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mercoledì 16 settembre 2026

VIETARE LA GIOIA?

 


 'Chi può vietarci 


la gioia?'




Alessandro D’Avenia


Ricordo alcune ricreazioni, ma una su tutte. In un giorno dell'ultimo anno di liceo la campanella annunciò l'intervallo, ma il professore di italiano mi chiese di rimanere.  

Che avevo combinato? Dalla sua borsa di un marrone frusto estrasse un volume vissuto: «Il mio libro di poesie preferito, me lo ridai fra due settimane». Era la risposta alla domanda che gli avevo posto giorni prima.  

A una domanda sulla sua vita, con la sua vita mi rispondeva. Lui uscì, e miracolo fu: rimasi in classe. Non per un ripasso in extremis, ma per Friederich Hölderlin. I versi erano difficili come una scalata, ma che aria lassù, che luce, che silenzio, che vista! Quell'atto di fiducia e di sfida mi ri-creò: in quattordici giorni (qualcuno in più, ma fui richiamato all'ordine) mi crebbe l'anima. Cresce come un albero: nel silenzio, più sprofonda più si innalza. Sono le radici a farci ombra e a dare frutti. 

Mi colpirono le note personali del professore, sui margini bianchi. Colsi che i libri si leggono con la matita, per rispondere con la vita ai visitatori venuti dall'eternità a riposare da noi. Con il tempo ho capito che eros si era acceso: volevo contagiare quella gioia, passare il testimone della bellezza. Avrei fatto lo stesso, sarei stato un maestro! Quella ri-creazione continua, custodita in tre versi che allora lessi come un dono e un compito: «Invano nascondiamo il cuore nel petto,/ invano freniamo il nostro coraggio,/ maestri e giovani - chi può impedirci, vietarci la gioia?» (Pane e vino).

Corriere della Sera

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mercoledì 9 settembre 2026

COME A RICREAZIONE

 

Chiamatelo pure intervallo

Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.  


-di Alessandro D’Avenia

Intervallo, nella lingua di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto da capo. Ri-creato.  

Una bambina mi ha detto che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto «arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i rematori stanchi il porto.  

Fuori dai banchi corpo e anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...  

La vita tutta in quindici minuti di intensissimo qui e ora.  

Per questo, dopo anni di «Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili», ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta, impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.  

Ce ne staremo in quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere. Come a ricreazione.

Corriere della Sera

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venerdì 28 agosto 2026

IL GIORNO PIU' BELLO

 

Il giorno più bello 

di Madre Teresa: 

la poesia per scoprire
 e vivere la vera felicità

  

di Saro Trovato

Come si può trovare la gioia? Scoprilo con “Il giorno più bello” di Madre Teresa di Calcutta discorso poetico che tutti dovremmo fare nostro.

Il giorno più bello di Madre Teresa di Calcutta è un vero e proprio inno alla vita. Attraverso una struttura in versi concisa ed efficace, la Premio Nobel per la Pace del 1979 offre le coordinate fondamentali per affrontare l’esistenza nel migliore dei modi.

Si tratta di un autentico “manuale d’istruzioni” per riscoprire il valore della felicità, dell’amore, dell’altruismo e del rispetto verso gli altri.

Le riflessioni di Madre Teresa non lasciano spazio all’ambiguità: si snodano attraverso una sequenza di domande e risposte immediate e folgoranti, capaci di guidare chi legge verso un approccio alla vita autenticamente virtuoso e consapevole.

Il giorno più bello è un discorso poetico contenuto nel libro La matita di Dio. Conversazioni con Madre Teresa di Calcutta di Borja Loma Barrie, scrittore spagnolo che racconta il viaggio romanzato dell’incontro di Ramon Basualdo, un giovane che vive una vita difficile, con la grande “Missionaria della carità”.

In occasione dell’anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta (26 agosto 1910), leggiamo questa poesia per apprezzarne i validi suggerimenti e cogliere il suo pensiero.

Il giorno più bello di Madre Teresa

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.

La cosa più facile? Sbagliarsi.

L’errore più grande? Rinunciare.

La radice di tutti i mali? L’egoismo.

La distrazione migliore? Il lavoro.

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

I migliori professionisti? I bambini.

Il primo bisogno? Comunicare.

La felicità più grande? Essere utili agli altri.

Il mistero più grande? La morte.

Il difetto peggiore? Il malumore.

La persona più pericolosa? Quella che mente.

Il sentimento più brutto? Il rancore.

Il regalo più bello? Il perdono.

Quello indispensabile? La famiglia.

La rotta migliore? La via giusta.

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

L’accoglienza migliore? Il sorriso.

La miglior medicina? L’ottimismo.

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

La forza più grande? La fede.

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

La cosa più bella del mondo? L’amore.

Il senso più alto dell’amore per sé stessi e per gli altri

Il giorno più bello è la poesia di Madre Teresa di Calcutta che offre una delle testimonianze più vive di Madre Teresa di Calcutta: un testo che offre una visione profonda, sana e costruttiva dell’esistenza. È il frutto dello sguardo lucido di chi ha toccato con mano la sofferenza più estrema e ha scelto di consegnare ai più fortunati una lezione di vita da custodire e imparare a memoria.

Madre Teresa è la figura centrale di questa riflessione. Ci troviamo alla Casa del Moribondo a Calcutta, sede della congregazione delle Missionarie della Carità. Qui la Premio Nobel per la Pace era solita incontrare chiunque andasse a farle visita. Tra loro c’è anche Ramón Basualdo – il giovane protagonista del racconto di Borja Loma Barrie – fuggito dalla Spagna a causa di personali travagli interiori, che si ritrova ad ascoltare in silenzio le parole della suora.

Le sue sono risposte dense di saggezza e buonsenso. “Il giorno più bello? Oggi”, afferma senza esitazione, ponendo immediatamente il presente al centro della sua riflessione.

Durante questi incontri, Madre Teresa sembra anticipare le domande che ciascuno porta nel cuore. Ad ogni quesito offre una risposta breve, immediata, di straordinaria intensità. Nessuno la interrompe: la platea ascolta in assoluto silenzio perché intuisce che lei conosce già le risposte che tutti vanno cercando. Sa che ogni essere umano ha bisogno di serenità, pace e gioia per affrontare il cammino quotidiano con il giusto spirito.

Le sue affermazioni sono all’apparenza semplici, ma nella pratica quotidiana pochi riescono a farle davvero proprie. L’egoismo, il malumore, lo scoraggiamento e la tentazione di rinunciare finiscono spesso per condizionare il nostro modo di agire, facendo sì che il giorno, fin dal suo inizio, perda quella bellezza che invece gli spetterebbe di diritto.

La vera svolta nasce dalla consapevolezza che il semplice fatto di svegliarsi al mattino è già il privilegio più grande. Il mondo attorno a noi può rivelarsi straordinario, a patto di sviluppare la disposizione d’animo necessaria per vederlo come tale. Una donna che ha trascorso l’intera vita accanto alla malattia, alla miseria e alla morte non poteva che considerare ogni singolo istante di vita come una fortuna inestimabile.

Madre Teresa ci offre così una poesia severa e dolce al tempo stesso: una guida pratica per vivere meglio e per osservare la realtà da una prospettiva capovolta. Il suo pensiero spinge a migliorarci sia nel rapporto con noi stessi sia nelle relazioni con gli altri.

È proprio dall’intreccio tra il valore del presente, l’apertura verso gli altri e la ricerca della pace interiore che emerge il significato più universale del testo.

Il giorno più bello: una lezione universale sull’amore per la vita di Madre Teresa

Al di là del suo valore strettamente letterario, Il giorno più bello lascia al lettore un insegnamento che supera la pagina scritta e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo di abitare la nostra esistenza. Dietro la semplicità delle domande e delle risposte si nasconde infatti una visione precisa della vita: non qualcosa da attendere passivamente, ma un’occasione che si rinnova ogni giorno e che acquista significato attraverso le nostre scelte.

È proprio l’affermazione iniziale, «Il giorno più bello? Oggi», a fornire la chiave di lettura dell’intero testo. La bellezza dell’oggi non dipende dal fatto che la giornata sia perfetta, priva di dolore o favorevole ai nostri desideri. Il presente è prezioso perché è l’unico tempo sul quale possiamo realmente intervenire. Il passato può essere ricordato, rimpianto o compreso; il futuro può essere immaginato, temuto o progettato. Soltanto nell’oggi, però, possiamo agire.

In questa prospettiva, vivere pienamente il presente non significa dimenticare ciò che è stato né rinunciare a costruire ciò che verrà. Significa evitare che il rimpianto per ieri o l’ansia per domani ci sottraggano alla vita che sta accadendo adesso.

È un invito a recuperare il valore delle cose apparentemente più semplici: una parola pronunciata al momento giusto, un gesto di attenzione, un lavoro portato a termine, una persona ascoltata, un sorriso offerto senza aspettarsi nulla in cambio.

La forza del messaggio sta anche nel fatto che la felicità non viene presentata come una conquista esclusivamente individuale. Nel testo essa raggiunge la sua espressione più alta nell’«essere utili agli altri». È un passaggio fondamentale, perché sposta la ricerca della felicità dal possesso alla relazione. Non siamo felici soltanto quando otteniamo qualcosa per noi stessi, ma anche quando percepiamo che la nostra presenza può avere un significato nella vita di qualcun altro.

L’amore, allora, smette di essere un sentimento astratto e diventa un modo concreto di stare nel mondo. Amare significa accorgersi dell’altro, ascoltarlo, perdonarlo, accoglierlo e riconoscerne il valore. In questa prospettiva anche il sorriso, apparentemente il gesto più piccolo tra quelli evocati nel testo, assume un significato particolare: è una forma elementare di apertura, il segnale che tra due persone può ancora esistere uno spazio di incontro.

Ma Il giorno più bello non propone una visione ingenuamente ottimistica dell’esistenza. Nel testo compaiono la paura, l’errore, la sconfitta, lo scoraggiamento, la morte, il rancore e la menzogna.

La fragilità umana non viene cancellata: viene riconosciuta e posta accanto alla possibilità di reagire. La lezione che emerge non consiste quindi nel credere che la vita sia sempre facile, ma nel comprendere che anche davanti alle difficoltà rimane uno spazio interiore nel quale esercitare la propria libertà.

È qui che il testo assume la forma di un vero e proprio esame di coscienza. Le domande brevi e incalzanti costringono chi legge a confrontarsi con sé stesso: quanto spazio concediamo alla paura? Quante volte rinunciamo prima ancora di aver tentato? Quanto rancore continuiamo a portare con noi? Quanto siamo capaci di uscire dai nostri interessi per accorgerci delle necessità degli altri?

Non si tratta di domande che pretendono risposte definitive. Al contrario, acquistano valore proprio perché possono essere ripetute ogni giorno. La vita quotidiana diventa così il luogo nel quale verificare concretamente ciò in cui diciamo di credere. Le grandi parole — amore, fede, perdono, pace, altruismo — acquistano significato soltanto quando riescono a trasformarsi in comportamenti.

Ed è forse questo uno degli aspetti più attuali del messaggio. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente spinti verso ciò che verrà: il prossimo obiettivo, il prossimo risultato, il prossimo acquisto, la prossima occasione. Il rischio è quello di trasformare il presente in una semplice sala d’attesa, convincendoci che saremo davvero soddisfatti soltanto quando qualcosa cambierà.

Il giorno più bello capovolge questa prospettiva: la vita non comincia domani, quando tutto sarà finalmente al proprio posto. La vita è già qui.

Ciò non significa accontentarsi o rinunciare ai propri progetti. Significa, piuttosto, non subordinare interamente la possibilità di essere felici a condizioni future. Possiamo desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, riconoscere il valore di ciò che possediamo oggi. Possiamo attraversare una difficoltà senza permettere che essa definisca tutto ciò che siamo. Possiamo avere paura senza lasciare che sia la paura a decidere per noi.

In questa visione assume un significato ancora più profondo la conclusione dedicata all’amore. Dopo aver attraversato paure, errori, sconfitte, bisogni e sentimenti, il percorso conduce proprio lì: alla relazione con l’altro. L’amore diventa il punto nel quale tutte le altre indicazioni sembrano incontrarsi, perché senza apertura verso gli altri anche il perdono, il sorriso, la famiglia, la comunicazione e il desiderio di rendersi utili perderebbero gran parte del loro significato.

La lezione più importante di Il giorno più bello può allora essere cercata proprio in questa unione tra presente e amore. Il tempo che possediamo è l’oggi; il modo più alto per dargli valore è non viverlo esclusivamente per noi stessi.

Ogni giornata diventa preziosa non perché debba necessariamente accadere qualcosa di straordinario, ma perché contiene sempre la possibilità di compiere una scelta, cambiare un atteggiamento, ricucire una relazione o offrire qualcosa di buono a chi ci sta accanto.

Festeggiare l’anniversario della nascita di Madre Teresa può diventare così qualcosa di più di una semplice commemorazione. Può trasformarsi nell’occasione per rivolgere quelle stesse domande a noi stessi e osservare con maggiore attenzione il modo in cui stiamo vivendo. Non occorrono necessariamente imprese eccezionali per dare valore a una giornata: spesso sono sufficienti la presenza, l’ascolto, la gratitudine e la disponibilità verso gli altri.

Ogni nuova giornata rappresenta l’inizio di una possibilità. Ciò che facciamo delle ore che abbiamo davanti, il modo in cui trattiamo le persone e la capacità di riconoscere valore anche nei gesti più piccoli costituiscono la nostra risposta personale alla vita.

Ed è per questo che, tra tutte le domande contenute nel testo, la prima continua forse a essere la più importante. Perché ci ricorda che la felicità non deve necessariamente essere rimandata a un momento perfetto che deve ancora arrivare. Il tempo nel quale possiamo amare, perdonare, cambiare, aiutare e ricominciare è quello che abbiamo davanti a noi. Il giorno più bello? Oggi.

Cos’è Libreriamo

Manifesto della Human Culture

 

mercoledì 6 maggio 2026

IL RETTANGOLO DELLA GIOIA


Il campetto condominiale 

di cemento screpolato,

 dove si giocava 

a calcio con gli amici, 

era un rettangolo 

di gioia e senso: 

un'area limitata 

dove scoprire 

l'infinito della vita piena.

 Alessandro D’Avenia

Qualche giorno fa camminavo con un amico sul cemento screpolato del vecchio campetto condominiale usato soprattutto per giocare a calcio, un rettangolo dieci per venti, che resiste a tempo e intemperie dagli anni '80, e in cui ho trascorso i miei pomeriggi di bambino, dalle 16.30 (fine del coprifuoco dedicato a compiti e altre noie, come il «riposino») alle 19.30 (limite per compiere la decontaminazione pre-cena). Una poesia di 200 m²: un condominio pieno di coetanei, uno spazio gratuito e sicuro (ai genitori bastava affacciarsi dalla finestra per vederci giocare), un tempo senza tempo. L'unico pericolo erano le cruente abrasioni sul cemento colorato di un rosa slavato che voleva imitare la terra battuta. Bastava un Super Santos, levigato dai tiri, la maglia della squadra preferita presa al mercato rionale del sabato a cinquemila lire, per diventare eroi dell'epica vigente a metà degli anni '80: Baresi, Maradona, Platini, Zico, Butragueño, Rumenigge... Un'epica quotidiana che canalizzava le nostre inesauribili energie e trasformava il tempo in gioia. Per noi che riuscivamo anche a giocare nel corridoio di casa quel campo era Maracanã, Bernabeu, San Siro... L'unica infelicità era il pallone bucato o smarrito oltre il muro di cinta, dove c'erano i cani randagi. In quel rettangolo trovo ancora lotta, bellezza, fratellanza, fatica, gioia, nostalgia e gratitudine. 

Quel rettangolo di gioco è stato scuola, perché c'è scuola «quando e dove» incontriamo ciò che non muore nel mondo. Il gioco è uno di quei «quando e dove» che abbiamo inventato perché assomiglia alla vita: regole e limiti che ci esaltano. Infatti non c'è gioco senza «campo», «tempo», «partita» (i Greci chiamavano il destino moira, che significa proprio «parte», «porzione», il pezzo che ti tocca), uno spazio-tempo finito, oltre il quale c'è, come nella vita, la fine del tempo e del campo: la «dipartita». Più questi limiti sono ristretti più il giocatore deve essere abile. Nel calcio infatti la rovesciata è un vertice: non solo devi usare la «parte» del corpo meno accurata, il piede, ma trasformarlo in una catapulta volante, rischiare l'osso sacro o quello del collo, colpire la palla al volo e, spalle alla porta, indirizzarla in rete. Era il mio pezzo preferito, la provavo sempre, a sproposito, perché era un gesto difficile e bellissimo.  

Con il mio amico abbiamo condiviso «partite» memorabili (ricordavamo la squadra intitolata «Over the top» da un film di quegli anni e delle magliette cancerogene confezionate da noi con la vernice delle bombolette).  

 Ora, essendo anche lui insegnante, la partita è in classe e così, passeggiando su quel campo di ricordi, ci interrogavamo sulla cosiddetta «emergenza» educativa, che fa «emergere» non ciò che manca ai ragazzi ma a noi: «L'assenza di limiti: i ragazzi non ne ricevono e così sono lasciati al caos». «A noi era il mondo a darci una forma, se non hai limiti resti informe, senza forma».  

Commenti di uomini già invischiati nella retorica dei tempi andati o nella verità del tempo fermo? Quel campetto rispondeva: se impari a giocare allora il mondo può anche essere ordine, amicizia, rispetto, intelligenza, fatica, gioia, errore, lotta... Non è una tristezza retorica quella che compatisce i bambini italiani orfani dei Mondiali, il calcio a quell'età ti dà una forma: il rettangolo. Quel dieci per venti conteneva la geografia e la storia del mondo intero, il tuo destino e quello di ogni Paese, con la sua bandiera e il suo popolo: guerre senza guerra! Oggi ci sono arbitri quasi quanti giocatori, e telecamere, schermi, fotocellule... nell'ossessione tutta contemporanea di eliminare l'errore con il controllo tecnologico. E allora perché poi i giocatori si buttano, fingono, esagerano se noi saltavamo subito in piedi? Perché a noi piaceva giocare, e basta. E se non giocavi a tutta pelle, lo facevi a tutta immaginazione, ascoltando di domenica la diretta delle partite in radio, e vedevi le azioni grazie ai radiocronisti, prestigiatori della parola. Oggi, dipendenti da effetti speciali e dopamina, le partite sembrano troppo noiose, le guardiamo compulsando i social: al cervello odierno un intrattenimento non basta, ce ne vogliono almeno due, in contemporanea.  

Un tempo le partite si giocavano allo stesso orario, un unico destino rettangolare da 90 minuti, e poi si aspettava la trasmissione dei goal, rito familiare e collettivo. E i riti, stabilizzando il tempo, lo rendono sensato. La gioia della domenica pomeriggio era concentrata, oggi i diritti tv disperdono la gioia in infiniti piaceri passeggeri, non è più rito condiviso ma intrattenimento consumato, non ferma il tempo, lo fa passare. Noi guardavamo solo il campo, e finiva lì, perché, ridotto all'osso, il calcio è: ventidue persone in mutandoni con un unico dono contro-evolutivo, usare i piedi (l'unico caso in cui «ragionare con i piedi» è arte) anziché le mani, per rincorrere una palla. Questo risveglia il bambino che tutti abbiamo dentro, che vorrebbe scorrazzare così anche nella vita.  

Vincenzo, un bambino di 10 anni di un piccolo e meraviglioso paesino siciliano (Caltabellotta), due giorni fa mi raccontava con la luce negli occhi che il sabato per lui è magico, perché c'è la partita di calcio alle 16 con gli amici in un campetto vero, mentre durante la settimana si gioca per strada. Il calcio ci ha sempre aiutato a custodire quel bambino con la luce negli occhi, che da grande vuole fare il calciatore, perché «la maturità dell'uomo consiste nell'aver ritrovato la serietà con cui giocava da bambino» (non è Mourinho in conferenza stampa ma Nietzsche in «Al di là del bene e del male»).  

Quando gioca il bambino lavora (Montessori), e tutti noi vorremo lavorare così, con la concentrazione e l'autenticità del presente eterno, quando essere e fare coincidono, senza assilli di carriera, di stipendio, di ruolo, di risultato.  

Fare perché è bello fare.  

Ma quel bambino si perde se non vede adulti giocare seriamente, vita salvata, ma solo intrattenersi, vita distratta. Un giorno chiederà chi erano gli aborigeni su un rettangolo verde impegnati in un rito magico che trasformava i corpi in danza e gli individui in compagni. Si chiamava «calcio», dal nome latino del calcagno, il tallone che aveva reso mortale Achille e che rende invece noi immortali, cioè bambini, scopritori di un eterno a portata di mano, anzi di piede...  

Ridatemi la forma della felicità, sotto casa, dentro al cuore, dice quel bambino. Non datemi il rettangolo di vetro a due dimensioni, che mi scherma, ma quello di cemento, asfalto, terra, erba, che mi incarna.  

Ricordo che su quel campetto, una volta l'anno, a inizio estate, facevamo la cena di condominio (rito purtroppo poi perduto): una fila di tavoli, zeppi di cibarie che ogni famiglia portava. Quel banchetto accadeva nello stesso rettangolo su cui noi giocavamo. Era il rettangolo della gioia.

Corriere della Sera

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venerdì 27 marzo 2026

SEGUITE LE ORME DEL RISORTO

LA 

GIOIA 

PERFETTA



- di Vincent Dollmann

 La Liturgia della Parola di Dio durante la Veglia Pasquale ci invita a meditare sull'opera di Dio nel corso della storia, affinché possiamo sperimentare meglio la gioia della sua presenza. 

Il suo amore appassionato per il popolo chiamato dalla schiavitù in Egitto si manifesta pienamente in Gesù. 

Attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, Dio ha inviato il suo Spirito d'Amore per raggiungere l'umanità in modo straordinario, offrendole la sua intimità in un rapporto di cuore a cuore che trascende l'amicizia che due persone possono sperimentare.

È a questo dono inestimabile che partecipiamo nel Battesimo, come sottolinea san Paolo: «Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Romani 6,11).

Così, illuminati dalla meditazione sulla Sacra Storia, possiamo accogliere la chiamata della benedizione pasquale al termine della celebrazione: «Seguite ora le orme del Risorto. Seguitelo ora nel suo Regno, dove finalmente possederete la gioia perfetta».

+ Vincent Dollmann

Arcivescovo di    Cambrai, Assistente Ecclsiasticio UMEC-WUCT

mercoledì 18 marzo 2026

I TALENTI E LA VITA

  COME POSSO SCOPRIRE 
I MIEI TALENTI?

Che domande devo farmi per capire che studi scegliere?», così mi ha chiesto un ragazzo dell’ultimo anno in un incontro organizzato da Fondazione Rui sulla scelta universitaria, «Che cosa vuoi fare DI grande?»


- -di Alessandro D’Avenia

Di fronte a queste domande sono in imbarazzo perché non posso dire a chi non conosco, per di più da remoto, chi è, ma oggi i ragazzi è questo che chiedono: «chi sono?», facendo coincidere la risposta con l’eventuale professione. È la conseguenza di una parola tradita: «talento». Pensiamo ai talenti come capacità innate distribuite in modo ingiusto da un destino cieco: chi troppo e chi troppo poco. Un misto di determinismo e predestinazione, rappresentati dal format più diffuso: il «talent show», in cui il talento coincide con la persona e la sua approvazione. Dalla cucina al canto la vita è una gara: vinci! 

Eppure nell’italiano delle origini talento significava «desiderio», «passione», «voglia»: «vivere in un talento» è per Dante, nella famosa poesia per gli amici Guido e Lapo, «avere gli stessi desideri», e nella Commedia i lussuriosi (Paolo e Francesca) sono coloro che sottomettono «la ragione al talento». Dal 18° secolo in poi la parola scivola nel significato di «spiccata attitudine», perdendo gradualmente la componente «erotica» che è necessario recuperare, soprattutto per il diffuso senso di «impotenza» di fronte alla realtà che spesso tutti, ma i ragazzi in particolare, proviamo. 

 Il talento (talanton in greco era la bilancia) era un’antica unità di peso e di prezzo molto consistente, divenuta parola d’uso comune grazie alla storia con cui Cristo descrive la vita («il regno dei cieli», che è sinonimo di «questione di vita o di morte»): «Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità e partì» (Mt 25). 

Non si può negarlo: la vita è una dote, qualcosa che nessuno di noi si è dato da solo. La «partenza» del padrone segnala che siamo tanto liberi quanto responsabili, l’iniziativa è realmente nelle nostre mani (i talenti). Siamo chiamati alla vita e una chiamata esige risposta, ciascuno la sua, infatti i talenti (al plurale) vengono dati con una logica che rispetta l’unicità e la diversità: «la capacità» (al singolare). Quindi i talenti non sono «le» capacità ma vengono dati in base «alla» capacità. 

Questo spostamento è fondamentale perché «i talenti» non indicano le cose che sai fare (a cui oggi è ridotto chi sei e chi ha difetti è poco «titolato» a vivere: basta guardare una gara della Paralimpiadi per ricredersi ed essere ispirati) ma la vita che puoi contenere alla tua maniera, perché sia «piena», come si dice della «capacità» di un recipiente. Bicchieri, bottiglie, botti hanno capacità/funzioni diverse, non sono in competizione, e ognuno è pieno se riceve tutto il liquido di cui è capace. 

Trovare la forma

Il primo passo è allora conoscere la propria capacità, liberandosi dalle illusioni e imitazioni: che forma ho? «Formazione» è sinonimo di educazione non perché ricevo la forma, ma perché trovo la mia («diventa ciò che sei» dicevano i Greci). E la capacità è la forma che delimita lo spazio da riempire, riceviamo la vita in base ai «limiti» (non in senso privativo ma di unicità, come quando si disegna qualcosa tracciandone i bordi). Capacità dice quindi come io mi posso aprire alla vita nella mia modalità e quanta ne posso contenere. Come mai i Norvegesi, neanche sei milioni di abitanti (la Campania), alla fine degli Anni ‘80 vinsero cinque medaglie nelle Olimpiadi invernali e dai ‘90 in poi hanno cominciato una scalata che li vede dominare da due decenni? Perché è diventato ministro dello Sport un professionista che ha rivoluzionato il sistema: tutti i ragazzini fino ai 14 anni provano gratuitamente molti sport, a scuola e in strutture adatte, senza competizione, come puro gioco, salute e socialità. In questo modo la vita (talenti) va a riempire ciascuno secondo la sua forma (capacità): fioriscono se messi in condizione e non in competizione. Non è quindi solo questione di neve e ghiaccio ma di far incontrare neve e ghiaccio a ciascuno nel modo suo. Infatti nel testo evangelico la parola tradotta con «capacità» nell’originale è «dynamis» (da cui dinamico, dinamite...), «potenza», che nel linguaggio biblico identifica l’essere «a immagine e somiglianza» di Dio: essendo un Dio che crea perché ama, allora questa dynamis (potenza) umana è «energia creativa», «energia erotica». Tradotto all’oggi: noi riceviamo tanta vita quanta ne pro-creiamo, perché la vita ci viene incontro esattamente nella misura in cui le andiamo incontro (il viaggio infatti ne è la metafora per eccellenza). 

Il segno della gioia

Il numero di talenti è quindi la quantità di vita che ricevi e sei capace di moltiplicare, perché la logica della vita (la biologia parla chiaro) è moltiplicarsi. Per questo quando il padrone torna dal viaggio «fa i conti» con i servi. Chiedere «conto dei talenti» è chiedere il «racconto della vita»: contare e raccontare (ri-contare) sono lo stesso verbo (in spagnolo è uno solo: «contar»). Chiedere (rac-)conto è dire: come ti è andata? Sei stato felice? Due su tre hanno raddoppiato i talenti ricevuti. 

Che sia il doppio mostra che i singoli non sono stati né sopravvalutati né sottovalutati, a scanso di ogni illusione o umiliazione: la vita è cresciuta in loro, grazie a loro, attorno a loro, secondo la loro portata. Hanno usato al meglio il loro dinamismo, la loro energia pro-creativa, la loro potenza erotica: sono stati vivi, se la sono goduta. E infatti il padrone ratifica il dato: «Prendi parte alla mia gioia». 

La gioia, non il successo, è il segno della vita riuscita come spiega il filosofo Henry Bergson in un testo nel cui titolo c’è la dynamis creativa ed erotica (L’energia spirituale): «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia. Dico la gioia e non il piacere. Il piacere non è nient’altro che un artificio immaginato dalla natura per ottenere dall’essere vivente la conservazione della vita; esso non indica la direzione in cui è lanciata la vita... Dove c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia». 

Partecipare alla gioia del padrone è partecipare alla creazione, agire come lui: amando e moltiplicando la vita. Ma che ne è di chi non ha messo in gioco questa energia (la capacità) e ha rinunciato a vivere (i talenti)? Sotterrando il talento ha sotterrato la vita, ha rinunciato a se stesso: «Per paura andai a nasconderlo sotterra». A quell’uomo non era stato dato poco, era stato dato tutto il necessario (secondo la sua capacità) per essere felice, ma la paura di vivere è stata la sua tomba. 

Aprirsi alla vita

Allora a quel ragazzo e a tutti gli altri in formazione vorrei dire che i talenti non sono destini prestabiliti, ma doni che la vita può farti tutte le volte che la moltiplichi, che ti metti in gioco (per i bambini norvegesi gli sport sono un gioco, un’esplorazione di sé e del mondo, che diverrà anche una professione per tutti quelli che facendo così creano/gioiscono di più): dove e quando la vita si moltiplica con la tua presenza? 

Domandarsi «che talento ho?» è chiedersi «in quale forma unica la vita entra in me e trabocca come un bicchiere pieno?». Per scoprirlo serve andare oltre una formazione restrittiva come quella della scuola nostrana, basata su prove competitive e quantificabili (imposizione della forma dall’esterno), per cui capita spesso che un ragazzo di 18 anni, che ne ha passati 13 a scuola, chiede a uno sconosciuto: che talenti ho? Come scelgo? 

Abbiamo bisogno di una formazione che apra alla vita, e aiuti a scoprire, con l’aiuto di chi ti guida, dove/quando fiorisci di più, ricevi vita e la moltiplichi, sei vivo e fai vivere, gioisci e fai gioire. Per questo ho detto a quel ragazzo di cominciare da un foglio: dividilo a metà, nella colonna di sinistra scrivi le dieci cose che ti riescono meglio, in quella di destra le dieci che ami fare di più. Se ci sono corrispondenze quello è un ambito di vita in cui mettersi in gioco, perché lì la vita incontra la capacità, a prescindere che diventi una professione.

Useremo mai la gioia per educare?"

Alzogliocchiversoilcielo



venerdì 31 ottobre 2025

INTERIORITA', UNITA', AMORE, GIOIA

 


DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

AGLI EDUCATORI 

IN OCCASIONE DEL

 GIUBILEO

 DEL MONDO EDUCATIVO

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Sono molto contento di potervi incontrare: educatori provenienti da tutto il mondo e impegnati ad ogni livello, dalla Scuola elementare all’Università.

Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra (cfr S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra, 15 maggio 1961, 1), e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona.

Anch’io sono stato insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco.

Circa l’interiorità, Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad Parthos Tractatus 3,13), e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso» (ibid.). Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire.

Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò che S. John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) e che S. Agostino raccomandava, dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te» (De vera religione, 39, 72). Sono espressioni che invitano a guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano insieme (cfr S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 15 agosto 1990, 1), consapevoli di non cercare invano ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso – che nei contesti scolastici si configura come progetto educativo –  può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla verità.

E veniamo così alla seconda parola: unità. Come forse sapete, il mio “motto” è: In Illo uno unum. Anche questa è un’espressione agostiniana (cfr Ennaratio in Psalmum 127, 3), che ricorda che solo in Cristo troviamo veramente unità, come membra unite al Capo e come compagni di viaggio nel percorso di continuo apprendimento della vita.

Questa dimensione del “con”, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere. Per questa ragione, ho deciso di riprendere e attualizzare il progetto del Patto Educativo Globale, che è stato una delle intuizioni profetiche del mio venerato predecessore, Papa Francesco. Del resto, come insegna il Maestro di Ippona, il nostro essere non ci appartiene: «La tua anima – dice – […] non è più tua, ma di tutti i fratelli» (Ep. 243, 4, 6). E se ciò è vero in senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un grande atto d’amore.

Infatti proprio questa – amore – è la terza parola. Fa tanto riflettere, in merito, un distico agostiniano che afferma: «L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare» (In Evangelium Ioannis Tractatus 17, 8). In campo formativo, allora, ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola. L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza.

E l’ultima parola-chiave è gioia. I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli. Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare, con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o, peggio ancora, la sensazione di non esserne degni. Il ruolo degli educatori, invece, è un impegno umano, e la gioia stessa del processo educativo è tutta umana, una «fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (S. Agostino, Confessiones, IV, 8,13).

Perciò, carissimi, vi invito a fare di questi valori – interioritàunitàamore e gioia – dei “punti cardine” della vostra missione verso i vostri allievi, ricordando le parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro prezioso che svolgete! Vi benedico di cuore e prego per voi.

www.vatican.va



 

lunedì 20 ottobre 2025

CHIAMATI ALLA GIOIA




 La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra per la gioia

 



Alessandro D’Avenia

 

«Sono contenta, perché gli insegnanti hanno tutti la vocazione». Così ha risposto una studentessa a cui avevo chiesto come stesse vivendo l'inizio delle superiori. Ha poi dettagliato: «Appassionati, capaci di spiegare e interessati a noi». 

Senza saperlo aveva descritto i tre fondamenti della didattica, senza uno solo dei quali non si dà scuola: conoscere e amare ciò che si insegna (preparazione), a chi lo si insegna (relazione) e il modo in cui insegnarlo proprio a chi lo si insegna (comunicazione). Non vale solo per l'insegnamento, lo si può dire per tutte le vocazioni: «salvano il mondo», se a «salvare» diamo il significato originario, rendere qualcosa unito e compiuto (vivo), e per «mondo» intendiamo le cose e le persone che cadono nel raggio d'azione della nostra specifica chiamata (mondo, dal greco kosmos, ordine e bellezza, in italiano è anche un aggettivo che significa infatti pulito, bello, ordinato, il contrario di immondo, immondizia). Ogni vocazione fa più mondo il mondo, «monda» il reale, cioè trasforma la paura e il caos in opera d'arte. La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra, personale e sociale, per la gioia: chi non vive la propria vocazione si sente insoddisfatto e presto o tardi va in crisi, e una comunità si regge sulla circolazione dei beni generati dalle singole vocazioni. Ma siamo sicuri di averla tutti? 

 Vocare

L'origine della parola vocazione la dobbiamo alla matrice giudaico-cristiana, infatti nella Genesi c'è un Dio che crea chiamando («Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu») alla vita. Non plasma le cose, come nelle cosmogonie di altre religioni che privilegiano il modellare il mondo, ma le dice, e il fare è inglobato nel dire: le cose non sono solo cose ma sono parole. Ogni stella, pianta, animale, uomo è una parola della vita per chi sa ascoltare. 

«Vocare» significa infatti chiamare, «vocazione» è quindi scoprire la parola che ogni cosa e persona ha da dire al mondo e senza la quale la vita diventa muta. In più l'uomo, essendo «a immagine e somiglianza» del Dio che crea chiamando, ne ha la stessa essenza: è, se vuole, un con-creatore o pro-creatore, cioè non solo è chiamato a essere se stesso come le cose, ma può chiamare lui stesso alla vita altre cose e persone. 

E non finisce qui: come il Dio che alla fine della creazione «gioisce» della bellezza fatta, anche noi siamo chiamati a «goderci» la vita fatta da noi. Più c'è creazione più c'è vita più c'è gioia, come dice il filosofo Bergson, introducendo al posto di Dio un più generico e immanente concetto di «natura»: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell'uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d'informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia... ovunque c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia» (L'energia spirituale).

 Una chiamata per tutti

Questa «chiamata» è per tutti e ciascuno: non c'è uomo che non abbia vocazione a fare altra vita con la propria, c'è solo chi pensa di non poterlo o volerlo fare, rinunciando, biblicamente, al divino in sé, o, alla Bergson, all'umano compiuto. Quindi la vocazione è l'ambito creativo grazie al quale la vita aumenta in e attorno a noi. Chi non cerca e vive la propria vocazione tende ad appropriarsi di quella altrui, o invidiandola, o simulandola, o distruggendola: de-crea, provoca diminuzioni di vita e di gioia, meno mondo e più immondizia. 

La gioia

Educare è in fondo educare alla gioia, perché è aiutare altri a trovare la vocazione, come narra la scrittrice Natalia Ginzburg in Le piccole virtù: «Se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell’amore ai nostri figli, il senso della proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, allora ci aggrappiamo ai figli come un naufrago al tronco dell’albero, pretendiamo da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo col chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa: vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli lungo la vita intera. 

Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita». 

La vocazione non coincide con la professione, il mestiere o il ruolo, che ne sono un'auspicabile manifestazione se il fare esprime il creare (dare vita) secondo la propria irripetibile voce. Per questo possiamo, anzi dobbiamo, coltivarla anche in altro modo: Gaugin faceva l'agente di cambio, Dickinson la casalinga, Einstein il tecnico all'ufficio brevetti, Kafka l'assicuratore, Čechov il medico, Vivian Maier la tata. Dal «fare» noi giustamente ci aspettiamo una conferma del nostro «essere», ma la vocazione, se non abbiamo la sorte di svolgere un lavoro coerente con la chiamata, sa prescindere anche dall'approvazione. 

Avere senso

Il senso viene prima del consenso che non è sicuro né necessario, ma se facciamo dipendere il senso dal consenso, faremo cose «senza senso», senza vita e senza gioia. Far coincidere vocazione e successo è infantile: è il bambino che vuole essere costantemente guardato e approvato in ciò che fa perché la sua identità dipende ancora in tutto e per tutto dallo sguardo dei genitori (e oggi più sono guardato più esisto: follower, share, like...). 

Quando mi chiedono, nel piccolo della mia esperienza, come vivo quello che oggi definiamo «successo», rispondo: «Non sono felice perché ho successo, ho successo perché sono felice, e il successo è un di più, infatti la parola stessa indica qualcosa di cui non ho il controllo: “è successo!”, invece la gioia è uno stato, ha a che fare con l'essere, avviene anche se nessuno vede». Van Gogh non smise di dipingere anche se i suoi quadri non si vendevano, perché dipingere era la sua salvezza. Leopardi delle sue poesie diceva: «Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi è... contemplare da sé, compiacendosene, di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui» (Zibaldone). Gioire di fare una cosa bella al mondo, riconosciuta o meno dagli altri, questa è la vocazione, come il Dio che, dopo la creazione, riposa non nell'applauso ma nella bellezza del creato, come noi dopo una faticosa giornata di vita (non solo di lavoro) ben fatta. 

 Generare

La vocazione è quindi lo spazio-tempo di un fare in cui troviamo senso, gioia e generiamo altra vita, a prescindere dal consenso immediato. Non esistono persone senza vocazione, esistono persone che nell'infanzia e nell'adolescenza sono state represse e convinte di non averla o usate per realizzare quella di altri, persone che ne hanno inseguita una che non era la loro perché così facevano tutti, o persone che hanno rinunciato a cercarla per mancanza di mezzi (materiali o culturali), paura o pigrizia. Ma quelle che la vivono le riconosci subito, come è capitato alla studentessa, perché amano la vita e ne creano altra con la propria. Quelle persone sono come parole di carne: «Sia la vita, e la vita fu». 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare.

 Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera