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sabato 21 marzo 2026

LA POESIA E LA PACE

 


 “Una parola 

che sa attendere tutti"

In un’intervista ai media vaticani, il cardinale De Mendoça, poeta e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, riflette sul legame tra l’arte poetica e la pace


-         - Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La poesia è una delle più profonde forme di ascolto. Nasce dal silenzio e forse richiede ai poeti di diventare, più che autori, interpreti capaci di entrare in sintonia con l’universale visibile e invisibile. Da questo misterioso dialogo con il creato prende forma la parola nella voce dei poeti, ma anche quella capacità di far spazio dentro di sé che rende la poesia un’educazione alla pace.
“Il battere d’ali di una farfalla – osserva il cardinale José Tolentino de Mendonça - o il battere d’ali delle sillabe in una parola accendono dinamiche di senso, di luce o di buio nel cuore umano. La poesia ci offre parole disarmate e anche disarmanti, perché lavora con la sorpresa. La poesia è propedeutica all'arte della pace”. Risuonano i pensieri del prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che nella Giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, risponde ad alcune domande sull’importanza di quest’arte per un’umanità sempre più minacciata dalla guerra. Il cardinale e poeta non ha dubbi: “La poesia è dalla parte della pace”.

Un patto con il futuro

Un antico legame avvicina l’arte poetica alla verità. “Come diceva Baudelaire - spiega il porporato -, la poesia pone il cuore a nudo e quella nudità del cuore, vicina alle grandi domande umane, costruisce approcci alla verità. Il grande poeta Paul Celan diceva: ‘Solo mani vere scrivono vere poesie’”. Nel turbinio della modernizzazione, la parola lirica segna la persistenza dell’umano. Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, Leone XIV ne richiama l’importanza: “Nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”. Da qui de Mendonça osserva: “L'algoritmo vive della ripetizione. È un meccanismo sonnambulo, meccanico, di riproposta dei passi fatti, mentre la poesia ci apre al cammino non percorso, al non ancora scoperto”. Questa ricerca della “parola non detta”, dell’inedito che abita il mondo, è una ricchezza: “Quando si comincia una poesia non si sa e quel non sapere è un capitale umano nella costruzione di noi stessi. Perché qual è il grande pericolo dell’algoritmo? Sottrarre all'uomo la capacità del possibile, di quello che ancora non siamo stati ma possiamo diventare nell'incontro, nella relazione, nel dono, nell'avvicinarsi misterioso a una soglia. E l'algoritmo parla sempre di ieri, la poesia ha un patto con il futuro”.

L’ardente solitudine dei poeti

Viva la poesia! scriveva Papa Francesco in un suo libro così intitolato e ricordava l’importanza di quest’arte per “essere umani” e anche il ruolo che essa ha nella formazione dei sacerdoti. Da questo spunto il cardinale nella sua risposta afferma che “nell'ardente solitudine di alcune biografie poetiche c'è una grande lezione” e fa riferimento al poeta portoghese Fernando Pessoa, che ha sofferto per rimanere sé stesso e ha vissuto ogni giorno “in una tensione permanente, cercando di ricondurre tutte le grandi esperienze vitali a una dimensione poetica, cioè a una dimensione di coscienza, di consapevolezza”. Il prefetto ha richiamato anche quando Papa Francesco, sul volo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone, ha osservato come dall’Oriente la società occidentale può imparare a “guardare anche poeticamente le cose”. Ha spiegato il cardinale: “La poesia è anche la lentezza, è anche la cerimonia davanti alla vita, è anche la venerazione, è anche la coscienza che siamo vicini alla sacralità nel quotidiano, è anche la valorizzazione della contemplazione e del silenzio. In questo senso la poesia può costituire un'educazione spirituale”.

Uno strumento educativo

Il 27 febbraio scorso, a conclusione degli esercizi spirituali, Leone XIV ha sottolineato il riferimento al Dottore della Chiesa san John Henry Newman e alla poesia Il sogno di Geronzio, “dove Newman – afferma il Papa – usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Questo santo, teologo e cultore della poesia, ha molto da insegnare. “San John Henry Newman ha un ruolo molto importante nella fondazione della modernità e si impegna molto nell'educazione per la pace dicendo che ogni generazione ha bisogno di ricevere dalla generazione passata una conferma, una conoscenza e deve gestire, metabolizzare quella eredità trasformandola in un'energia di visione, di progetto, di capacità di abitare in modo responsabile il mondo”. In questo senso anche la letteratura e la poesia sono risorse educative necessarie.

Una parola che nasce dal convivio con il silenzio

In un suo discorso tenuto di fronte ai giovani di Pordenone nel 1991, Senza conversione non c’è pace, David Maria Turoldo affermava che forse quello della pace è l’unico tema rivoluzionario fra tutti, ma anche il più difficile di tutti. Secondo de Mendonça “la pace ci insegna il noi, parla dell’umano come di un patrimonio comune” e qui sta la sua complessità, perché siamo spesso tentati di dividere, di contrapporre anche una lingua all’altra. La poesia, in questo senso, ci insegna che siamo tutti fratelli, perché va oltre le frontiere delle nazioni ed “esiste come un grande repositorio di umanità”. Aggiunge il cardinale: “La letteratura è una scuola dell'universale, perché valorizza l'universale e capisce che le grandi idee, le immagini più belle, veramente non hanno autore. Tanti poeti credono che la poesia è preesistente a tutte quelle forme, e noi possiamo sintonizzarci e ascoltarla. E questo ci parla di pace, perché non è la visione contrapposta o la rivendicazione di quello che mi appartiene, ma è la contemplazione, la meraviglia, l'affermazione di quello che appartiene a tutti, perché è un bene di tutti”.

Senza silenzio non c’è poesia

La parola poetica non può prescindere dal silenzio, che spesso tenta i poeti. “È una parola – conclude de Mendonça – che prima è stata fondata nel silenzio e dopo può germogliare. Nella parola poetica c'è ancora la risonanza del silenzio, perché il silenzio vuol dire l'ascolto, vuol dire l'ospitalità. Allora la parola poetica è una parola che conserva la sete e l'inquietudine della ricerca, abita la verità con umiltà, ma non la proclama, non la impone. Si lascia abitare dalla verità e fa silenzio. La poesia è la parola che attende, che sa attendere tutti”.

Vatican News

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LA POESIA, UN VALORE DA COLTIVARE

 


Poesia: 
un toccasana 
per mente
 e cuore


La Giornata Mondiale della Poesia si celebra il 21 marzo di ogni anno, istituita dall'UNESCO nel 1999 per promuovere la diversità linguistica, il dialogo interculturale e la diffusione della poesia. La data coincide con l'inizio della primavera, simboleggiando la rinascita della creatività e del pensiero. 

Ecco i punti chiave della ricorrenza:

  • Obiettivi: Sostenere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l'insegnamento della poesia, valorizzandola come forma d'arte essenziale.
  • Significato: Riconosce alla poesia un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo, della comprensione reciproca e della pace.
  • Eventi:

 In tutta Italia, il 21 marzo, si svolgono incontri, reading, contest e iniziative nelle biblioteche, scuole e spazi culturali.

  • Tema 2026: Le celebrazioni spesso si collegano al tema dell'immaginazione e alla forza espressiva della parola, come nel caso degli eventi previsti a Venezia e in altre città italiane. 

La Giornata Mondiale della Poesia è un invito a celebrare i poeti e a riscoprire la poesia come strumento di espressione potente e universale. 

 

La poesia, in alcuni casi considerata la Cenerentola della letteratura e in altri un’arte elitaria e lontana dalla vita quotidiana, nasconde un potere straordinario e può rivelarsi un toccasana per la salute mentale e fisica di chi la scrive e di chi la legge.


di Cristina Moretti

La poesia è un veicolo incantevole che può trasportare l’anima attraverso emozioni, riflessioni e immagini. Non è solo una forma d’arte, ma anche un mezzo di espressione personale e di connessione umana. Tuttavia, oltre al suo fascino estetico, la poesia ha dimostrato di avere profondi effetti benefici sia per coloro che la scrivono che per coloro che la leggono. Esploriamo insieme questo straordinario potere trasformativo.

Per chi le scrive o vuole provarci

Scrivere poesie è un atto di intima riflessione e creatività. Qui, nella quiete delle parole e delle metafore, gli autori trovano uno spazio sicuro per esplorare i recessi della propria anima. Tra i benefici che gli scrittori possono trarre dalla poesia c’è sicuramente la possibilità di trovare un canale attraverso cui esprimere la propria emotività. La poesia, infatti, offre uno sfogo emotivo senza restrizioni. Gli scrittori possono riversare le proprie emozioni sulla pagina, liberandosi del peso che potrebbero portare dentro di sé.

Può stimolare la creatività: la ricerca di parole, immagini e metafore per esprimere le proprie emozioni e idee richiede un esercizio creativo che può portare a nuove intuizioni e soluzioni in altri ambiti della vita. La poesia sfida i confini della grammatica e della struttura. Gli scrittori sono liberi di giocare con le parole, creare nuove forme e sperimentare con linguaggio e ritmo.

Favorisce, inoltre, l’introspezione e riflessione: immergersi nei propri pensieri e sentimenti attraverso la scrittura aiuta a conoscersi meglio e a dare un senso alle proprie esperienze. Scrivere poesie richiede un’attenta riflessione. Gli autori si immergono in questioni esistenziali, esplorando la bellezza e il dolore della vita, portando alla luce nuove prospettive e significati. Attraverso la scrittura poetica, gli autori possono scoprire nuovi aspetti di sé stessi. Esplorando le proprie esperienze, speranze e paure, possono acquisire una maggiore comprensione del proprio essere interiore.

Tra i vantaggi del cimentarsi nella scrittura ci sono anche la riduzione dello stress e il miglioramento dell’autostima: scrivere poesie può essere un modo per sfogare le emozioni negative e trovare sollievo dalle preoccupazioni quotidiane. Dare forma alle proprie idee e vederle tradotte in versi può aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Per chi le legge

La poesia non è solo per coloro che la scrivono; è anche per coloro che la leggono. Attraverso le sue sfumature linguistiche e le sue immagini evocative, la poesia offre una gamma di benefici a cui spesso non si pensa.

La poesia risveglia l’immaginazione e arricchisce il vocabolario: le immagini evocative e il linguaggio poetico trasportano il lettore in mondi nuovi e stimolano la fantasia. Essa espone a un linguaggio più ricercato e complesso, che può ampliare il bagaglio linguistico del lettore. Ne deriva un’importante stimolazione mentale: l’arte della poesia richiede una partecipazione attiva da parte del lettore. Interpretare le metafore, analizzare le strutture e immergersi nel linguaggio poetico stimola la mente e incoraggia la creatività.

La poesia è un vero e proprio esercizio per il cervello; attiva aree diverse del cervello rispetto alla prosa. Stimola il lato destro, coinvolto nella memoria autobiografica, mescolando esperienza sensoriale ed emotiva.

La poesia sa toccare le corde più profonde dell’animo umano, provocando commozione, gioia, riflessione. Immergendosi nelle parole del poeta, il lettore impara a calarsi nei panni degli altri e a comprendere le loro emozioni. Leggere poesie può aiutare i lettori a sviluppare una maggiore empatia e comprensione per gli altri. Attraverso le esperienze condivise nelle poesie, si crea una connessione emotiva che supera le differenze individuali.

Ispirazione idee per la propria crescita personale possono arrivare dalla lettura. Le poesie possono ispirare nuove idee, rivelare nuove prospettive e offrire conforto o speranza nei momenti bui. A volte fungono da specchio per l’anima. Leggendo le esperienze e le riflessioni degli altri, i lettori possono imparare più su se stessi e sulle proprie reazioni al mondo. Con le giuste parole e immagini, una poesia può trasformare la nostra visione del mondo. La sua capacità di trasmettere immagini e sentimenti supera altre forme letterarie.

Da non sottovalutare la sua capacità di creare comunità: leggere testi poetici ad alta voce dei testi poetici, spesso in occasione di slam, unisce competizione e arte. I concorsi di letture poetiche in diverse città coinvolgono molte persone, sia come lettori che semplici ascoltatori.

Per i più piccoli

Leggere poesie con i bambini e leggerle loro fin dalla più tenera età fornisce maggiori stimoli per le loro capacità di linguaggio. Giocando con le parole, i bambini migliorano le connessioni cerebrali e arricchiscono il proprio vocabolario.

La poesia è un’arte dalle mille sfaccettature che può donare benessere a chi la pratica. Che si scriva o si legga, la poesia può arricchire la nostra vita in modi inaspettati, come questi bellissimi versi di Alda Merini, una delle mie poetesse preferite.

Desiderio d’amore

Lei desiderava un sorriso 
una musica muta
una riva di mare
per bagnarsi
il suo amore impossibile.
I suoi piedi nudi e piagati,
i suoi meschini capelli.
Lei ignorava che il ricordo
è un ferro piantato alla porta,
non sapeva nulla
della perfezione del passato,
del massacro delle notti solitarie
non sapeva che il più grande
desiderio
è un niente
che s’inventa stranissime cose,
e vola come un’idea
verso l’enciclopedia
del Paradiso.
Sogna
su un altare di piombo
e frusta strampalati pupazzi
che non portano mai allegria.

(da “Io dormo sola”, Acquaviva, 2005)

ROCCA

giovedì 15 gennaio 2026

LA MONOGAMIA COME POESIA


Il vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia riflette sulla nota del Dicastero per la Dottrina della Fede sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca


di Antonio Staglianò*

Fermiamoci un attimo. Prima di archiviare mentalmente l’ennesimo “documento vaticano” sull’amore e il matrimonio come roba da sacrestia, da manuale di morale sessuale impolverato, proviamo a leggere questo: «Dimos vueltas y vueltas, / hasta que volvimos a casa otra vez, / nosotros dos» (“Abbiamo girato e girato, / finché non siamo tornati a casa di nuovo, / noi due”). Non è una canzone di Vinicio Capossela. È Wisława Szymborska, poetessa polacca, Premio Nobel. E queste righe — insieme a versi di Neruda, Dickinson, Montale — compaiono in pieno in Una caro, l’ultimo testo del Dicastero per la dottrina della fede firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández. Un atto rivoluzionario: la Congregazione che un tempo si chiamava Sant’Uffizio, quella dei silenzi e dei no, oggi cita poeti per spiegare perché “due” siano meglio di tre, quattro o dell’infinità liquida dell’amore contemporaneo.

Non siamo di fronte a un trattato di teologia. È qualcosa di più radicale: un manifesto culturale che prova a riabilitare la monogamia non come imposizione ma come esperienza di bellezza. E lo fa con un’arma segreta: la poesia. Perché i poeti? Perché — scrive il documento citando Papa Francesco — «la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e mette in cammino». Esatto: una spina. Non una carezza consolatoria ma un pungiglione che ti sveglia, che ti costringe a guardare in faccia il mistero dell’altro. La “Pop-Theology” può esultare e candidarsi a diventare ben presto una “disciplina teologica”.

La prima mossa intelligente di Una caro è spostare il dibattito dal piano del “dovere” a quello del “genio culturale”. La monogamia cristiana non è principalmente (solo) una legge naturale o un comandamento ma un fatto culturale generativo. Ha plasmato un modo di stare al mondo, di concepire la persona, la dignità, la reciprocità. Il documento parte da lontano, dal secondo capitolo della Genesi che non è un racconto ingenuo ma un “manifesto antropologico”. Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo». E crea non un clone, non un servo, ma un «aiuto che gli corrisponda», un Tu che gli stia di fronte, “occhi negli occhi”. È la nascita della relazione frontale, del dialogo, del riconoscimento. Non della fusione ma dell’incontro tra due libertà.

Questo è il primo contributo culturale del cristianesimo: l’invenzione della persona come fine. L’uomo e la donna non sono mezzi per la specie, per il piacere, per il potere. Sono fini in sé. E solo in un rapporto esclusivo a due questa dignità è custodita. San Tommaso, citato nel testo, è chiarissimo: «La poligamia trasforma l’amicizia tra uomo e donna in una relazione quasi servile». Dove ci sono più donne (o più uomini), qualcuno diventa inevitabilmente oggetto, strumento. La monogamia, allora, non è una limitazione della libertà ma la sua condizione di possibilità. Solo davanti a un unico volto puoi assumerti una responsabilità infinita. Come scrive Emmanuel Lévinas, filosofo amato anche dai teologi, il volto dell’altro ti comanda “non uccidermi”. Ti comanda di rispettare la sua alterità. La poesia, in questo, è maestra: ci ricorda che l’amato è sempre un mistero inviolabile. «Tus ojos me interrogan tristes … / Este corazón está tan cerca de ti como tu propia vida, / pero no puedes conocerlo del todo» (“I tuoi occhi mi interrogano tristi … / Questo cuore è tanto vicino a te quanto la tua stessa vita, / ma non puoi conoscerlo del tutto”).

Il documento non fa finta di vivere nell’Ottocento. Sa benissimo che oggi la monogamia è sotto attacco. Non solo per il divorzio facile o l’adulterio ma per l’e m e rg e re di modelli culturali espliciti che la negano: il “p oliamore ” (relazioni multiple e consensuali), le unioni aperte, la sessualità fluida. La risposta non è la condanna morale. È più sottile: offrire una narrazione più bella. Più avvincente. Più umana. Perché — chiede il testo — se le serie tv, le canzoni pop, i romanzi continuano a celebrare il “grande amore” unico e fatale, mentre nella realtà le relazioni si frantumano? Forse perché nell’immaginario collettivo sopravvive la nostalgia di un legame totale, esclusivo, che dà senso alla vita. La Chiesa, con questo documento, si fa curatrice di quella nostalgia. E usa i poeti come testimoni privilegiati. Neruda che scrive alla sua Matilde: «Yo voy a cerrar los ojos / y solo quiero cinco cosas, / cinco raíces preferidas. / Una es el amor sin fin … / La quinta cosa son tus ojos». “La quinta cosa sono i tuoi occhi”. Non “gli o cchi” ma “i tuoi occhi”. Quelli di quella persona unica, insostituibile. È il trionfo dell’unicità contro l’anonimato della moltiplicazione.

Il poliamore, suggerisce il testo, nasce da un’illusione ottica: pensare che l’intensità dell’incontro si moltiplichi con il numero dei partner. Ma è il contrario: come nel mito di Don Giovanni, il numero dissolve il nome. L’infinità quantitativa uccide la profondità qualitativa. La poesia, al contrario, celebra la profondità del singolo volto, della storia condivisa, del “noi” che diventa casa.

Qui arriviamo al cuore teologico del documento ma anche alla sua svolta più pop: il concetto di carità coniugale. Non è la “carità” delle suore di clausura ma l’amore quotidiano tra due che scelgono di costruire una vita insieme. Un amore che non cancella l’eros ma lo purifica e lo eleva. Papa Francesco, citato a lungo, lo descrive con i tratti di 1 Corinzi, 13: «la pazienza, la benevolenza, il non essere arroganti, il non tener conto del male». È l’amore che diventa arte della convivenza. E l’arte, come la poesia, richiede esercizio, disciplina, capacità di trasformare la materia grezza della vita in qualcosa di bello. La sessualità, in questa visione, non è un problema da controllare ma un linguaggio. Un linguaggio che, nel matrimonio, dice: «Io mi dono tutto a te, e accolgo tutto di te». Non è il sesso del consumo rapido, dell’usa e getta. È il sesso come parola incarnata della promessa fatta all’altare.

E qui il documento compie un altro passaggio geniale: difende il piacere sessuale come parte integrante dell’amore coniugale. Cita Karol Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II) quando scrive che «non è in alcun modo incompatibile con la dignità delle persone il fatto che il loro amore coniugale comporti un “piacere” sessuale». Anzi, il piacere, vissuto nel contesto di un dono totale, diventa espressione di gioia e gratitudine. È la fine del manicheismo sessuale che ha a volte afflitto la Chiesa: da una parte il sesso sporco, dall’altra l’amore puro. No, dice Una caro: l’amore vero unifica corpo e spirito. E la poesia, ancora una volta, ci aiuta a capirlo: quando un poeta descrive l’amore, parla di sguardi, di mani, di pelle, di silenzi, non di anime disincarnate.

Il documento sa che la monogamia non è un istinto primario. È una conquista culturale. E come tale va educata. Ma come si educa all’esclusività, alla fedeltà, alla pazienza? Anche qui la risposta è sorprendente: attraverso la bellezza. Attraverso storie, poesie, film che mostrano la grandezza di un amore che dura. Non imponendo regole ma facendo innamorare dell’ideale. La poesia, in questo, è un’allenatrice eccezionale. Ti insegna a vedere l’altro nella sua unicità. Ti allena a nominare le emozioni complesse. Ti offre un linguaggio per dire l’amore che va oltre il “mi piaci”. In un’epoca di relazioni digitali, di like e di chat effimere, la poesia è una palestra di profondità. Il documento cita Emily Dickinson: «Que el Amor lo es todo / es todo lo que sabemos del Amor» (“Che l’Amore è tutto / è tutto ciò che sappiamo dell’A m o re ”). È un verso geniale: non definisce l’amore, lo circonda. Lo evoca. Lo fa esperienza prima che concetto. È quello che serve oggi: non teorie sull’amore ma esperienze di bellezza che ci facciano dire: «Voglio quello».

Con Una caro la Chiesa fa una scommessa coraggiosa: invece di difendere la monogamia con argomenti legali o teologici pesanti, la racconta. La affida ai poeti. La mostra come un’avventura umanissima, faticosa, ma piena di senso. È un cambio di paradigma: dalla dottrina che spiega alla poesia che mostra; dal magistero che detta leggi al magistero che curva l’orecchio sul cuore dell’uomo e ne riporta i battiti più veri.

Forse, in un mondo di relazioni usa e getta, la monogamia non è un retrogrado arroccamento. È l’ultima forma di resistenza poetica. Resistenza alla banalizzazione dell’incontro, alla riduzione dell’altro a profilo, alla paura della profondità. Scegliere di essere “una sola carne” non è allora obbedire a un precetto. È comprare un biglietto per un viaggio poetico: quello che, attraverso la ripetizione quotidiana, la fedeltà, il perdono, trasforma due “io” in un “noi” capace di ospitare il mondo.

Come diceva un “poeta di Nazareth”, «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Forse, oggi, quell’amore comincia da due. E la poesia è la sua prima, insostituibile, lingua. Quanta bellezza in Una caro!

*Vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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mercoledì 3 settembre 2025

CAPRONI, TRA RICERCA E NEGAZIONE DI DIO

 Il poeta Giorgio Caproni (Livorno 1912 – Roma 1990) testimone delle inquietudini religiose del nostro tempo.


-      - di Giuseppe Oddone

 Intendo percorrere partendo dalla sua ultima opera postuma dal titolo di Res amissa (Cosa Perduta) il percorso o meglio il tormento religioso del poeta Giorgio Caproni, testimone della perdita di fede nella società del nostro tempo, e nello stesso tempo della inquietudine che causa l’assenza di Dio, nonostante tutto sempre cercato in una disperata ed incessante caccia intellettuale. Parto dalla poesia programmatica “Generalizzando” che ben indica la finalità dell’ultima raccolta: Tutti riceviamo un dono. Poi, non ricordiamo più né da chi, né che sia. Soltanto ne conserviamo – Pungente e senza condono – la spina della nostalgia.

E’ lo stesso Caproni che così commenta questi versi: “Puo’ capitare a tutti di riporre così gelosamente una cosa preziosa da perdere poi la memoria non soltanto del luogo dov’è stata collocata, ma anche della precisa natura di tale oggetto… Sarebbe questa volta la caccia al bene perduto. Un Bene del tutto lasciato ad libitum del lettore, magari identificabile, per un credente, con la Grazia visto che esiste una “Grazia amissibile” (che si può perdere) o con chissà che altro del genere”. Questo dono, tuttavia, non è un oggetto tangibile, ma qualcosa di più profondo e indefinibile collegato alla vita stessa, può essere per un credente o anche per un ex credente la presenza di Dio e il suo amore vissuto nella grazia, come suggerisce lo stesso poeta, oppure l’affetto di tante persone, o semplicemente un'occasione o una esperienza che ci ha positivamente segnato. Ma a un certo punto la nostra memoria fallisce: dimentichiamo sia il donatore sia la realtà donata e rimaniamo senza un punto di riferimento preciso. Ma non tutto è perduto. Rimane dentro di noi il calco negativo, il vuoto creato dallo stesso bene perduto, una sensazione, la struggente “spina della nostalgia”, che punge e ferisce. È una nostalgia "senza condono", che non è possibile eliminare. C’è in questa breve poesia molto di Sant’Agostino, il dottore della “grazia”, che non è conquista umana, ma dono divino che si può perdere; versi che ci rimandano al passo delle Confessioni: “Ci ha fatto per Te e il nostro cuore è inquieto, finché non trova quiete in Te”. Si manifesta nella vita un'inquietudine fondamentale, una sorta di vuoto interiore o di desiderio, che è parte della nostra stessa natura. Ma non potresti cercare Dio, se Egli non si fosse già reso presente in qualche modo dentro di te. Questo vuoto non può essere riempito da nulla di materiale o effimero, ma solo da un contatto personale con la sua fonte, cioè Dio. Esperienze di fede Caproni ha vissuto gli anni della sua infanzia in una educazione cristiana.

 E’ testimonianza di tutto questo un suo frammento poetico, datato 1985, dal titolo: La sera alla Foce (Frammento su un ricordo d’infanzia). Egli stesso racconta della sua devozione mariana in pagine bellissime, raccolte in Il mondo ha bisogno dei poeti. Intervista e autocommenti (1948-1990): “Da bambino, volevo tanto bene alla Madonna che, quando me ne regalarono una – tutta bianca, di gesso, forse una statuina della biancoceleste Madonna di Lourdes – mi venne addirittura voglia di costruirle una chiesuola”. La Madonna, stella del mare, cantata nella poesia, fa riferimento all’opera di un pittore francese che Caproni già da bambino conosceva e frequentava: Jean Bourillon, a cui sono dedicati i versi. Un giorno il poeta vide un quadro preparato dall’artista per una festa di Maria, venerata in Liguria in molti piloni devozionali e piccole cappelle sulla riva, con il titolo di Stella del mare. Questa esperienza gli rimase profondamente impressa. Poi la vita gli fece perdere il contatto con Dio, ma rimase sempre il ricordo di quel momento di fede e di grazia. La sera, alla Foce (Frammento di un ricordo d’infanzia) All’amico pittore Jean Bourillon, alla mia infanzia, in memoria La vedevo alta sul mare. Altissima. Bella. All’infinito bella più d’ogni altra stella. Bianchissima, mi perforava l’occhio: la mente. Viva. Più viva della viva punta – acciaiata – d’un ago. Ne ignoravo il nome. Il mare mi suggeriva Maria. Era ormai la mia sola stella. Nel vago della notte, io disperso mi sorprendevo a pregare. Era la stella del mare. Il poeta ricorda con precisione il luogo: La Foce, sul mare di Genova; l’ora, una sera, in cui è già presente il buio della notte; vede una stella alta nel cielo, ma fa un’esperienza che va subito oltre la vista, che tocca la sfera interiore, spirituale e religiosa, avverte misticamente una presenza che perfora l’occhio e la mente, più viva della viva punta acciaiata di un ago, che incide nell’anima e la fa soffrire. Il poeta ne ignora il nome: il mare gli suggerisce Maria. Disperso nel vago della notte il poeta si sorprende a pregare la sua sola Stella. C’è sottesa una citazione del poeta Dante che definisce Maria “la viva stella che lassù vince, come qua giù vinse” (Par. XXIII, 92-93).

Nella seconda parte della poesia, qui non riportata, la stella diventa ancora metafora oltre che di un momento spirituale perduto, del ricordo dell’amico pittore: il poeta sente ora la sua “diffrazione”, la sua spaccatura interiore, l’incombere della morte, si giudica come frantumato e senza identità. Rimane la “spina della nostalgia” per la Vergine Maria e per l’intenso affetto per l’amico ormai definitivamente perduto. Dalla fede cristiana alla negazione dell’esistenza di Dio Il percorso di Giorgio Caproni verso la negazione della presenza di Dio nel mondo non è stato un processo graduale; è stato influenzato da diverse esperienze di vita e dalle sue letture. Il suo ateismo, se così lo si vuol definire, non fu una scoperta serena, ma un'angosciosa ricerca di senso in un universo che sentiva vuoto, un "vuoto" che lo ossessionò in tutta la sua produzione poetica. Tra le vicende personali che hanno senza dubbio influito per creare questa sensibilità interiore è da segnalare la morte della fidanzata Olga Franzoni (1936). Questa perdita prematura e straziante, avvenuta quando il poeta era ancora molto giovane, lo segnò profondamente. La figura di Olga divenne un fantasma ricorrente nella sua opera, un simbolo di una felicità perduta e irrecuperabile. Seguirono poi inoltre le esperienze della seconda guerra mondiale (1940-1945), cui partecipò prima come soldato e dopo l’armistizio come partigiano. L'orrore, la violenza e la brutalità viste in prima persona gli fecero mettere in discussione l'esistenza di un Dio buono e provvidente. Anche la partenza nel 1945 a guerra conclusa da Genova, la città del suo cuore, luogo mitico, sintesi di terra, mare, aria, città operosa e popolata di tanti ricordi e di tante presenze, contribuì ad accrescere il suo senso di solitudine e di sradicamento.

La morte della madre Anna Picchi (1950) fu poi l'evento che, secondo molti studiosi, rappresentò il momento di non ritorno. La madre era stata per lui un faro, un punto di riferimento assoluto. La sua perdita non solo divenne un dolore insopportabile, ma anche la perdita dell'ultimo "luogo sacro" rimastogli, consegnandolo a un vuoto incolmabile. Tutto questo è chiaramente espresso nella poesia Ad portam inferi in cui il figlio immagina di incontrare alla stazione la madre morta in attesa dell’ultima coincidenza per la definitiva destinazione. Ma in un clima di grande tristezza la madre ha perso ormai la sua identità e la memoria degli affetti più cari, del marito e del figlio. Oltre alle sofferenze personali, le letture ebbero un impatto significativo sulla sua visione del mondo. L'influenza di Montale su Caproni è innegabile. La "muraglia" montaliana, che impedisce la visione di ciò che sta "al di là", e il "male di vivere" come condizione esistenziale, risuonano anche nelle sue poesie. Questo pessimismo cosmico e la visione di un mondo senza un senso trascendente contribuirono a rafforzare la convinzione di un dio assente. Senza dubbio anche altri pensatori legati all’ateismo, come Jean-Paul Sartre, che proclamavano l'assenza di Dio e la responsabilità totale dell'uomo, offrirono a Caproni una cornice intellettuale per le sue intuizioni esistenziali. Le sue mature raccolte poetiche pertanto mostrano un universo privo di Dio, con l'uomo che si muove alla sua ricerca in un paesaggio marginale di confine e di solitudine. Tuttavia, il suo non è un ateismo sereno o consolatorio. Caproni non è un ateo convinto o un indifferente, ma un "ateo per disperazione". La sua è una negazione dolorosa, che non spegne la nostalgia per una dimensione spirituale. La sua preghiera, rivolta a un Dio in cui non crede più, è un atto disperato. È una "preghiera all'Assente”, non perché si speri in una risposta, ma perché il dolore di quella mancanza è troppo grande. La sua negazione di Dio non fu quindi una liberazione, ma una condanna: l'obbligo di vivere e morire in un mondo senza speranza di salvezza o redenzione. Tuttavia Caproni “imbroglia le carte” per costringere le persone a riflettere: Dio esiste o non esiste? E se non esiste perché ne senti il bisogno? Egli ritiene che mettere a fuoco questa esigenza sia il compito del poeta. In alcuni casi il poeta esplode nella preghiera rivolta al Dio in cui non sembra credere più, ma che rimane tuttavia un punto di riferimento, l’unico cui possa rivolgere il suo grido disperato. Ma che ho nel petto, cos’è che mi spacca il cuore? Signore, Signore, quanta fame d’amore in me, sempre rimasto inetto a lenire un dolore.

Questo frammento poetico si apre con una constatazione di intensa sofferenza: "Ma che ho nel petto, / cos’è che mi spacca il cuore?". È una domanda rivolta al proprio io, un'interrogazione angosciata che evidenzia un dolore interiore, un senso di smarrimento profondo. La sensazione non è descritta, ma ne sono mostrati gli effetti fisici ("mi spacca il cuore"), rendendo il sentimento ancora più viscerale e profondo. L'invocazione al Signore, ripetuta due volte, non è un'invocazione di fede serena, ma una richiesta d'aiuto, quasi un'accusa a un Dio che non si rende presente. Il cuore del testo è la dichiarazione "quanta fame d’amore in me". Non si tratta di un semplice desiderio, ma di una vera e propria "fame", una necessità fisica e spirituale che lo tormenta. Questo amore mancato per Dio e per gli altri non è solo assenza di un legame specifico, ma è una sete di senso della vita, di un'appartenenza che sembra impossibile raggiungere. Infine il poeta si definisce "inetto a lenire un dolore". Questa è la confessione della propria impotenza. Non solo non riesce a trovare l'amore che cerca, ma è incapace persino di lenire il proprio dolore, di curare la ferita interiore che la mancanza di Dio gli provoca. Egli rimane col cuore spaccato, incapace di reagire. La poesia di Caproni, riflesso della perdita della fede nella società contemporanea La prima e più evidente perdita (Res amissa) da Caproni stesso suggerita, e riscontrata prima in se stesso e poi nella società contemporanea è la perdita della visione cristiana della vita. Anche se nelle sue poesie si incontrano molti simboli cristiani, Cristo è dimenticato, lasciato in disparte, bisognoso lui stesso di salvezza. Nella poesia “Il Pastore” così si esprime: “Proteggete il nostro Protettore. Salvate il Salvatore morente”. Così predicava il Pastore, nel gelo della chiesa vuota, al lucore dell’ultima bugia rimasta accesa sull’Altar Maggiore. Caproni in questa poesia non mette in discussione l'esistenza di Cristo, ma mostra come la fede sia per molti nella società di oggi in crisi e insignificante. Il Pastore non prega Cristo per ottenere una grazia, ma chiede di proteggere Lui, di mantenerlo in vita mentre sta morendo: è una voce che risuona nel gelo fisico e spirituale di una chiesa vuota, mentre l’ultima bugia (bugia nel linguaggio liturgico significa candela, ma il termine è volutamente equivoco, perché qui vuol dire anche menzogna) sta per spegnersi sull’altare. La sua non è una predica, ma la constatazione di una profonda disillusione, dipingendo un quadro dove il sacro è diventato insignificante e l'uomo si trova solo, di fronte a un'immagine divina che ha perso la sua forza salvifica. È un'immagine scarna e disincantata, che riflette il senso di smarrimento del dopoguerra e la crisi spirituale che attraversa il Novecento.

Un'altra poesia, intitolata "Arpeggio" tratta dalla raccolta "Il muro della terra", esprime in pochi versi la stessa profonda disillusione religiosa e sociale. Cristo ogni tanto torna, se ne va, chi l'ascolta... Il cuore della città è morto, la folla passa e schiaccia - è buia massa compatta, è cecità... I primi versi introducono un'immagine di Cristo che ritorna sulla terra, ma il suo avvento non ha più la forza salvifica di un tempo. La frase incompleta, quasi una domanda retorica "chi l'ascolta..." sottolinea l'indifferenza e la solitudine di una figura che non trova più seguaci. Nonostante il suo ritorno, la sua parola non viene accolta, rendendo vana la sua presenza. "Il cuore della città / è morto": Questa è un'immagine forte e quasi fisica della disperazione moderna. La città, intesa come il luogo della civiltà e della vita collettiva, è priva di sentimenti, compassione e spiritualità. Il "cuore morto" simboleggia un'umanità che ha perso la sua vitalità interiore e il senso del sacro. "La folla passa / e schiaccia - è buia massa / compatta, è cecità...": La folla non è più una comunità di individui, ma una massa indistinta e anonima, che" schiaccia" con la sua indifferenza e la sua violenza. Viene descritta come una "buia massa compatta", un'immagine che rimanda a un'umanità priva di luce, coscienza e individualità. L'ultima parola, "cecità", riassume il concetto di un'umanità che non vede, non riconosce e non si cura della presenza del sacro.

In "Arpeggio" Caproni dipinge un quadro di profonda solitudine spirituale. Il ritorno di Cristo non è un momento di redenzione, ma un'occasione sprecata. La figura divina è impotente di fronte all'apatia di un'umanità che si muove in modo meccanico e cieco, senza la capacità di comprendere il suo messaggio di amore e salvezza. La poesia è quindi un amaro lamento sulla perdita di fede e sulla disumanizzazione della società moderna. Un’altra poesia con spunti religiosi, dedicata alla donna amata, tratta da “Cronistoria”, rivela come in un mondo senza Dio ci siano per così dire ancora dei riflessi divini. Ricorderò San Giorgio un giorno senza virtù, e le tue mani aderenti al freddo, qui dove fu quasi una grazia nel buio la cena nella latteria. Ritroverò nella mia chiusa tristezza, il di più che mi hai lasciato: la pia immagine di concordia – la medaglietta con su “Mi Iesu misericordia”. "Ricorderò San Giorgio un giorno senza virtù": i versi di apertura sono enigmatici e fondamentali. Per il poeta è impossibile riconoscere nel giorno di San Giorgio la figura tradizionale del santo cavaliere che uccide il drago ed è il simbolo di virtù, coraggio e vittoria del bene sul male. "Un giorno senza virtù" rovescia completamente questo significato: il mondo è un luogo in cui le grandi gesta e i valori spirituali sembrano aver perso il loro significato. È un giorno ordinario, banale, privo di eroismo e di grazia. Questo verso definisce subito il clima di un'umanità che vive in un'epoca svuotata di valori ideali e spirituali. "E le tue mani aderenti al freddo”. L'immagine delle mani della donna che aderiscono al freddo è un dettaglio fisico e sensoriale molto forte. Le mani non sono semplicemente "fredde", ma "aderenti al freddo", quasi a sottolineare un'unione profonda e inseparabile con la sofferenza e la povertà. Questo freddo non è solo fisico, ma rappresenta anche la durezza, la precarietà e l'assenza di calore affettivo e spirituale del mondo esterno. "Qui dove fu / quasi una grazia nel buio / la cena nella latteria": questo finale di strofa offre una rivelazione. Il "qui" si riferisce a un luogo umile e modesto, non a una chiesa ma a una "latteria", un'ambientazione del tutto quotidiana e non sacra. In questo contesto di povertà e oscurità ("nel buio"), la "cena" diventa un evento straordinario, qualcosa di quasi mistico. L'espressione "quasi una grazia" è significativa: l'autore non usa "una grazia" in senso pieno, ma sottolinea che la salvezza, o un momento di serenità, non proviene da Dio, ma da un gesto umano, semplice e concreto, condiviso con la persona amata. L'amore e la condivisione umana diventano la nuova "grazia" in un mondo che sembra aver perso il contatto con il sacro tradizionale.

Le riflessioni su questa quasi grazia nel buio vengono approfonditi nella seconda strofa. "Ritroverò nella mia / chiusa tristezza, il di più": La "chiusa tristezza" esprime un profondo stato di malinconia e solitudine, un senso di isolamento interiore. Tuttavia, l'amore della donna offre un "di più", ovvero un valore aggiunto, un elemento che va oltre la semplice consolazione. È qualcosa di inatteso e prezioso che si rivela in una vita che sembra non avere prospettive di salvezza. Il cuore della riflessione è "il di più / che mi hai lasciato: la pia / immagine di concordia". L'amore della donna non è solo un sentimento, ma un'eredità spirituale. La "pia immagine di concordia" evoca un senso di pace, armonia e riconciliazione che l'amato ha ricevuto. In un mondo tormentato e caotico, la donna rappresenta l'ordine e la serenità. L'uso della parola "pia" (devota) eleva questo sentimento a un livello quasi religioso, come se l'amore fosse una forma di fede e salvezza. "La medaglietta con su: / 'Mi Iesu Misericordia” è un’immagine commovente e toccante: non solo è un oggetto fisico offerto dalla donna, ma anche un portafortuna e un dono spirituale.

La scritta "Mi Iesu Misericordia" (Mio Gesù Misericordia!) collega l'amore terreno a quello divino. La medaglia diventa la reliquia di un amore che è allo stesso tempo umano e sacro, una mediazione per una via di salvezza. In questo contesto, la misericordia di Cristo si manifesta attraverso l'amore di una donna, che diviene veicolo di speranza e redenzione. Essa non è semplicemente un rifugio dalla sofferenza, ma una forza attiva che salva e trasforma la tristezza in un'opportunità di scoperta spirituale, è l'incarnazione di una grazia e di una speranza che non sono più cercate nel sacro tradizionale. La scomparsa di Dio, la solitudine dell’uomo, la povertà del nostro linguaggio Giorgio Caproni non è un filosofo, ma la sua concezione della vita è condizionata dal nominalismo, ossia dalla convinzione che noi non conosciamo con la nostra ragione la realtà nella sua essenza, o attraverso concetti universali, ma solo attraverso alla nostra esperienza sensibile che coglie soltanto il particolare: “Nessuno è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa”. La nostra parola non va oltre il dato sensibile, è una voce con cui indichiamo solo una realtà particolare di cui abbiamo esperienza. Ne segue che per lui alcuni concetti universali, come Dio e l’uomo, sono al di fuori della portata della nostra ragione. In una poesia “Aria del tenore” tratta dalla raccolta “Il franco cacciatore” Dio e l’uomo si incontrano con fucile spianato: sono di fronte a pochi passi l’uno dall’altro, immagini di uno stesso destino o di un amore perfetto: si spiano, si amano, si odiano anche, perché l’amore fa di questi scherzi quando è totale, sono inteneriti fratelli, soli in un paesaggio freddo e invernale mentre incomincia a nevicare, due io o misticamente un solo io; ma nessuno dei due vuole per primo scaricare l’arma. Il poeta cacciatore li sorprende di soprassalto in questo atteggiamento: preme a bruciapelo il grilletto della sua arma e li vede cadere insieme sotto la sua raffica. E così conclude: L’urlo che alzarono, mi colpì in petto come piombo. Fuggii. Mi brucia nella memoria, ancora, la mia vile vittoria. Possiamo anche dire che il poeta drammatizza le varie forme del suo io che cerca di comprendere Dio, di conoscere l’uomo, di arrivare ad una conclusione: la vita del resto non è uniforme, ma molteplice e ricca di contraddizioni e di antitesi. Il risultato è una visione di morte: morte di Dio, morte dell’uomo, ferimento di ogni uomo colpito come da una fucilata nel petto, sua fuga e constatazione di una vile vittoria (la morte di Dio e dell’uomo) che continua a bruciare, a far soffrire nella memoria. E così Dio, assente, perduto, morto, ucciso o suicidato, dissolto e scomparso è tuttavia continuamente e dolorosamente dal poeta evocato, cercato, intravisto e visto svanire in qualche buio cantone, in paesi abbandonati, in spazi deserti, in strade dove non passa nessuno, in strani personaggi che appaiono e quando ti avvicini scompaiono.

La sua è una teologia negativa: Dio fugge dalla storia e la coscienza umana lotta contro l’insopprimibile bisogno di trovare un senso per tante iniquità patite. Ma non sa trovare le sue orme: Mio Dio/ Perché non esisti? O quasi facendo il verso a se stesso: Mio Dio, anche se non esisti,/ perché non ci assisti? E’ una ricerca che pretende di far esistere Dio ad ogni costo, perché ne abbiamo un insopprimibile bisogno, che giunge fino alla più religiosa delle bestemmie: “Piaccia o non piaccia!” disse. “Ma se Dio fa tanto,” disse “di non esistere, io quant’è vero Iddio, a Dio io Gli spacco la Faccia…” Nonostante l'apparente disillusione e il senso di vuoto che permeano parte della sua opera, Giorgio Caproni offre al lettore uno stimolo religioso profondo e inatteso. Egli ci invita non tanto a credere, quanto a riflettere, a farci delle domande. La sua poesia è un monito contro ogni forma di pigrizia spirituale, un appello a non accontentarsi di risposte facili o precostituite. E’ un poeta che ci insegna la dignità della ricerca, anche quando essa conduce nel deserto. Esorta a confrontarci con il mistero, con l'ignoto, con il limite della nostra comprensione. Il suo "silenzio di Dio" non è una condanna, ma un punto di partenza per una riflessione più autentica e personale sulla nostra spiritualità. Di fronte a un mondo che spesso banalizza o ignora la dimensione trascendente, Caproni ci spinge a guardare in faccia il vuoto, a sentirne il peso, e proprio in quel vuoto a trovare forse la traccia di un'assenza che è, paradossalmente, una presenza. Il Nulla di Dio può con qualche riserva essere paragonato al Nulla dei mistici cristiani; al Nulla che è pienezza oltre l’essere di cui abbiamo esperienza, all’Invisibile che contiene tutto, al Punto luminoso che ti abbaglia e davanti al quale tu devi chiudere gli occhi senza poterlo fissare (Dante, Par. XXVIII, 16-18). Il Dio cercato da questo poeta rimane tuttavia il dio dei filosofi e dei teologi, non il Dio di Gesù Cristo. Se la presenza di Cristo e la sua parola vengono soffocate ed oscurate da una società materialista ed edonista, noi non possiamo capire né chi è Dio, né chi è l’uomo, cos’è la vita, cos’è la morte, chi sono io, chi sono gli altri, qual è il nostro destino. Per il credente solo Cristo illumina e salva. La lettura di questo poeta ci stimola tuttavia a interrogarci sul senso della nostra esistenza, sulla possibilità di un aldilà, sulla natura del divino. Non offre risposte confortanti, ma la forza di porre le domande giuste, con onestà e coraggio; per molti aspetti può rafforzare la nostra fede nella grazia divina, la res amissa di Giorgio Caproni, il poeta che ha imbrogliato le carte; ha conosciuto la fede cristiana, ha in varie occasioni assistito a celebrazioni liturgiche riflettendo e commentando le omelie dei sacerdoti, ha avuto un funerale religioso. Partecipando alla sepoltura del fratello, la sua preghiera di rito rimane come traccia di una passata educazione cristiana, anche se priva di uno slancio di fede: Ho anch’io detto le mie preghiere di rito. Ma solo Piero, per dirti addio E addio per sempre, io che in te avevo il solo e vero amico, fratello mio. In un'epoca in cui molti cercano certezze immediate, Caproni ci offre il prezioso dono del dubbio fecondo, della ricerca incessante, della consapevolezza che, anche nel più profondo silenzio, l'anelito verso l'infinito rimane una delle più umane e significative avventure dell'anima.

*Assistente nazionale AIMC e UCIIM





domenica 31 agosto 2025

MECCANIZZARE L'UMANO ?

 


  Uomo o macchina? 

Ci salverà la libertà creatrice

 


-       di Andrea Lavazza

 Nel loro nuovo libro, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti affrontano il rischio di meccanizzazione dell’umano.

Il digitale trasforma l'esperienza in dato, l’antidoto è il recupero dello spirito.

Quando il titolo è già un esperimento che pare riuscito (verifiche ulteriori a cominciare da oggi), un saggio ambizioso e tempestivo muove subito il dibattito culturale.

Macchine celibi è la più recente analisi dei trend sociali dell’oggi a firma di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti.

Il sottotitolo – Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo? – fa intuire il focus del volume (il Mulino, pagine 184, euro 17,00), ma non svela l’arcano.

E oggi l’impazienza e la curiosità, lo sappiamo, si traducono nel digitare sui nostri dispositivi ben prima di consultare un libro.

Si può provare con la tradizionale ricerca sui motori del web, oppure ricorrere direttamente a un chatbot.

Subito si entrerà nel mondo dell’arte di Marcel Duchamp, autore dell’opera Il grande vetro, di cui l’espressione scelta dai due autori del volume identifica una parte.

Il punto è che sia leggendo le descrizioni fornite sia guardando le fotografie disponibili in rete non risulta molto chiaro il senso della complessa installazione completata nel 1923.

Ma questo è solo il lato passivo del sistema, che in questo caso non risponde in modo esaustivo come di solito accade alle nostre richieste.

Sul lato attivo, invece, è difficile immaginare un prompt capace di indurre l’intelligenza artificiale a concepire qualcosa di paragonabile alla creazione di Duchamp: un’opera che si fa metafora della condizione umana.

È qui che Giaccardi e Magatti mostrano come l’essere umano mantenga ancora un proprio spazio insostituibile di produzione di senso: la macchina non possiede l’ultima parola.

L’arte, ma non solo, può seguire percorsi che sfuggono alla rigida funzionalizzazione dell’IA e dell’intero processo tecno-capitalistico, per quanto questo abbia raggiunto un livello di potenza inedito.

Quello che costituisce l’epilogo del lavoro di ricognizione e di proposta svolto dai due sociologi dell’Università Cattolica (ben noti ai lettori di “Avvenire”) è quindi già in nuce contenuto nel titolo e inverato dal piccolo test descritto sopra.

Secondo gli autori, il sogno di Leibniz di un linguaggio universale matematico è oggi realtà di fronte a noi che, tuttavia, possiamo invocare la ribellione surrealista che rivendicava il potere del sogno e dell’irrazionale.

Nella sua creazione, giocosa e inquietante allo stesso tempo, Duchamp incarna infatti la tensione tra questi poli: sopra la sposa irraggiungibile, sotto gli aspiranti nubendi che si agitano inutilmente.

Come scrivono Giaccardi e Magatti, «a poco a poco, senza accorgercene, ci trasformiamo in macchine celibi: sempre più simili ai dispositivi “intelligenti” da cui dipendiamo, e come loro assoggettati alla legge ferrea di un movimento continuo ed efficiente, che però rischia di girare a vuoto, rincorrendo avidamente schegge di un desiderio messo al servizio dei poteri che dominano le tecnologie digitali”.

L’avvento dell’IA onnipresente porta all’estremo la razionalizzazione moderna.

È un farmaco: cura e veleno insieme.

Promette ordine, ma genera nuove angosce, disuguaglianze, solitudini.

La domanda, dunque, è se possiamo usare le tecnologie per umanizzare il mondo o se saremo definitivamente meccanizzati.

Il quadro che emerge dallo sguardo largo e profondo messo in campo nel libro, pur non negando i grandissimi progressi in molti ambiti grazie agli strumenti digitali, appare decisamente negativo.

Rispetto al tecnottimismo o neutralismo di chi vede le macchine come qualcosa che non sarà mai come noi perché esse non hanno scopi né emozioni né desideri (per esempio, Maurizio Ferraris nel suo recente La pelle), Giaccardi e Magatti sono orientati a un tecnopessimismo oggettivo, che vede l’essere umano tendere all’assimilazione verso il modello computazionale: «Oggi l’uomo sempre più si fa macchina, mentre la macchina si fa sapiens: il piano umano e quello meccanico diventano sempre meno distinguibili.

Nasce così il regno delle macchine celibi, dove l’essere umano viene modellato da ciò che lui stesso ha costruito, dentro un orizzonte chiuso e autoreferenziale, che non ammette esteriorità alcuna».

Il digitale trasforma ogni esperienza in dato, ogni relazione in informazione calcolabile.

Ciò aumenta efficacia e velocità, ma riduce lo spazio del senso e della libertà.

La modernità liquida descritta (criticamente) da Bauman a molti sembrava aprire un’era di felicità rotte tutte le catene che limitavano l’individuo.

Facciamo invece i conti con un panorama di insoddisfazione, rancore quando non disperazione.

La diagnosi degli studiosi è stringente: «L’apertura dello spazio di autonomia e autodeterminazione del singolo ha segnato un passaggio epocale cruciale.

Tuttavia, questo passaggio ha di fatto promosso una struttura della personalità narcisistica, centrata sul proprio benessere, la deregulation dei significati e la convinzione di un progresso illimitato e universale.

Per forzare e accelerare in questa direzione si è scelto di indebolire i contesti relazionali e valoriali, sia interpersonali che sociali e istituzionali, ritenuti troppo vincolanti, se non addirittura oppressivi.

Il problema è che proprio questi stessi contesti in passato aiutavano a gestire il rapporto col fallimento, la frustrazione, il negativo e in ultima istanza con l’angoscia della morte: tutti aspetti che, pur nella rincorsa al benessere, non possono essere mai completamente rimossi dalla vita, individuale e collettiva».

Abbiamo paradossalmente il mondo in tasca, eppure siamo concentrati sul nostro ombelico, e per di più in preda all’ansia.

Come l’operaio fordista era privato delle proprie competenze alla catena di montaggio, così nel 2025 l’individuo sembra espropriato della propria autonomia cognitiva dagli algoritmi.

Si produce una miseria simbolica: impoverimento del linguaggio, uniformazione culturale, incapacità di attribuire significati profondi.

Gli autori provano a ricostruire le radici psicosociali della rabbia diffusa nelle società contemporanee.

La perenne insicurezza prodotta da aspettative performative, le disuguaglianze economiche, la perdita di riferimenti culturali e la sfiducia nelle istituzioni alimentano risentimento e aggressività.

Populismi e leader carismatici sfruttano questa rabbia, combinando promesse tecnocratiche con strategie emotive: nasce così il tecnopopulismo, che usa il digitale per manipolare e mobilitare, attingendo a miti del progresso illimitato e a forme distorte del cristianesimo per restringere la cerchia di coloro cui si possono riconoscere pieni diritti.

Di fronte a una crisi inedita, Giaccardi e Magatti propongono di recuperare la dimensione dello spirito: non come categoria religiosa in senso stretto, ma come libertà creativa, capacità di generare senso e anche apertura al trascendente.

Lo spirito diventa condizione per resistere alla riduzione tecnico-performativa e per costruire nuove forme di convivenza.

Contro la riduzione digitale e populista, gli autori rilanciano la necessità di pensare la complessità.

Servono a questo fine tre passaggi chiave: riconoscere la pluralità, coltivare il dialogo, sviluppare il pensiero critico.

Una società democratica deve essere “una società che pensa di più”, non solo che funziona meglio.

Dobbiamo perciò diventare poeti sociali, capaci di intrecciare tecnica, relazioni e senso, altrimenti ci ridurremo appunto a macchine celibi, ingranaggi isolati ed efficienti ma sterili.

 Quello di poeta sociale (immagine introdotta da papa Francesco in un incontro del 2021 con i rappresentanti dei movimenti sociali) rappresenta un modello antropologico e politico che non rifiuta la tecnica, ma la reintegra dentro una visione più ampia di umanizzazione del mondo.

Si tratta di una risorsa per rigenerare la democrazia e la convivenza, un’alternativa anche politica all’individuo-macchina, che sappia coniugare creatività, relazionalità e responsabilità collettiva.

Individuato il percorso, resta da coltivare una generazione di poeti sociali che ci preservi dalla meccanizzazione dell’umano.

 www.avvenire.it

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martedì 18 marzo 2025

ENTRE LE MAINS DES MOTS

 



È uscita la nuova raccolta di poesia di Margherita Rimi in lingua francese, Entre les mains des mots, pubblicata dalla casa editrice Editions du Cygne (Parigi). La traduzione e la cura sono di Irene Duboeuf. Si tratta di un importane riconoscimento per l’autrice, poetessa e saggista, medico e neuropsichiatra infantile, da anni impegnata nel campo medico-scientifico e negli studi letterari e di poesia.

Così scrive nell’introduzione al libro Irène Duboeuf : «“Margherita Rimi si afferma come una delle voci più singolari del nostro panorama letterario” scrive Amedeo Anelli a proposito dei libri di questa autrice impegnata professionalmente e poeticamente nella lotta contro le violenze sui bambini, raccontando l’indicibile in raccolte di profonda intensità, adottando un registro quanto più vicino possibile alla realtà, annotando il vissuto sotto forma di frammenti, avendo cura di trascrivere fedelmente le parole dei bambini di cui si fa portavoce». E ancora aggiunge «“l'Autrice ha la rara capacità di guardare e vedere il mondo con gli occhi dei bambini”, racconta Daniela Marcheschi». Il volume è disponile nelle librerie europee e italiane.

Margherita Rimi, neuropsichiatra infantile.  E' nata a Prizzi (PA) e vive ad Agrigento. Tra le sue opere: Era farsi. Autoantologia 1974-2011 (Marsilio, 2012); Nomi di cosa – Nomi di persona (Marsilio, 2015); Le voci dei bambini. Poesie 2007-2017 (Mursia, 2019); Un cuvânt îl spală pe altul (Romania, 2024). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015); Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018); e il saggio Il popolo dei Bambini. Ripensare la civiltà dell’infanzia (Marietti-1820, 2021). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia (Mursia, 2016); În corp de val. Poezie italiană conteporană, (Bucarest, Eikon, 2017); Den skarpa nåden. Fem kvinnliga poeter (Stockholm, Italienska KulturIntitutet, 2022); Contemporary Sicilian Poetry (New York & Bristol, Italica Press, 2023). Sue poesie sono state inoltre pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere. Tra i premi ricevuti il Laurentum (2012), il Piersanti Mattarella (2017), il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia, e il premio Nadia Toffa (2022). Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).

lunedì 27 gennaio 2025

DIO DOV'ERA ?


 La storia di Miklós Radnoti 

e di Fanni Gyarmati, ungheresi: 

lui, ebreo, venne spedito 

in un campo 

di concentramento. 

Da cui emersero le sue poesie.


- di Alessandro D’Avenia

Gli innamorati si danno sempre soprannomi, perché vedono ciò che il mondo non vede. Loro scelsero i fanciulleschi Mik e Fifi, perché amare è custodire il bambino che c'è nell'altro o curare il bambino che l'altro non è potuto essere. 

 Lui è Miklós Radnoti, ebreo, promessa della poesia ungherese, occhi malinconici per nostalgia della madre morta dandolo alla luce; lei Fanni Gyarmati, insegnante, occhi azzurri quanto il suo amore per la letteratura. Quando la gente li vede passeggiare nella capitale ungherese desidera entrare nel loro cono di luce, che le loro foto insieme mostrano. 

 Si erano riconosciuti a una lezione di matematica, lui 17, lei 14, nel 1926, e sposati nove anni dopo. Altri nove ne sono passati, con le luci e le ombre di ogni capolavoro, quando nel 1944 i nazisti occupano l'Ungheria e mandano Mik in un campo di lavoro da dove riesce a scrivere a Fifi parole essenziali, come i suoi versi: «Sei tu a dare un senso alla mia vita. Resterò in vita per te». 

 Eppure la guerra finisce e trascorrono i mesi, 18, senza notizie. E lei che legge e rilegge quella promessa capisce: ha scritto «resterò in vita», e non «tornerò». E così lo va a cercare nel campo in cui era stato deportato. Vuoto. Chi ama non si dà per vinto, ma per vivo. E continua a cercare. Dove? 

 Scopre che i prigionieri erano stati portati dai tedeschi in un'altra località vicina, Bor, in Serbia, in una notte di novembre, di ghiaccio e di sangue. Anche lì dopo un anno e mezzo domina un apparente silenzio, nel quale lei, mentre passeggia tra le baracche vuote, ricorda (che cosa è la memoria se non vita che non può più morire?) un verso di Mik: «ero fiore, sono diventato radice», che solo ora può capire, fissando un cespuglio di fiori bianchi sopra il terreno smosso. «Ubi amor ibi oculus», dicevano i mistici medievali: chi ama, vede, perché l'amore non acceca ma ci vede benissimo... 

 E così chiede ai soldati di presidio di scavare, lì sotto. Loro non resistono al dolore che ha reso quella donna folle e, per pietà, l'assecondano, in realtà è lei l'unica lucida, l'unica ad amare e quindi a vederci bene. Infatti le radici di quei fiori sono i corpi di una fossa comune dove, un anno e mezzo prima, erano stati gettati i prigionieri. Ora restano solo vestiti laceri su ossa irriconoscibili, ma Fanni scorge un cappotto familiare su cui è incollato il numero 12, fruga nelle tasche e trova un taccuino dalla grafia inconfondibile, che parla proprio a lei in forma di poesia: 

 «Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano./ ...Io solo/ sono sveglio, assaporo un mozzicone invece di un tuo bacio/ e il sonno tarda a darmi conforto, perché/ ormai non posso più morire né vivere senza di te». 

 Lo psichiatra ebreo Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di sterminio, avrebbe avuto ulteriore conferma di ciò che sosteneva: hanno resistito soprattutto quelli che, oltre il filo spinato, avevano qualcosa da portare a compimento, un pezzo di mondo per cui erano insostituibili, per Mik era Fifi. Con lei, durante i giorni di prigionia, aveva infatti intrattenuto un dialogo in versi nell'unico tempo verbale che conosce la poesia: l'eterno presente. 

 E in versi intitolati Lettera alla sposa le scrive: «Non so più quando potrò vederti di nuovo,/ bella come la luce, bella come l’ombra,/ colei che ritroverei anche da cieco e muto./ Sposa e amica./ So che ti ritroverò,/ ho percorso per te la lunghezza interminabile dell’anima,/ e strade di paesi; se serve con una magia attraverserò/ braci di porpora, fiamme che precipitano, ma tornerò». 

 «Percorrere la lunghezza interminabile dell'anima per tornare» è una delle più accurate definizioni d'amore che io conosca. 

 Mik si era trascinato per trenta chilometri nella notte gelata, mentre lo picchiavano ripetendogli «ecco lo scribacchino!». e poi un giorno gli avevano sparato. Ma proprio la sua scrittura aveva tracciato la via del ritorno, infatti il taccuino che Fanni aveva in mano, il Taccuino di Bor, è l'unica raccolta di poesie sopravvissuta a un campo di concentramento. 

 Mik, morto a 35 anni, aveva mantenuto la promessa, «resterò in vita per te», ma il «per» significava anche «grazie a»; e Dio aveva ascoltato la preghiera che Fanni ripeteva da quando avevano catturato Mik: «prendi me al suo posto». Dio esaudisce a modo suo, perché le preghiere non servono a cambiare la realtà ma a cambiare chi le fa, e così Fanni visse fino al 2014, 102 anni, facendo memoria di Mik: gli anni sottratti a lui furono dati a lei che non smise di ripetere il suo nome al mondo e l'orrore del nazismo. 

 Ho inserito questa storia tra quelle dedicate alle donne di Ogni storia è una storia d'amore, e raccontarla una volta ancora è il mio modo di vivere l'odierna Giornata della Memoria, di cui Fanni e Miklós sono l'incarnazione. 

 Lei frugò anche nell'altra tasca del cappotto di lui, a sinistra, e vi trovò due fotografie. Una era di lei bambina, l'altra di lei donna. Mik le teneva vicine al cuore per ricordarsi che amare è custodire il destino dell'altro, il bambino nell'altro. Era davvero rimasto vivo per lei, e lei rimase viva per lui, perché fare memoria non è suscitare sensi di colpa ma dare vita. 

 Fanni si sarà chiesta tante volte, dove fosse finito il Dio in cui credeva durante quegli anni. Ma non si servì mai di quella domanda per giustificarne l'inesistenza, perché conosceva la risposta:

«Ero dove era l'amore, ero dove era il dolore.

 Ero dove era tuo marito, ero dove eri tu. 

Sono dove siete voi. E lì sarò sempre».  


Corriere della Sera

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