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giovedì 13 agosto 2026

L'ETA' MINIMA

 


Accesso ai social

 Telefono Azzurro

«L’età minima 

non basta»


«Una soglia anagrafica può rappresentare uno strumento importante di protezione, soprattutto per i più piccoli, ma non può costituire da sola una politica per l’infanzia», dice il fondatore e presidente, Ernesto Caffo, «la domanda non è soltanto a quale età consentire l’accesso ai social, ma quali caratteristiche debba avere un ambiente digitale per essere sicuro e appropriato allo sviluppo di bambini e adolescenti»

di Giampaolo Cerri

 

Nel dibattito sull’accesso ai social network, rinforzato in questi giorni delle notizie che arrivano dall’Estero di nuovi divieti, torna il fondatore di Telefono AzzurroErnesto Caffo. È infatti crescente il numero di Paesi che introducono o discutono limiti di età per l’accesso dei minori ai social network segna un cambiamento importante: dopo anni di autoregolamentazione, la protezione dei bambini nell’ambiente digitale sta diventando una responsabilità pubblica e un obbligo per le piattaforme.

Sull’ipotesi di limitare l’accesso ai social network agli under 15, il fondatore di Telefono Azzurro invita però a non ridurre una questione complessa alla sola scelta dell’età minima.

«Una soglia anagrafica può rappresentare uno strumento importante di protezione, soprattutto per i più piccoli, ma non può costituire da sola una politica per l’infanzia», afferma Caffo, «la domanda non è soltanto a quale età consentire l’accesso ai social, ma quali caratteristiche debba avere un ambiente digitale per essere sicuro e appropriato allo sviluppo di bambini e adolescenti».

Per Telefono Azzurro cioè, la responsabilità deve ricadere innanzitutto sulle piattaforme: «Profili privati e impostazioni protettive per default, limiti alla geolocalizzazione e ai contatti indesiderati, maggiore tutela rispetto agli algoritmi di raccomandazione, alla profilazione e alle tecniche progettate per massimizzare l’engagement», dicono alla Fondazione che sostiene inoltre «sistemi di age assurance efficaci ma rispettosi della privacy, capaci di verificare la fascia di età senza determinare una raccolta generalizzata di documenti e dati personali».

Secondo Caffo particolare attenzione deve essere dedicata all’intelligenza artificiale, tema di cui lui stesso si è occupato tra i primissimi in Italia, in relazione all’infanzia e all’adolescenza. «Regolamentare soltanto i social network rischia di significare intervenire sul problema di ieri», sottolinea il professore. «Chatbot Ai companions possono costruire con un adolescente relazioni continuative e apparentemente empatiche. Servono garanzie specifiche contro manipolazione emotiva, sessualizzazione, dipendenza relazionale e rischi legati ad autolesionismo e suicidio».

Telefono Azzurro chiede inoltre «che qualsiasi futura normativa garantisca sempre ai minori l’accesso ai servizi di emergenza, ascolto, salute mentale e tutela dell’infanzia, compresi 114 Emergenza Infanzia, 116000 Minori Scomparsi e 19696».

La Fondazione propone infine un Child Digital Safety Framework italiano ed europeo, che integri social media, Ai, age assurance, privacy, salute mentale, educazione digitale, responsabilità delle piattaforme e servizi di aiuto.

«Dobbiamo superare l’alternativa tra lasciare i ragazzi soli nel mercato digitale e tenerli semplicemente fuori dalla tecnologia», conclude Caffo. «La sfida non è costruire un mondo senza tecnologia per i bambini. È costruire una tecnologia degna dei bambini».

VITA


lunedì 22 giugno 2026

VIETARE O EDUCARE ?

 


Il dibattito è in corso in tutto il mondo, e il dilemma si fa angoscioso quando le cronache riferiscono di casi drammatici di autosegregazione aggressiva, sfocianti in forme estreme di autolesionismo o, al contrario, di violenza indiscriminata. 

E spesso, ormai quasi sempre, si scopre che questi comportamenti sono fortemente influenzati dalla massiccia esposizione, diurna e notturna, ai social e alle più recenti applicazioni dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

In molti Paesi, e anche in Italia, sono allo studio dei governi misure volte a vietare l’accesso dei più giovani ai dispositivi connessi alla rete, soprattutto agli smartphone, ma forte è l’opposizione di coloro, soprattutto psicologi e pedagogisti, che ritengono che il divieto avrebbe effetti controproducenti soprattutto per giovani, come quelli della generazione alfa – quella dei nati tra il 2012 e il 2024 – abituati fin dalla nascita a convivere, o meglio a coesistere in un rapporto quasi simbiotico, con schermi interattivi.

La tendenza di molti governi è a vietare l’uso dei devices digitali a scuola fino a una certa età: 14, 15 o 16 anni, o addirittura fino alla fine della secondaria superiore, come stabilito in Italia dal ministro Valditara con propri atti amministrativi, nelle more dell’approvazione della legge bipartisan ancora ferma in Parlamento.  Nessun Paese però, nemmeno l’Australia, che per prima si è mossa fissando il limite a 16 anni, ha esteso il divieto al tempo non scolastico degli studenti, così che la responsabilità di decidere se dare o no uno smartphone ai figli ricade per intero sui genitori.

Particolare e più complicata è la situazione degli USA, dove alla denuncia di The Anxious Generation di Jonathan Haidt (marzo 2024), un vero e proprio atto d’accusa verso le malattie mentali provocate dai social (a suo giudizio da vietare ai ragazzi fino a 16 anni sia dentro che fuori della scuola), non ha fatto seguito alcuna misura restrittiva a livello federale, essendo la competenza a decidere in materia riservata ai singoli Stati, alcuni dei quali l’hanno delegata ai distretti scolastici. Così la situazione è a macchia di leopardo, complicata dal fatto che alcuni tribunali federali hanno considerato il divieto illegittimo perché in contrasto con il primo emendamento della Costituzione americana, che garantisce la libertà di pensiero e di parola.

L’alternativa al divieto, a questo punto, è quella di convincere (educare) i giovani a non farsi condizionare dai social, ed è in tale direzione che va il nuovo libro di Haidt, uscito negli USA il 30 dicembre 2025, intitolato “The Amazing Generation: Your Guide to Fun and Freedom in Screen-Filled World”, rivolto direttamente ai ragazzi, la “Generazione Fantastica”, invitati a riscoprire il piacere della relazione personale, all’aperto, con i coetanei. Negli USA è subito diventato un bestseller anche perché il volume contiene alcuni divertenti fumetti, pensati per lettori di 9-12 anni, con piccole storie di amicizia e di condivisione di esperienze di vita reale, non “virtuale”.

TuttoscuolaNews

 

sabato 28 febbraio 2026

MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

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giovedì 3 luglio 2025

SMARTPHONE A SCUOLA

 


Ambiente tossico o contenitore di relazioni? Perché lo smartphone a scuola non va proibito

Si può scegliere la via del divieto, che semplifica ma non educa. 

Oppure si può accettare la sfida, più complessa ma più necessaria: educare al digitale stando dentro il digitale. 

Non lasciando il campo ai social e agli algoritmi, 

ma riappropriandosi della tecnologia come spazio pedagogico

di Gianmarco Proietti

Negli ultimi mesi il dibattito sull’uso dello smartphone a scuola si è acceso, spesso polarizzandosi. Da una parte ci sono i sostenitori del divieto assoluto: lo smartphone distrae, crea dipendenza, rovina la concentrazione, meglio rimuoverlo del tutto dall’ambiente scolastico. Secondo questa visione, tutto ciò che serve per apprendere con strumenti digitali può già essere fatto con un tablet, che ha meno accessi esterni, meno notifiche, meno interruzioni. Il punto, dicono, non è come si usa lo smartphone: è che, per sua natura, lo smartphone non è uno strumento neutro, ma un ambiente che entra in competizione con tutto il resto — lezioni comprese

È una porta costantemente aperta sulla distrazione e sull’iperstimolazione. Dopo più di dieci anni di diffusione capillare, sostengono, non è mai stato possibile scrivere una guida credibile che ne disciplini l’uso consapevole in classe. E non è un caso, secondo loro, che Paesi altamente digitalizzati come Svezia, Norvegia e Finlandia stiano facendo un passo indietro, promuovendo scuole “smartphone free”: chi ha raccolto dati clinici e osservato da vicino il progressivo peggioramento degli indicatori di salute mentale nei giovani — ansia, depressione, disturbi del sonno, deficit dell’attenzione — ritiene che il problema non sia semplicemente educativo. È strutturale, sistemico, e la soluzione non può che essere netta: togliere lo smartphone dalla scuola per proteggere chi cresce.

Tuttavia, questa posizione – pur comprensibile e animata da motivazioni importanti – rischia di produrre una risposta semplificata a una questione molto più complessa. Innanzitutto, va detto che i modelli nordici citati come esempi virtuosi adottano il divieto dello smartphone all’interno di un ecosistema scolastico molto diverso dal nostro. In Svezia e Finlandia, infatti, tutti gli studenti e le studentesse sono dotati di tablet personali forniti dalla scuola, connessi a una rete wi-fi stabile e sotto la supervisione attiva dei docenti, anche attraverso strumenti di gestione tecnici (Mdm, mobile device management, per iOS o Android). Non si tratta, dunque, di una semplice rimozione del digitale personale, ma di un’infrastruttura pubblica che permette un uso educativo e controllato delle tecnologie. Un modello del genere potrebbe funzionare anche in Italia, ma solo se si garantisse a tutti l’accesso a dispositivi adeguati, connettività stabile e formazione specifica per i docenti. In mancanza di questi elementi, il rischio è che il divieto si traduca in una regressione o, peggio, in una nuova forma di disuguaglianza.

Inoltre, la tesi secondo cui basterebbe sostituire lo smartphone con un tablet per risolvere il problema riduce tutta la questione a un piano tecnico, ignorando la dimensione culturale, relazionale e sociale del digitale. E finisce per non vedere proprio la realtà quotidiana degli studenti.

Molti di coloro che chiedono il divieto totale dello smartphone si rifanno alle tesi del saggio di Jonathan Haidt, The Anxious Generation, in cui si sostiene che l’uso precoce e intensivo dello smartphone e dei social network sia responsabile dell’impennata di ansia e depressione tra gli adolescenti, in particolare nelle ragazze. Secondo questa impostazione, lo smartphone non è uno “strumento” ma è un ambiente e fondamentalmente un ambiente tossico: la sua esclusione dalla scuola diventa un’azione di tutela della salute mentale. Tuttavia, queste posizioni sono tutt’altro che unanimemente condivise nella comunità scientifica e pedagogica.

Voci autorevoli come quelle di Matteo Lancini e Pier Cesare Rivoltella, ad esempio, invitano a una lettura più complessa. Lancini sottolinea come l’adolescenza contemporanea sia profondamente cambiata e come lo smartphone sia un contenitore delle emozioni e delle relazioni. Non è il dispositivo in sé a generare disagio, ma il vuoto educativo e relazionale in cui viene immerso. Rivoltella invita a non confondere la necessità di educare con la tentazione di censurare: il problema non è il digitale, ma una scuola che resta analogica e trasmissiva, incapace di accogliere le sfide dell’era digitale. 

Comunque è vero che lo smartphone non sia semplicemente un dispositivo. È l’ambiente che gli adolescenti abitano ogni giorno, il filtro con cui leggono il mondo, il canale con cui si informano, comunicano, si orientano. Vera Gheno, nella puntata 111 del podcast Amare parole de Il Post, spiega con grande lucidità che lo smartphone per questa generazione è ciò che il Pc è stato per i cinquantenni di oggi: un punto di riferimento cognitivo, un luogo del pensiero e della relazione. Chiedere agli studenti e alle studentesse di sostituire lo smartphone con un tablet non è come chiedere loro di scrivere con una penna rossa invece che con la penna blu. E oltre a essere culturalmente discutibile, è anche socialmente iniquo. In Italia, gli adolescenti hanno uno smartphone ma non hanno un tablet personale. Secondo un’indagine RaiNews del 2023, il 90% degli studenti e delle studentesse sopra i 16 anni possiede un device personale, ma soltanto 1 studente su 4 ha con sé un tablet.  Immaginare che si possa semplicemente “switchare” tra device significa introdurre una disuguaglianza silenziosa, creando una scuola digitale per pochi, per chi può permettersi di più. Il divieto, in questo contesto, diventa una forma di esclusione, non di protezione.

Ma c’è di più. Se davvero lo smartphone fosse un dispositivo così pericoloso da dover essere escluso, come si giustifica il fatto che proprio studenti e studentesse con differenze certificate — come Discalculia, Disgrafia, Adhd — possano invece farne uso regolare grazie a un Piano Didattico Personalizzato? In molte scuole italiane, sono proprio loro — più sensibili agli stimoli ambientali — a utilizzare lo smartphone per scrivere con la dettatura vocale, ascoltare testi con sintesi audio, svolgere calcoli con app dedicate.

È un paradosso educativo. Se davvero lo smartphone fosse ingestibile, se bastasse la sola esposizione alle notifiche per compromettere l’attenzione, perché ammetterne l’uso proprio da parte di chi ha un rapporto più complesso con il controllo dell’attenzione? In realtà, questa prassi dimostra una cosa fondamentale: non è il dispositivo in sé a essere un problema, ma il contesto in cui viene usato. E se si sa usarlo bene per chi ha bisogni specifici, si può educare tutta la classe a farlo.

La verità è che si sta vivendo un’epoca di passaggio. Il pedagogista Roberto Franchini parla di cambio di paradigma, dal modello educativo cartaceo a quello digitale. Ma come tutti i passaggi, anche questo è disordinato, incompleto, frammentario. Gli studenti e le studentesse di oggi hanno imparato a leggere e scrivere con il libro e il quaderno, ma vivono fuori dalla scuola in un mondo connesso, asincrono, interattivo. I dati che oggi raccogliamo sui danni del digitale sono parziali, perché si riferiscono a studenti e a studentesse che stanno vivendo solo parzialmente il nuovo paradigma. 

Lo smarphone in classe può essere uno strumento didattico se si stabiliscono dei tempi in cui è presente nell’ambiente di apprendimento e tempi in cui non deve esserlo. Allora si possono proporre attività in cui lo smartphone viene usato come strumento di ricerca, dando compiti strutturati, con obiettivi chiari, dividendo i ragazzi in piccoli gruppi e predisponendo un momento assembleare di restituzione del lavoro svolto. Si può trasformare la classe con i cellulari in un laboratorio di fisica (Phyphox è un’app straordinaria), facendo sì che ragazzi e ragazze mantengano un buon livello di coinvolgimento, affrontando, eventualmente in modo metacognitivo l’uso improprio di questo strumento, trasformando così lo smartphone da rischio, che nessuno nega, in risorsa: è qui che il docente si gioca la propria credibilità. Le tecnologie moderne hanno aperto opportunità per attività educative multidimensionali e creato uno spazio nuovo. Una sfida importante consiste nel rendere la scuola il luogo più interessante di questo spazio, come indicato dalla Raccomandazione Europea sulla modernizzazione dei sistemi di istruzione (2018).

Si è di fronte a una grande responsabilità. Si può scegliere la via del divieto, che semplifica ma non educa. Oppure si può accettare la sfida, più complessa ma più necessaria: educare al digitale stando dentro il digitale. Non lasciando il campo ai social e agli algoritmi, ma riappropriandosi della tecnologia come spazio pedagogico.

Proibire è facile. Educare è molto più difficile. Ma è proprio ciò che la scuola è chiamata a fare.

  VITA

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