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lunedì 14 settembre 2026

LA BUONA NOTIZIA

 


 'La vita

 è (molto) bella 


se c'è la buona notizia'





 Vita e Pensiero rende omaggio a   Enzo Bianchi ripubblicando questo articolo del 2003, in cui espone con passione l'importanza della bellezza nella vita cristiana

II cristianesimo è felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti. 

Se la vita cristiana, per definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri, dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità. Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa associazione. 

La vita e l'umanità di Gesù 

Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata" dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia. 

La bontà

La vita di Gesù è stata certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono» (Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At 10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla croce. 

Tuttavia la vita di Gesù è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava? 

Contemplazione

La bellezza vissuta da Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere, dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito, del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone. 

Gesù amava i banchetti e conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite, misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé. 

La vita bella e beata del cristiano 

Nell'umanità di Gesù, Dio ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)». L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani «l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv 1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza umana di Gesù. 

La felicità

Queste dimensioni della bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore. 

La fede

Questo discorso ci consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il compito della bellezza.

Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 11 luglio 2026

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

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     di LEONARDO BECCHETTI

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Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


www.avvenire.it

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sabato 6 giugno 2026

UN'UMANITA' ALTERNATIVA

 


LA SFIDA DI PAPA LEONE 

PER UN'UMANITA' 

ALTERNATIVA


-di Giuseppe Savagnone 


La sfida

Magnifica humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale. Certo, parla anche di questo. Ma è molto di più. In realtà essa si occupa dell’IA solo in quanto emblematica di una svolta epocale della nostra civiltà, in cui, nel contesto della rivoluzione digitale, il senso della persona sembra essere misconosciuto e modellato su quello delle macchine.

Papa Leone denuncia questo trend e, in nome di tutta la tradizione dell’insegnamento sociale della Chiesa, propone una visione radicalmente alternativa, richiamando l’analoga iniziativa – a suo tempo percepita come rivoluzionaria – del suo omonimo: «Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario» (n.3).

Il parallelismo tra i due documenti è dato dall’essere stati entrambi ispirati dalla profonda crisi antropologica determinata da una rivoluzione industriale. Quella a cui ha dovuto dare risposta la Rerum novarum capovolgeva il rapporto tra l’essere umano e il suo strumento di lavoro perché, con la scoperta della macchina a vapore, quest’ultimo diventava il vero protagonista, rispetto a cui l’operaio diventava un “inserviente”. Oggi la rivoluzione digitale, con l’avvento dell’IA, addirittura conferisce a questo strumento una soggettività che sembra renderla autonoma e perfino darle un predominio rispetto alle persone umane.

Il vero pericolo non sono le macchine

Il pericolo, però, nell’uno e nell’altro caso, non risiede nelle innovazioni tecnologiche. L’enciclica respinge decisamente la tentazione di demonizzarle: «La tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto “fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 69)» (n.4).

Al tempo stesso, tuttavia, appare inadeguato il luogo comune secondo cui la tecnica sarebbe di per sé neutra, cosicché i problemi nascerebbero esclusivamente dall’uso che se ne fa. Come osserva il papa, in quanto è basata sulla logica dell’efficienza e della produttività, «la tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante» (n.92).

E la minaccia che, secondo Prevost, oggi corriamo nel tempo dell’IA, è che «la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche» (n.92).

In realtà, la logica puramente funzionale delle macchine diventa realmente pericolosa perché alcuni gruppi di potere la utilizzano per i propri scopi e, mascherando tali interessi dietro una finta asetticità, veicolano attraverso di essa una cultura e delle forme di vita personale e sociale funzionali ai loro interessi: «La tecnologia (…) non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n.9).

Non è più lo Stato la minaccia, ma «attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (n.5). E «quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze» (n.95).

La posta in gioco

La posta in gioco, in definitiva, è l’identità dell’essere umano. Una cultura ispirata alla logica delle nuove macchine «lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile» (n.51).

Questa, che papa Leone definisce una «ideologia» (contrariamente alla tesi corrente che esse siano morte), è agli antipodi della concezione che la Chiesa, sulla base della Rivelazione, ha della persona. «Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr. Gen 1,26-27). (…) La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n.50). Perciò «il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (n.51).

Misconoscere questa verità fondamentale non è solo un errore teorico, ma ha conseguenze drammatiche sul piano pratico. Un esempio particolarmente impressionante è la riduzione del lavoro umano da espressione della persona a mero strumento, soggetto alla logica efficientista delle macchine e modellato su di essa: «Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro (…). I lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora» (n.150).

Il venir meno del bene comune

A essere tradita, in questa visione distorta delle persone, è prima di tutto la loro dimensione relazionale, ancora una volta centrale nella prospettiva cristiana: «Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato» (n.50).

Questa concezione viene meno nella visione odierna della società come somma di individui, ognuno dei quali ha il diritto di cercare il proprio interesse, prescindendo da quello degli altri: «È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri (…). Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che li supera e allo stesso tempo li arricchisce» (n.61).

Perciò è indispensabile l’intervento dello Stato, non solo per redistribuire la ricchezza prodotta dall’economia, ma per impostarne correttamente i processi: «Nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione» (n.163).

Tutto questo, proiettato a livello planetario, comporta la dura condanna del papa nei confronti delle «nuove schiavitù» che la logica del profitto produce, a dispetto della «mano invisibile». A questo proposito Leone non passa sotto silenzio l’indifferenza o addirittura la complicità della Chiesa nei confronti di quelle del passato. «Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei (…). Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono» (n.176).

Una condanna che si allarga alle nuove forme di colonialismo che nell’era digitale assumono «un volto inedito» (n.178), ma non meno disumano. E, più in generale, a tutte le offese che la logica del potere infligge oggi agli esseri umani, come emerge anche dagli scenari internazionali: «Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze» (n.185).

La torre di Babele e il modello di Neemia

Ma questo, denuncia papa Leone, è una sfida a Dio, oltre che agli esseri umani. Per questo, per evidenziarne la drammatica gravità, la paragona a quella con cui, nel racconto biblico, gli uomini costruirono la torre di Babele, simbolo di arroganza e di orgoglio illimitato.

Alla vicenda di Babele, conclusasi nel caos dell’incomunicabilità, il papa contrappone quella di Neemia, che, davanti alle rovine di Gerusalemme, ne intraprende la ricostruzione chiamando a parteciparvi tutte le componenti del popolo. «Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (n.9).

Da qui la pressante esortazione: «Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni (…) Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio (…) trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (n.10).

I poveri, i migranti e la guerra

Su alcuni punti l’enciclica si presenta come una vera e propria sfida agli slogan e alla prassi delle nostre società. Sono questi aspetti che, secondo il papa, la rendono purtroppo immagine della torre di Babele. Così quando Leone ricorda che tutta la tradizione cristiana, pur legittimando la proprietà privata, l’ha sempre subordinata alla destinazione universale per cui «i beni della terra – il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera famiglia umana perché sostengano la vita di tutti, oggi e nelle generazioni future, e che ogni persona ha un diritto originario all’uso di tali beni» (n.65).

Ciò è in radicale contrasto con ciò che accade oggi: «La ricchezza mondiale è cresciuta in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso Paese» (n.161).

Sulla stessa linea anche la presa di posizione di Leone sul problema dell’accoglienza, in un momento in cui sia negli Stati Uniti che nei Paesi europei viene esaltata una logica sempre più difensiva e addirittura si parla di “reimmigrazione”: «Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità» (n.81).

Un altro punto in cui la divaricazione è netta è quello delle armi e della guerra. Il papa ricorda che anche durante la guerra fredda il problema era di contribuire tutti alla costruzione della pace attraverso un progressivo disarmo. «Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso» (n.190).

Alla base, c’è «la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche», perché «le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti» (n.193).

Sfidando «un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (n.188), Leone dichiara senza mezzi termini, sulla linea dei suoi predecessori, che «oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto» (n.192).

L’enciclica fa dei chiari riferimenti ai conflitti in corso: «Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa (…) La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”» (n.202).

L’appello

Alla fine, ritornano le parole con cui si apre l’enciclica: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (n.1).  

Citando Tolkien, il papa invita non solo tutti i fedeli, ma tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a realizzare questa scelta cominciando dalla loro piccola cerchia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (n.213). Anzi, cominciando da sé stessi. Perché «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi» (n.130).

www.tuttavia.eu

Immagine di Gandalf’s Gallery da Flickr

 

 

martedì 26 maggio 2026

IL FUTURO CHIEDE UMANESIMO

 

L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA DA SOLA NON SERVE



-di Mauro Magatti


L’innovazione tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali, istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del cambiamento.

Richiamandosi a Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze.

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla.

Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici.

Ѐ l’esperienza umana che si va modificando.

La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso.

Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione.

E più di recente la capacità di elaborazione e decisione.

L’ambivalenza della tecnica

Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente.

O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo.

Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri.

Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia.

L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire.

Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi.

Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative.

E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi.

L’innovazione tecnologica da sola non basta.

Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale.

E di questo non si occuperanno le grandi società del tech.   Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso.

Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa.

Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini.

Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati.

È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso.

Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla.

Ma occorre anche dire: tutti gli uomini.

Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze.

C’è chi corre avanti e chi resta indietro.

Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi.

Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.

L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale.

L’abbondanza comunicativa

Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola.

Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente.

Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento.

Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro.

Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato.

Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia.

Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi.

Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

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UMANITA' DA MAGNIFICARE

 


LETTERA D’AMORE


 E LODE 


DEL CREATORE


 E 

DEL LIMITE


-di LUIGINO BRUNI

Magnifica humanitas è una lettera d’amore che la Chiesa, in papa Leone XIV, scrive all’umanità di oggi. Questo sguardo buono sulle donne e sugli uomini è il primo dono che papa Leone ci fa. La Chiesa, nei suoi tempi luminosi, ha infatti amato il mondo anche con la “carità degli occhi”, guardandolo con fiducia e speranza. Anche il lungo e centrale discorso sull’intelligenza artificiale (IA), incluse le sue profonde e puntuali “avvertenze antropologiche e spirituali per l’uso” si svolge all’interno di questo umanesimo di speranza: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità» (2). Non è una enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il nostro tempo mettendosi al di fuori di esso, ma sotto lo stesso cielo di tutti, il Papa dà voce alle speranze, alle gioie e alle sane preoccupazioni di tanti. Una enciclica che parla dunque la stessa lingua affettuosa del Concilio Vaticano II. Quindi per capirne il senso, il tono e la raison d’être, occorre accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium et spes, l’altra lettera d’amore della Chiesa all’umanità in un altro tempo nuovo e difficile.

Un’enciclica molto bella, necessaria e importante, a tratti davvero magnifica e profetica, che ci svela la teologia insieme al cuore di papa Leone, un testo all’altezza delle più grandi encicliche del passato. L’attendevamo, ma in molte pagine supera le aspettative: «L’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri» (204). Il titolo, come in molte encicliche, è sintesi e cuore di tutto il testo: l’umanità è magnifica, e tutti gli appelli che le rivolge sono tesi alla custodia di questa preziosa magnificenza. Parla poco, è vero, delle sfide legate alle creature non umane, perché, semplicemente, a papa Leone, nel tempo del transumanesimo e del postumanesimo, oggi preme l’umano, gli sta a cuore sottolineare la bellezza e la grandezza dell’Adam. «Eppure lo hai fatto di poco inferiore a Dio ( Elohim) » ( Sal 8,5), una distanza teologica che questa enciclica riduce ulteriormente, non perché abbassi gli Elohim ma perché innalza gli uomini e le donne.

Sussidiarietà

E quando ci presenta le sfide dell’IA vista con lo sguardo perfetto del principio di sussidiarietà, papa Leone continua l’elogio dell’Adam, del valore delle sue parole umane perché immagine di quella Parola che dalla Trinità volle farsi uomo: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa » (100). Ci sono dimensioni del lavoro, persino del lavoro di cura, che possono essere ben affiancate dall’IA (e lo vediamo); ma ce ne sono altre decisive dove la sostituzione della parola, del volto, delle mani e del cuore degli umani produce semplicemente disvalore e disumanesimo.

Si parla molto di lavoro nella Magnifica humanitas: la parola “Gesù” ricorre nove volte, Cristo trenta, “lavoro” settantuno, a ricordarci che quel Logos era stato carpentiere. Nelle relazioni umane decisive la parola e il cuore umano non possono, non devono, avere sostituti perfetti, e se lo facciamo sviliamo noi stessi, il nostro lavoro, la nostra magnificenza. Allora quando un direttore deve licenziare un lavoratore, anche se fa ricorso agli algoritmi, alla fine, nell’ultimo miglio, deve entrare in gioco la sua parola umana, parlare con quel lavoratore, deve metterci la faccia e l’anima, con tutti i suoi limiti e imperfezioni. Non a caso alla “lode del limite” sono dedicate le pagine forse più poetiche: «Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118), perché «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (119). 

L’IA riduce i costi cognitivi, semplifica la complessità: ma l’homo sapiens non ama sempre le riduzioni dei tempi e dei costi, perché spesso ci piace partecipare ai processi, ci piacciono le vie più lunghe e lente per tornare a casa perché vogliamo guardare alberi e fiori. L’IA può crearci un agente che imiti perfettamente il san Francesco di ieri, ma non può creare nuovi san Francesco e Leopardi oggi, che sono ciò di cui abbiamo un bisogno infinito per vivere bene. Perché gli algoritmi e le macchine non riusciranno a soddisfare la dimensione essenziale della felicità umana, quella di desiderare di essere desiderati da esseri umani. Siamo un desiderio desiderante altri desideri, soltanto umani – i desideri più piccoli ci servono ma non ci bastano: solo l’Adam è l’ultimo piolo della scala della terra che può toccare il paradiso.

Dialogo

Il dialogo che papa Leone pone tra l’universo dell’IA e il principio di sussidiarietà, è allora altamente fecondo. Per come si sta sviluppando, l’IA è anti-sussidiaria, perché è concentrata in pochissimi giganti economico- finanziari, e perché in essa non c’è vera biodiversità. Le intelligenze umane, invece, sono tante quante sono le persone, e nessuna somma di intelligenze umane è superiore in dignità all’intelligenza di una singola persona. La democrazia, e in essa i mercati civili, funzionano aggregando miliardi di intelligenze diffuse in un mirabile processo cognitivo dal basso, e nel momento in cui qualcuno pensasse che milioni di intelligenze umane abbiano più dignità di una sola, la democrazia muore: «La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale» (71). Infine, la lettera di Leone XIV si svolge seguendo due fili biblici, uno buio e l’altro luminoso: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Una costruzione sbagliata e una giusta. Neemia (Ne 1-2) sente una chiamata a tornare a Gerusalemme, per ricostruirla: «Ricostruire oggi significa riconoscere che … esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, … far crescere giustizia e fraternità » (10). Il fondatore di Babele è invece Nimrod, che «fu il primo a divenire potente sulla terra» (Gen 10,8). Babele è dunque un grande insegnamento sul potere e sugli imperi, e sulla loro corruzione intrinseca. Sia i ricostruttori con Neemia sia quelli di Babele erano lavoratori, in entrambi c’era azione collettiva, una comunità di lavoro. Ogni giorno, da millenni, la storia è un intreccio di lavoratori che costruiscono Babele e di lavoratori che edificano arche e ricostruiscono città.

La sindrome di Babele

Nella Bibbia, Babele viene dopo il diluvio e l’arca di Noè. La «sindrome di Babele» (10) arriva puntuale quando si è usciti da diluvi (globalizzazione, guerre…) o se ne temono altri, e la tentazione di costruire mura sbagliate diventa molto forte: «Molti e molti anni furono dedicati alla costruzione della torre. Agli occhi dei costruttori un mattone divenne allora più prezioso di un essere umano; se un uomo precipitava e moriva nessuno vi badava, ma se cadeva un mattone tutti piangevano. Alle donne incinte non permettevano di interrompere il lavoro nemmeno per le doglie: partorivano forgiando mattoni» (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei). 

In questo tempo di grande e nuova sofferenza, Magnifica humanitas accresce la gratitudine per la Chiesa e per papa Leone, ed è un grande dono per tutti coloro che continuano a sperare e a credere che l’umanità, nonostante tutto, sia magnifica. 

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lunedì 25 maggio 2026

MAGNIFICA HUMANITAS


*Con la presentazione di stamane dell'Encilcica di papa Leone XIV comincia il dibattito sull'IA*

Una presentazione stamane, nell'aula del Sinodo in Vaticano, che ha coinvolto diverse voci: dai cardinali alle menti dell'IA


-di Antonio Tarallo

Evento singolare, se non unico, quello di stamane nell'aula del Sinodo in Vaticano: la presentazione dell'Enciclica di papa Leone XIV, documento atteso, in cui il pontefice ha voluto concentrare l'attenzione della Chiesa su un tema ormai sulla bocca di tutti, l'IA, ossia l'intelligenza artificiale. Una presentazione alla quale lo stesso papa Leone XIV ha voluto partecipare con un intervento. Già nella prima mattina, tanti gli editoriali e le parole su questo documento che reca la firma del pontefice, la sua prima Enciclica. Desta attenzione mediatica, e per gli esperti delle “cose” vaticane. 

 Una presentazione ricca di interventi che si sono alternati attorno alle pagine del documento pontificio. Sono stati tre, i cardinali, che hanno “illustrato” le parole del papa: il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, per primo; poi i cardinali Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Parolin nel ruolo di moderatore di questo evento che potrebbe considerarsi “a tutti gli effetti” una tavola rotonda. Ma prima di questa, lo stesso porporato si è soffermato inevitabilmente sulla “transizione digitale”, nella quale “come in un prisma” convergono diversi temi del nostro oggi come la dignità della persona, il lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la responsabilità verso la casa comune. Una relazione, quella di Parolin, che ha sottolineato l'importanza dell'attenzione della Chiesa sui temi che l'Enciclica ha presentato. Si sta evolvendo e sta vendendo una sua “rinascita” la Dottrina sociale della Chiesa. 

 Su tre parole si è snodato, invece, l'intervento del cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “Ingegno, coscienza e cura”. L'IA “è un cantiere”, ha detto il porporato e questa “può sostenere la cura della nostra casa comune e servire lo sviluppo dei popoli”. Ma, allo stesso tempo, “può concentrare il potere, esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai margini”. Bisogna, dunque, stare attenti da queste possibili nocive direzioni.  

Una lettura sul presente è stata invece presentata dal cardinale Fernández: guarda all'umanità ferita da guerre e odii. Ha parlato di nuove forme di schiavitù, da cinismo e crudeltà. A questa crudeltà - dice il prefetto del Dicastero per la Cultura - è necessario rispondere anche con la bellezza, come la stessa enciclica ricorda. Come alcuni nomi che hanno fatto la santità: si pensi solamente a quello di madre Teresa di Calcutta, fra tutte. Ma non solo: altri nomi, quelli di Dorothy Day, Marie Curie, Elisabeth Elliot. E tanti altri. Assieme ai loro nomi che hanno umanizzato l'umanità ci sono quelli “ignoti”, quelli che affrontano la vita ogni giorno con tenacia e perseveranza, con amore: sono le persone “comuni” che si adoperano per il bene della civiltà.

 E poi, gli esperti del campo. Tutti nomi autorevoli del mondo delle nuove tecnologie sono intervenuti stamane alla presentazione della prima enciclica di Leone XIV. Nomi che hanno dietro le spalle un passato di studio e sul campo delle nuove tecnologie: un apporto interessante che ha reso la mattinata un vero e proprio convegno non solo sulla stessa enciclica ma sul vasto ventaglio di proposte che l'IA serba per il futuro. 

 I nomi, dunque, portatori di esperienze: Christopher Olah, cofondatore di "Anthropic" e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA; Anna Rowlands, professoressa di Teologia politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni umane presso il Dipartimento di Teologia e Religione della Durham University, in Inghilterra; Leocadie Lushombo, professoressa di Teologia politica e Pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology della Santa Clara University, in California.

 Papa Leone XIV: "Il cristiano non è semplicemente un filantropo, ma persona compassionevole"

Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA sull'IA: "E' un po' come dare vita a un personaggio di fantasia. E ora stiamo entrando in un mondo straordinario in cui questi personaggi di fantasia ci parlano, sono attivi, hanno un lavoro". La Lushombo invita soprattutto a non perdere i propri valori umani a causa dell'IA, che rende l'apprendimento transazionale. Questo è uno dei passaggi sottolineati proprio dall'enciclica. La professoressa Rowlands loda l'attività della Chiesa sul tema dell'IA perché è proprio compito della comunità ecclesiale quello di “accompagnare l'umanità mentre si affanna per raggiungere il suo vero bene e di promuovere l'unità”. 

 Voci, volti, esperienze. Tutto in un dibattito, quello di stamane, che sembra divenire preludio di un dibattito ancora più vasto. Capiremo nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, cosa avverrà. 

ENCICLICA

(ACI Stampa).

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