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sabato 13 giugno 2026

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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martedì 9 giugno 2026

COMPITI PER LE VACANZE?

ULTIMO 

GIORNO

 DI SCUOLA



Dove, e quando, sei entusiasta? 

Che cosa ti fa sentire ispirato, vivo? 

Si parte da qui, per capire se sia davvero l'ultimo giorno di scuola.


Alessandro D’Avenia

Oggi in molte scuole è l'ultimo giorno: un anno scolastico è «valido» se ha 200 giorni effettivi. Da domani: scrutini, pagelle e, per chi è alla fine di medie e superiori, l'esame. Crediamo ancora che scuola sia un perimetro burocratico di giorni e banchi, domeniche escluse.  

Potremmo invece aprirci alla più gioiosa realtà che «scuola» sia una dimensione permanente dell'anima. La vita umana è fatta di due soli movimenti: andare a scuola e tornare a casa, dove scuola e casa sono i due poli da cui passa l'energia che accende l'esistenza. Infatti a scuola «si va» e a casa «si torna», perché scuola è andare incontro al mondo, il Viaggio, e casa è la stabilità delle relazioni primarie, Itaca. Se queste relazioni sono solide il bambino e l'adolescente maturano l'equilibrio e il coraggio necessari a esplorare per scoprire con chi e cosa entrano in risonanza, per costruire poi loro una casa, nuovi legami stabili e fecondi.  

Casa-scuola-casa-scuola... circolo virtuoso che evita all'anima di chiudersi nella paura o perdersi nella confusione.  

Per questo dedico le ultime lezioni dell'anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo? 

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare...), ma la fonte primaria dell'azione. 

Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l'attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un'abilità, un interesse o un'attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue...), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni...), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare...). 

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? 

Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia.  

La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa... perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno.  

E abbraccia l'esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos'altro... è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.  

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l'insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell'essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell'utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c'erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia).  

 

L'autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.  

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213). 

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.  Oggi non è l'ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?

Corriere della Sera

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giovedì 3 luglio 2025

NULLAFACENZA o STUPEFACENZA ?

 

 Il nuovo  è ciò che si e ci rinnova perché è denso di vita, in esso la vita prende la parola senza mentire e senza chiederci nulla, e ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi e non solo in vita. 


Vacanza viene da vacuus: vuoto. A che serve questo vuoto? A metterci qualcosa di nuovo. Ma che cosa è veramente nuovo? Ciò che non si esaurisce e ti rinnova.

Può riuscirci un luogo mai visto, ma non è detto, perché se dopo averlo visto non ci torneremmo allora non era «nuovo» ma solo «una novità», come una parete colorata o un cibo troppo dolce che stancano presto. Nuovo non è sinonimo di più recente o di più desiderato, perché il più recente è solo il meno vecchio e sarà presto superato, e il più desiderato è solo il più invidiato e sarà presto sostituito. Il nuovo invece non invecchia e non è sostituibile, è sempre «nuovo» anche nel «di nuovo». Anche per questo in vacanza si torna spesso negli stessi posti, perché restano nuovi, come i classici. Omero è più nuovo del giornale, Beethoven del tormentone, Van Gogh di un video virale. Il nuovo insomma è ciò che si e ci rinnova perché è denso di vita, in esso la vita prende la parola senza mentire e senza chiederci nulla, e ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi e non solo in vita. 

 La vacanza è l’occasione per questo «nuovo». Se non lo troviamo torniamo più stanchi, perché il corpo non riposa se non riposa lo spirito (vale anche il contrario ma è più scontato accorgersene), e lo spirito riposa solo dove sentiamo di appartenere alla vita gratuitamente, uno spazio sacro in cui si riesce a essere senza dover dimostrare nulla. 

 E allora vacanza è una condizione, non un posto. Uno stato d’anima. Quale? 

 Esistono due tipi di disperazione: non riuscire ad accettare se stessi e non riuscire a diventare se stessi, nell’uno e nell’altro caso si è esiliati in casa propria, che è il contrario di riposare, cioè poter porre (-posare) di nuovo (ri-) l’io dentro se stesso, gioire di essere e di diventare. Il vuoto della vacanza è la prova, non la prova costume. Vacanza è sostare, «so stare» in me. E come? Attraverso il senso che dà senso agli altri cinque, il senso della meraviglia (da mirabilia: le cose stupefacenti). 

 Non è una metafora. 

 Paul Piff, docente di psicologia all’Università della California, ha studiato il rapporto tra meraviglia e comportamento sociale. In uno dei suoi esperimenti ha coinvolto due gruppi di studenti: il primo è stato portato a vedere un bosco di alberi maestosi, il secondo un gigantesco edificio anonimo. Per un minuto. Alla domanda sul sentimento provato, quelli del bosco hanno parlato di «riverenza» (dal latino vereor, aver riguardo, da cui verità), quelli dell’edificio «indifferenza». I due gruppi sono stati poi sottoposti a un finto incidente: uno degli psicologi faceva cadere per errore un contenitore pieno di penne. Quelli del primo gruppo hanno raccolto tutte le penne, quelli del secondo hanno per lo più lasciato che lo facesse lui. È stato poi chiesto agli studenti quanto volevano essere pagati per il tempo dedicato all’esperimento. 

Quelli del primo gruppo sono stati meno pretenziosi del secondo, perché erano grati di aver fatto una cosa bella. L’esperimento mostra che un solo minuto di meraviglia rende meno egoisti e più connessi. 

Perché? Perché la meraviglia aumenta la vita spirituale, cioè dove la vita ha senso di per sé e non in base alla sua utilità, come una mela di Cézanne, che non puoi mangiare ma solo amare. Il senso della meraviglia ci dà energia perché ci fa sentire legati al cosmo e agli altri, non per usare ed essere usati ma per gioire della presenza stessa delle cose e delle persone. Chi non prova mai meraviglia finisce per pensare solo a se stesso, si sente isolato e tende a voler possedere ciò che in realtà lo possiede, dipendere è infatti il surrogato dell’appartenere, non sono legato a cose e persone ma vi sparisco dentro: sostanze senza sostanza, stupefacenti senza stupefacenza. 

 Eppure basta un minuto di meraviglia per essere più liberi, connessi, generosi, e ricevere quel nutrimento spirituale che rinnova la vita. I grandi creatori erano persone guidate dalla meraviglia: Darwin rimaneva ore seduto a osservare il suo giardino, Cézanne ripeteva sempre lo stesso soggetto nei suoi quadri. Non si annoiavano perché trovavano il nuovo nello stesso, il «per sempre» nelle cose «di sempre». 

 Noi abbiamo invece bisogno di sorprese (chi fa spoiler oggi compie un reato), ma la sorpresa è ben diversa dalla meraviglia: la prima si esaurisce subito, la seconda invita ad andare oltre, è estasi (ek-stasis: uscir fuori rimanendo dentro, ri-posare, ci si abbandona ma invece di perdersi ci si trova di più, come in amore). Dalla meraviglia comincia ogni ricerca filosofica e scientifica. Ogni estasi, che provenga da luoghi, persone, passioni è una vacanza che accade dove lo spirito incontra l’inesauribile profondità della vita che non può essere con-sumata ma solo con-divisa: la meraviglia si riconosce dal fatto che crea legami, festa, memoria. 

 Un’esperienza memorabile è una esperienza che, ricordata, produce la stessa serotonina di quando la si è vissuta, un deposito di felicità a comando. Chi scambia la meraviglia per la sorpresa cerca dopamina, neurotrasmettitore della ricompensa immediata, delle dipendenze. La serotonina è invece quello della felicità, perché resta nel tempo. 

 Non è un caso che l’ecstasy sia la droga che opera sulla serotonina: aumenta le percezioni, abbassa le difese, facilita la socialità (era usata a scopo militare per non sentire la fame e far dire la verità ai nemici), ma lo fa manipolando il cervello in assenza di un rapporto con il mondo, e finisce infatti con l’inibire proprio la produzione naturale di serotonina. 

 Vacanza non è nullafacenza, per «riposare» ci vuole stupefacenza: la gioia che viene dalla vita che riceviamo o che creiamo. 

 Lo racconta bene una pagina di Orbital della scrittrice inglese Samantha Harvey in cui un gruppo internazionale di astronauti su una stazione spaziale compie 16 giri attorno alla Terra ogni 24 ore. Vedere ogni giorno per 16 volte buio e luce, paesaggi e città, mari e terraferma, li porta a innamorarsi «di nuovo» del Pianeta e di se stessi: «Nulla si perde a ogni nuovo giorno e ogni singola alba li lascia a bocca aperta. Ogni volta che quella lama di luce si spacca e il Sole esplode, per poi spargere la sua luce come un secchio che si rovescia sulla Terra, ogni volta che la notte diventa giorno in un minuto, ogni volta che la Terra si immerge nello spazio come una creatura che si tuffa e trova un altro giorno, giorno dopo giorno dopo giorno dalla profondità dello spazio, un giorno ogni novanta minuti, ogni giorno nuovo di zecca e infinito, e loro a bocca aperta». 

 Ogni giorno a bocca aperta, segno fisico della meraviglia, bisogno di trattenere un respiro che non si vuole finisca. La meraviglia è la porta quotidiana sulla vita eterna, dove lo spirito riposa, non perché viene dopo la morte, altrimenti non sarebbe eterna, ma perché è immune dell’essere consumata dal tempo. 

 Ne ho trovato la sintesi in una pagina del Volume del tempo I. 

L’enigma della scrittrice danese Solvej Balle, in cui a una donna «si rompe» il tempo lineare tanto che deve vivere sempre nello stesso giorno. Per lei il nuovo non è più ciò che verrà domani, ma ciò che trova e crea nel medesimo oggi, in particolare con il marito: «Ricordo quei giorni come i più felici. Di sempre. Mi sentivo amata. Mi sentivo amata sul divano del soggiorno e sul pavimento. Mi sentivo amata nel letto e quando sedevamo a tavola la sera. Non era un fatto insolito. Non era diverso rispetto a prima del diciotto novembre, solo più forte, e non avevamo niente da fare. Quello era un tempo che non ci sfuggiva. Era come il periodo in cui ci eravamo appena conosciuti, solo più intenso... 

Era una condensazione, una rete di collegamenti. Mi sentivo compresa. Dicevo frasi che venivano ascoltate, e ascoltavo le parole che venivano dette». 

 Anche qui la misura della gioia è la densità delle 24 ore. Sempre lo stesso giorno, eppure nuovo. Da questo punto di vista il vuoto delle vacanze è inesorabile, perché tutto ciò che nelle relazioni abbiamo trascurato o nascosto con l’alibi del tran tran ordinario, verrà fuori in modo eclatante: è ora di affrontarlo per ritrovare la gioia. 

 Vacanza allora non è né assenza dell’ordinario né presenza dello straordinario, ma apertura alla vita eterna. Vi auguro questo riposo che scaccia la disperazione di non accettarsi o di non diventare se stessi, perché solo il senso della meraviglia fa riscoprire i legami con la vita e ci fa sentire «di nuovo» voluti al mondo e quindi pieni di speranza e coraggio. 

Per nuove avventure. 

 P.S. La scuola è terminata e questo «ultimo banco» ce lo portiamo via, come condizione interiore che permette di guardare, domandare, scoprire, farsi i fatti propri, meravigliarsi, dovunque siate. Ci rivediamo a settembre.

 

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martedì 12 novembre 2024

COMPITI A CASA ?


 Compiti a casa, Paolo Crepet:

 «Sintomo del fallimento 

della scuola

 ma abolirli porta 

più tempo sui social, 

non in famiglia»

 


Lo psichiatra sulla riduzione del carico di lavoro per gli studenti evocato dall'assessore altoatesino Galateo: «Meglio la scuola a tempo pieno per recuperare chi è indietro e offrire alternative - sport, teatro o altro - agli altri» 

  -         di Silvia M.C: Senette

«I compiti a casa? Il sintomo di un fallimento totale della scuola. È una sorta di delega alla famiglia per colmare le lacune che la scuola non riesce a colmare da sola». 

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, noto per le esternazioni schiette e le posizioni anticonvenzionali, è critico verso il sistema scolastico italiano: unico motivo per cui concorda con l’assessore provinciale all’istruzione Galateo, che mercoledì ha scritto a docenti e dirigenti scolastici della provincia chiedendo di ridurre i compiti durante le vacanze per favorire un clima familiare e di svago. Un «palliativo mal concepito che ignora la realtà sociale contemporanea» e le vere carenze del sistema scolastico, secondo Crepet, che sostiene il «modello di scuola a tempo pieno ampiamente diffuso in Paesi civili come la Francia, con brevi periodi di vacanza distribuiti lungo l’anno scolastico». Non ha senso dare lunghe vacanze per poi «rovinarle con i compiti, che io ricordo come un incubo della mia gioventù: meglio sarebbe avere vacanze meno lunghe e giornate scolastiche dilatate fino a metà pomeriggio, più efficaci per rimettere al passo chi è indietro e offrire alternative, dallo sport al teatro, per chi non ha problemi». 

Scuola e famiglia 

 Crepet attacca duramente il concetto di «riposo» per gli studenti («Riposo da cosa? C’è qualcuno che pensa che i nostri ragazzi siano stressati?») e ancor più l’evocazione del «tempo in famiglia». «Un quadretto ottocentesco — sbotta lo psichiatra —. Pensare che eliminando i compiti si possa rafforzare la condivisione familiare è ingenuo. Se noi non diamo i compiti allora gli adolescenti, a Bolzano, Trento o Rovereto, stanno con papà, mamma, nonni e zii? Una roba dell’altro mondo: già è complicato avere i figli a tavola il 24 sera o il 25 a pranzo; il 26 è fantascienza. La famiglia non esiste più, guardiamo nelle nostre case: è un accampamento di gente in cui ognuno è ritirato nella propria tenda». 

 Social e tempo libero 

 Secondo lo psichiatra, più tempo vuoto ai giovani avrebbe esito scontato. 

«Se vogliamo dargli tempo extra per l’ulteriore utilizzo di tecnologie, diamogli le vacanze libere — provoca Crepet —. I compiti non hanno niente di formativo; l’ho sono sempre detto ed è un discorso retrodatato: la scuola dovrebbe funzionare a tempo pieno e finirla lì, senza i compiti a casa. 

Mi chiedo, però: questo tempo “risparmiato” come verrebbe utilizzato? Lo sappiamo benissimo: sui social. Quanti ragazzi o ragazze si metterebbero a dipingere o ad ascoltare musica per due ore?». 

Politica scolastica assente 

 Alle politiche scolastiche Crepet chiede fermezza e una visione chiara, invece nota «grande confusione». «Dalle destre ci si potrebbe aspettare un richiamo al rispetto dell’autorità, della scuola e dei programmi, ma su queste cose si incartano che è una meraviglia. Non c’è una proposta, non c’è una visione». È l’approccio alla riduzione o all’abolizione dei compiti che l’esperto trova superficiale. «Serve un cambiamento strutturale: una scuola a tempo pieno su modelli scolastici di Paesi come Olanda e Norvegia, in cui la scuola si assume il compito di formare e non di assegnare compiti». 

Non manca una stoccata agli insegnanti: «Questi quindici giorni di vacanza invernale sono sindacalmente interessati, più una boccata d’aria per loro che per gli studenti». Crepet è fermo nel voler mantenere la scuola «una palestra di merito e responsabilità, che si rifletta nella valutazione rigorosa e nei voti». D’altro canto, secondo lo psichiatra, un aspetto critico è proprio «la distrazione dei giovani causata dai dispositivi digitali. La tecnologia ha anestetizzato la curiosità e il senso critico. Se un ragazzo non sa qualcosa, lo cerca online». 

 La proposta 

 Crepet esplora infine un paradosso. «In una scuola in cui le vacanze si dilatano e i compiti vengono eliminati, cosa resta? Il vuoto totale. I ragazzi non hanno alcun bisogno di “staccare” per 15 giorni». 

La soluzione? «Se fossi un insegnante, mi baserei sui ragazzi che ho davanti e darei delle linee guida, consiglierei film tosti: tutto Kubrick — avanza l’educatore —. Mi piacerebbe moltissimo, in un liceo, far vedere «Lolita», un archetipo nato dalla fantasia maschile, e proporre una discussione: guardando il film, come vi sentite? Oppure film violenti: “Arancia meccanica”, perché no? Un assoluto capolavoro. 

Tra i libri oserei Calvino o, più hard, Moravia». 

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martedì 9 gennaio 2024

DOPO LE VACANZE

Per tornare in classe volentieri 

serve un’avventura

 

- di Gianluca Zappa


Mark Twain fa dire a Tom Sawyer che rientrare a scuola il lunedì (dopo le vacanze) è un ritorno alla schiavitù. Una sfida per tutti, studenti e docenti

“Il lunedì mattina sorprendeva Tom Sawyer in un abisso d’infelicità […] perché era soltanto l’inizio delle interminabili torture di un’altra settimana di scuola. Generalmente cominciava la giornata rammaricandosi di aver fatto vacanza; perché era quella a rendergli tanto più odioso il ritorno alle pastoie della schiavitù”. (Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer, cap. VI)

Mark Twain dipinge alla perfezione quello che in queste ore è lo stato d’animo di migliaia di ragazzi delle scuole italiane di ogni ordine e grado (e anche di un numero indefinibile di docenti). Il lunedì mattina è già di per sé un giorno difficile, perché ricomincia la settimana. Il lunedì mattina che segue un periodo di vacanza, però, è addirittura funesto, tanto da “rammaricarsi di aver fatto vacanza”!

L’equazione qui contenuta è: la vacanza sta alla libertà come la scuola sta alla schiavitù. La schiavitù del lavoro, dell’orario, delle azioni fisse e ripetitive, della fatica quotidiana. Per questo accanto a Tom Sawyer ci sta bene, benissimo il nostro Pinocchio: se la fatica dell’impegno quotidiano con la vita è sentita come schiavitù, meglio fuggire verso la libertà. Il problema è che questa libertà si conclude con l’imbestiamento.

Si ricomincia, dunque, e in aule che per forza di cose saranno fredde dopo più di due settimane di chiusura. E il cielo probabilmente sarà plumbeo.

Niente paura: dopo la “tortura” della prima settimana l’animale che è in noi si sarà adattato e tutto tornerà come prima; si tirerà avanti guardando alla prossima vacanza, quella di Pasqua. Poi durante la vacanza si penserà di nuovo al ritorno a scuola. Poi di nuovo la fatica, poi di nuovo l’abitudine. Poi si penserà all’ultimo giorno di scuola. Non è anche questo un imbestiamento?

“Se la vita è sventura – si chiedeva Leopardi – perché da noi si dura?”.

 Il mondo della scuola è particolare perché più di altri mondi può staccare la spina per periodi lunghi o meno brevi di altri. Il manovale, il commerciante, il contadino, la cassiera del supermercato, il cameriere del ristorante, la spina non la staccano quasi mai o, se lo fanno, la pausa “liberante” è davvero breve e non fanno in tempo ad abituarsi alla libertà: tornano presto sotto il giogo. Non così lo studente e il docente: questi possono davvero respirare la libertà per un lungo periodo e soffrono tremendamente uno psicodramma quando tornano all’ordinario. Sentono di più la vita come “sventura”. Si potrebbe banalmente pensare a chi non riesce a dare continuità al proprio allenamento fisico e dopo un periodo di astensione dagli esercizi deve ricominciare da capo. Il risultato è una fatica doppia. Tutti possono capirlo.

 Non che non si sia studiato, non che non si siano corretti compiti in questi giorni. Solo che lo si è fatto rilassati, coi tempi lenti, quelli giusti, quelli personali. Ora si torna e, in particolare nelle scuole dove vige la scansione in quadrimestri, sarà un fuoco di fila di interrogazioni, verifiche, test, concentrati in un paio di settimane. Una corsa al voto.

 Non sottovalutiamo questo aspetto. I lavoratori di cui sopra fanno un lavoro ripetitivo e faticoso. Ma non sono sottoposti allo stress della verifica, dell’esame continuo, della domanda che richiede una risposta, della concentrazione attiva in vista di una prestazione, con il consequenziale voto e la consequenziale media. “Lo abbiamo fatto tutti!”, dite. Certo, vero. Ma è anche vero che oggi non vorremmo farlo più.

 Comunque, la situazione è questa e la domanda di Leopardi resta in piedi. Come uscirne? Abituandosi presto, adattandosi. Come rispondere? Questo è più difficile, come tutte le domande del grande recanatese, quelle che cercano un senso per una storia che, apparentemente, un senso non ce l’ha (la domanda più diffusa che fa un figlio è: “Ma perché devo andare a scuola”?). E, badate bene, si tratta di domande che riguardano tutti. La differenza è che i ragazzi hanno il tempo e le occasioni per farsele. Come quella mia studentessa che una mattina mi chiese a bruciapelo: “Professore, ma lei come fa a ricominciare ogni giorno?”. Appunto.

 Abbiamo da poco scavallato la fine dell’anno. È stato un ripensare al 2023 passato e un fare progetti per il 2024 futuro. Ma il problema è solo il presente. Il passato non è più, il futuro chi lo conosce? La partita si gioca tutta nel presente. Qui e ora c’è bisogno di sapere come si fa a ricominciare. “Preparare l’avvenire – ha scritto Antoine de Saint-Exupéry nel suo capolavoro incompiuto, Cittadella – non significa altro che dare fondamento al presente”. È quello che ci chiedono i ragazzi e di cui ha bisogno in fondo ognuno di noi.

 C’è qualcuno che sa come si fa? Con la sua scrittura metaforica Saint-Exupéry aggiunge un’osservazione molto interessante: arrivano momenti in cui l’uomo si chiede che senso abbia il suo lavoro e, non trovandolo, lavora nella noia. Poi conclude: “Nulla manca fuorché il nodo divino che tiene insieme tutte le cose. E tutto manca”.

 Il nodo divino che tiene insieme tutte le cose… Sarà lo stesso nodo che con amore stringe il volume nel quale è “conflato” tutto ciò che nel “mondo si squaderna”, visto da Dante nell’ultimo canto della Commedia? Forse. È certo che di un nodo simile abbiamo bisogno, per non sentirci dispersi, frammentati, sballottolati in una realtà faticosa, schiavi delle circostanze altalenanti e del tempo che non passa mai o passa troppo veloce.

 Chi ha da dare risposte le dia. Anche solo con la propria presenza. Forse ci vogliono degli avventurieri, testimoni di avventura, più che di sventura.

 Dal canto mio, dopo le vacanze entrerò in classe con un grande sorriso.

 Il Sussidiario


lunedì 4 settembre 2023

RIPRENDERSI DOPO LE VACANZE


 I bambini ci insegnano che la realtà ha tre dimensioni, come una scatola di scarpe, ma poi bisogna scoprire la quarta: il tempo.

Da questa dimensione dipende la contentezza che si prova anche solo bevendo una birra al bar: contento vuol dire «contenuto», la contentezza è l'esperienza dell'essere abbracciati dall'istante, da un tempo pieno di senso.

 

- di Alessandro D’Avenia

 

La ripresa della routine quotidiana dopo le vacanze è spesso accompagnata dalla tristezza, come se si passasse dalla vita vera, quella libera della pausa estiva, a una vita prigioniera, fatta della ripetizione di gesti, orari e impegni prescritti.

In questa ripetizione manca la gioia, che sembra dipendere solo dallo straordinario, come mostra la nostra iper-comunicazione social estiva. A corto di gioia quotidiana, viviamo l'ordinario per fuggirne.

Come si fa invece a trovare lo straordinario nell'ordinario, la gioia nel quotidiano? In un bel film del 2016 di Jim Jarmusch, intitolato Paterson, nome sia della cittadina del New Jersey in cui si svolge la storia sia del protagonista (interpretato da Adam Driver), un autista ripete la sua routine quotidiana, come accade con le fermate del suo autobus. Eppure, Paterson trova gioia proprio in quella ripetizione, non in quanto ripetizione, ma in quanto ripresa, termine con il quale il filosofo danese Kierkegaard intitolò un saggio attorno al desiderare l'istante, permettendogli così di offrirci i suoi tesori. Insomma, le cose sono generose con noi non se le «aumentiamo» o manipoliamo, ma solo se trovano le nostre mani aperte. La nostra mancanza di gioia in fondo è sordità alla realtà: assurdo viene da «sordo», e la vita diventa assurda nella misura in cui noi siamo sordi ai suoi spunti. Ciò vale in qualsiasi ambito: lavoro, amore, luoghi... diventano noiosi e vuoti nella misura in cui li ri-petiamo e non li ri-prendiamo. Come fare?

Se siamo aperti, liberi, in ascolto, quel lavoro, quell'amore, quel luogo... saranno occasione di «ri-presa», cioè qualcosa che è sì come prima ma sempre con qualcosa di nuovo da darci, come quando riprendiamo (non nel senso di farne un video ma di tornare a guardarli senza stancarci) i tramonti, i volti, i libri... riprendere è trovare il nuovo nello stesso (ri-genera), invece ripetere è trovare lo stesso nello stesso (ri-produce). Nel riprendere c'è gioia, nel ripetere no.

L'ossessione di «riprendere» con i telefoni è ricerca di questa novità, ma di fatto riproduciamo (le cose accadono dentro i cellulari più che dentro di noi) lo straordinario, come se non ci fosse spazio di risonanza per gli spunti dell'ordinario. Paterson, anche se «ripete» orari e percorsi, in realtà li «riprende»: trova bellezza nelle conversazioni che sente in autobus, nell'incontro con una bambina alla fermata, nelle stravaganze della moglie... E ci riesce semplicemente perché è aperto, sa ascoltare il mondo, anche quando modula un lamento: Paterson è uomo dell'istante, trova la gioia nel dettaglio, anche in una scatola di fiammiferi blu e in una pausa pranzo su una vecchia panchina. Così tutto diventa «evento», cosa che lo porta a scrivere poesie su questi istanti eterni.

In una di queste scrive che da bambini ci insegnano che la realtà ha tre dimensioni, come una scatola di scarpe, ma poi bisogna scoprire la quarta: il tempo. Da questa dimensione dipende la contentezza che lui prova anche solo bevendo una birra al bar: contento vuol dire «contenuto», la contentezza è l'esperienza dell'essere abbracciati dall'istante, da un tempo pieno di senso.

 Viviamo spesso fuori-tempo, senza ritmo e fuori dal presente: ci deprimiamo rimpiangendo il passato, precipitiamo nell'ansia proiettandoci nel futuro, e così ci scappa il presente, unico tempo capace di offrire spunti di gioia solo se noi gli siamo presenti, cioè, aperti, in ascolto. Tutto ciò non riguarda anime delicate e fuori dalla realtà, ma accade anche in condizioni estreme, come testimonia lo psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, nel suo bel libro Uno psicologo nei lager, quando racconta di una giovane nel campo: «La storia sembrerà inventata tanto appare poetica. Questa giovane donna sapeva che sarebbe morta nei giorni successivi. Quando le parlai, era serena, nonostante tutto. “Sono grata al mio destino, per avermi colpita così duramente - mi disse - perché nella mia vita di prima ero troppo viziata e non avevo nessuna vera ambizione spirituale”. Nei suoi ultimi giorni era come trasfigurata. “Quest’albero è il solo amico nei miei momenti di solitudine”, disse, accennando attraverso la finestra della baracca. Fuori c’era un castagno, tutto in fiore, e chinandomi sul tavolaccio della malata potevo scorgere un ramoscello con due grappoli di fiori, guardando dalla finestrella dalla baracca-infermeria. “Con quest’albero parlo spesso”, disse poi. Ne fui meravigliato e non sapevo come interpretare le sue parole. Sta forse delirando, ha delle allucinazioni? Le chiesi dunque, curioso, se l’albero può risponderle - Sì! - e che cosa le dice. Mi rispose: Mi ha detto: Io sono qui, io sono qui, io sono la vita, la vita eterna».

La vita eterna non è quella dopo la morte, ma quella traboccante di senso che si apre nel quotidiano, il tempo della durata nel tempo degli orologi. Frankl capì che rimaniamo liberi se prendiamo sul serio il presente: «La svalorizzazione del presente, della realtà che circonda l’internato tende a far trascurare i possibili spunti per dare una forma alla realtà, spunti in qualche modo presenti anche nella vita del lager. La totale svalorizzazione della realtà induce a lasciarsi andare, poiché comunque tutto è inutile».

La nostra mancanza di gioia dipende spesso da questa «svalorizzazione» del presente, a cui diventiamo sordi anche per la continua proiezione nel mondo immaginario della comunicazione e della pubblicità. Vorrei allora «ri-prendere» la rubrica dopo la pausa estiva e farne, ogni «maledetto» lunedì, un allenamento per provare a rimanere aperti, in ascolto della realtà, così da ricevere gli spunti che, anche in condizioni avverse, la vita offre sempre, fosse anche solo in un albero, in uno sconosciuto o nel volto di uno studente. Per gioire bisogna saper «rischiare» l'istante, ascoltarlo, persino amarlo... Solo così ogni lunedì sarà una ripresa: saremo noi a riprenderci dalla tristezza e a riprenderci la libertà.

Nella quotidiana ripetizione Paterson ritaglia sempre del tempo per questo allenamento a rimanere aperto (leggendo, osservando, scrivendo), e così coglie le infinite possibilità che, come le parole celate in una pagina bianca, la realtà offre. Preferiresti forse essere un pesce? Si chiede a un certo punto. Senza nulla togliere ai pesci, l'autista-poeta sa che la condizione umana può essere una gioia se la si prende e ri-prende per il verso giusto.

 Solo chi ha orecchie e occhi aperti s'innamora dell'istante e trasforma la vita quotidiana in vita eterna.

Ma quanto coraggio e quanto silenzio richiede tutto questo? Forse solo qualche minuto, ogni giorno, a partire da oggi.

 Ultimo banco

giovedì 22 luglio 2021

IN VACANZA CON DIO IN VALIGIA

Nel documento dei presuli d’Oltralpe l’invito a dare tempo alla carità e a evitare pretesti per saltare la Messa. L’importanza di contemplare la bellezza. L’ultimo messaggio di don Hamel, il parroco ucciso cinque anni fa da due jihadisti Durante il periodo di pausa dalle attività consuete «non basta rimanere cristiani ma si deve suscitare la fede negli altri». Fare molta attenzione all’egoismo «camuffato da relax»

Dai vescovi francesi il “Decalogo del cristiano in vacanza” per evitare di mandare in ferie anche la fede. Tra i consigli quello di portare con sé una piccola Bibbia e il Rosario evitando i luoghi «senza il Signore»

-         di RICCARDO MACCIONI

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Siamo frenetici, agitati, di corsa. La nostra vita è così “elettrica” che giochiamo con il vocabolario dell’energia anche per parlare di riposo. «Ho le batterie a terra», «devo staccare la spina», «mi prendo qualche giorno, giusto per ricaricare le batterie». Nelle immagini che definiscono le vacanze c’è tutto il nostro bisogno di una pausa, di aria pulita per riossigenare il corpo e lo spirito, di una scossa capace di garantire la giusta riserva di freschezza per i mesi a venire. L’importante è decidere il serbatoio giusto cui attingere, trovare un distributore aperto, avere la lucidità necessaria per non sbagliare caricatore. Domenica scorsa all’Angelus il Papa è stato chiaro: l’estate è il tempo giusto per una buona «ecologia del cuore che si compone di riposo, contemplazione e compassione». Un’immagine, quella del rinnovarsi dentro, che risuona chiara e commovente nelle parole di Jacques Hamel, l’anziano sacerdote francese assassinato da due estremisti islamici nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Nel suo ultimo messaggio ai parrocchiani pochi giorni prima di quel terribile 26 luglio 2016 in cui fu ucciso, il “don” si augurava che in vacanza si riuscisse a «sentire l’invito di Dio a prendersi cura di questo mondo» per renderlo «là dove viviamo, più caloroso, più umano, più fraterno». L’estate, dunque, come «un tempo di incontro con familiari e amici», come un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme, «per essere attenti agli altri, chiunque essi siano. Un tempo di condivisione».

Perché sono tanti i modi di spendere le ferie. Le vacanze possono essere una palestra a cielo aperto per rafforzare il fisico, l’occasione per viaggiare, un’oasi di relax e di lettura, un modo per dimenticare o almeno provare a farlo, ciò che ci opprime e ci fa star male. Con, “allegato”, un rischio, quello di relegare in soffitta o spingere in fondo all’archivio della memoria, tutto quanto richiede impegno. E qualche volta fatica. Non caso i vescovi francesi, nel documento preparato in vista dell’estate 2021 mettono in guardia dal pericolo di mandare in ferie anche Dio. Nel “Decalogo del cristiano in vacanza” i presuli transalpini so- no espliciti: in estate «siamo meno cristiani, a volta non lo siamo affatto». Può capitare allora che si viva la festa dimenticando il festeggiato, come nelle domeniche in cui non si va a Messa.

Succede quando la religione rappresenta un vincolo e non, come dovrebbe, una via di crescita personale e comunitaria, una strada, (anche) per la piena realizzazione umana, che necessariamente passa dall’incontro con l’altro, dall’ascolto di chi incontriamo sul nostro cammino. Non a caso i vescovi francesi nel loro Decalogo (consultabile sul sito eglise.catholique.fr/actualites ) mettono al primo posto l’esigenza di dare “tempo alla carità”, in qualche modo di programmare la condivisione, evitando che le vacanze siano una forma di egoismo «camuffato da relax».

Ma nel documento c’è anche molto altro. Ad esempio, il secondo consiglio, parlare di comandamenti è francamente troppo, è un invito a “mettere Dio in valigia”, cioè avere sotto mano «una piccola Bibbia, la vita di un santo, magari un breve trattato di teologia». E poi aggiungere un segno della nostra fede utile alla preghiera, tipo la coroncina di Rosario, un’icona, una croce. Sembra di sentire papa Francesco e il suo invito, ripetuto tante volte, di avere sempre a portata di mano un Vangelo, in tasca o nella borsa, così da poterlo leggere durante il giorno. In questo modo sarà più facile camminare “sulla strada della fede”, la regola numero tre, che consiste nell’avere Dio nel cuore in ogni momento del proprio viaggio. Una condizione, un legame che comporta di evitare il più possibile “i luoghi senza Dio”, quarta voce del Decalogo, vale a dire le «situazioni che danneggiano il nostro rapporto con il Signore e con gli altri». Al contrario invece le vacanze andrebbero vissute come «una lunga domenica» con momenti da dedicare soltanto a Dio, in una specie di anticipazione del riposo eterno dove, si spera, saremo al Suo cospetto. Ne deriva ovviamente, e siamo al sesto punto, l’importanza di “non perdere la Messa”, evitando il ricorso a scuse banali per saltarla, tipo il rischio di perdere il treno o l’essere in posti privi di chiese. «Sono pretesti», denunciano i vescovi francesi. E se la preghiera fa parte del nostro bagaglio di vacanzieri, se l’Eucaristia domenicale viene vissuta bene, risulterà più facile rispettare gli altri punti del Decalogo. Come “contemplare” la bellezza, senza la quale la vita diventa più amara ed arida. Si tratta cioè, ed è un obbligo piacevole, di non perdere il contatto con il bello che si trova negli altri esseri umani, nell’arte. E, ovviamente, nella natura, secondo l’antico detto francese: «Dio è solo in campagna». Così, con gli occhi illuminati dai segni

del divino, sarà più facile testimoniare Gesù, visto che in vacanza «non ci si deve limitare a rimanere cristiani ma bisogna suscitare le fede negli altri» secondo la regola per cui la Chiesa cresce per attrazione. E si concretizza, regola numero nove, nel mettersi al servizio, condizione che, a pensarci bene, sovverte un po’ la filosofia delle ferie, quando ci piace che siano gli altri a soddisfare le nostre esigenze. Ma questo cambiamento di prospettiva non comporta affatto tristezza, anzi se l’estate è un prolungamento virtuoso del cammino percorso durante l’anno, se il riposo diventa occasione di autentica ricarica spirituale, tutto confluirà nella festa, nel “gioire”, ultimo consiglio e in qualche modo obiettivo dal Decalogo transalpino. «Il cristiano si rallegra di tutto – scrivono i vescovi francesi – perché la sua gioia è innanzitutto in Dio. Lontano dall’ideale mondano dell’ozio pigro e disumanizzante secerne gioia come Dio dona la sua grazia, nella verità e nella gratuità del dono di sé» E al suo ritorno dal periodo di relax, più ancora che mostrare orgoglioso le foto scattate durante il viaggio, il cristiano «darà testimonianza di un cuore più felice» perché ha «portato Dio in vacanza con sé». Non presenza ingombrante ma luce lungo la strada, significato e insieme punto d’arrivo dell’eterno vagabondare dell’uomo. Non solo in estate ma anche nei giorni più freddi. Da soli o in compagnia. Sempre.

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 27 marzo 2015

STAGES PER STUDENTI NEL PERIODO DELLE VACANZE?

SCUOLA: 


"CREARE COLLEGAMENTI EFFETTIVI 

CON IL MONDO DEL LAVORO"


"Quello del ministro Poletti mi sembra soprattutto uno sprone alla riflessione e all'impegno per creare collegamenti effettivi tra mondo della scuola e mondo del lavoro". Lo dice al Sir Giuseppe Desideri, presidente dell‘Associazione italiana maestri cattolici (Aimc), secondo il quale il mercato del lavoro non sarebbe "al momento pronto" ad inserire studenti in percorsi di formazione. 
"A me sembra - osserva - che vengano presentate opportunità inesistenti. 
Non vedo una corsa delle aziende italiane ad accogliere ragazzi in alternanza scuola-lavoro, non vedo le nostre aziende pronte a recepire quello che è peraltro un bisogno reale degli studenti". Occorrerebbe chiedersi quale sia "la possibilità concreta per un mondo del lavoro in crisi. Per un imprenditore fare formazione è un impegno.
 Bisogna partire da questa constatazione e poi ragionare". 
Per Desideri, insomma, "in Italia non si perde occasione per parlare di scuola in maniera emotiva, con pochi dati alla mano". 
Anche per quanto riguarda una presunta eccessiva lunghezza delle vacanze: "Il confronto con gli altri Paesi europei ci dice che il nostro calendario scolastico non è più breve, è solo distribuito diversamente, ma per una sua eventuale revisione occorre ragionare in un‘ottica di sistema. 
In Italia organizzazione della scuola è molto legata a quella della famiglia".
Giuseppe Desideri, presidente nazionale AIMC