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giovedì 3 luglio 2025

NULLAFACENZA o STUPEFACENZA ?

 

 Il nuovo  è ciò che si e ci rinnova perché è denso di vita, in esso la vita prende la parola senza mentire e senza chiederci nulla, e ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi e non solo in vita. 


Vacanza viene da vacuus: vuoto. A che serve questo vuoto? A metterci qualcosa di nuovo. Ma che cosa è veramente nuovo? Ciò che non si esaurisce e ti rinnova.

Può riuscirci un luogo mai visto, ma non è detto, perché se dopo averlo visto non ci torneremmo allora non era «nuovo» ma solo «una novità», come una parete colorata o un cibo troppo dolce che stancano presto. Nuovo non è sinonimo di più recente o di più desiderato, perché il più recente è solo il meno vecchio e sarà presto superato, e il più desiderato è solo il più invidiato e sarà presto sostituito. Il nuovo invece non invecchia e non è sostituibile, è sempre «nuovo» anche nel «di nuovo». Anche per questo in vacanza si torna spesso negli stessi posti, perché restano nuovi, come i classici. Omero è più nuovo del giornale, Beethoven del tormentone, Van Gogh di un video virale. Il nuovo insomma è ciò che si e ci rinnova perché è denso di vita, in esso la vita prende la parola senza mentire e senza chiederci nulla, e ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi e non solo in vita. 

 La vacanza è l’occasione per questo «nuovo». Se non lo troviamo torniamo più stanchi, perché il corpo non riposa se non riposa lo spirito (vale anche il contrario ma è più scontato accorgersene), e lo spirito riposa solo dove sentiamo di appartenere alla vita gratuitamente, uno spazio sacro in cui si riesce a essere senza dover dimostrare nulla. 

 E allora vacanza è una condizione, non un posto. Uno stato d’anima. Quale? 

 Esistono due tipi di disperazione: non riuscire ad accettare se stessi e non riuscire a diventare se stessi, nell’uno e nell’altro caso si è esiliati in casa propria, che è il contrario di riposare, cioè poter porre (-posare) di nuovo (ri-) l’io dentro se stesso, gioire di essere e di diventare. Il vuoto della vacanza è la prova, non la prova costume. Vacanza è sostare, «so stare» in me. E come? Attraverso il senso che dà senso agli altri cinque, il senso della meraviglia (da mirabilia: le cose stupefacenti). 

 Non è una metafora. 

 Paul Piff, docente di psicologia all’Università della California, ha studiato il rapporto tra meraviglia e comportamento sociale. In uno dei suoi esperimenti ha coinvolto due gruppi di studenti: il primo è stato portato a vedere un bosco di alberi maestosi, il secondo un gigantesco edificio anonimo. Per un minuto. Alla domanda sul sentimento provato, quelli del bosco hanno parlato di «riverenza» (dal latino vereor, aver riguardo, da cui verità), quelli dell’edificio «indifferenza». I due gruppi sono stati poi sottoposti a un finto incidente: uno degli psicologi faceva cadere per errore un contenitore pieno di penne. Quelli del primo gruppo hanno raccolto tutte le penne, quelli del secondo hanno per lo più lasciato che lo facesse lui. È stato poi chiesto agli studenti quanto volevano essere pagati per il tempo dedicato all’esperimento. 

Quelli del primo gruppo sono stati meno pretenziosi del secondo, perché erano grati di aver fatto una cosa bella. L’esperimento mostra che un solo minuto di meraviglia rende meno egoisti e più connessi. 

Perché? Perché la meraviglia aumenta la vita spirituale, cioè dove la vita ha senso di per sé e non in base alla sua utilità, come una mela di Cézanne, che non puoi mangiare ma solo amare. Il senso della meraviglia ci dà energia perché ci fa sentire legati al cosmo e agli altri, non per usare ed essere usati ma per gioire della presenza stessa delle cose e delle persone. Chi non prova mai meraviglia finisce per pensare solo a se stesso, si sente isolato e tende a voler possedere ciò che in realtà lo possiede, dipendere è infatti il surrogato dell’appartenere, non sono legato a cose e persone ma vi sparisco dentro: sostanze senza sostanza, stupefacenti senza stupefacenza. 

 Eppure basta un minuto di meraviglia per essere più liberi, connessi, generosi, e ricevere quel nutrimento spirituale che rinnova la vita. I grandi creatori erano persone guidate dalla meraviglia: Darwin rimaneva ore seduto a osservare il suo giardino, Cézanne ripeteva sempre lo stesso soggetto nei suoi quadri. Non si annoiavano perché trovavano il nuovo nello stesso, il «per sempre» nelle cose «di sempre». 

 Noi abbiamo invece bisogno di sorprese (chi fa spoiler oggi compie un reato), ma la sorpresa è ben diversa dalla meraviglia: la prima si esaurisce subito, la seconda invita ad andare oltre, è estasi (ek-stasis: uscir fuori rimanendo dentro, ri-posare, ci si abbandona ma invece di perdersi ci si trova di più, come in amore). Dalla meraviglia comincia ogni ricerca filosofica e scientifica. Ogni estasi, che provenga da luoghi, persone, passioni è una vacanza che accade dove lo spirito incontra l’inesauribile profondità della vita che non può essere con-sumata ma solo con-divisa: la meraviglia si riconosce dal fatto che crea legami, festa, memoria. 

 Un’esperienza memorabile è una esperienza che, ricordata, produce la stessa serotonina di quando la si è vissuta, un deposito di felicità a comando. Chi scambia la meraviglia per la sorpresa cerca dopamina, neurotrasmettitore della ricompensa immediata, delle dipendenze. La serotonina è invece quello della felicità, perché resta nel tempo. 

 Non è un caso che l’ecstasy sia la droga che opera sulla serotonina: aumenta le percezioni, abbassa le difese, facilita la socialità (era usata a scopo militare per non sentire la fame e far dire la verità ai nemici), ma lo fa manipolando il cervello in assenza di un rapporto con il mondo, e finisce infatti con l’inibire proprio la produzione naturale di serotonina. 

 Vacanza non è nullafacenza, per «riposare» ci vuole stupefacenza: la gioia che viene dalla vita che riceviamo o che creiamo. 

 Lo racconta bene una pagina di Orbital della scrittrice inglese Samantha Harvey in cui un gruppo internazionale di astronauti su una stazione spaziale compie 16 giri attorno alla Terra ogni 24 ore. Vedere ogni giorno per 16 volte buio e luce, paesaggi e città, mari e terraferma, li porta a innamorarsi «di nuovo» del Pianeta e di se stessi: «Nulla si perde a ogni nuovo giorno e ogni singola alba li lascia a bocca aperta. Ogni volta che quella lama di luce si spacca e il Sole esplode, per poi spargere la sua luce come un secchio che si rovescia sulla Terra, ogni volta che la notte diventa giorno in un minuto, ogni volta che la Terra si immerge nello spazio come una creatura che si tuffa e trova un altro giorno, giorno dopo giorno dopo giorno dalla profondità dello spazio, un giorno ogni novanta minuti, ogni giorno nuovo di zecca e infinito, e loro a bocca aperta». 

 Ogni giorno a bocca aperta, segno fisico della meraviglia, bisogno di trattenere un respiro che non si vuole finisca. La meraviglia è la porta quotidiana sulla vita eterna, dove lo spirito riposa, non perché viene dopo la morte, altrimenti non sarebbe eterna, ma perché è immune dell’essere consumata dal tempo. 

 Ne ho trovato la sintesi in una pagina del Volume del tempo I. 

L’enigma della scrittrice danese Solvej Balle, in cui a una donna «si rompe» il tempo lineare tanto che deve vivere sempre nello stesso giorno. Per lei il nuovo non è più ciò che verrà domani, ma ciò che trova e crea nel medesimo oggi, in particolare con il marito: «Ricordo quei giorni come i più felici. Di sempre. Mi sentivo amata. Mi sentivo amata sul divano del soggiorno e sul pavimento. Mi sentivo amata nel letto e quando sedevamo a tavola la sera. Non era un fatto insolito. Non era diverso rispetto a prima del diciotto novembre, solo più forte, e non avevamo niente da fare. Quello era un tempo che non ci sfuggiva. Era come il periodo in cui ci eravamo appena conosciuti, solo più intenso... 

Era una condensazione, una rete di collegamenti. Mi sentivo compresa. Dicevo frasi che venivano ascoltate, e ascoltavo le parole che venivano dette». 

 Anche qui la misura della gioia è la densità delle 24 ore. Sempre lo stesso giorno, eppure nuovo. Da questo punto di vista il vuoto delle vacanze è inesorabile, perché tutto ciò che nelle relazioni abbiamo trascurato o nascosto con l’alibi del tran tran ordinario, verrà fuori in modo eclatante: è ora di affrontarlo per ritrovare la gioia. 

 Vacanza allora non è né assenza dell’ordinario né presenza dello straordinario, ma apertura alla vita eterna. Vi auguro questo riposo che scaccia la disperazione di non accettarsi o di non diventare se stessi, perché solo il senso della meraviglia fa riscoprire i legami con la vita e ci fa sentire «di nuovo» voluti al mondo e quindi pieni di speranza e coraggio. 

Per nuove avventure. 

 P.S. La scuola è terminata e questo «ultimo banco» ce lo portiamo via, come condizione interiore che permette di guardare, domandare, scoprire, farsi i fatti propri, meravigliarsi, dovunque siate. Ci rivediamo a settembre.

 

Alzogliocchiversoilcielo

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domenica 16 marzo 2025

ANNOIARSI A SCUOLA


La noia è il più grande problema della scuola

 “Gli studenti vedono gli insegnanti come usciti dalle caverne". 


 

INTERVISTA a Federico Tonioni

 

-         di Vincenzo Brancatisano

“Altro che smartphone, il problema dei nostri alunni è la noia. Ho adolescenti che mi descrivono gli insegnanti come usciti dalle caverne”. La noia – aggiunge – è il più grande problema della scuola”. E quanto all’esplosione dei disturbi dell’apprendimento, i Dsa, invita alla cautela sul fatto che ci sia una correlazione con le nuove tecnologie: “Non sono i ragazzi ad avere problemi, ma il sistema”.

Federico Tonioni è psichiatra e psicoterapeuta presso il Policlinico Gemelli di Roma. Si occupa da tempo occupa di adolescenti e dipendenze e delle ricadute che l’uso e l’abuso di internet hanno sulla crescita dei giovani. E’ lui che nel 2009 ha fondato il primo ambulatorio in Italia sulla dipendenza da internet, diretto da lui, e diventato nel 2016 il Centro pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web, della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma”.

Tonioni invita tutti, specie le famiglie, a non allarmarsi di fronte alle novità indotte dall’avvento dell’era digitale, avvento arrivato troppo in fretta. “Non è l’inizio della fine, è un nuovo inizio”, assicura lui.“I bambini crescono circondati da schermi portatili e interattivi. Questa non è la fine del mondo, ma è semplicemente la realtà in cui viviamo”. Una realtà, aggiunge lo psichiatra, “in cui si dà più spazio alle immagini e meno al linguaggio verbale”. E la scuola? La scuola, secondo lui, ha le sue colpe sulla diffusione del fenomeno: il fatto che le diagnosi di disturbi dell’apprendimento siano cresciute “non vuol dire – sottolinea Tonioni – che i nostri ragazzi sono sempre più problematici”. E’ vero il contrario, secondo lui: “Problematico è il contesto in cui li stiamo facendo crescere”. I giovani oggi imparano in modo nuovo, è questa la tesi dello psichiatra, e dunque la scuola dovrebbe abbandonare vecchi paradigmi e rendersi disponibile “per modalità didattiche innovative, abbandonando la solita lezione frontale che annoia i ragazzi. E’ la noia è il primo passo da cui si sviluppano poi questi disturbi: quindi bisognerebbe ascoltare di più le tendenze e le inclinazioni dei giovani”. Secondo lui il mondo ha fatto passi avanti, “la scuola invece no”.

E si potrebbe fare molto per i ragazzini con Dsa, aggiunge lui, se solo si aiutassero davvero in maniera proficua nelle modalità di apprendimento, poiché abbiamo ragazzi “che hanno capacità incredibili: moltissimi dei miei ex pazienti si sono laureati, hanno terminato master, svolgono lavori di prestigio. Questi ragazzi sono in grado di apprendere una lingua in pochissimo tempo e sviluppare incredibili capacità di problem solving. Noi dobbiamo pensare al cervello come a un’orchestra piena di strumenti: più ce ne sono, più suona bene. Non è importante suonare molto o poco la chitarra, l’importante è che la musica sia armonica. Dobbiamo rivolgerci ai ragazzi rinunciando ai nostri modelli che ci hanno insegnato a crescere perché se i nostri modelli li rivolgiamo ai ragazzi automaticamente diventano pregiudizi. E’ necessario fare pensieri nuovi, non dobbiamo avere paura di fare pensieri che non abbiamo fatto prima, questi sono i pensieri nuovi, me lo insegnano gli adolescenti che seguo”. Inoltre, “Non bisogna assecondare in nessun modo chi tenta di proporre farmaci per i bambini”. E cercare di ottenere la diagnosi e la certificazione per i disturbi – “ho la fila di giovani che vogliono la diagnosi di Dsa per poter avere delle agevolazioni a livello scolastico – non è la soluzione”.

Professor Federico Tonioni, dunque ci sono troppi allarmismi?

“Sicuramente siamo di fronte a un profilo cognitivo diverso che non è l’inizio della fine del processo evolutivo. C’è sempre la possibilità di una genesi come quando una cellula si replica e proprio nell’evoluzione può virare in senso tumorale. I processi evolutivi e quelli psicopatologi sono facce diverse della stessa medaglia per cui possono nascere nuove psicopatologie e le psicopatologie che notiamo in questo secolo sono diverse rispetto a quanto succedeva nel Medioevo perché i disturbi psichiatrici prendono tanto dall’ambiente, ma non solo: la prevalenza di certe malattie in Europa è diversa da quella che c’è in Sudamerica, poiché l’ambiente è psicoattivo”.

L’avvento dell’era digitale ha però un impatto sulle persone.

“L’avvento dell’era digitale è stato silenzioso. Il fatto che abbia avuto tempi velocissimi non ha permesso agli esseri umani di adattarsi alla rivoluzione che ha avuto a che fare con il fatto che viviamo tempo e spazio in maniera diversa”.

Cerchiamo di capirci di più

“Lo spazio è misurabile con la connessione e non con il metro e il tempo è sovrapposto. Ciò significa che nello stesso tempo possono avvenire più cose. La nostra vita è cambiata. E per la mia generazione – che ha conosciuto il prima – quando è arrivato il portatile e poi lo smartphone, tutto questo è stato seduttivo. Per cui la seduzione del digitale ha anche a che fare con noi immigrati digitali. Per chi invece è arrivato dopo, le cose stanno diversamente. E’ naturale cioè che i nostri figli non abbiano conosciuto un prima e un dopo. Noi nasciamo con un corredo genetico, ma siamo poi influenzati dall’ambiente esterno, ora però l’ambiente postnatale dei bambini è molto diverso rispetto a un tempo.

Questa differenza sta soprattutto nel fatto che la multimedialità è un ambiente pieno di strumenti digitali di tutti i tipi, dal portatile a quelli interattivi, dallo smartphone ai giochi. Accade quindi che il bambino di sei mesi ovviamente non parla ancora ma se gli si dà uno smartphone sul seggiolone dicendogli guarda-guarda, lui sorride perché sa che è una figata. Questo perché i bimbi in epoca preverbale assorbono il valore che diamo a un oggetto rispetto a un altro. Quando ero piccolo io, gli oggetti seduttivi erano quelli proibiti, ad esempio gli occhiali di papà o le chiavi della macchina: per cui se io facevo i capricci e nessun giochino riusciva a calmarmi avevo bisogno di trasgredire e per un attimo quegli occhiali mi sedavano, poi naturalmente mi venivano levati. Questo per dire che lo smartphone è seduttivo perché i genitori gli danno un valore di allungamento di sé stessi, è l’oggetto che temiamo di perdere”.

Anche gli adulti sono sedotti dal digitale

“Se vado su un Frecciarossa o se mi fermo davanti un semaforo vedo che tutti gli adulti stanno consultando un telefono e non certo per lavoro. E’ con questo che dobbiamo fare i conti ma non è che siamo drogati, è l’era digitale. E i nostri bimbi assorbono questa realtà. Qualsiasi device digitale funziona peraltro come baby sitter. Quante volte sentiamo dire: mio figlio davanti al pc non si vede e non si sente. Quando da bambino io facevo un viaggio di sei ore in auto con la mia famiglia arrivavano un sacco di botte perché eravamo vivaci. Oggi se lei fa un lungo viaggio e i bambini seduti dietro hanno a disposizione un tablet praticamente viaggerà da solo. Questo però non è un peccato, capita a tutti i genitori, non bisogna fare allarmismi.

Però nel campo mentale la quantità determina la qualità: più io faccio un’operazione più essa è incisiva. Una mamma depressa non riesce a giocare con un bambino; dunque, questa operazione sarà sempre più frequente perché i bambini hanno il diritto che l’ambiente si adegui a loro e non viceversa. I bambini con iperattività hanno mamme con depressione mascherata”. Tanti bimbi alle medie quando entra la fantasia sessuale vivono un momento difficile della vita e i giochi digitali diventano lenitivi. Lo diventano anche rispetto ai genitori che si scannano o rispetto a problemi di vario genere, per cui i giochi digitali sono zone di confort che si rivelano utili ad esempio nei ritirati sociali, consentono di mantenere l’unico equilibrio possibile. Il gioco sparatutto, tanto per dire, è un detonatore di rabbia, e non la genera: la genera semmai nel momento in cui un genitore toglie quel gioco”.

Le immagini seducono più della parola, ormai. È così?

“I bimbi sviluppano più linguaggio per immagini, che è preverbale: ne abbiamo usufruito anche noi. Questo è il motivo per cui parlano con un po’ di ritardo ma usano le immagini in maniera stupenda. Perché assorbono questo. Ci sono oggi meno nonne e mamme che si mettono a vocalizzare con i bambini. Non è l’inizio della fine, è un nuovo inizio, i bambini se la cavano molto meglio con le immagini che con le parole”.

Quindi a scuola, gli insegnanti dovrebbero fare un cambio di passo e avvicinarsi alle nuove tecnologie?

“Le maestre dovrebbero avere un triplo stipendio ma dovrebbero essere all’altezza del compito. Il maestro elementare svolge un lavoro bellissimo e dovrebbe avere una preparazione diversa poiché i ragazzi che sento io sono scandalizzati. In compenso si fa ancora il latino alle medie: non Catullo che parla d’amore, ma la grammatica. Ho adolescenti che mi descrivono gli insegnanti come usciti dalle caverne. Ancora rido, per cui la noia è il più grande problema della scuola e non mi si dica che non ci sono soldi.

Una persona che conosco mette in pratica un progetto che si chiama Muovinsieme consiste nel fare la didattica in strada con i bambini che si tengono con la corda, ebbene sono aumentati gli apprendimenti a costo zero. Ho inoltre conosciuto un professore di filosofia che ha preso i suoi alunni, ne ha bendati una metà e l’altra metà no, poi li ha portati fuori in campagna, infine in classe ha levato le bende e ha chiesto ai due gruppi di descrivere le sensazioni che hanno provato durante l’iniziativa. Ha spiegato in questa maniera la differenza tra la res cogitans e la res extensa. Cioè, facendo descrivere gli uni e gli altri ha fatto in modo di usare gli occhi e i sensi, la parte cognitiva di noi e la parte sensoriale. Il punto è che i bambini si sono divertiti e senza divertimento i bambini non apprendono. Peraltro, un bambino giocando con un gioco digitale impara in tre mesi divertendosi.

Tanti fanno anni di inglese e imparano poco e il fatto che imparino in pochi mesi divertendosi è importante. Il gaming è uno strumento formidabile ma ignorato. Contemporaneamente un quarto dei bambini ha un disturbo dell’attenzione già alle elementari. E non parliamo della qualità delle lezioni. Il problema non è il cellulare, insisto, è la noia, sia per quelli che vanno bene sia per quelli che vanno male a scuola.

Pensi alle lezioni di musica alle elementari: sono come quelle di cinquant’anni orsono, consistono nell’uso di un flauto e nella riproduzione di Fra’ Martino campanaro. Veicolare i contenuti dal dentro al fuori li aiuterebbe a dare un nome alle emozioni: questa sarebbe un’opera di prevenzione gratuita per tutti i sintomi che poi nascono alle medie. La scuola elementare è dove si deve fare prevenzione poi alle medie è tardi. La cosa poco spiegabile è che cominciano a prendere farmaci oppure si accentua l’idea che siano deficitari. I bimbi hanno il diritto di divertirsi, non il dovere di fare fatica”.

Le frustrazioni non fanno più crescere?

“Le frustrazioni che fanno crescere sono solo quelle tollerabili e se un bimbo non le tollera dobbiamo fermarci e iniziare una trattativa per capire il punto di massimo sforzo tollerabile per lui. Quello che invece gli fa male essere ridotto all’obbedienza. Tutte le volte che abbiamo obbedito abbiamo accumulato rabbia. I limiti di cui i hanno bisogno devono essere messi all’interno di una trattativa. Gli atti di obbedienza creano sensi di colpa in noi e i medesimi, inconsci, rappresentano la distanza più pericolosa dai figli. Un altro elemento tossico per i bambini è rappresentato dalle nostre aspettative. Quando siamo stati immaginati dai genitori, quello è il primo posto dove siamo esistititi. E hanno immaginato un figlio ideale che ogni genitore ha in mente. Ci cerchiamo nei figli inconsapevolmente. L’adolescenza serve proprio per far crollare il bambino ideale, lo dobbiamo far fuori il bambino ideale”.

Eppure i genitori spesso lamentano di non riconoscerli più, i loro figli, quando diventano adolescenti.

“E meno male. Per certe mamme e certi papà questo è un vero lutto, che arriva con la crisi adolescenziale. La distanza è importante ma i genitori devono essere aiutati a a gestirla. Quando chiediamo scusa a un figlio, facendo anche fatica, e quelle scuse sono autentiche, poi quei figli ce li troviamo vicini al cuore perché ai loro occhi diventiamo autorevoli. L’alternativa è delirante anche con bambini di tre anni. Dobbiamo ricordarci che è l’autostima che li fa sopravvivere al bullismo e alle frustrazioni, che sono inevitabili. Tutti siamo stati vessati nella vita, c’è il bimbo che reagisce diversamente da un altro coetaneo. E’ fondamentale la struttura del bambino, è importante se reagisce o crolla, è importante l’autostima.

L’autostima ha a che fare con il percorso scolastico?

“L’autostima non è una questione di performance scolastiche o sportive ovvero da colludere con le aspettative dei genitori ma al contrario ha a che fare con quanto un bambino sente di avere valore e allora dipende dall’esperienza di sentirsi amato quando fallisce, quando cioè le aspettative le delude e non le collude, quando ha preso un quattro alla scuola primaria, ed è lui che sta peggio in quel momento. E lì’ invece può sentirsi speciale.La frase più tossica che si possa dire a un bambino è potevi fare di più. Anche quando il bambino ha preso un otto, i genitori spesso dicono potevi prendere di più. Un bambino a quel punto muore dentro”.

Torniamo alle tecnologie e al loro abuso

“Se l’abuso è quotidiano è un segno che non va. Se un ragazzino tutte le mattine si fa una canna non va bene, vuol dire che si sta prendendo cura di qualcosa con la canna e allora c’è qualcosa che non va, ma nei bambini è delirante pensare di risolvere un problema affettivo con dei farmaci, dati da molti neuropsichiatri in maniera incredibile seguendo delle linee guida che sono un problema della medicina, soprattutto quando sostituiscono il pensiero del medico. Ai bambini quei farmaci non dovrebbero essere mai dati, devono essere solo l’ultima ipotesi anche per adolescenti. Non possiamo poi stupirci se da grandi sceglieranno i loro farmaci, che sono le droghe”.

I ragazzi quali farmaci assumono?

“Ansiolitici, oppiacei, sciroppi per la tosse, con oppiacei dentro. Bevuti tutte le sere, questi sciroppi creano crisi di astinenza. L’incontro con il sintomo della depressione è inevitabile e bisogna insegnare loro a tollerarla come fa un buon amico quando la ragazza ci ha lasciati. Questo serve a sviluppare l’unico antidepressivo utile, che è la capacità di deprimersi che serve sempre nelle separazioni, nelle attese, e in tante altre situazioni, e poi ci si stupisce se i ragazzi usano cocaina a 14 anni. Tutte queste cose le apprendo da loro, gli adolescenti sono le persone più serie con cui parlo e quando siamo arrabbiati dobbiamo chiedere quale mondo stiamo lasciando loro”.

Lei paragona il cervello a un’orchestra piena di strumenti: più ce ne sono, dice, più suona bene.

“Oggi i ragazzi hanno delle funzioni sviluppate e altre sviluppate meno. Non è importante se uno suona di più o di meno la chitarra. È importante che la musica sia armonica. Quando non dormono i neuroni hanno una capacità plastica senza pari. I ragazzini che non vanno a scuola hanno comunque una cultura mostruosa perché l’ipertesto ha promosso in loro dei vantaggi. Anche quelli che a scuola non ci vanno conservano e imparano quello che serve su internet. Avevamo paura che, come ipertesto Internet, manipolasse i nostri figli, invece non è confondente ma promuove in loro la capacità di fare pensieri propri. Che poi è il motivo per cui sanno un sacco di cose che io non so”.

Orizzonte Scuola

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venerdì 27 gennaio 2023

MONDI CHE NON COMUNICANO

SCUOLA/ Nessuno schema basta a cambiare ciò che entra dalla finestra della noia

 Anche a scuola un intero mondo muore e uno nuovo tarda a nascere. Studenti e docenti appartengono spesso a mondi che non comunicano. Cosa fare?

 

- di Vincenzo Rizzo


Che cosa succede quando un intero mondo muore e uno nuovo tarda a nascere? I fatti epocali che stiamo vivendo hanno sconvolto i sistemi sociali, perturbando una vita vissuta sul tapis roulant. Si può, tuttavia, continuare a fare finta di niente, trascurando le esigenze fondamentali del proprio cuore: accade a tanti.

Però, il succedersi di macroeventi o di microeventi riapre la questione, chiedendo le risposte di un soggetto responsabile. Capita così di leggere notizie su cose come quella accaduta a Rovigo. Una docente è stata colpita in classe con pallini esplosi da una pistola ad aria compressa. A quanto pare, non c’è stata una comune risposta al grave fatto da parte della comunità educativa con un giudizio condiviso. Ciò che ieri veniva dato per scontato, dunque, ora non lo è più.

Il nichilismo dei cavalieri del nulla, insomma, è entrato in aula attraverso la finestra della noia. Come colmare il vuoto interiore, per ridere insieme e pubblicare una foto diversa sui social? Naturalmente, l’io di chi compie un gesto del genere non esiste, perché in fase adolescenziale e per ciò stesso da proteggere. E poi due anni di pandemia hanno minato la socialità, generando frustrazione e aggressività repressa. Dunque Gorgia aveva ragione? Nessuno può essere messo in questione per i propri atti? L’irresponsabilità etica deve essere tutelata da una società in cui tutto è permesso, basta che non inquini o non crei troppo danno e fastidio mediatico? In fondo, si sa, come dicono i film americani “andrà tutto bene”. Le cose si risolveranno da sole nel tempo, guardando gli influencer e i social.

Di fronte al ripetersi di fatti di questo tipo, impensabili solo alcuni anni fa, il cuore però si ribella e nasce la domanda: “che fare?”. Tale interrogativo viene amplificato da quello che si vede nelle scuole: genitori adolescenti, ragazzi sempre più fragili, pressioni delle famiglie per un successo scolastico a costo zero, docenti sull’orlo di una crisi di nervi. Perciò, ancora una volta, non bastano istruzioni per l’uso o schemi ministeriali nuovi. Occorre guardare nelle nostre scuole con una domanda che ci faccia ricordare, cioè riportare al cuore. “Che cosa ha retto durante la pandemia? Perché?”. Chi nella sua fragilità è stato punto di riferimento per colleghi, alunni, comunità educativa? Qual è stato il suo segreto?

La vita vivente mette in luce, nel tempo, la verità del cuore di ognuno. Rivela le presenze che indicano nella loro caducità un ideale autentico. La strada per uscire dal nulla ed entrare nelle incognite di un mondo pieno di incertezze, dunque, va fatta, seguendo un io vivo e in azione: differente.

 

Il Sussidiario

 

mercoledì 19 ottobre 2016

NON STRESSATE I BAMBINI!


Risultati immagini per BAMBINI NEL BOSCO

I bambini 
hanno bisogno 
di lentezza e di noia

    Sempre più numerosi i ragazzi e bambini, dalla vita apparentemente normale, che si presentano al Pronto Soccorso con un disagio psichico che nasconde un grande dolore: iperstimolati, addestrati a primeggiare, incapaci di trovare la forza di reagire ad una delusione.
    E’ quanto è emerso nel dialogo ad Educa tra la dottoressa Costanza Giannelli, direttrice dell’Unità ospedaliera di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale S. Chiara di Trento, il maestro Franco Ulcigrai, Cofondatore della scuola Steineriana il Cerchio di Rovereto e Maurizio Camin, direttore della cooperativa sociale L’Ancora.
    “Pigiama party alla scuola materna, tre lingue in prima elementare, corsi di arti circensi, musica, gare di sci, la media del nove. Ai bambini viene chiesto di essere sempre più intelligenti, dotati, abili e capaci. Troppo desiderare, troppo avere, troppo sapere, troppe soglie buie varcate in anticipo, con corpo fragile, senza corazza e senza la spada giusta”.
     E’ questo il pensiero di Costanza Giannelli che disegna i genitori moderni come i responsabili, a volte inconsapevoli, di un grande dolore inflitto nei bambini, perché “è più facile vantarsi della luce dell’intelligenza del proprio figlio piuttosto che della zona d’ombra dove si muove la consapevolezza”.
     E così i bambini si trovano prima o poi ad imbattersi nell’indifferenza, nella delusione e nel fallimento senza strumenti per poterli affrontare. “Umiliati e feriti a morte non riescono a reggere lo sguardo dell’altro, si blindano nel rifugio solitario e meditano la vendetta. E così il web diventa uno specchio senza confini e senza regole, un luogo dove cancellare il disonore e la vergogna, dove si può apparire e scomparire senza regole e responsabilità”.
    Costanza Giannelli si augura che dopo quest’era falsamente buona e illuminata, ne nasca una nuova dove “un bambino molto intelligente abbia la possibilità di trovare maestri speciali che gli insegnino a tornare indietro, gli mostrino il volto del fiore e dell’animale e, finalmente, possa trovare la quiete.”
     Anche Franco Ulgigrai chiede ai genitori di non avere fretta e di ripensare al momento in cui il bambino è pronto per iniziare la scuola primaria. “Spesso già a cinque anni si trova seduto al banco di scuola, senza aver raggiunto la maturità sociale, e privato dell'”anno del re”, quel periodo importante in cui il bambino si sente più grande e può dare il suo contributo ai compagni più piccoli. Iniziare la scuola senza la maturità necessaria, porta facilmente il piccolo a vivere un senso di inadeguatezza”. Ulcigrai riporta, inoltre, l’esperienza positiva dell’asilo nel bosco organizzato in Alto Adige, “dove i bambini devono seguire solo le regole del mondo e della natura senza mete, sul binario della massima tranquillità e serenità”.
     Dello stesso parere il direttore della cooperativa Arianna di Trento, Maurizio Camin, il quale racconta come ogni giorno veda adolescenti non ascoltati, affaticati e ingabbiati all’interno di regole. “Giovani che parcheggiano il corpo a scuola, ma hanno anima e interessi fuori, che fanno fatica a stare al mondo, perché non riescono a pensarsi nel futuro”.
      Francesca Gennai, vicepresidente del consorzio Con.solida, che ha moderato l’incontro, ha provato a trarne le conclusioni “le esperienze che abbiamo ascoltato oggi, ci ricordano che dobbiamo garantire ai bambini il diritto alla lentezza, alla natura, alla selvatichezza, alla ferita, alla noia, al vuoto e soprattutto ad essere ascoltati”.

da ladige.it/popular/lifestyle/2016/04/16/bambini-hanno-diritto-lentezza