leggi severe se non si affronta a monte il nodo di una trasformazione sociale, culturale e tecnologica ormai fuori controllo. La verità è che questa deriva non nasce da un vuoto normativo, ma da un collasso etico e da un’economia dell’attenzione che premia gli eccessi, amplifica la morbosità e monetizza la violenza. La legge da sola non basta quando gli strumenti che governano l’infosfera sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, non per promuovere il rispetto reciproco. L’algoritmo non ha coscienza, ma chi lo costruisce sì. È per questo che la responsabilità non può più ricadere solo sull’utente o sul legislatore, ma deve investire anche le piattaforme digitali, che non possono più limitarsi a essere “ospiti neutri” del dibattito pubblico. Occorre imporre loro precisi obblighi di trasparenza e, soprattutto, di progettazione etica: gli algoritmi devono essere addestrati in funzione della tutela dei diritti fondamentali, e i criteri di selezione dei contenuti devono rispondere a logiche che non siano solo commerciali.

Serve una svolta anche sul piano dell’educazione: senza un grande investimento istituzionale nella formazione digitale, etica e civica dei cittadini fin dalla scuola dell’obbligo, ogni nuova generazione sarà più vulnerabile della precedente agli abusi, ai ricatti e alla spettacolarizzazione del dolore. Sensibilizzare è diventato urgente quanto normare: non basta sapere che esistono diritti, bisogna riconoscerli e pretendere che vengano rispettati. I luoghi della cultura, della scuola, dell’informazione devono tornare a essere spazi in cui si coltiva senso critico, empatia, rispetto.

La violazione dei diritti della personalità online non è un problema marginale, ma una questione che riguarda la salute democratica delle nostre società. Una comunità che si abitua a ridere di un uomo che muore in diretta o a spiare una donna a sua insaputa è una comunità che ha perso il senso della dignità umana. Il problema, quindi, non è solo giuridico, ma anche e soprattutto morale. Le norme esistono, e sono abbastanza aggiornate ai nuovi contesti digitali, ma non incidono se restano lettera morta o vengono applicate solo in casi eclatanti. Occorre invece una strategia integrata, che unisca legge, educazione, cultura e tecnologia per rimettere al centro il valore della persona. Altrimenti, continueremo ad assistere inermi a un’involuzione collettiva che non avviene nei meandri nascosti della Rete, ma sotto i riflettori accecanti delle nostre stesse coscienze digitali.

www.avvenire.it

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venerdì 5 luglio 2024

DEMOCRAZIA COMPUTAZIONALE

 


 La democrazia saprà  
essere resiliente 
alle nuove forme 
di potere computazionale?


-        - di PAOLO BENANTI*

   

Durante la Seconda guerra mondiale, per scopi bellici, furono sviluppati i primi computer: Colossus, creato a Bletchley Park nel Regno Unito e, negli Usa, l’Atanasoff-Berry Computer e l’Eniac.

 Nell’immediato dopoguerra a partire dagli anni ’50, l’introduzione dei transistor al silicio ha permesso la creazione di computer più piccoli, veloci e affidabili mentre i circuiti integrati, apparsi negli anni ’60, hanno ulteriormente ridotto le dimensioni e i costi, aumentando la funzionalità dei computer. Si inaugura così una stagione in cui si diffonde la potenza computazionale nella società. In quegli anni, questa distribuzione della potenza computazionale avviene confinandola in “mainframe”. Tuttavia, è la comparsa di una nuova corrente culturale che possiamo definire, ci si perdoni il gioco di parole, come Bit generation, che ha prodotto il profondo meccanismo di decentralizzazione dei decenni seguenti.

 La rivoluzione tecnologica si è nutrita dal seme della controcultura californiana degli anni ’60. Il centro di questo modo di vedere il computer e l’informatica è stato ed è la Silicon Valley, l’area compresa tra San Francisco e San José.

 È stato soprattutto l’ideale comunitario dei figli dei fiori, la loro indole libertaria, la voglia di allargare gli orizzonti e il disprezzo per l’autorità centralizzata a fare da asse portante per i fondamenti filosofici ed etici di Internet e dell’intera rivoluzione del personal computer. La rete si è avviata proprio verso il crepuscolo di quell’esperienza.

 La fine di questo processo di democratizzazione si è avuta verso la fine del primo decennio di questo secolo con l’avvento dello smartphone.

Nel momento in cui la potenza computazionale personale ha iniziato ad abitare le nostre tasche, ha iniziato anche a sottrarci una certa autonomia: lo smartphone ha bisogno di un sottostato invisibile e fondamentale, la rete, che ne garantisce l’operatività e che nutre il potere computazionale tascabile che abbiamo e “datifica” le nostre esistenze personali. Di fatto lo smartphone ha cominciato a interporsi in maniera sempre più massiccia fra noi e le cose che facciamo quotidianamente riconfigurando in termini di transazione digitale, la maggior parte degli atti che compongono la nostra quotidianità. Ma se la nostra esistenza e la nostra capacità di agire nello spazio pubblico si è riconfigurata in forma digitale, di fatto il nostro diritto e potere di cittadinanza è divenuto di fatto computazionale. Oggi le nostre esistenze democratiche sono esistenze computazionali. La democrazia divenuta computazionale sfrutta oggi anch’essa le potenzialità delle tecnologie informatiche per rendere più efficace e inclusiva la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche. Tuttavia, se il primo decennio del secolo si è concluso con le primavere arabe facendoci sperare che il digitale connesso fosse lo spazio dove si sarebbe diffusa e rafforzata la democrazia liberale, la fine del secondo decennio, con le rivolte di Capitol Hill, ci ha iniziato a far temere per il futuro della democrazia nello spazio digitale-computazionale.

 L’avvento delle intelligenze artificiali sta di nuovo cambiando l’orizzonte. I servizi dell’IA sfocano il confine tra potere computazionale personale e potere centralizzato nel cloud: nell’usare i nostri telefoni non sappiamo quasi più cosa viene eseguito in locale e cosa in cloud. Questa nuova forma di centralizzazione nei cloud però adesso con sé anche una centralizzazione della capacità computazionale personale associata alla democrazia. La domanda da affrontare allora sarà come rendere democratico il potere centralizzato del cloud e dell’AI evitando che la democrazia computazionale collassi in una oligarchia del cloud.

 L’esperienza d’uso dei computer è destinata a subire una nuova radicale trasformazione. Fin dall’inizio della storia del computer è stato l’uomo il collo di bottiglia nella relazione con la macchina. Nel 1975, con l’introduzione del sistema operativo DOS, abbiamo velocizzato la relazione con la macchina grazie alle tastiere. Nel 1985 i sistemi a finestre come Windows, ci hanno permesso di guadagnare velocità con il mouse. A partire dalla fine degli anni Novanta il touch è stato un ulteriore cambio di relazione. Oggi ci sembra di aver raggiunto la più naturale e veloce delle interfacce: il linguaggio umano. Musk continua a sognare frontiere più veloci con i suoi impianti cerebrali. Di fatto infondere i sistemi operativi con dei Large Language Model (LLM) eseguiti in locale è una rivoluzione nell’interfaccia e nella velocità di utilizzo della macchina: mai come ora possiamo dire cosa fare alla macchina come faremmo con un nostro simile e siccome la capacità di cooperare tra membri della nostra specie è alla base della nostra ascesa planetaria come specie dominante, non pochi iniziano a sognare un futuro fatto di utopie o distopie al confine dell’ibridazione tra uomo e macchina.

 Uno degli aspetti più preoccupanti di questa nuova frontiera dell’interazione con la macchina è l’enorme ampliarsi della superficie di attacco cyber. Poter far eseguire dei processi al computer mediante comandi linguistici significa di fatto trasformare gli LLM in agenti in grado di compiere operazioni sul computer: dei maggiordomi elettronici. Se fino ad oggi gli hacker potevano entrare nei nostri sistemi e prelevare dati, cancellarli o criptarli per chiedere riscatti o usare il nostro computer per fare attacchi verso altri computer, cosa saranno in grado di fare oggi? Con la stessa efficienza con cui aiuta noi, il nostro maggiordomo può trovare tutte le nostre informazioni compromettenti e comunicarle al malintenzionato.

 La democrazia saprà insomma essere resiliente a queste nuove forme di potere computazionale?

*Francescano. Docente di etica e bioetica. Etica della tecnologia e Artificial Intelligence, neuro-etica e post-umano. componente del New Artificial Intelligence Advisory Board delle Nazioni Unite, capo della Commissione Nazionale sull'Intelligenza Artificiale per l'informazione.

 www.avvenire.it

 

lunedì 10 giugno 2024

PATTI EDUCATIVI e FORMAZIONE


 Scendere a patti 

con la formazione 

lavorando in rete





Ci interroghiamo spesso su quale sia il futuro della scuola e la recente pandemia ci ha portati a porci qualche domanda nuova in merito. Tra le risposte che il sistema educativo e sociale ha saputo dare c’è la valorizzazione in chiave forse più consapevole di uno strumento pedagogico già noto: i patti educativi di comunità. Cosa possono darci in un futuro non più turbato dall’emergenza?

Abbiamo avuto occasione più volte di parlare dell’importanza del legame dei giovani con la comunità scolastica alla quale appartengono, nella quale si sperimentano come cittadini attivi e consapevoli e a partire dalla quale si proiettano verso il futuro.

La recente esperienza di isolamento dovuta alla pandemia – ormai fortunatamente alle spalle – ci ha dato occasione per riflettere una volta di più sulla funzione della scuola come spazio sociale, al quale si partecipa con quelle competenze fondamentali che in modo formale e non formale qui si apprendono.

A partire da queste constatazioni ci dobbiamo porre allora una domanda piuttosto impegnativa: come valorizzare il ruolo sociale delle giovani generazioni in un’ottica di breve e di lungo periodo?

L’eterogeneità come forza educativa

È indubbio che i giovani, il cui numero si è ridotto per effetto della denatalità, sono un patrimonio da proteggere e valorizzare nell’interesse dell’intero tessuto sociale.

Per rispondere a questa esigenza di tutela e promozione il contrasto alla povertà educativa e il potenziamento delle opportunità formative sono sicuramente due assi portanti, sui quali investire per sollecitare e sostenere la partecipazione dei giovani alla vita delle comunità cui appartengono, a scuola come sul territorio.

In questo impegno è proprio la scuola ad avere un ruolo insostituibile e unico. Nessuna istituzione, infatti, ha come questa la possibilità e la capacità di raggiungere l’intera popolazione giovanile, accogliendola tra le sue mura per l’intero arco evolutivo indipendentemente da ogni fattore socio ambientale (famiglia d’origine, condizione sociale ecc.), in una prospettiva inclusiva che sempre più ne connota l’identità.

Quanto la formazione, sia didattica sia sociale e civica, che si riceve a scuola incide sulla capacità individuale di coinvolgersi in attività di partecipazione sociale in rapporto al livello di istruzione è dimostrato del resto da dati piuttosto evidenti relativi a tre ambiti di impegno: ambiente e diritti, associazioni culturali e ricreative, volontariato.

Fonte: Elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat

Le ragioni del rapporto tra questi fattori e la centralità del sistema scolastico si comprendono facilmente se si considera come i bambini e i ragazzi nell’ecosistema scuola – tutt’altro che semplice! – siano chiamati a rapportarsi direttamente e indirettamente con figure diverse: i compagni, i docenti, i dirigenti scolastici, il personale scolastico, i genitori.

Inoltre si confrontano spesso anche con altre esperienze che intervengono in vari modi nella loro formazione: progetti specifici proposti dall’esterno, iniziative aperte al territorio, ecc.

Questa eterogeneità è sicuramente stimolante ma può porre un altro interrogativo: come rispondere alla complessità che ne può derivare garantendo continuità educativa e formativa ai nostri giovani?

I patti educativi come modello formativo

Una risposta efficace è nei patti educativi di comunità, il cui valore pedagogico è già noto e riconosciuto da molti anni ma che con la recente pandemia hanno avuto occasione di affermarsi una volta di più per la loro rilevanza educativa e sociale.

Pensare l’azione educativa e formativa come un patto intorno al quale si aggrega l’attenzione di soggetti diversi (scuole, famiglie, gruppi con diverse caratteristiche) ma tutti orientati a promuovere il benessere dei giovani significa agire su due piani ugualmente importanti:

  • costruire reti collaborative che fanno delle specifiche differenze un valore aggiunto e non un motivo di frammentazione
  • organizzare ambienti formativi in cui si acquisiscono conoscenze e competenze coinvolgendo i ragazzi attraverso un fare attivo al quale ciascuno può partecipare con il proprio stile di apprendimento

Rendere i ragazzi parte attiva di un’alleanza educativa vuol dire per loro avere la possibilità di acquisire una consapevolezza sempre maggiore del proprio processo di apprendimento.

Sul versante scuola dare vita a un patto implica sperimentare modelli pedagogici alternativi e metodologie d’azione differenti da quelli basati su schemi consolidati, per individuare strumenti teorici e operativi sempre meglio rispondenti ai bisogni formativi di giovani impegnati nel compito non sempre agevole di costruire il proprio percorso di vita.

Approfondimenti


 

giovedì 27 aprile 2023

LA RETE SENZA VERITA' FA L'UOMO NICHILISTA

Per il filosofo Han il problema non sono fake e menzogna, ma l’apparire di un mondo autoreferenziale, senza riferimento ai fatti concreti e senza alterità.

Un contesto privato della carne, del suolo e dei codici di natura diventa muto e non offre più occasione di ascolto: quello che conta è ciò che è utile al singolo utente.


- di SIMONE PALIAGA

 In questo periodo ChatGpt, l’intelligenza artificiale generativa con cui è possibile intavolare una conversazione, attraversa le cronache, soprattutto dopo che il garante per la privacy ne ha bloccato l’accesso dall’Italia. Si tratta però solo dell’aspetto più visibile di un fenomeno che accompagna le vite quotidiane ogni giorno. Con l’intelligenza artificiale e il mondo dei dati trasformati in informazioni conviviamo quotidianamente, oramai, sia che si usi un navigatore sia con i chatbot delle piattaforme o i consigli commerciali che fanno capolino sulle pagine web durante la navigazione. Senza contare l’uso che viene svolto dall’intelligenza artificiale sui social, che, peraltro, diffondono immagini, come quella di Vladimir Putin in manette o di Donald Trump strattonato dalla polizia. Immagini di cui diventa difficile stabilire la veridicità. Starebbe qui il cuore della svolta della digitalizzazione, secondo quanto scrive il filosofo coreano naturalizzato tedesco, Byung-Chul Han in Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, pagine 80, euro 12,50). Ne deriverebbe un nuovo nichilismo in cui «è la stessa distinzione tra verità e menzogna a essere minata». 

A trovarsi al centro di questo nuovo nichilismo è la de-fatticizzazione della realtà. Infatti, per Han, «le fake news non sono menzogne: esse attaccano la fatticità stessa». Il problema dunque non è la menzogna, che riconosce la verità ma la distorce e se ne discosta. Il problema è invece l’apparire di un mondo in cui non si prevede alcun riferimento a fatti e a verità fattuali. E questo genera una crisi della verità. Uno degli aspetti più visibili da cui deriva la crisi della verità è la fruizione autistica dei contenuti, il rafforzamento autoreferenziale delle proprie convinzioni e opinioni. Questo esito è dovuto anche ai cosiddetti bubble filter, che fanno trovare sui profili solo quanto è coerente con le idee dell’intestatario escludendo ogni prospettiva di alterità. Da non ingenuo indagatore delle dinamiche che condizionano il mondo attuale Han è ben consapevole che all’origine della deriva che mina il valore della verità fa capolino una dinamica non riconducibile esclusivamente alla digitalizzazione. 

«La personalizzazione dei risultati delle ricerche e dei news feed - precisa il filosofo - è responsabile solo in minima parte di questo processo degenerativo. L’auto indottrinamento o l’auto propaganda avviene già offline». E il pensatore non tarda a mostrare come a essere responsabile della crisi della verità «non sia la personalizzazione algoritmica della Rete bensì la sparizione dell’altro, l’incapacità di ascoltare». Per Han quindi il processo di “defatticizzazione” della realtà, vale a dire la perdita di fiducia nei fatti, è l’esito di un processo non imputabile al processo di digitalizzazione, con tutti i suoi corollari, algoritmi, intelligenza artificiale, web, social  network, bubble filter e via enumerando. L’eclisse dei fatti, per il pensatore tedesco, sarebbe legata a un livello ulteriore, l’estinzione dell’altro. «L’espulsione dell’altro - insiste il pensatore - rafforza la costrizione autopropagandistica a indottrinare se stessi con le proprie idee. Questo autoindottrinamento produce bolle informatiche autistiche che rendono più complesso l’agire comunicativo. Se la costrizione all’autopropaganda si accresce, gli spazi discorsivi vengono progressivamente sostituiti da ecochambers, nelle quali sento parlare soprattutto me stesso».

 La digitalizzazione non fa altro che rafforzare il processo di iperculturalizzazione, come Han la definisce in Iperculturalità (Nottetempo, pagine 130, euro 15). Con questo processo, precisa il pensatore, «la cultura diventa genuinamente culturale, anzi iperculturale, denaturandosi, liberandosi cioè tanto del “sangue” quanto del “suolo”, dei codici biologici e terreni. Tale denaturazione intensifica la culturalizzazione. Se è il luogo a caratterizzare la fatticità di una cultura ecco che iperculturalizzazione significa defatticizzazione della cultura». A questo punto il mondo diventa muto, non oppone più resistenza e dunque non offre più occasione di ascolto. Nell’Infocrazia attuale a predominare sarebbe un continuo riferirsi a informazioni costruite ad hoc sul profilo degli utenti, dalle quali viene escluso ogni riferimento a un mondo della vita condiviso. Gli unici elementi a contare sono quelli trasformati in dati ed elaborati in informazioni adatte al singolo utente, senza rendere possibile il riconoscimento della verità. Di qualsiasi verità, anche di quella intersoggettiva e condivisa, rendendo così il mondo uno spazio aperto al tribalismo.

 www.avvenire

mercoledì 11 maggio 2022

DARE UNA RETE ALL'AMBIENTE


Scuola e salvaguardia della Terra: 

"progetto giovani"

 per il risparmio energetico

Festa per l’ambiente e la solidarietà a Roma, il 13 maggio, per gli oltre 500 studenti in presenza e per tanti altri collegati in streaming dall’Italia e da altri 12 Paesi, che hanno partecipato nel corso di questo anno scolastico al progetto sul tema del risparmio energetico “Dare per Salvaguardare l’Ambiente in Rete” (DPSAR)

 -         di Anna Poce – Città del Vaticano

 Venerdì 13 maggio, alle ore 10.30, presso l’Aula Magna della Sapienza Università di Roma, si terrà l’evento “Dare una rete all’ambiente: una grande festa per la Terra”, organizzato dal Dipartimento di Scienze della Terra, dal Municipio Roma II e dall'associazione Nuove vie Per Un mondo unito. L’incontro rientra in un progetto di educazione al risparmio energetico e all'ecologia integrale per la salvaguardia dell'ambiente, dal titolo “Dare per Salvaguardare l’Ambiente in Rete” (DPSAR), patrocinato dal Dipartimento di Scienze della terra - Sapienza Università di Roma, dal Ministero dell’Istruzione (Programma Rigenerazione Scuola), dal Ministero della Transizione Ecologica, dall’Agenzia Spaziale italiana e dal Municipio Roma II. I ragazzi che hanno aderito al Patto di risparmio energetico, festeggeranno i risultati ottenuti nell’ultimo anno scolastico, assistendo a performance artistiche e prendendo parte a riflessioni collettive.

"Dare" per salvaguardare l’Ambiente in Rete

Per sensibilizzare gli studenti, ogni classe ha identificato nel corso dell’anno un progetto di solidarietà per la salvaguardia dell’ambiente e per la lotta alla povertà - un orto sociale a Nairobi, la piantumazione di alberi in un quartiere alla periferia di Mumbai, vivai nella Carice haitiana e così via -, e tramite una App dedicata ha compiuto azioni di risparmio energetico. Elena Pace, prima ideatrice del progetto, dell’associazione Nuove Vie Per Un Mondo Unito, promotrice di DPSAR, ha descritto questa iniziativa come “un gioco e un percorso educativo mirato ad affrontare l’emergenza impellente dei nostri giorni: salvaguardare la Terra e combattere le povertà, il degrado sociale e ambientale, riconnettendo l’essere umano con il Pianeta”. L’iniziativa, che educa i ragazzi ad un mondo green e solidale, secondo il vicepresidente del Municipio Roma II, Emanuele Gisci, è stata “un’esperienza di successo accolta da tante classi, dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti che hanno affiancato gli studenti insieme alle famiglie”. La speranza ora è quella che sempre più studenti possano aderire al progetto, che ha già raggiunto più di 15 mila giovani, per perseguire “gli obiettivi - ha affermato il professor Maurizio Del Monte, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra - che insieme vogliamo raggiungere”. Obiettivi ispirati a quelli dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Oltre all’Italia – si legge nel comunicato stampa -  sono coinvolte scuole di altri 12 Paesi - Kenya, Burundi, Benin, Madagascar, Congo, Sudafrica, India, Pakistan, Brasile, Colombia, Haiti e Repubblica Domenicana – in un’alleanza che diventa ogni giorno più ampia e più forte e che continuerà la propria missione anche il prossimo anno scolastico.

L'incontro potrà essere seguito da tutti in streaming sul canale YouTube Focolaritalia, dalle ore 10.30 alle ore 13.30.

Vatican News



lunedì 7 febbraio 2022

8 febbraio - SAFER INTERNET DAY


 Safer Internet Day, martedì 8 febbraio al Ministero dell’Istruzione le celebrazioni della Giornata mondiale dedicata all’uso positivo di Internet. 

Apre l’intervento del Ministro Bianchi. I dati: diminuiscono le ore passate online, maggiore attenzione alla sicurezza

 Martedì 8 febbraio in tutto il mondo si celebrerà la Giornata mondiale per la sicurezza in Rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea. L’appuntamento con il Safer Internet Day, accompagnato dal consueto slogan “Together for a better Internet”, prevede un fitto programma di iniziative organizzate dal Ministero dell’Istruzione, coordinatore del progetto “Generazioni Connesse”, il Safer Internet Centre, Centro italiano per la sicurezza in Rete. L’evento nazionale si terrà al Ministero, alle ore 10.00, vedrà la partecipazione del Ministro Patrizio Bianchi e potrà essere seguito in diretta sul canale YouTube del MI.   

Generazioni connesse

In tutta Italia si svolgeranno poi attività promosse con i principali partner di “Generazioni Connesse”: l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Polizia di Stato, Telefono Azzurro e Save the Children. Sul web il racconto della giornata sarà accompagnato dagli hashtag #SID2022 e #SICItalia. Sono previstiwebinar, dirette e interviste con esperti.  

Punto di partenza delle riflessioni che si svolgeranno durante la giornata dell’8 saranno i dati della ricerca realizzata da Generazioni Connesse, sulla quantità e sulla qualità delle ore passate in Rete dalle ragazze e dai ragazzi in Italia. Si riduce il tempo trascorso online dai più giovani: il 42% delle e degli intervistati dice di stare collegato dalle 5 alle 10 ore al giorno, contro il 59% dello stesso periodo dell’anno scorso. Le ragazze e i ragazzi che si dichiarano “sempre connessi” scendono dal 18% del 2021 al 12% del 2022, complice anche il graduale ritorno alla normalità dopo le restrizioni del periodo più difficile della pandemia. In quest’ultimo anno è aumentato il numero di quanti e quante dichiarano di essere più informati sui rischi della Rete: il 55% dei giovani sostiene di aver ricevuto indicazioni sulla sicurezza online, soprattutto dai docenti.  

Gli appuntamenti 
Al Ministero dell’Istruzione, la mattina dell’8 febbraio, istituzioni, decisori politici ed esperti collegati si incontreranno con i giovani delle scuole secondarie di primo e di secondo grado, per approfondire le tematiche del Better Internet for Kids Policies, ovvero opportunità e criticità connesse al mondo delle tecnologie digitali. Tra i presenti, ci saranno anche i giovani “attivisti” dello Youth Panel, composto dai ragazzi di scuole iscritte a Generazioni Connesse in quanto rappresentanti di azioni virtuose italiane relative all’uso delle nuove tecnologie.  
A seguire, ci saranno due webinar formativi, realizzati dagli esperti del Safer Internet Centre, dedicati a docenti e studenti: si parlerà di digital storytelling e web reputation, di nuove proposte didattiche per la cittadinanza digitale, di opportunità e rischi della Rete. 

La ricerca   
Meno tempo speso online e maggiore consapevolezza dei rischi in cui si può incappare sul web. Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’annuale ricerca condotta da Generazioni Connesse, in collaborazione con Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e Sapienza Università di Roma – CIRMPA, in occasione del Safer Internet Day 2022, su un campione di 2.472 studenti di scuole secondarie di primo e secondo grado.  
Se, infatti, tra il 2019 e il 2020 era più che raddoppiata la percentuale di coloro che raccontavano di essere connessi dalle 5 alle 10 ore al giorno - passando dal 23% al 59% - nell’ultimo anno il dato ha iniziato lentamente a tornare sui livelli pre-pandemia fino alla più recente rilevazione secondo cui il 42% dei ragazzi è stato collegato al web per un tempo medio così lungo.  
Meno ore su Internet anche per coloro che si dichiarano “sempre connessi”, che scendono dal 18% rilevato nel 2021 al 12% della prima rilevazione del 2022. Il restante 46% degli adolescenti coinvolti nella ricerca, invece, stima di passare online meno di 4 ore al giorno, contro il 23% complessivo di 12 mesi fa. 
Aumenta la consapevolezza dei ragazzi e, in particolare, di quanti sfruttano le conoscenze acquisite sui meccanismi della Rete per aiutare i coetanei in difficoltà: nell’ultimo anno, il 95% degli studenti coinvolti nella ricerca dichiara di aver sostenuto ragazze e ragazzi della propria età con consigli e suggerimenti per migliorare la loro esperienza nella dimensione digitale. I più diffusi? Evitare di condividere online dati sensibili, fare attenzione alle persone conosciute in Rete, non diffondere foto e video privati sul web, non condividere informazioni sensibili su altre persone senza il loro consenso, verificare l’attendibilità di chi ci manda link prima di aprirli. Interventi quantomai utili, visto che pur crescendo la consapevolezza sulle potenzialità e sui rischi della Rete, fenomeni come il sexing o il cyberbullismo sono tutt’altro che sconfitti. Solo negli ultimi 2-3 mesi, il 24% degli intervistati racconta di aver scambiato proprie immagini intime, mentre il 7% dichiara di essere stato vittima di atti di cyberbullismo, a cui si aggiunge un 2% di cyberbulli e un 21% di spettatori di tali atti. 
Tra gli effetti positivi che il lento ritorno alla normalità sta avendo sulla vita digitale delle nuove generazioni c’è anche una spiccata attenzione per i temi della sicurezza online. Nell’ultimo anno, più della metà dei ragazzi (55%) dice di aver ricevuto indicazioni e informazioni utili per difendersi dai pericoli della Rete. Un dato quasi doppio rispetto a dodici mesi fa, quando appena il 29% affermava di confrontarsi su tali argomenti. Fondamentale il ruolo della scuola: la maggiore diffusione della cultura digitale è dovuta in gran parte all’azione svolta dai docenti. Le studentesse e gli studenti che hanno ricevuto insegnamenti sulla sicurezza online dai loro insegnanti sono passati dal 12% di un anno fa al 31% attuale. Il 68% delle ragazze e dei ragazzi però non ha mai sentito parlare del nuovo regolamento per il trattamento dei dati personali, il GDPR, entrato in vigore nel 2018 e si dichiara preoccupato in merito alla possibilità che i siti web visitati possano condividere le loro informazioni personali con altri. Simili percentuali vengono riportate anche rispetto al tracciamento di cosa fanno online (un po’ preoccupato 52%; molto preoccupato 39%) e a possibili usi non autorizzati dei dati forniti (un po’ preoccupato 65%; molto preoccupato 23%).   

La campagna di comunicazione “Il mese della Sicurezza in Rete” 
Con il SID 2022 partirà la sesta edizione della campagna “Il Mese della Sicurezza in Rete”. Durante tutto il mese di febbraio le scuole interessate a partecipare ad attività formative e di sensibilizzazione relative all’uso consapevole degli strumenti digitali potranno trovare informazioni relative agli eventi organizzati da associazioni, istituzioni ed aziende sul sito www.generazioniconnesse.it/site/it/2022/02/08/sid-safer-internet-day-2022/. 

Le attività social potranno essere condivise con l’hashtag #laretesiamonoi.  

Le scuole protagoniste 

Tutte le scuole potranno offrire un contributo durante tutto il mese di febbraio. Sarà possibile caricare online gli eventi realizzati per la giornata e durante tutto il mese, sul sito www.generazioniconnesse.it al seguente link https://www.generazioniconnesse.it/site/it/iniziative-e-lavori-delle-scuole/ 

Nel corso degli anni, il Safer Internet Day (SID) è diventato un appuntamento atteso per tutti gli operatori del settore, le istituzioni, le organizzazioni della società civile. Per informazioni relative agli eventi organizzati in tutto il mondo è possibile consultare il sito della Commissione Europea dedicato alla  giornata: https://www.saferinternetday.org/. 



 

martedì 20 luglio 2021

UNESCO. UNA RETE PER LE SCUOLE

Si è svolto lo scorso 15 luglio, in modalità telematica, il “Meeting with National Commissions on UNESCO Associated School Project NetWork and UNITWIN/UNESCO Chairs Programme”, i cui lavori sono stati introdotti dal Direttore del progetto “The future of learning and innovation team”, Sobhi Tawil.

Il Direttore, nel ribadire l’importanza delle innovazioni tecnologiche nel campo educativo, ha richiamato il progetto “Future of Education Learning to Become”, iniziativa di punta dell’UNESCO, intesa a favorire la collaborazione e la condivisione di azioni per allineare i sistemi educativi ai cambiamenti sociali, tecnologici e didattici dei nostri tempi. A tal proposito si è detto molto favorevole all’ipotesi di una collaborazione sinergica attraverso una piattaforma di lavoro condivisa tra i due principali programmi educativi dell’UNESCO: la Rete delle Scuole Associate all’UNESCO (ASP.net) e la Rete UNESCO UNITWIN, dedicata alle università.

 La proposta di realizzare una nuova piattaforma che favorisca l’interazione, lo scambio di esperienze e che consenta agli studenti dei primi cicli di studio di arricchire le proprie conoscenze e iniziare i contatti con i futuri percorsi educativi, ha trovato appoggio da parte della Coordinatrice Internazionale della RETE ASP.net, Julie Saito.

 La Saito, nel fare un quadro delle principali attività delle scuole della Rete ASP.net, ha ricordato la partecipazione delle scuole della Rete a importanti progetti sul tema dell’intercultura e sul futuro dell’educazione.

 Nel sottolineare l’importanza del confronto e della comunicazione per il miglioramento dei percorsi educativi, ha messo a disposizione la piattaforma Tools For ASP.net (OTA). L’iniziativa ha trovato pieno appoggio anche da parte della Rete UNITWIN/UNESCO Chairs, rappresentata da Inga Nichanian.

 A favore della proposta i rappresentanti delle Commissioni Nazionali intervenuti all’incontro, che hanno manifestato la propria volontà a collaborare in maniera fattiva per il successo di questa nuova e interessante opportunità educativa.

  Unesco

 

 

venerdì 29 settembre 2017

BAMBINI IN RETE .... SOLI NELLA GIUNGLA!

Le tecnologie inseguono i piccoli ma (quasi) nessuno si preoccupa di proteggerli

 di Gigio Rancilio
Fingono di non vederli. Fingono che non esistano. Perché il problema è grosso. E occuparsene è tutt’altro che facile. Stiamo parlando dei milioni di bambini che hanno un profilo social. E che ogni giorno accedono a contenuti multimediali «adulti». Dove violenza, odio, scurrilità e sesso spesso la fanno da padrone.
Ufficialmente per aprire un profilo social bisogna avere almeno 13 anni. Lo prevede la legge americana, alla quale Facebook, YouTube, WhatsApp, Snapchat e Twitter si rifanno. Solo in Italia (fonte We Are Social) gli iscritti a Facebook tra i 13 i 17 anni sono 1 milione 130mila. Quanti siano a livello mondiale non lo sa di preciso nessuno.
A giorni arriverà in libreria “Nasci, cresci e posta - I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?”, un volume di Città Nuova, scritto dal giornalista e collaboratore di Wired Simone Cosimi e dallo psicoanalista e psicoterapeuta Alberto Rossetti. Citando lo studio The Cyber Effect di Mary Aiken, cyberpsicologa forense e professoressa aggiunta all’University College di Dublino e al Geary Institute for Public Policy, nonché consulente dello European Cyber Crime Centre dell’Europol, «un quarto dei bambini fra i 9 e i 10 anni, e la metà di quelli fra gli 11 e i 12 anni, usano Facebook». Ovviamente lo fanno mentendo sulla loro età. L’accesso a YouTube, che è di fatto un social, è ancora più facile. 
Per vedere la maggior parte dei contenuti non serve nemmeno iscriversi. E basta cliccare anche su un titolo innocuo come «Peppa Pig» per trovarsi tra i video correlati filmati con parodie sboccate che a loro volta rimandano a video non adatti ai bambini. Insomma, siamo sempre alle solite. Le tecnologie inseguono i bambini perché sono il futuro. Perché è facile trasformarli in consumatori «bisognosi » di un nuovo gadget, una nuova bambola o un nuovo hoverboard da 300 euro. Li vogliono. Perché producono fatturato. Ma non vogliono lavorare per creare aree protette adatte a loro. E quando annunciano «YouTube a misura di bambini » lo fanno più per immagine che non perché sono interessati davvero a proteggerli. Non è un caso che non sappiamo neanche quanti bambini ci sono sui social, cosa fanno e con chi interagiscono.
Possibile che nemmeno la politica se ne interessi? In realtà il 16 dicembre 2015 i governi dell’Unione europea, insieme con l’Europarlamento, hanno stabilito di portare da 13 a 16 anni il limite per iscriversi a Facebook, Snapchat, Instagram e gli altri social (e persino per aprire una casella di posta elettronica). Tuttavia, hanno deciso «di attribuire la facoltà alle singole nazioni di conservare la soglia attualmente in vigore se lo riterranno opportuno».
Il nuovo Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali è entrato in vigore il 24 maggio 2016 ma diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018. Dal 2018, termine ultimo per il recepimento da parte dei singoli Stati, per iscriversi al social network fondato da Mark Zuckerberg potrebbe non bastare più avere tredici anni come previsto ora. Quella che sembra un’ottima notizia, contiene però un problema non da poco: non è chiaro chi dovrà vigilare in merito e quali saranno le eventuali sanzioni. E c’è da scommettere che, per calcolo o anche solo per pigrizia, la maggior parte dei Governi terrà il limite attuale dei 13 anni.
               A confermarci l’importanza di questo che è e resta uno scandalo c’è la dichiarazione di Simon Milner, policy director di Facebook per il Regno Unito, Medio Oriente e Africa che confessò al The Guardian: «Facebook non ha una soluzione per risolvere questo problema». Tanto, come si dice, sono bambini. A chi interessa tutelarli? Per fortuna ci sono sacerdoti come don Di Noto che da anni operano in questa direzione. Don Fortunato ha scritto anche una lettera aperta ai bambini digitali. La trovate qui: https://buff.ly/2xI6sDW .

www.avvenire.it

lunedì 25 settembre 2017

#SUPERERRORI: 6 SETTIMANE PER UN WEB SICURO

Sette personaggi, uno per ogni rischio della Rete, protagonisti della miniserie del Safer Internet Centre coordinato dal Miur
Spot su Rai, Mediaset, Sky e La7
Dal 25 settembre al 5 novembre, in concomitanza con l’avvio del nuovo anno scolastico, i #Supererrori tornano ad essere i protagonisti della campagna sulla sicurezza in Rete promossa da Generazioni Connesse, il Safer Internet Centre (SIC) italiano, cofinanziato dalla Commissione Europea e coordinato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in partenariato con Polizia di Stato-Polizia postale e delle comunicazioni, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, Save the Children Italia Onlus, S.O.S. Il Telefono Azzurro, Cooperativa E.D.I., Movimento Difesa del Cittadino, Skuola.net, Agenzia Dire.
Sei settimane nel corso delle quali tornano i sette personaggi, uno per ogni rischio della Rete: Chat Woman, L’Incredibile Url, L’Uomo Taggo, La Ragazza Visibile, Silver Selfie, Tempestata e Il Postatore Nero. Scopriremo come si sono trasformati, quali comportamenti li hanno condotti alle loro disavventure e come evitare di commettere gli stessi errori. Nel corso della campagna saranno lanciati i sei nuovi episodi della miniserie “I Super Errori del Web”, avventure quotidiane e divertenti situazioni sulla sicurezza in Rete e sul corretto utilizzo di Internet. Durante la campagna, assisteremo alle conseguenze che ogni Super Errore vivrà a causa del comportamento rischioso adottato in Rete. Ogni personaggio identifica una tematica, tra cui, la privacy, l’uso delle immagini on line, il sexting e le false notizie.
Sui canali social di Generazioni Connesse (Facebook, Twitter e Instagram) ogni settimana conosceremo meglio i sette personaggi incontrati per la prima volta nella scorsa edizione del progetto. Ogni lunedì, a partire da oggi, si inizierà con la messa on line del video teaser della campagna precedente, per scoprire nei giorni successivi, attraverso una scheda di approfondimento pubblicata su Facebook, come si è evoluto il personaggio e quale comportamento sulla rete identifica. La settimana di programmazione on line si concluderà con un post sulle modalità utili per chiedere aiuto nel caso si viva una situazione simile a quella vissuta dai nostri #Supererrori.
A partire da giovedì 28 settembre, sarà on line il primo episodio della nuova miniserie e dal mese di ottobre, dopo una prima fase virale sui social network, la campagna “6 settimane per un web sicuro” approderà in televisione con passaggi sulle reti Rai, Mediaset, Sky e La7.
Il programma prevede: ...              Leggi: SUPERERRORI
da EDSCUOLA

venerdì 22 settembre 2017

LA DIDATTICA DELLE COMPETENZE


SCUOLE IN RETE PER LA DIDATTICA PER COMPETENZE

Oggi a Roma
 Seminario nazionale AIMC

Certificazione delle competenze e costruzione della rubrica di valutazione; compito autentico/compito di realtà; autobiografia cognitiva. Tre scuole italiane a confronto, oggi a Roma, per tirare le fila di un percorso di formazione condiviso che ha avuto come fulcro la didattica per competenze.
L'iniziativa formativa a cura dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC), coordinata dal responsabile nazionale della formazione AIMC Giacomo Zampella, ha coinvolto i docenti di tre istituti scolastici di Campania, Lazio e Toscana, con caratteristiche e bisogni estremamente diversi.
“Arriviamo a questo Seminario nazionale dopo un intenso lavoro di scambio e cooperazione tra l’AIMC e, soprattutto, istituti coinvolti, dirigenti scolastici e insegnanti” ha spiegato il presidente nazionale dell’AIMC Giuseppe Desideri intervenendo all’iniziativa.
“Questo Seminario nazionale traccia un primo bilancio su un percorso legato alla didattica per competenze che non si ferma certo qui. Siamo e continueremo ad essere impegnati a praticare e sperimentare attività di formazione che coinvolgano pienamente la professionalità docente in percorsi di ricerca-azione, perché soltanto in questo modo l'attività formativa può rappresentare una leva di miglioramento della didattica e della scuola in generale".
Il Seminario dal titolo “Sviluppare, mobilitare, certificare competenze. La parola alle scuole”, che si è svolto oggi presso l’IC Margherita Hack di Roma con la partecipazione in teleconferenza dei docenti di Arezzo e Napoli, ha consentito di evidenziare e mettere in relazione i punti di forza e le prospettive di sviluppo delle tre differenti esperienze. 
Hanno partecipato ai lavori, insieme ai dirigenti nazionali dell’AIMC, Maria D’Agostino, dirigente scolastico DD di San Sebastiano al Vesuvio (Na); Mario Di Maio, dirigente scolastico di Napoli; Cristina Giuntini, dirigente scolastico IC “Guido Monaco” di Castel Focognano (Ar); Rosa Musto, dirigente tecnico USR Lazio; Carlo Rinzivillo, dirigente scolastico IC “Margherita Hack” di Roma; le docenti Letizia Baldoni, IC “Margherita Hack” di Roma; Alba Mattesini e Teresa Pierallini, IC “Guido Monaco” di Castel Focognano, e Maria Rosaria Landino, docente DD di San Sebastiano al Vesuvio.
L’Ufficio stampa AIMC

Roma, 22 settembre 2017










Ufficio stampa AIMC - Clivo di Monte del Gallo, 48 - 00165 Roma - tel. 06634651 - fax 0639375903

martedì 14 dicembre 2010

E' POSSIBILE EDUCARE IN RETE?

Il Laboratorio "Animatori Cultura e Comunicazione" del Copercom (Coordinamento associazioni per la comunicazione, che comprende 28 realtà associative a livello nazionale) organizza giovedì 15 alle ore 21 un appuntamento online (in diretta su www.copercom.it) dal titolo: "Testimoni digitali. Come è possibile educare in Rete?". Ospite della serata sarà don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana. L’incontro vuole essere l’occasione per riflettere sul rapporto tra educazione e internet alla luce dei recenti fatti di cronaca: dai documenti diffusi da Wikileaks alla copertura mediatica della scomparsa di Yara Gambirasio.


La serata chiude il ciclo di incontri promossi dal laboratorio “Animatori Cultura e Comunicazione” del Copercom per l’anno 2010.