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venerdì 19 novembre 2021

MINORI E PORNOGRAFIA


 Lʼimpero 

del porno online

 e la piaga dei minorenni

Ci sono temi legati al digitale (e non solo) dei quali non si parla quanto si dovrebbe. Uno di questi è la pornografia online. Eppure basta guardare una qualsiasi classifica dei siti web più visitati per scoprire numeri impressionanti. Secondo Similarweb, il sito per adulti più visto al mondo raccoglie da solo 3,3 miliardi di visite al mese (al mese!). E i primi cinque insieme raccolgono oltre 10 miliardi di accessi al mese. L’Italia non fa eccezione. Nella top ten dei siti più visitati ce ne sono ben due che offrono video pornografici.

La maggior parte dei siti porno fa capo ad un’unica società, la MindGeek, con sede nel paradiso fiscale del Granducato di Lussemburgo.

Alla MindGeek non amano farsi notare. E si autodefiniscono «gruppo internazionale di information technology specializzato in siti web ad alto traffico». Difficile sapere il loro fatturato.

Eppure, secondo il Financial Times, nel 2018 (cioè ben prima della pandemia che ha aumentato moltissimo le visite a questo tipo di siti) «MindGeek ha fatturato oltre 460 milioni di dollari». Mentre l’intero impero varrebbe 20 miliardi di dollari.

Poco si sa anche del suo principale proprietario,  che si nasconde dietro alcune società di comodo. Secondo il Financial times, si chiama Bernd Bergmair (ma in alcuni documenti apparirebbe come Bernard Bergemar), è nato nel 1968 e vive a Hong Kong, lontano da occhi indiscreti.

Un anno fa, nel dicembre 2020, MindGeek è stata al centro di un enorme scandalo. Il New York Times l’ha accusata di ospitare sui suoi siti «filmati di abusi sui minori e di rapporti non consensuali». Alcune vittime hanno intentato una causa alla società per 40 milioni di dollari e Mind Geek è corsa ai ripari cancellando milioni di video. Nel frattempo le sono piovute addosso decine di cause. Quando la società pensava che la tempesta fosse in parte passata, è stata citata in giudizio da una ragazza canadese. «Da bambina sono stata abusata da un familiare – ha raccontato J.D. all’agenzia canadese CityNews – e quando è morto pensavo di potermi liberare da quell’incubo». Invece un suo ex compagno di scuola le ha mandato un messaggio con un link, segnalandole che l’aveva riconosciuta in un filmato pornografico. «Mi fa star male e mi fa schifo sapere che il mio abuso sessuale da bambina è stato visto decine e decine di migliaia di volte e scaricato su migliaia di computer, e quindi non sparirà mai definitivamente. Avevo 12 anni». J.D. ha quindi deciso di guidare una class action contro MindGeek da 600 milioni di dollari. Se MindGeek è il colosso della pornografia online,

dall’altra parte ci sono milioni di utilizzatori, molti dei quali minorenni. La Gran Bretagna è stata una delle poche Nazioni che, nel 2019, ha cercato di imporre la verifica dell’età per l’accesso ai siti web wer adulti, ma per ora ha perso «per i troppi problemi legati alla privacy».

Nel frattempo i nostri ragazzi imparano la sessualità dai video porno, mentre gli adulti fanno finta che sia normale. Un altro problema che fingiamo di non vedere è quello legato alla dipendenza dal porno. Ma sta facendo grandi danni. Così grandi che ora una società britannica ha deciso di lanciare un servizio via app, chiamato Remojo, per liberarsi in 90 giorni dalla dipendenza dalla pornografia. Come ha raccontato l’ideatore a Tech Crunch, «ho deciso di crearlo dopo avere scoperto che solo sul social Reddit oltre 1 milione di persone denunciava di avere problemi con gli effetti della pornografia».

 

www.avvenire.it 

 

venerdì 3 gennaio 2020

IL TEMPO AL DISPLAY CAMBIA IL CERVELLO? PERICOLO PER I BAMBINI

Lo studio di un gruppo di ricercatori dell’ospedale pediatrico di Cincinnati ha dimostrato per la prima volta la correlazione tra l’uso degli schermi e il mancato potenziamento di certe aree del cervello, soprattutto quelle preposte alla comprensione e alla produzione del linguaggio 
Le raccomandazioni dell’Oms per i neonati

GIUSEPPE O. LONGO

Da qualche tempo si era intuito che l’uso dei dispositivi digitali dotati di schermo poteva avere effetti cospicui sul cervello, specie nel caso di bambini in età prescolare. Ora si ha un’autorevole conferma del fenomeno grazie allo studio condotto da un gruppo di ricercatori guidato dal dottor John S. Hutton, direttore del Reading and Literacy Discovery Center dell’Ospedale Pediatrico di Cincinnati, nell’Ohio. I risultati dello studio, pubblicati sul “Journal of theAmerican Medical Association” ( Jama) poco più di un mese fa, dimostrano che vi è una correlazione tra l’uso degli schermi e il mancato potenziamento di certe aree del cervello, specie quelle preposte alla comprensione e alla produzione del linguaggio, confermando la validità delle raccomandazioni tese a limitare il «tempo schermo», cioè il tempo passato davanti a uno schermo. Già nell’aprile di quest’anno l’Organizzazione mondiale della sanità aveva preso posizione rispetto al tempo schermo e aveva emanato un pacchetto di linee guida. Le linee guida sono molto minuziose, al limite della pedanteria, come dimostra questo esempio che interessa i bambini sotto l’anno di età: essi devono svolgere attività fisica più volte durante l’arco della giornata, in particolare giocando sul pavimento per almeno 30 minuti distribuiti in più intervalli temporali, e non devono restare più di un’ora di seguito confinati sul seggiolone o sul passeggino. L’Oms, inoltre, sconsiglia l’uso degli schermi per questa fascia d’età e raccomanda invece l’ascolto di storie lette da un adulto, in particolare da un genitore, pratica che rafforza il legame affettivo e amplia la comprensione e la padronanza del vocabolario. È impressionante il dato, fornito dall’Oms, che la scarsa attività fisica sia responsabile di oltre 5 milioni di morti l’anno ed è preoccupante che la sedentarietà sia più diffusa tra gli adolescenti (80%) che tra gli adulti (23%), segno che l’impigrimento tende a diffondersi tra i più giovani.
Gli umani sono creature della narrazione e ciascuno di noi dalla nascita alla morte non fa altro che narrare, narrarsi e farsi narrare delle storie, quindi è grandissima l’importanza dei racconti per la formazione identitaria dell’individuo, per la ricerca del senso del mondo e di noi nel mondo e per il rafforzamento del legame affettivo tra il bambino e il lettore di storie, che quasi sempre è un genitore.
Tornando alle raccomandazioni dell’Oms, fino ai primi 3 mesi i piccoli debbono dormire dalle 14 alle 17 ore (che miraggio per noi vecchi, tormentati dall’insonnia!) e dalle 12 alle 16 ore devono dormire i bambini tra i 4 e gli 11 mesi... E così via, in un susseguirsi di prescrizioni molto categoriche e rigide, la cui precisione è stata contestata dai molti che sostengono che al crescere dell’età dei soggetti la meticolosità dovrebbe essere sostituita da una sorta di «libertà vigilata» che aiuti genitori e bambini ad accrescere il senso di comunanza affettiva, senza privare i piccoli delle opportunità offerte dagli schermi dei videogiochi, della Tv, dei tablet e via elencando.
Negli Stati Uniti è stata fondata trent’anni fa la “Reach Out and Read”, un’organizzazione che si propone di incoraggiare la lettura ad alta voce dei genitori ai loro bambini, limitando il tempo schermo e facendo in modo che nelle abitazioni vi siano zone prive di schermi, in particolare la stanza da letto dei piccoli. Il cervello dei bimbi è condizionato dall’ambiente in cui crescono e dallo stile di vita che conducono, di cui sono in gran parte responsabili i genitori, tuttavia secondo Hutton non si devono demonizzare gli schermi né tanto meno colpevolizzare i genitori, ma si deve trasmettere loro questo messaggio: nei primi anni i genitori sono importantissimi, devono essere presenti, interagire coi bambini giocando, parlando, cantando, facendo domande e rispondendo e, soprattutto, leggendo ad alta voce. È convinzione ormai diffusa tra i pediatri che lo sviluppo ottimale del cervello infantile richieda una costante interazione con gli esseri umani, in particolare con i genitori.
È probabile che, sotto il profilo diacronico, il cervello si sia evoluto, cablato e sviluppato grazie a queste interazioni, quindi si deve fare in modo che i piccoli le possano esercitare, perché ogni volta che si compie un’azione, le connessioni neuronali corrispondenti ne sono rinforzate. Hutton sottolinea che lo studio condotto dal suo gruppo è il primo che documenti una correlazione tra il tempo schermo da una parte e le strutture cerebrali e le loro funzionalità dall’altra. Peraltro si deve sottolineare che correlazione non significa relazione di causaeffetto, che è un legame ben più forte, di carattere deterministico. Inoltre, se esiste una relazione di causa-effetto, può darsi che essa abbia a che fare non tanto con gli schermi quanto con ciò di cui il tempo schermo prende il posto nella vita dei bambini, ma questo resta un punto da approfondire.
Guidare un’automobile non è in sé una pratica nociva, ma farla guidare da un piccolo di quattro o cinque anni non è una buona idea. Così i tablet, in particolare, sono così attraenti ed esclusivi che non dovrebbero finire nelle mani dei bambini in età prescolare. Ciò, ribadisce Hutton, non comporta che gli schermi siano intrinsecamente deleteri, ma poiché un cervello in pieno sviluppo è strutturato dalle esperienze, è bene che i genitori scelgano le esperienze più utili e costruttive per i loro figli e per la loro vita futura. E qui si torna all’idea che la straordinaria plasticità del cervello infantile può essere sfruttata nel modo più vantaggioso sotto il profilo strutturale e funzionale se il bambino si esercita nella lettura, nell’ascolto e nell’invenzione di storie, nei giochi all’aperto, mentre se il tempo schermo prende il posto delle interazioni con gli altri esseri umani, in particolare con i genitori, è possibile che lo stupefacente potenziale di plasticità cerebrale tipico dell’età infantile non dia i frutti che potrebbe fornire.
In particolare, poiché una delle capacità più straordinarie degli umani è la padronanza del linguaggio parlato, è importante che le esperienze precoci rafforzino la aree cerebrali che presiedono a questa funzione: l’area di Wernicke, addetta alla comprensione del linguaggio, e l’area di Broca, addetta alla produzione del linguaggio. Queste due aree linguistiche sono collegate tra loro da un fascio di neuroni, il fascicolo arcuato, che garantisce uno scambio di messaggi tra Wernicke e Broca. È superfluo sottolineare l’importanza sociale e culturale del linguaggio. Senofonte attribuiva a Socrate queste parole: «Non hai mai pensato che tutte le cose che per legge abbiamo imparato essere ottime, e per le quali sappiamo vivere, tutte le abbiamo imparate per mezzo della favella?». Ecco che l’esercizio della narrazione attiva e passiva rafforza le aree del linguaggio e consente di sviluppare le interazioni sociali e il dialogo interno, attribuendo un senso al mondo e a noi nel mondo.
Chissà se la loro assidua attività di ricerca porterà prima o poi i neuroscienziati a scoprire qualche area cerebrale che si comporti nei confronti degli schermi come le aree di Wernicke e di Broca si comportano nei confronti del linguaggio parlato... Si aprirebbero orizzonti scientifici e filosofici di vastità inaudita.



venerdì 29 novembre 2019

DEMOCRAZIA A RISCHIO. LA PRODUZIONE SOCIALE DELL'IGNORANZA

Un’intervista di Anna Spena al prof. Fabrizio Tonello, in vita.it del 27 novembre 2019
Nel libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” di Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, l’autore si interroga: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per capire come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

La democrazia è veramente a rischio? «Certo», dice Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, che ha pubblicato il libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza”.
Un volume da leggere, che parte dal dibattito su ignoranza e democrazia e poi esamina il funzionamento dei media nel loro complesso. E poi i processi di infantilizzazione degli adulti, post – verità e fake news. Si indaga sul successo di leader politici come Donald Trump e Boris Johnson. Della scuola che rimane un’emergenza educativa forte. «Il nostro pianeta è a rischio», scrive Tonello. «Le democrazie sono a rischio. Il pianeta è a rischio perché le democrazie sono a rischio. Questa forma di regime politico sembra non garantire più le necessarie capacità di autogoverno alle comunità umane che non vogliono sparire. La domanda a cui bisogna rispondere è: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per interrogarci su come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

La democrazia è veramente a rischio?
Certo. la deriva oligarchica delle democrazie industriali sembra oggi presentarsi in due versioni: una che propone l’autoritaritarismo “soft” dei partiti tradizionali e delle istituzioni sovranazionali e una che offre l’autoritarismo apertamente xenofobo e violento dei partiti populisti. Il rischio di nuovi successi per questi ultimi è tutt’altro che remoto e si basa sulle stesse condizioni strutturali che facilitarono l’ascesa del fascismo e del nazismo tra le due guerre mondiali. Fascismo e nazismo erano figli della crisi: delusione e scontento in Italia dopo la Prima guerra mondiale, disoccupazione di massa in Germania dopo l’inflazione del 1923 e il crack di Wall Street nel 1929. Soprattutto, confusione, disorientamento, paura: le società sottoposte a gravi stress per lunghi periodi finiscono per accettare qualsiasi cosa. L’espressione sociale del rancore verso le élite tradizionali è oggi improvvisa, e il “contenimento” dei movimenti fascistoidi in Germania, Francia e Spagna che sembra aver funzionato finora può benissimo trasformarsi nel crollo dei vecchi partiti alle prossime elezioni.
Come si contrasta la “produzione sociale dell’ignoranza?”
Creando dei movimenti di massa per difendere la scuola e la cultura, soprattutto in luoghi neutrali e collettivi come le biblioteche pubbliche. Combattendo ciò che Roberto casati definisce il “colonialismo digitale” in tutte le sue forme.
Ma che cosa significa essere ignoranti oggi?
Basta guardare su Youtube i video di Toninelli, Di Maio, Borgonzoni e altri per capirlo…
Come viene prodotta dalla società l’ignoranza diffusa?
Prima di tutto c’è un problema generale, che riguarda gli esperti: l’accresciuta tribalizzazione dei saperi, sempre più specialistici e chiusi in aree incomunicanti fra loro; chi si occupa di diritto amministrativo a stento capisce il gergo di chi studia diritto costituzionale, e viceversa. Ancor peggio nelle scienze della vita. Questo provoca, anche ad alto livello, una vera e propria ignoranza della dimensione sistemica dei problemi: il cambiamento climatico non è un problema dei metereologi ma richiede l’intervento di scienziati di ogni tipo e di politici lungimiranti, questi ultimi ormai estinti, come i dinosauri 60 milioni di anni fa. A livello del grande pubblico, invece, dobbiamo constatare l’abbandono della scuola, o la sua trasformazione in un puro percorso di addestramento al lavoro, che ostacola in ogni modo la formazione di un sapere critico. Ci sarebbe anche da riflettere sulla sciagurata mania delle novità, che pretende di migliorare la didattica introducendo le tecnologie digitali, che hanno già di per sé effetti negativi sulle capacità di concentrazione e di apprendimento: su questo si veda il libro di Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale”
Qual è la relazione tra mass media e democrazia?
In Italia, il populismo è stato creato dalle televisioni commerciali e, in particolare, dalla Fininvest. I talk show politici non hanno migliorato la situazione. In Italia ce ne sono a dozzine e il logoramento del format è palese: sempre più i conduttori devono invitare ospiti a sorpresa o personaggi stravaganti nel tentativo di rubare qualche punto di share ai concorrenti. La loro proliferazione, in realtà, ha poco a che fare con la passione politica e molto con le esigenze industriali della televisione, che è un medium costoso da gestire. Il vantaggio dei talk show è che riempire un’ora di chiacchiere fra giornalisti e politici costa soltanto lo stipendio del conduttore: gli ospiti vengono ben volentieri gratis. La formula di Porta a Porta e altri prodotti simili è quella di usare la politica come spettacolo, facendone una forma di intrattenimento, non di partecipazione, e incentivando la passività del pubblico. Le questioni politiche vengono personalizzate (oggi Di Maio avversario di Salvini dopo essere stato un suo fedele alleato, ieri Renzi contro Bersani e Prodi contro Berlusconi). Si crea una nuova forma di cultura popolare: le celebrità vengono politicizzate (calciatori, attrici e cantanti vengono invitati a esprimere le loro opinioni) mentre i politici di prima fila rafforzano la loro popolarità mostrandosi esperti di cucina piuttosto che di calcio. Nei talk show c’è un movimento fluido tra intrattenimento e politica, una situazione in cui Silvio Berlusconi e Donald Trump, con le loro performance da consumati uomini di spettacolo, sono un ottimo esempio. Per il dibattito politico razionale, per il funzionamento della democrazia rappresentativa questo però è devastante.
Cosa ha comportato lo svuotamento delle classi medie?
Partiamo dal fatto che l’industrializzazione, l’espansione della burocrazia statale e, più tardi, l’espansione del welfare state avevano creato “nuove” classi medie impiegatizie che contavano sulle proprie capacità per fare carriera, in particolare verso posizioni lavorative con maggiore autonomia (dirigenti di medio livello sia nel settore pubblico che privato, ingegneri e altri specialisti). Fungendo da settore trainante delle economie di mercato per gran parte del ventesimo secolo, la produzione industriale di massa aveva creato le condizioni economiche per l’espansione della classe media. La novità dell’ultimo quarto di secolo è il fatto che proprio manager e tecnici di medio livello sono stati invece colpiti duramente dalle chiusure, ristrutturazioni e delocalizzazioni nell’industria oppure dal blocco delle carriere e delle assunzioni nei servizi pubblici. Mentre alcuni specialisti si salvavano perché situati in posizioni chiave, o addirittura salivano verso posizioni dirigenziali, la grande maggioranza doveva accettare un peggioramento delle condizioni di lavoro, quando non il licenziamento, o il cambio di impiego. 
La tendenza alla polarizzazione ai due estremi della scala sociale si può constatare anche nelle vecchie classi medie superiori, quelle delle professioni liberali riconosciute e protette da ordinamenti corporativi: avvocati, medici, architetti. Per tutti costoro mantenersi in una condizione di relativo privilegio, malgrado le protezioni di legge, è diventato sempre più difficile. A un’estremità stanno i professionisti ben inseriti a livello politico, o in grado di lavorare all’estero, con redditi elevati e ottime prospettive di carriera. Al polo opposto stanno i giovani laureati, destinati a lunghe fasi di precariato, di lavoro gratuito o sottopagato, di incertezza sul futuro, quando non di rinuncia al mestiere per cui avevano studiato. Inutile dire che questo gruppo include la maggioranza dei professionisti. Fino a ieri si pensava che l’economia della conoscenza, spesso descritta come un paradiso della creatività, in cui giovani inventori davano vita a nuovi servizi, nuovi gadget e nuove possibilità di comunicazione, producesse una nuova classe media, dinamica e in rapida ascesa. Questo storytelling oggi non ha più alcuna credibilità.

Scheda Libro: “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” di Fabrizio Tonello, 
pagine 157, editore Pearson, prezzo: 21 euro





giovedì 17 novembre 2011

L'IMMENSO SGUARDO DEI GIOVANI

Il nuovo libro di Carlo Climati dedicato al mondo dei ragazzi e alle loro grandi potenzialità
Immenso sguardo. E’ lo sguardo che i giovani rivolgono al mondo che li circonda. Uno sguardo d’amore, d’impegno, di fiducia, d’entusiasmo, di giustizia, di speranza nel domani. Uno sguardo che non conosce confini e che sa volare oltre l’infinito. Questo nuovo libro di Carlo Climati vuole rappresentare un utile strumento d’approfondimento per conoscere le tematiche più attuali della gioventù del terzo millennio: l’amore, la famiglia, lo studio, lo sport, i viaggi, la fede, il lavoro, la politica, il tempo libero, la vita virtuale su internet, la violenza, la sofferenza, l’incomunicabilità, la dittatura dell’insoddisfazione. La grande speranza per il futuro dei giovani è questa: avere il coraggio di stimolare nelle nuove generazioni una cultura diversa e controcorrente. Una cultura orientata alla pace, all’impegno, alla giustizia, al dialogo, al rispetto di ogni essere umano....
 

giovedì 30 dicembre 2010

RAGAZZI E INTERNET ... Ci vuole un semaforo

Che uso fanno i nostri ragazzi di internet? Che impatto ha la Rete su di loro? Che rischi corrono quando navigano? E quali sono le responsabilità dell’adulto? Sonia Livingstone, direttrice del Department of Media and Communications della London School of Economics , professore di Psicologia sociale e tra i maggiori esperti di media e comunicazione in Gran Bretagna con particolare occhio per l’ audience giovanile, cerca di rispondere a queste domande nel suo Ragazzi online .....

Leggi: Accendi il semaforo sul web