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lunedì 28 agosto 2023

I.A. - OPPORTUNITA' PER LA SCUOLA


 Intelligenza Artificiale:

 sfide e opportunità 

per la Scuola del futuro





Come evolverà l’Educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale? In un mondo che cambia, alla ricerca e alle politiche per l’educazione è richiesto di orientare l’istruzione affinché prepari gli studenti alle sfide tecnologiche, consentendo alla Scuola e alle comunità educanti di guidare l’innovazione.

Come evolverà l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale (IA)

I profondi cambiamenti che continueranno a trasformare la società e la natura del lavoro richiedono un approccio educativo innovativo.

Si potrebbe obiettare che la tecnologia ha sempre influenzato il lavoro e la società. Cosa è cambiato dunque?

L’interazione tra le nuove frontiere dell’automazione e dell’intelligenza artificiale e i cambiamenti economici e demografici è così complessa che è diventato fondamentale investire nell’istruzione e nello sviluppo delle competenze.

Nel documento The Future of Education and Skills: Education 2030 – OCSE si legge:

Esiste una domanda crescente nei confronti delle scuole perché preparino gli studenti ai cambiamenti economici e sociali più rapidi, ai posti di lavoro che non sono stati ancora creati, alle tecnologie che non sono state ancora inventate e a risolvere problemi sociali che non esistevano in passato.

Da una parte gli studenti avranno sempre più la necessità di acquisire competenze sul funzionamento dell’Intelligenza Artificiale, per poterla utilizzare a proprio vantaggio ma anche per saperne distinguere eventuali usi impropri.

Dall’altra, l’Intelligenza Artificiale potrebbe aprire nuovi scenari per le pratiche didattiche, a patto che sia disegnata come risorsa per migliorare l’istruzione, senza venire meno alle lezioni apprese e ai principi etici condivisi.

Che cos’è l’Intelligenza Artificiale?

Per contestualizzare ciò di cui stiamo parlando dovremo provare a definire cosa sia l’Intelligenza Artificiale. Sapendo, però, che nemmeno i più grandi esperti di IA sono giunti a una definizione univoca. 

Questo dipende dal fatto che si tratta di un campo in rapida evoluzione, che si esplica in soluzioni molte diverse tra loro ed è reso possibile da altre discipline come l’high permormance computing, dall’informatica e dalla scienza dei dati, oltre a coinvolgere spesso sottocampi complessi come:

  • il machine learning, sistemi che migliorano le loro prestazioni con l’aumentare dell’esperienza e soprattutto dei dati
  • il deep learningun sistema di apprendimento e di classificazione che, elaborando grandi quantità di dati e basandosi su reti neuronali artificiali, consente a un computer di imitare alcuni processi del cervello umano come il processo decisionale e l’apprendimento autodiretto 

Un quadro di riferimenti è quello contenuto nella  Strategia dell’Unione europea per l’Intelligenza Artificiale:

L’Intelligenza Artificiale si riferisce a sistemi che mostrano un comportamento intelligente nell’analizzare il loro ambiente e intraprendere azioni, con un certo grado di autonomia, per raggiungere obiettivi specifici. 
I sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale possono essere puramente basati su software, agendo nel mondo virtuale (ad esempio assistenti vocali, software di analisi delle immagini, motori di ricerca, sistemi di riconoscimento vocale e facciale) oppure possono essere incorporati in dispositivi hardware (ad esempio robot avanzati, auto autonome, droni o applicazioni Internet of Things).

Per i cittadini e le imprese, per i docenti e gli studenti può essere molto complesso avvicinarsi all’Intelligenza Artificiale

Tra le risorse utili arrivate in Italia c’è il corso online gratuito realizzato da Reaktor e dall’Università di Helsinki.

Tradotto in italiano per volontà del Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e del Dipartimento per la trasformazione digitale, è promosso da Fondazione Cotec con la partnership accademica dell’Università degli Studi Roma Tre

Familiarizzare con l’intelligenza artificiale e i suoi principi basilari, sin dai primi anni di Scuola, è infatti essenziale. 

I bambini che oggi hanno 5 anni trascorreranno la maggior parte della loro vita lavorativa nella seconda metà del 21° secolo, in un mondo trasformato dalle tecnologie. Che posseggano o no le competenze adeguate a quel futuro dipende dai sistemi scolastici attuali.

Apprendere e comprendere l’Intelligenza Artificiale

Sia la Commissione europea nel piano d’azione per l’istruzione digitale (2021-2027) che la Strategia italiana per l’Intelligenza Artificiale, pubblicata dal Ministero dello Sviluppo economico, hanno evidenziato le stesse necessità:

c’è bisogno di riprogettare il curricolo delle scuole affinché includa gli apprendimenti nel campo dell’Intelligenza Artificiale e dei dati e di prevedere investimenti per favorire l’aggiornamento delle competenze di studenti e corpo docente.

Le implicazioni dell’Intelligenza Artificiale per la Scuola

Se dobbiamo aumentare il livello di abilità di tutti gli studenti, quali cambiamenti potrebbero essere necessari per la didattica e la valutazione? E l’IA potrebbe essere di supporto?

Non si tratta di mettere in discussione la relazione insegnante-alunno

La Didattica a Distanza nel periodo pandemico ci ha mostrato come gli studenti abbiano bisogno di soluzioni e competenze tecnologiche, sia in emergenza che per le attività di routine, ma anche di tutoringmetodo valutativo e affettività che solo il confronto con altri umani possono garantire.

Ciò che invece è richiesto alla ricerca e alle politiche educative è di interrogarsi su come l’Intelligenza Artificiale possa favorire l’apprendimento umano e fare in modo che siano gli educatori stessi a guidare la trasformazione, rivolgendo richieste alle aziende tecnologiche.

Gli studi suggeriscono che la possibilità che il settore dell’istruzione venga massivamente implicato dall’automazione è relativamente bassa.

Ma possiamo immaginare applicazioni di IA che supporteranno il ruolo unico dell’insegnante?

Nel Libro Bianco per l’Intelligenza Artificiale al servizio del cittadino a cura dell’Agenzia per l’Italia Digitale, tra gli esempi di come la Scuola potrebbe trarre beneficio dall’adozione di soluzioni di IA cita:

  • strumenti automatici per la valutazione
  • personalizzazione del materiale didattico
  • tutoring automatizzato, per mezzo di strumenti di raccomandazione per tenere viva l’attenzione
  • suggerimenti inerenti variazioni personalizzate da introdurre nel programma scolastico
  • estrazione di indicatori predittivi di rischio di abbandono scolastico

Dove l’Intelligenza Artificiale ha già trovato applicazioni in campo educativo è l’automazione delle attività amministrative e di routine.

Ci si riferisce ai sistemi per:

  • aggiornare in tempo reale le presenze/assenze
  • elaborare pagelle elettroniche
  • gestire il calendario delle lezioni
  • produrre la certificazione digitale che attesta in modo oggettivo il livello di competenze acquisito

Didattica innovativa per l’inclusione

L’Intelligenza Artificiale può aprire prospettive anche per migliorare l’inclusività della Scuola.

Ne sono esempi le tecnologie multisensoriali, come la robotica sociale, utilizzata per favorire apprendimento e relazioni nei bambini con disturbi dello spettro autistico, o le soluzioni per supportare studenti con Bisogni Educativi Speciali (BSE) e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).

Realtà aumentata

In merito alle possibilità offerte dalla realtà aumentata, nelle scuole potrebbero nascere nuovi ambienti educativi innovativi, inclusivi e coinvolgenti, in grado di incentivare l’interazione con e tra gli studenti, coniugando esigenze di formazione e innovazione tecnologica.

Valutazione degli apprendimenti, Big Data e Small Data

Un uso più semplice e molto più efficace dell’Intelligenza Artificiale nella scuola potrebbe essere il supporto allo studio individuale, quale strumento di autovalutazione attraverso la redazione automatica di esercizi aggiuntivi e interrogazioni virtuali.

Libro Bianco per l’Intelligenza Artificiale al servizio del cittadino

Grazie all’Intelligenza Artificiale, potrebbero essere implementati nuovi approcci di valutazione basati su domande personalizzate per fornire agli insegnanti e agli studenti informazioni più ricche in tutte le aree di apprendimento.

La disponibilità di Small Data supporterebbe gli insegnanti per identificare i punti di forza e di debolezza dell’apprendimento degli studenti e per favorire la personalizzazione dei contenuti.

Per gli studenti, disporre di dati significherebbe aumentare la consapevolezza dei propri progressi e la conoscenza di se stessi in relazione al lavoro svolto.

A conclusione di questo breve excursus sulle possibili applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nella Scuola, va fatto notare che Big Data e analisi predittive hanno già un ruolo nell’elaborazione delle policy educative, ferma restando l’attenzione per il trattamento dei dati e per il rispetto e la tutela della privacy, allo scopo di potenziare i sistemi d’istruzione in relazione ai livelli di competenze richiesti nel mondo del lavoro futuro.

Approfondimenti

 

martedì 6 settembre 2022

OCCHI, POSTURA E COMPUTER

Occhi e postura, 

messa a dura prova 

da Dad e Smart working

 - di Matteo Coffaro*

Tra le tante conseguenze della pandemia Covid-19, non possiamo non menzionare la didattica a distanza ovvero la tanto discussa Dad come anche lo smart-working che comportano un maggiore uso del computer, uno stress della postura, un lavoro maggiore degli occhi e l’esposizione alla luce blu. La luce blu rappresenta la parte ad alta energia dello spettro della luce visibile (quella che permette di vedere i colori), avente una lunghezza d’onda compresa tra 380 e 500 nm. È infatti anche indicata come “luce visibile ad alta energia” (Hev). Essa è particolarmente dannosa tra i 390 e 470 nm (luce blu-viola) mentre tra 470 e 500 nm (luce blu-turchese) regola il ciclo sonno-veglia. Oltre alla radiazione solare, esistono diverse fonti di luce blu artificiali come le nuove lampade a led e fluorescenze progettate per risparmiare e per migliorare la nostra vita, ma che emettono una quantità di luce blu maggiore rispetto alle tradizionali lampadine o come gli schermi di computer, tablet e smartphone. Ne consegue che gli occhi sono sempre più esposti alla luce blu con conseguenze negative per la salute. La luce che raggiunge l’occhio umano è suddivisa in spettro visibile (tra i 380 nm e i 780 nm) e spettro non visibile (che include i raggi UV e gli infrarossi.

I raggi UV sono assorbiti dalla cornea e dal cristallino, mentre la luce blu penetra il cristallino raggiungendo la retina. Entrambi con il tempo possono provocare danni, anche irreversibili, alle strutture oculari. La luce blu può aumentare il rischio di problematiche retiniche e della superficie oculare. È noto che l’esposizione prolungata alle radiazioni all’aperto (sia alla luce visibile che a quella non visibile) può provocare danni ai tessuti oculari, sia anteriori che posteriori. La luce blu è fonte di stress ossidativo sulla pigmentazione della retina, inibisce la secrezione di melatonina (alterando il normale ritmo sonno-veglia) e affatica la vista. La luce blu rappresenta un fattore di rischio associabile alla degenerazione maculare legata all’età (DMLE), ma recentemente è stato visto che può avere effetti negativi anche a livello della superficie oculare, in quanto determina un danno ossidativo, che si manifesta con un aumento di secchezza oculare e di infiammazione. Desidero ricordare una campagna di sensibilizzazione che ho avuto il piacere di avviare nelle scuole palermitane ma che purtroppo è stata interrotta proprio dalla pandemia. Il progetto “Skin Save : prevenzione dei rischi per l’eccessiva esposizione ai raggi UV, finanziato dall’Asp di Palermo e come partner Aris (Associazione dei retinopatici e ipovedenti siciliani) e Aps (Movimento per la salute dei giovani). Gli attori coinvolti sono un dermatologo, un pediatra, un oculista , un ortottista e un nutrizionista. Le finalità? sensibilizzare la popolazione grazie anche ad interventi di informazione e formazione sui rischi legati all’eccessiva esposizione ai raggi Uv.

 Dopo oltre due ore di esposizione al pc si possono presentare a causa di quanto detto cefalea, dolore al collo, alle spalle, occhi irritati e arrossati, irritabilità. Esistono in commercio occhiali provvisti di lenti antiriflesso che possono filtrare la luce blu dannosa. Essi lasciano passare tutta la luce “benefica” preservando la trasparenza della visione. Questa tecnologia può minimizzare anche gli effetti negativi della luce blu sul ritmo sonno-veglia, favorendo un miglior riposo notturno. Queste lenti ad elevata selettività potrebbero aiutare a prevenire la comparsa di Dmle (degenerazione maculare legata all’età). Esistono dei filtri chimici (crocina), presenti in collirio, che assorbono selettivamente la luce blu, contrastandone gli effetti dannosi. L’istillazione di questo collirio dovrebbe consentire anche di controllare i segni e sintomi oculari come arrossamento dell’occhio, irritazione, bruciore, sensazione di corpo estraneo.

LA POSTURA


Mantenere una postura scorretta al computer può provocare disturbi di natura diversa, più o meno seri. I più comuni sono il mal di schiena, la cervicalgia, i dolori al gomito e alle spalle, i disturbi al collo, all’avambraccio e alle mani. La postura assunta dalla testa, dal collo e dai polsi è tale da aumentare i danni potenziali a queste stesse aree. La flessione del collo in avanti e verso il basso, risulta ecccessiva scaturendo la sindrome del “text neck“ . Questo termine è stato coniato dal Dott. Dean L. Fishman nel 2008 e consiste in una sequela di sintomi generati dal guardare il display dei dispositivi elettronici per un tempo prolungato che provocano a sua volta posizioni scorrette che si ripercuotono su tutta la colonna vertebrale. Oltre alla compromissione muscolare, in tal caso, si determina e viene indotta una degenerazione dei dischi intervertebrali, con perdita della fisiologia curva del tratto cervicale della colonna, rigidità muscolare, algie al collo, alla testa ,alle spalle e alle mani. Quindi per una postura corretta, ricordiamo che lo schermo non deve essere troppo vicino ma ad una distanza di circa 50-70 cm dagli occhi; inoltre il PC dovrebbe essere sempre centrale e non spostato di lato in modo da evitare un sovraccarico a livello cervicale Le spalle e le braccia devono essere in una posizione rilassata con il gomito appoggiato sui braccioli della sedia o con l’avambraccio appoggiato sulla scrivania. La schiena deve essere diritta e appoggiata allo schienale. Può essere utile in qualche caso utilizzare un cuscino di supporto a livello della colonna lombare per mantenerla in una posizione neutra. Le ginocchia flesse di 90° cosi come i piedi ben appoggiati per terra.

 * Ortottista – Giornale Sanità

 Bibliografia

Agliata G. Post Covid -19: Riabilitazione respiratoria e posturale 2M EDIZIONI

 

 

venerdì 4 marzo 2022

SCUOLA. OLTRE IL VIRTUALE

 I ragazzi hanno bisogno delle lezioni in presenza. 

La realtà materiale delle cose va riconquistata.

 E il mondo digitale va capito e affrontato

(LaPresse)

- di Alessandro Artini

La scuola in presenza non comporta solamente una didattica più appropriata e più proficua per gli apprendimenti, ma molto altro. Certamente essa rappresenta il contesto più efficace per la socializzazione, che sappiamo attuarsi nello spazio della prossimalità. La socializzazione (che riguarda i comportamenti, i valori, gli orientamenti e che è diversa dal semplice “fare amicizia”) è un ingrediente essenziale per la crescita degli alunni, ma è anche indispensabile per gli apprendimenti, perché si impara meglio con gli altri, scambiandosi conoscenze e dubbi, sostenendosi reciprocamente per gli eventuali errori.

Tuttavia, c’è un aspetto, che spesso viene trascurato. La scuola è anche il luogo delle cose, seppur disadorne, essenziali e talvolta malconce, e delle suppellettili che accompagnano la vita degli alunni e costeggiano le loro biografie. Non importa se le aule non sono moderne e confortevoli (certamente è indispensabile che siano sicure, se non belle), ma ciò che conta è che il “clima” delle scuole alimenti il tepore delle anime, così da favorire l’accendersi della passione per la conoscenza. Quel “clima”, che si qualifica come organizzativo, si nutre anche delle cose presenti nelle aule, che costruiscono la familiarità degli alunni con gli ambienti scolastici.

Già, le cose… Ma che importanza possono avere esse per gli alunni? Io, che sono andato a scuola intorno alla metà dell’altro secolo, ricordo ancora il banco di legno a due posti, nel quale ho trascorso gli anni del liceo con lo stesso compagno di classe. Ricordo, seppur con qualche trepidazione, la lavagna, sulla quale avvenivano le interrogazioni. Ebbene, penso che anche per i nostri ragazzi ci sia bisogno della realtà materiale delle cose, diverse da quelle della loro cameretta o della cucina, dove per mesi si è svolta la Dad.

Ma le cose, osserva il filosofo coreano Byung-Chul Han, di formazione tedesca, hanno smesso di vivere nel nostro mondo reale. Anziché quello delle cose, noi oggi viviamo il mondo digitale di Google e dei cloud, che prelevano i dati della nostra vita e ce li ammanniscono sotto veste di informazioni. Queste ultime, poi, ci investono quotidianamente con dei flussi potenti e ininterrotti, al punto che le nostre vite ne vengono influenzate fortemente.

Ormai a causa di questa infomania, le nostre energie libidiche hanno abbandonato il mondo delle cose per riversarsi sul mondo delle non-cose. Infatti, le cose, filtrate dal cellulare e dai processi d’informatizzazione, non sono più tali, perché sono diventate informatori che ci sorvegliano e ci influenzano (infomi). Sono diventate non-cose, elargitrici di informazioni atte a guidare la nostra vita e – come suggerisce Shoshana Zuboff – la controllano, estraendo ricchezza dai dati che noi volenterosamente cediamo (Internet of things) alle grandi aziende che gestiscono i social. Rispetto alle informazioni, non ne abbiamo più il possesso, ma, eventualmente, l’accesso. Così entriamo nella rete e dolcemente ne subiamo gli algoritmi. E l’eros, che nutre la passione per il sapere, si stempera in una blanda affettività, che è quella degli smartphone.

Mentre le cose sono distanti da noi e per questo ce ne dobbiamo appropriare, il telefonino annulla la distanza di queste ultime e, tra le nostre mani, annacqua e blandisce lo stupore del reale, gestito con la digitazione. Mentre il possesso connota il modo profondo con cui gli uomini entrano in rapporto con le cose, che nella loro materialità sono oppositive e per questo stimolano il senso umano di appropriazione, le non-cose non si oppongono, ma suasivamente dilagano nella nostra vita. Tuttavia, senza la corporeità oppositiva delle prime gli uomini perdono il comune senso della realtà; il mondo delle seconde sopraffà il reale, i fatti e perfino la biologia, conducendoci in un’altra realtà, densa di informazioni, ma sfuggente e nebulosa.

Lo smartphone è paradigmatico, poiché annulla la distanza dal mondo, mostrandone ingannevolmente la prossimità. Tra le nostre mani.

Questi – dal punto di vista di Byung-Chul Han – sono i mutamenti del mondo della vita (Umbrüche der Lebenswelt, come suggerisce il titolo), che riguardano noi tutti, ma particolarmente gli adolescenti, sempre più connessi alla rete ma sempre più soli, secondo lo psichiatra Manfred Spitzer. Una folla solitaria, per usare una celebre immagine sociologica. Certamente il ripristino della vita autentica deve attraversare il territorio del frastuono delle informazioni per approdare al silenzio. È nel contatto con le cose, che si attua il recupero di una nuova relazionalità e identità. Tutto ciò spiega l’esigenza di un ritorno alla scuola in presenza. Spiega altresì le ragioni di validità di un’esperienza come quella dell’alternanza scuola-lavoro, nel corso della quale i giovani apprendono l’uso lavorativo delle cose.

Tuttavia, la legittima critica al mondo digitale non può prescindere da una serie di distinguo, dacché l’esigenza di un recupero dello zoccolo duro del reale non può porre sullo stesso piano esperienze mediatizzate diverse. Un conto sono quelle che Bauman definiva come comunità-gruccia, create nella rete, ad esempio, attorno alle celebrities; ben altro è la partecipazione, seppur filtrata dalla televisione, a un evento come l’attuale guerra in Ucraina. Non tutte le esperienze mediate hanno pari valore e i sentimenti che proviamo per quella vicenda, che sono di paura, di commozione e di solidarietà, assumono la veste di una “quasi interazione”, carica di dignità e autenticità.

Qualsiasi percorso finalizzato alla crescita (e al superamento delle difficoltà adolescenziali che, secondo lo psicologo americano Philip Zimbardo, sono particolarmente evidenti nei maschi) non può prescindere da questa distinzione, perché, nella postmodernità, accade che la più parte delle nostre esperienze sia di questo tipo, mentre si riduce il “faccia a faccia”, che ha caratterizzato l’interazione umana nei secoli. Molte conversazioni, al cellulare o in chat, avvengono simultaneamente, sebbene gli interlocutori siano spazialmente lontani. John B. Thompson osserva che l’avvento delle telecomunicazioni ormai ha prodotto lo sganciamento di spazio e tempo. La simultaneità, infatti, è despazializzata.

Questo è quello che accade anche con la Dad, che appartiene a pieno titolo all’esperienza postmoderna.

Certamente la didattica a distanza deve essere regolata, sicuramente ridimensionata, ma non rimossa. Adesso, che siamo tutti in presenza e non vi sono rischi di fraintendimenti, potremmo anche parlarne. Sempre che il ministero intenda promuovere un tale dibattito.

 

Il Sussidiario

 

sabato 22 gennaio 2022

RAPPORTI A DISTANZA

RELAZIONI VIRTUALI


 - di Giuseppe Savagnone *

- Un paradosso

In questi due anni di pandemia stiamo assistendo a un curioso paradosso. Da un lato il Covid ci ha insegnato che «nessun uomo è un’isola», perché nessuno può dirsi esclusivo proprietario del proprio corpo e padrone di farne quello che vuole, senza risponderne agli altri, come l’enfasi sui diritti individuali ci aveva per lungo tempo portati a credere e come si ostinano oggi a sostenere i no-vax.

Dall’altro, però, ci fa percepire questa evidente interdipendenza più nei suoi aspetti negativi – come una minaccia reciproca di contagio – che in quelli gioiosi e costruttivi. Dalla coscienza che la libertà è sempre anche responsabilità sono emerse soprattutto la percezione della nostra reciproca vulnerabilità e la paura del male che possiamo farci involontariamente a vicenda trasmettendo il virus. Da qui la tendenza a rinunziare ai nostri rapporti umani, o almeno a rarefarli e diluirli drasticamente, secondo la formula del “distanziamento sociale”.

Il nuovo ruolo del virtuale nei rapporti umani

Così, l’effetto più immediatamente percepibile della pandemia sulla nostra vita è l’indebolimento delle relazioni, temporaneamente sospese o trasferite su Internet. Persone legate da comuni interessi di affari preferiscono vedersi e negoziare on line. Convegni culturali, originariamente programmati “in presenza”, vengono trasformati in webinar. Perfino gruppi e comunità spirituali trasferiscono i loro incontri su Zoom o altre piattaforme dove vedersi senza pericolo. Emblematico il caso della trasmissione online dell’eucaristia su Tv2000 o a cura delle singole parrocchie. Non si è trattato solo delle assemblee liturgiche. Smartworking, DaD, sono diventati termini di uso comune.

E sicuramente, nella misura in cui il virtuale, sotto l’impulso della pandemia, tende a sostituire le relazioni umane “in presenza”, si hanno dei guadagni. Ma vale la pena di interrogarsi anche sui rischi. Nella consapevolezza che le modalità tecniche della comunicazione tra gli esseri umani – come del resto tutti mezzi della tecnologia – non sono mai puramente strumentali e non lasciano immutati i soggetti che se ne servono.

Noi siamo animali culturali e, a differenza di tutti gli altri, siamo in grado, in una certa misura, di trasformare la nostra natura con i prodotti della nostra creatività. In un tempo che ha visto una impressionante accelerazione di questa produzione, la trasformazione degli esseri umani diventa sempre più evidente.

«La domanda», perciò, come osserva acutamente Umberto Galimberti, «non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma: “Che cosa la tecnica può fare di noi?”». Riferita al virtuale e ai suoi effetti sulle relazioni umane, questa domanda è particolarmente inquietante. Sappiamo quali effetti decisivi per la nostra identità abbia avuto, nel remoto passato, il passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta.

L’avvento della scrittura come rivoluzione antropologica

Per millenni l’oralità aveva determinato un approccio alla realtà che è profondamente cambiato quando è subentrata la nuova tecnica della scrittura. «Apprendimento e conoscenza in una cultura orale significano identificazione stretta, empatica, con il conosciuto. La scrittura separa chi conosce da ciò che viene conosciuto, stabilendo così le condizioni per l’oggettività, il distacco personale» (W. Ong).

Chi vuol raccontare una storia, oppure semplicemente una barzelletta, tende a identificarsi nei personaggi della narrazione, imitarne i toni di voce, i gesti. Soggetto e oggetto non sono nettamente distinguibili. La scrittura, invece, pone una chiara distanza tra chi comunica e ciò che sta comunicando. Nascono così, allo stesso tempo, l’oggettività e la soggettività. Nel momento in cui si distingue da ciò di cui scrive, il soggetto lo coglie come diverso da sé e dotato di una propria specifica struttura.

Reciprocamente, nel fare questo, egli percepisce la propria soggettività, sviluppando così un atteggiamento di introspezione che nelle culture orali era assente. Secondo molti studiosi senza la scrittura non sarebbe mai nata la scienza moderna, e neppure quel tipo di interiorità, complessa e problematica, che ha caratterizzato tutto lo sviluppo della civiltà occidentale.

Ma l’avvento della scrittura ha avuto un profondo influsso anche sulle relazioni umane. Chi vuole raccontare qualcosa raduna intorno a sé un piccolo crocchio di ascoltatori. Così era nel clan quando, la sera, gli anziani, seduti vicino ai fuochi, ripetevano le antiche narrazioni che avevano a loro volta ricevuto dai loro padri. Chi invece vuole scrivere – una lettera, una relazione – o desidera leggerle, chiede che per favore lo si lasci solo.

Qualcuno si è spinto fino ad affermare che l’individuo è nato con la scrittura. Certo è che il diffondersi del mezzo scritto, con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, fornì uno strumento decisivo all’affermarsi della dottrina luterana del libero esame e dell’individualismo protestante, impensabile se non vi fosse stato una Bibbia disponibile per ogni credente.

La problematicità del virtuale

Per fortuna, la scrittura non ha mai soppiantato la comunicazione orale. Ma, ai nostri giorni, l’avvento del virtuale si presenta più problematico. Lo è già per il fatto che, mentre sia la comunicazione orale che quella scritta non nascondono il loro essere degli intermediari, e dunque dei semplici mezzi, per accostarsi al mondo e agli altri, quella virtuale si presenta come autoreferenziale, pretendendo di sostituire, e non di rappresentare, ciò che comunica. Non per nulla si parla di “realtà” virtuale.

Ad essere minacciata direttamente non è tanto la corporeità, che viene comunque rappresentata sugli schermi, ma la sua fisicità. Su Skype o su Zoom vediamo il volto dell’altro, anche se è lontanissimo fisicamente, così come in televisione possiamo seguire eventi che si svolgono in altri continenti. Il guadagno innegabile è l’abbattimento di tutte le barriere spazio-temporali che, nel mondo fisico, impediscono o almeno ostacolano la comunicazione tra gli esseri umani.

Al tempo stesso, però, questa apertura potenzialmente illimitata a persone e a situazioni, che un tempo la lontananza spaziale rendeva irraggiungibili, determina un eccesso insostenibile di stimoli. Partecipare in diretta alle vicende di tutto il pianeta ci potrebbe fare impazzire. Per questo il virtuale si avvale della mediazione dello schermo. Con questo termine si può intendere sia la superficie su cui si delineano delle immagini, consentendo la comunicazione, sia un filtro, un riparo che si frappone fra i nostri organi sensoriali e qualcosa che potrebbe ferirli (come quando si dice: “farsi schermo con la mani”).

Lo schermo della tv, del tablet, del computer o dello smartphone ci fanno cogliere in modo immensamente più ampio la realtà. Ma, proprio per questo, essi devono difenderci da essa, consentendoci di convivere con la sua complessità e la sua violenza grazie al fatto che, dietro lo schermo, ne siamo soltanto spettatori.

Il pericolo, però, è una specie di anestesia che alla lunga può condizionare le persone nel loro atteggiamento di fondo verso la realtà, spingendole ad affrontare tutta la vita come uno spettacolo o un gioco. Questo è particolarmente vero quando sono in gioco i rapporti umani. Non bisogna certo dimenticare i vantaggi che, specialmente in questo tempo di pandemia, sono derivati ad essi dall’uso di Internet. Ma, così come sui social si è “amici”, senza conoscersi se non per il volto che si è deciso di assumere agli occhi degli altri, su Zoom si può evitare di essere visti nascondendosi dietro una icona.

La “persona” ritorna ad avere il significato latino originario di “maschera”. Il risultato può essere la banalizzazione del mistero delle persone. Esposte in vetrina, esse diventano, paradossalmente, invisibili. Come ha scritto Philippe Breton, oggi «si mostra tutto ciò che è visibile, ma al tempo stesso non si vede mai nulla, o perlomeno nulla di ciò che è essenziale»

 * Scrittore ed editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu.


Immagine: Photo by Chris Montgomery on Unsplash


SCUOLA, OLTRE LA DAD

Un rapporto vivo

 tra maestro e allievi

Lo sforzo per tenere aperte le aule è apprezzato dai genitori. Che credono nella passione educativa degli insegnanti

 (AGESC) Per alcuni giorni è sembrata la diffusione di un bollettino di guerra. Non ci riferiamo ai dati che quotidianamente i mezzi di informazione riportano in riferimento ai nuovi casi di contagio da Covid-19, ma piuttosto alla situazione nelle scuole del nostro paese. Basta parlare con un genitore, piuttosto che con un preside o ancora un addetto alla segreteria o amministrazione, per rendersi conto di tutta la difficoltà che sta vivendo il mondo della scuola. A tale riguardo l’accostamento alla situazione degli ospedali italiani viene spontaneo perché buona parte delle energie e delle risorse in capo ad una scuola è oggi assorbito e condizionato dalla pandemia da Sar-Cov-2. Da genitori la nostra riflessione, il nostro sguardo va anzitutto alle tante famiglie costrette a fare i salti mortali tra appuntamenti per tamponi molecolari, didattica a distanza, password di piattaforme varie, connessioni... solo per citare alcune delle situazioni che viviamo quotidianamente. È in questa situazione che, già l’avevamo scritto, emergono però le risorse che il mondo della scuola e i genitori hanno nel loro Dna.

Nell’audizione di mercoledì mattina alla Camera dei Deputati il ministro Bianchi ha, giustamente, rivendicato da parte del governo e del premier Draghi l’impegno assuntosi di fare di tutto per dare continuità in presenza all’azione educativa della scuola, sottolineandone quel valore fondamentale per la nostra società, per noi tutti che talvolta

viene dimenticato. Niente contrapposizione con la scuola digitale, con il futuro che è già presente, niente sbarramenti ideologici aggiungiamo noi perché accanto ai limiti abbiamo sperimentato quanto, in situazioni di emergenza, anche la Dad è assolutamente una risorsa che ha costituito e costituisce tuttora l’unico filo che tiene annodato l’alunno all’insegnante quando non c’è proprio la possibilità di vedersi fisicamente. Come sempre la discriminante sono le persone e la differenza la fanno sempre queste ultime mettendosi in gioco in un atto d’amore, in questo caso verso la scuola. La Dad è uno strumento e, come tale, la sua efficacia dipende dall’uso che se ne fa. È per questo che da genitori continuiamo ad interrogarci: è possibile fare scuola di qualità anche in Dad? La scuola in presenza è sempre e comunque di qualità? Come Agesc crediamo nella passione educativa di insegnanti e genitori capace di dare anima anche a uno strumento apparentemente asettico come la Dad. Questo perché si può dare buona testimonianza di vicinanza e di solidarietà anche “a distanza”.

A tutti importa della scuola, agli insegnanti, ai ragazzi e ai genitori. Se crediamo nel rapporto vivo tra maestri ed allievi, se crediamo che trasmettere sapere significhi anche avere entusiasmo e partecipazione e che la scuola sia comunità, incominciamo con l’insegnare ai nostri ragazzi che siamo noi a dover dare

anima e cuore alla tecnologia e che tutto questo può essere fatto lontano da polemiche ma accettando con maturità e consapevolezza una realtà che siamo chiamati a vivere preservando la dignità della nostra scuola. La grande sfida, il bisogno che tocchiamo con mano in questi giorni, è quanto ribadito come volontà dal ministro Bianchi. Vale a dire «rafforzare, come stabilito nel Pnrr, la scuola digitale che non si contrappone alla scuola in presenza dotando tutte le nostre scuole di quegli strumenti che permettano ai nostri ragazzi di utilizzare appieno le tecnologie che aiutano a sviluppare una didattica partecipativa».

La scuola è un elemento imprescindibile di stabilità sociale e va sostenuta “tutta”, intesa come sistema scolastico, quindi senza distinzioni, statale e paritaria, in modo particolare in questo frangente storico.

 

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sabato 8 gennaio 2022

SCUOLA SI - SCUOLA NO ?

 
«Sono i genitori
 a doversi vaccinare»

 

Intervista al prof. Agostiniani (Sip): molti dei piccoli ricoverati vengono contagiati in casa. Le classi? Sicure

Prima che per i bambini, la preoccupazione è «per i genitori non vaccinati che li mettono a rischio». E per chi li cura: «Pediatri e infermieri decimati dal contagio, che nella maggior parte dei casi si trovano a casa del tutto asintomatici. E lì devono restare fino all’esito di un tampone negativo, spesso introvabile, spesso positivo ben oltre i 10 giorni previsti». Rino Agostiniani, vicepresidente della Società italiana di pediatria e direttore dell’Area Pediatria e Neonatologia della Asl Toscana Centro, guarda avanti. Alle prossime settimane, quando «se non cambieranno le regole sulle quarantene dei sanitari i nostri ospedali potrebbero addirittura trovarsi costretti a chiudere».

Professore, le regole sono appena cambiate in senso meno restrittivo, soprattutto per chi ha tre dosi di vaccino come larga parte dei sanitari. Cosa succede allora?

Stiamo facendo screening su tutti gli operatori ed è molto facile trovare positivi: al momento nel mio dipartimento su 90 pediatri, 9 sono risultati contagiati. Significa che stiamo già facendo a meno del 10% del personale. Dal punto di vista organizzativo se questa percentuale dovesse salire anche solo al 20%, saremmo paralizzati. Il problema allora è come gestire le positività asintomatiche: proprio per- ché tutti i medici hanno tre dosi di vaccino, i contagiati stanno bene o al massimo hanno un po’ di raffreddore. Un’idea percorribile potrebbe essere quella invece di farli rientrare al lavoro nel minor tempo possibile, e soprattutto senza dover attendere l’esito di una tampone negativo: adotteranno tutte le precauzioni indispensabili a non contagiare, esattamente come le adottano già per non essere a loro volta contagiati dai positivi che curano. Le regole vanno cambiate in fretta, però...

Qual è la situazione dei reparti pediatrici?

Siamo usciti da un periodo di vera emergenza, tra fine novembre e dicembre, legato alle bronchioliti. Adesso stiamo vedendo più bambini con forme di Sars-Cov.2. È un dato scontato: il virus non è diventato più aggressivo coi bambini, semplicemente davanti a un rischio aumentato per tutti di contagiarsi anche il rischio che ciò accada tra i più piccoli aumenta. Nella fattispecie, i ricoveri pediatrici sono cresciuti del 30% circa nelle ultime due settimane.

E qual è l’identikit dei bambini che vengono ricoverati?

Larga parte dei pazienti non si trovano in una situazione complessa: sono soprattutto i piccoli sotto i 5 anni, che essendo difficilmente gestibili a casa vengono portati in Pronto soccorso dai genitori. Hanno sintomi di tipo respiratorio, più spesso gastrointestinali. Non di rado capita, anzi, che arrivino in ospedale per altri motivi e vengano casualmente trovati positivi al tampone di controllo. Il virus, d’altronde, trova terreno fertile nella popolazione più suscettibile perché scoperta dal punto di vista vaccinale, e i bambini vi rientrano appieno. Attenzione però: più piccoli sono – in particolare sotto l’anno – e più è comune che i contagi siano di tipo familiare. Incontrano il Covid in casa, cioè, contagiati da genitori non vaccinati. Nel caso dei neonati, tra i 3 e i 5 mesi, quasi sempre è la mamma a trasmetterlo: ha rinunciato alle dosi in gravidanza, non ha anticorpi e non li ha trasmessi al piccolo, essendo giovane e avendo appena partorito ha più contatti sociali. Ecco perché, insieme alle vaccinazioni per i bambini, è importante concentrarsi ancora su quelle degli adulti: mamme e papà devono vaccinarsi.

A proposito di vaccinazioni ai piccoli, perché così tanta paura ancora?

Le vaccinazioni pediatriche sono partite da poco più di 20 giorni, in concomitanza

con un periodo di festività. Oggi siamo al 10% della popolazione vaccinata nella fascia d’età 5-11 anni e io lo considero già un ottimo risultato. Dagli studi condotti negli Stati Uniti, che sono partiti prima di noi, sapevamo cosa sarebbe successo nelle famiglie: un 30% di genitori non vede l’ora di vaccinare i propri figli (ed è il 30% che copriremo entro fine gennaio), un 30% è sicuro di non volerli vaccinare (e qui non abbiamo molte possibilità), un altro 40% decide di aspettare. È su questi ultimi che dobbiamo lavorare, soprattutto noi pediatri, sensibilizzando i genitori e rispondendo a tutti i loro dubbi e domande.

Professore, i presidi adesso chiedono la Dad per tre settimane. Dal punto di vista sanitario è sicuro ripartire con le lezioni in presenza?

La domanda va rovesciata: quanto inciderebbe il mancato ritorno a scuola sui percorsi educativi e di socialità dei bambini e dei ragazzi? Ovviamente siamo tutti consapevoli del momento difficile e complicato che stiamo vivendo, ma il Paese non è in lockdown: potrebbero uscire tranquillamente e infettarsi altrove con più facilità di quello che farebbero a scuola. E poi cosa significa ripartire tra tre settimane? Il virus non scomparirà, non abbiamo elementi per dire che la situazione migliorerà. La scuola, ne sono convinto, deve ripartire senza se e senza ma.

 

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