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venerdì 9 gennaio 2026

IRC - LIBERTA' E INCONTRO

 


CEI: l'insegnamento della religione è spazio di libertà e incontro

 

La Conferenza episcopale italiana invia un messaggio alle famiglie in vista dell'anno scolastico 2026/2027: scegliendo di frequentare questa disciplina si ottiene una "bussola per orientarsi nel mare agitato della vita"

 

Vatican News

 Non un adempimento formale, ma «una significativa occasione educativa». Così viene inquadrata la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) in un messaggio rivolto alle famiglie dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista dell’anno scolastico 2026/2027. «Da molti anni — viene sottolineato — oltre l’80% degli studenti italiani decide di frequentare questa disciplina, segnando la sua costante presenza nel panorama scolastico come uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità, in cui la scuola incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno».

I legami e la cultura

Come ricordava papa Leone XIV ai giovani riuniti nella spianata di Tor Vergata nell’agosto scorso, «la nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale». L’Irc, si legge nel messaggio della Cei, «rappresenta proprio questo: un laboratorio di cultura e di umanità dove si impara a decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia e a sviluppare uno sguardo critico e costruttivo, prendendo sul serio quel desiderio infinito di pienezza che grida nel cuore umano». L’Irc offre uno spazio per riscoprire l’integralità dell’essere umano, che — come indicato dal Papa — «non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».

Un'educazione che include

Finalità dell’Irc, secondo la Cei, «è sviluppare quella intelligenza spirituale che permette di muoversi con rispetto e saggezza nel panorama contemporaneo, anche nell’incontro con le diverse tradizioni religiose, imparando a riconoscere i valori comuni e a dialogare costruttivamente con tutti». L’Irc offre «una bussola per orientarsi nel mare agitato della vita» e cogliendo questa opportunità si può «favorire un’educazione che include, che interroga, che apre al bene comune e alla libertà. Dove ogni volto, ogni storia e ogni ricerca trovano posto».

 

MESSAGGIO DELLA CEI     

con preghiera di diffusione: famiglie e studenti





 

 

giovedì 18 settembre 2025

LA BAMBINA CHE VOLA


 "La bambina che vola. Non avrai altro Dio all'infuori di me
è un libro di Dacia Maraini, il primo della serie I dieci comandamenti, 
pubblicato da Rizzoli Libri nel 2025. 

L'opera narra la storia di Sara, un'artigiana del legno che, dopo l'abbandono del marito, trova nella sua insonnia il conforto di una misteriosa bambina con le ali. 

Questa creatura, che ricorda le figure di Modigliani, le racconta storie bibliche, reinterpretandole come riflessioni sulla fede, la spiritualità, l'amore e la verità interiore. Il libro rilegge il primo comandamento in chiave di ascolto della propria interiorità, trasformando la figura di Sara da vittima a protagonista della propria vita. 

Contenuto e temi
  • La protagonista
    Una donna di mezza età, Sara, che lavora il legno, e che è abbandonata dal marito. 
  • La bambina volante
    Una creatura eterea con ali, che appare nei sogni di Sara. 
  • Il significato del primo comandamento
    Le storie narrate dalla bambina trasformano il comandamento "Non avrai altro Dio all'infuori di me" in un invito all'ascolto di sé e del proprio mondo interiore. 
  • La fede e la spiritualità
    La narrazione affronta la fede in modo poetico e profondo, mescolando realtà e immaginazione per restituire un senso alla vita di Sara. 
  • La libertà interiore
    Il libro è una fiaba sulla libertà interiore e la consapevolezza di sé, che invita a dedicarsi alla lettura per riflettere e andare in profondità. 
Dettagli del libro 
  • AutriceDacia Maraini.
  • Collana"I dieci comandamenti".
  • EditoreRizzoli Libri.
  • Anno di pubblicazione2025.

sabato 5 luglio 2025

L'INGANNO DELLA POTENZA


 Ragione strumentale 

e spiritualità

 

di MAURO MAGATTI

 Di fronte alla diffusione della guerra come metodo per risolvere le controversie politiche, al riscaldamento globale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, alle ingiustizie clamorose che scavano abissi tra privilegiati ed esclusi, all’odio verso lo straniero e il diverso che fa crescere razzismo e xenofobia, la tentazione della rassegnazione è forte.

Disorientati e stanchi, siamo spinti ad abbassare lo sguardo, pensando che tutto questo sia ormai inevitabile, quasi scritto in un destino ineluttabile della storia.

Si tratta di un inganno: perché accettare passivamente la violenza, l’ingiustizia e la distruzione significa rinunciare a ciò che ci rende umani, ossia la capacità di reagire, di immaginare alternative, di costruire un mondo diverso.

Eppure, la domanda resta: come è possibile che società così avanzate – dotate di conoscenze scientifiche straordinarie, di capacità tecnologiche mai viste prima, di risorse economiche enormi, di un patrimonio culturale immenso – rivelino tratti tanto arcaici?

Com’è possibile che, mentre inviamo sonde su Marte e decifriamo il genoma umano, la guerra di trincea torni a insanguinare l’Europa, le carestie continuino a devastare interi continenti, le persone muoiano di fame e sete alle porte di città opulente, e si erigano muri contro chi scappa da guerre e disastri?

Questa contraddizione - tra il livello raggiunto dalle nostre società e la brutalità di tante nostre azioni - è uno degli scandali più grandi del nostro tempo. E ci dice qualcosa di importante: che la civiltà non è solo una questione di tecniche e ricchezze. La civiltà è una questione di visione, valori, relazioni. Si può possedere la tecnica più sofisticata e usarla per distruggere; si può accumulare ricchezza senza alcun rispetto per chi resta indietro; si può avere accesso a infinite informazioni senza diventare più saggi. Non basta, dunque, la crescita economica a salvare il mondo, né basta la tecnologia. E se la storia recente ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo: che le meraviglie della scienza e dell’economia possono convivere con l’abisso morale, possono addirittura alimentarlo, quando non sono guidate da un’idea più alta di umanità.

Di fronte a questa amara consapevolezza, non ne deriva necessariamente rassegnazione. Al contrario, è possibile leggere in mezzo ai tanti disastri un messaggio di speranza. Proprio questo tempo, segnato da ferite profonde, ci sollecita a un cambiamento più radicale: il superamento di visioni dualiste che separano la ragione strumentale dalla saggezza spirituale. Per troppo tempo abbiamo coltivato l’illusione che bastasse “sapere come fare” - come produrre, come dominare la natura, come vincere la concorrenza - dimenticando di chiederci “perché farlo” e “a che scopo”. La ragione strumentale, che è il cuore della modernità, ci ha permesso di conquistare il mondo esterno, ma ci rende ciechi al mondo interno, al senso delle cose, alla qualità delle relazioni, alla responsabilità verso il futuro. Proprio la separazione tra sapere tecnico e saggezza morale è alla radice delle nostre contraddizioni. È ciò che ci ha permesso di sviluppare tecnologie capaci di migliorare la vita di molti, ma anche di distruggere ecosistemi e società. Di alimentare un’economia che crea ricchezza per pochi abbandonando masse di persone nella miseria. Di trattare la terra come una macchina da sfruttare anziché come una casa comune da custodire.

Superare questa frattura significa riscoprire la nostra umanità più profonda, quella che non si accontenta di calcoli utilitaristici ma sa riconoscere a far vivere valori e significati. Significa rimettere insieme la ragione che efficientata e la saggezza che orienta, la capacità di innovare e la capacità di prendersi cura. Significa, in definitiva, ricomporre ciò che abbiamo spezzato: l’unità tra il pensare e il sentire, tra l’individuo e la comunità, tra l’essere umano e la terra.

Questa la via che siamo chiamati a percorrere, ancora di più al tempo dell’Intelligenza Artificiale. In un mondo in cui le vecchie ricette non funzionano più, in cui la sola crescita economica non porta giustizia e la sola innovazione tecnologica non porta pace, ciò che più va coltivato è una cultura della responsabilità, della cura, della solidarietà. 

Ci sono dunque buone ragioni per non rassegnarci. È infatti nell’alleanza tra la lucidità della ragione e la profondità della saggezza spirituale che è possibile spezzare le catene della violenza, ridare equilibrio al pianeta, sanare le ingiustizie e accogliere l’altro come parte di noi. Non è un sogno ingenuo: è la sfida più concreta e necessaria che il nostro tempo ci affida. Sta a noi raccoglierla.

 www.avvenire.it

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sabato 10 maggio 2025

CERCARE DIO, LA SPIRITUALITA' AGOSTINIANA


I tratti fondamentali

 della 

spiritualità agostiniana


-Di Antonio Tarallo


“Sono figlio di sant'Agostino”, così si è presentato Papa Leone XIV ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Una frase che rende omaggio al percorso spirituale che ha segnato Prevost, religioso agostiniano.
 Era il primo settembre del 1977 quando Prevost a Saint Louis entrò nel noviziato dell'Ordine di Sant'Agostino (provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio di Chicago). Emetterà la prima professione il 2 settembre del 1978. Il 29 agosto 1981 pronuncia i voti solenni. Un cammino, dunque, che inizia con sant'Agostino, il vescovo di Ippona, il famoso autore de “Le Confessioni”. 

Agostino, ossia la ricerca dell'interiorità. Del dialogo con Dio. Agostino e la spiritualità dell'ordine: un binomio inscindibile. Ma di quale interiorità si tratta? Non certamente di fuga dalla realtà, ma radice della stessa vita, nell'ascolto del Maestro interiore: lo Spirito Santo. Un Dio che sta dentro di noi, più intimo dell'intimità stessa. Un'anima che si domanda, si chiede, riflette e cerca. E' il verbo “cercare” un altro punto fondamentale: Dio pone interrogativi all'uomo e lo sprona alla ricerca. E nodo centrale nella vita di ognuno rimane l'amore: “Ciascuno vive secondo quello che ama”, così scrive il vescovo santo d'Ippona nel suo “La Trinità”. 

Un amore che si “espande” e si dirige verso il prossimo. Verso la Chiesa, espressione di Cristo: Chiesa, suo corpo, madre dei cristiani e depositaria della verità rivelata. Nella Chiesa "siamo diventati Cristo. Perché se egli è il Capo, noi siamo le membra", perché "il Cristo totale è capo e corpo". Parole di sant'Agostino. 

La vita del cristiano. Come si realizza? Agostino riesce a rispondere a questo fondamentale quesito ponendo la fraternità, la comunione con gli altri, al primo posto. E' un percorso che si fa assieme. Itinerario che porta alla costruzione di ciò che Agostino chiamerà la “Città di Dio”. È possibile costruirla? Certo, risponde la spiritualità agostiniana, perché tutti gli uomini sono rivolti al bene. Solo quando facciamo del bene, allora, siamo liberi: "Non temete il servizio del Signore. [...] Nella casa del Signore libera è la schiavitù. Libera, perché il servizio non l'impone la necessità ma la carità. [...] La carità ti renda servo, come la verità ti ha fatto libero".  

La spiritualità agostiniana potrebbe essere riassunta in queste parole chiave: interiorità, preghiera, ricerca di Dio, correzione fraterna, bene comune, unità in Cristo e grazia. Temi o parole chiave che, molto probabilmente, ritroveremo durante tutto il pontificato di papa Leone XIV.

L'ordine agostiniano è un istituto religioso di diritto pontificio fondato nel 1224. Nell'ultimo censimento (2008) l'ordine contava nel mondo 448 conventi e 2.769 religiosi. 

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lunedì 5 maggio 2025

GIOVANI E SPERANZA


 La difficile speranza dei giovani italiani

 

Tra le nuove generazioni di italiani la speranza non è un sentimento molto diffuso. E lo è meno tra le donne rispetto agli uomini e tra chi abita nel Nord Est rispetto a chi vive nel Sud e nel Nord-Ovest. In generale, esprimono sentimenti di speranza nel futuro meno di un giovane italiano su due. D’altra parte, è evidente che le giovani e i giovani che percepiscono più speranza sperimentano un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita.

Sono alcuni tra i dati salienti di una originale ricerca sulla Speranza curata dai ricercatori dell’Università Cattolica per lOsservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, che ha esplorato il tema cui è dedicato il Giubileo 2025. “Università laboratorio di speranza” è anche il titolo della Giornata per l’Università Cattolica  celebrata domenica 4 maggio (www.giornatauniversitacattolica.it).

Diventa dunque di grande interesse indagare ciò che intendono i giovani per “speranza”, in cosa la fanno consistere, dove e come ne fanno esperienza.

Oltre alla serie di domande dirette al campione, la ricerca utilizza una misurazione della speranza più articolata come la Scala integrata della Speranza, basata su quattro componenti: la percezione di Controllo e la competenza personale nel plasmare il proprio futuro (?Personal Mastery); la percezione di avere Supporto dagli altri; la Fiducia in sé e negli altri; la Spiritualità.

La componente che presenta punteggi medi più elevati è il Supporto, seguito dal Personal Mastery, dalla Fiducia e infine, dalla Spiritualità. Le prime due componenti mostrano un punteggio medio-alto, le ultime due medio -basso

Ma cosa determina la speranza nei giovani? Dalle analisi emerge che la speranza è determinata soprattutto dall’aver trovato un significato al vivere, a seguire dalla soddisfazione dei bisogni psicologici di base (sentirsi competenti, sentirsi autonomi e sentire di avere relazioni significative), dalla religiosità e dalla ricerca di significato. 

Alcuni dati specifici dell’indagine

AREA GEOGRAFICA: Se consideriamo il sentirsi speranzoso/a in relazione all’area di residenza emerge che i più speranzosi sono le giovani e i giovani del Nord-Ovest, anche se le variazioni sono di pochissimi punti%: le giovani e i giovani che si dichiarano molto o moltissimo speranzosi sono il 47,6% nel Nord-Ovest, il 44% nel Nord -Est, il 45% al Centro e il 46,2% al Sud e isole.

Se consideriamo le componenti della Speranza vedremo che il Nord-Ovest registra valori superiori in Fiducia rispetto al Sud e alle Isole (punteggi medi: Nord- Ovest: 2.94 – Sud e isole: 2.60; range della scala 1-5) mentre quest’ultima area si distingue per un livello di Spiritualità superiore rispetto al Centro e al Nord-Ovest (punteggi medi Sud e Isole: 2.76 – Nord-Ovest: 2.58; Centro: 2.54; range della scala: 1-5).

CONDIZIONE LAVORATIVA: Si riscontrano differenze statisticamente significative in Personal Mastery, Supporto e Spiritualità tra chi lavora e chi non lavora: i lavoratori mostrano punteggi medi superiori rispetto a chi non lavora.

BENESSERE: Chi ha livelli più alti di speranza riporta un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita rispetto a chi ha livelli più bassi di speranza.

VOLONTARIATO: La speranza – nello specifico le componenti di Personal Mastery, Supporto e Spiritualità – risulta più elevata tra coloro che attualmente svolgono attività di volontariato – sia continuativa sia saltuaria – rispetto a chi non l’ha mai praticato e rispetto a chi lo ha fatto solo in passato.

Il commento di Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica

“Colpisce il fatto che circa metà dei giovani, e soprattutto delle giovani, nutrano poca speranza proprio in una fase della vita che dovrebbe essere ricca di progettualità, sogni, voglia di futuro. Anche perché i dati ce lo mostrano chiaramente: avere speranza impatta sul benessere e sulla qualità della vita in generale. È interessante come questi, e altri dati che stiamo elaborando, mostrino una stretta relazione tra speranza e possibilità di dare un senso al vivere. In questi momenti carichi di ansia e preoccupazione, la speranza offre la possibilità di ritrovare un orizzonte di senso e con questo un orizzonte di futuro, la possibilità non solo di sopravvivere agli affanni quotidiani, ma di fare un’esperienza di vita piena, per sé e per gli altri, dove anche l’impegno civico e solidale trova spazio e offre categorie di senso. È quindi importante offrire ai giovani luoghi intergenerazionali di ricostruzione di senso del vivere, di trame di fiducia e di speranza”.

Nota metodologica

La ricerca è stata condotta tra il 17 febbraio e il 3 marzo 2025 presso un campione di 2001 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni secondo quote rappresentative di genere, età, titolo di studio, condizione lavorativa e area geografica di residenza. Le interviste sono state effettuate tramite metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interview).

È stata realizzata da Ipsos per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e condotta dai docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità, Daniela Marzana, professore associato di Psicologia sociale e di comunità e Adriano Mauro Ellena, assegnista di ricerca in Psicologia sociale e di Comunità.

 

Istituto Toniolo

mercoledì 30 aprile 2025

IL BUON LAVORO


Il  “buon lavoro” 

secondo Papa Francesco


Per “recuperare” un’idea sociale,

 incardinata nella Dottrina Sociale 

della Chiesa 

che ci piace riproporre il “manifesto” del buon lavoro 

e della buona impresa,  lanciato dal pontefice argentino


by Mario Bozzi Sentieri

Papa Francesco:

Il 1° maggio, Festa del Lavoro,  di quest’anno non può non essere segnato dalla recente scomparsa di Papa Francesco, Pontefice “peronista” si è detto e quindi populista e sensibile ai temi del lavoro. E’ per “recuperare” un’idea sociale, incardinata nella Dottrina Sociale della Chiesa, ben diversa dal genericismo di certe “ricostruzioni” giornalistiche, lette in questi giorni,  che ci piace riproporre il “manifesto” del buon lavoro e della buona impresa,  lanciato da Papa Francesco, durante la sua visita pastorale  a Genova, il 27 maggio 2017, in occasione dell’ incontro con i lavoratori dell’Ilva. Si tratta di  un manifesto che ci sentiamo di condividere per il  suo valore etico-sociale e che proponiamo,  nella sua essenzialità,  per la sua forza “programmatica”.

 ***

La dignità del lavoro

È importante riconoscere le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro bisogno è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro perché nega la dignità del lavoro che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. 

Il buon imprenditore

Il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore deve essere prima di tutto un lavoratore! Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, del risolvere insieme i problemi, del creare qualcosa insieme.

Chi vende la sua gente vende la dignità propria

Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente! Chi pensa di risolvere il problema della sua 

impresa licenziando gente non è un buon imprenditore, è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria. Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore, sono due tipi diversi. Lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama mercenario, per contrapporlo al buon pastore. Vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto, usa azienda e lavoratori per fare profitto, non li ama. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli creano alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, mangia persone e mezzi per il suo profitto.

Contro l’economia senza volti

Quando l’economia è abitata da buoni imprenditori le imprese sono amiche della gente. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. È una economia senza volti, astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone, e quindi non si vedono le persone da licenziare e tagliare.

Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete diventa senza volto e quindi spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. 

Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro

La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto di più, lavorando diventiamo più persone, la nostra umanità fiorisce, la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro come partecipazione alla creazione che continua grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando. Come ci sono pochi dolori più grandi di quando il lavoro schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro. Con il lavoro gli uomini e le donne sono unti di dignità. 

Edificare il patto sociale

Attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale, quando non si lavora, si lavora male o poco è la democrazia che entra in crisi, tutto il patto sociale entra in crisi. È anche questo il senso dell’articolo primo della Costituzione italiana: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o mal pagato, è anticostituzionale, secondo questo articolo! Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia perché il posto del lavoro lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite.

L’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti

Bisogna guardare alle trasformazioni tecnologiche e non rassegnarsi all’ideologia che immagina un mondo dove forse metà o due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Deve essere chiaro che l’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso, pensiamo alla rivoluzione industriale. Ci sarà una rivoluzione, ma dovrà essere lavoro, non pensione! Non pensionati, lavoro! Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia ma contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 35-40 anni, con assegno dello Stato. 

 Gli eccessi della competizione

I valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente e molti di questi valori della grande impresa e della grande finanza non sono in linea con la dimensione umana e pertanto con l’umanesimo cristiano. L’accento sulla competizione, oltre ad essere un errore antropologico, è anche un errore economico perché dimentica che l’impresa è cooperazione mutua. Quando si crea un sistema che mette in competizione i lavoratori tra loro, magari può ottenere nel breve periodo qualche vantaggio ma finisce col minare quel tessuto che è l’anima di ogni organizzazione e così quando arriva una crisi l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Questa cultura competitiva è un errore, è una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia. 

Gli eccessi della meritocrazia

Un altro valore che in realtà è un disvalore, è la meritocrazia oggi tanto osannata, che affascina molto. Al di là della buona fede dei tanti che la invocano, la meritocrazia sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono ma come un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro si sarà moltiplicata. Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura, ma questa non è la logica del Vangelo e della vita. La meritocrazia nel Vangelo la troviamo nella figura del fratello maggiore del figliol prodigo che disprezza il fratello minore e pensa che debba restare un fallito. Il padre invece pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci.

 La dignità del lavoro

Chi perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro sente che perde la dignità. Come chi è costretto ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Ci sono ancora lavori cattivi e sbagliati nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano lavoratori e ambiente, come chi è pagato molto perché il lavoro prenda tutta la vita, senza orari. Senza lavoro si può sopravvivere, ma per vivere occorre il lavoro e la scelta è tra il sopravvivere e il vivere.  Un assegno statale, mensile, che ti faccia portare avanti la famiglia, non risolve il problema. Il problema va risolto col lavoro per tutti.

 Il lavoro e la Festa

Un paradosso della nostra società è la presenza di una quota di persone che vorrebbero lavorare e non riescono, o altri che vorrebbero lavorare di meno, ma non ci riescono perché sono stati comprati dalle imprese. Il lavoro diventa fratello quando accanto ad esso c’è la festa, il tempo libero. Senza questo, diventa lavoro schiavistico, anche se superpagato. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati non è mai veramente domenica, perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare le feste è necessario poter celebrare il lavoro, vanno insieme, l’uno scandisce il tempo dell’altro. Il consumo è un idolo del nostro tempo, è il consumo il centro della nostra società e quindi il piacere. Oggi ci sono i nuovi templi aperti 24 ore, che promettono la salvezza, punti di puro consumo e di puro piacere. Il lavoro è fatica, e sudore, quando una società edonista vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore, non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto con il lavoro e continueremo a sognare il consumo del puro piacere».

 Il lavoro e il consumo 

Il lavoro è il centro di ogni patto sociale non un mezzo per potere consumare. Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle: libertà onore, dignità, diritti di tutti. Se svendiamo il lavoro al consumo, svenderemo presto anche queste parole sorelle. 

Spiritualità del lavoro

Molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni, erano preghiere del lavoro recitate prima, dopo e durante il lavoro. Il lavoro è presente tutti i giorni nell’eucaristia i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. I campi, il mare, le fabbriche, sono sempre stati altari dai quali si sono alzate preghiere belle e pure che Dio ha accolto e raccolto, recitate ma anche dette con le mani, il sudore, la fatica del lavoro di chi non sapeva pregare con la bocca. Dio ha accolto tutte queste e continua ad accoglierle anche oggi. Per questo vorrei terminare con una preghiera: il vieni Santo Spirito: “Manda a noi un raggio della luce, vieni padre dei poveri, dei lavoratori e delle lavoratrici”.

@barbadilloit



 

venerdì 12 aprile 2024

CERCATORI DI SENSO


Le nuove generazioni si allontanano dalla Chiesa, ma non si spegne la sete di spiritualità Dall’indagine dell’Istituto Toniolo, la sfida rappresentata dall’«esodo silenzioso» delle ragazze

 L’ultima ricerca realizzata dall’ente fondatore dell’Università Cattolica si mette in ascolto di chi “se n’è andato”.

 Ma continua a sognare una comunità ecclesiale accogliente e gioiosa

 

-     -    di LORENZO  ROSOLI

 

L’esodo silenzioso delle giovani donne dalla Chiesa e dalla fede cattolica. Il “caso serio” costituito dal rapporto fra comunità ecclesiale, fede dei giovani, apertura ai credenti Lgbt+. La sete e la ricerca di spiritualità che continuano ad abitare la vita di chi ha abbandonato la Chiesa e la fede nelle sue forme tradizionali – anche quando è una spiritualità senza Dio, o con un Dio senza nome, e che sempre meno spesso ha il nome di Gesù. Le contiguità e le consonanze di interrogativi, giudizi, idee – su Dio, la Chiesa, la fede, la vita, la morte, l’etica, la sessualità – fra i giovani che hanno lasciato e quelli che sono rimasti. Sono molteplici – e tutti urgenti, provocatori, potenzialmente fecondi – i motivi d’interesse della ricerca raccolta nel volume “Cerco, dunque credo? I giovani e una nuova spiritualità” (Vita e Pensiero, 2024) curato da Rita Bichi e Paola Bignardi, promosso dall’Istituto Toniolo – l’ente fondatore dell’Università Cattolica, nella cui sede milanese è stata presentata l’indagine (si veda: Avvenire, sabato 6 aprile 2024).

 I numeri dell’esodo. L’allontanamento dei giovani dalla Chiesa e dalla fede cattolica è una tendenza che il Rapporto Giovani realizzato dal 2013 ogni anno dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo registra con fedeltà. Nel 2013 i giovani che si dichiaravano cattolici erano il 56,2% e nel 2023 il 32,7%. Negli stessi anni i giovani che si dicono atei sono passati dal 15% al 31%. Ancora più significativo il mutamento fra le giovani donne: quelle che si dichiarano cattoliche sono passate dal 62% al 33%, quelle che si dichiarano atee dal 12% al 29,8%. E se il trend continuasse così? Secondo i dati comunicati da Paola Bignardi presentando la ricerca in Cattolica, sul totale dei giovani italiani i cattolici sarebbero il 18% nel 2033 e il 7% nel 2050, le giovani cattoliche il 17% nel 2033 e il 6% nel 2050. «Un dato particolarmente interessante, forse in linea con l’evolvere della sensibilità spirituale – ha sottolineato Bignardi –: aumenta la percentuale dei giovani che dichiarano di credere in una generica entità superiore ma senza far riferimento a nessuna religione: nel 2023 sono il 13,4%; nel 2020 erano l’8,7%; nel 2016 il 6,2%».

 Dalle cifre alle storie. I numeri dicono molto. Ma non tutto. Ecco, allora, l’importanza di mettersi in ascolto dei giovani che hanno lasciato la Chiesa e la fede per conoscere e condividere i vissuti, i motivi e le dinamiche dell’abbandono, come ha fatto l’Istituto Toniolo con quest’ultima indagine (si veda box a lato). Nelle parole dei giovani, il ritratto di una Chiesa istituzione lontana dalla vita, più brava a giudicare che ad ascoltare e accogliere, più “azienda” che comunità dove sperimentare una fede e una spiritualità che sanno rispondere alla vita e alle sue domande di senso. Questi giovani «hanno difficoltà a riconoscersi negli insegnamenti della Chiesa, nella sua visione della vita e soprattutto nei suoi insegnamenti morali – scrive Bignardi –. Particolarmente presente è il tema dell’omosessualità; chi vive questa esperienza parla del suo essersi sentito giudicato e rifiutato; chi guarda la questione dall’esterno ritiene discriminatorie le posizioni della Chiesa e in contrasto con i suoi insegnamenti». Linguaggi e liturgia fanno sentire estranei. E l’abbandono della Chiesa è in genere graduale, consapevole, solo in alcuni casi “arrabbiato”.

 Fra religione e spiritualità. Nelle parole di quegli stessi giovani c’è però anche nostalgia per la fede e la comunità cristiana. E c’è il sogno di una Chiesa aperta, plurale, libera e liberante, povera e vicina ai poveri, al dolore, alle fragilità: una Chiesa giovane e gioiosa, fa sintesi Giovanna Canale, docente, in uno dei contributi raccolti nel libro. I giovani lasciano la Chiesa, ma non sempre la fede, né la ricerca spirituale. Interiorità, natura, connessione i tre “luoghi spirituali” che emergono dalle interviste. Che sembrano confermare quanto scrive il teologo Tomáš Halík: «La sfida principale per il cristianesimo ecclesiale di oggi è il cambiamento di rotta dalla religione alla spiritualità».

 L’addio delle giovani donne. Fra i nodi incandescenti che emergono dall’indagine, quello che Fabio Introini e Cristina Pasqualini chiamano «l’esodo silenzioso delle giovani donne »: iniziato con la Generazione X (le nate fra 1965 e 1979), proseguito con le Millennials (1980-1995), continua con la Generazione Z (1996-2010). Per troppo tempo la Chiesa ha considerato le donne una presenza scontata, dovuta, ancillare all’establishment maschile. E oggi? Ragazze e giovani donne faticano a trovare ascolto e risposte alle loro esigenze, alle loro attese, al loro vissuto. Dall’iniziazione cristiana all’oratorio, troppe cose sono a misura di maschio. Le “dinamiche dell’abbandono” parlano di percorsi “emancipativi” e «profondamente legati alla mobilità innescati dai percorsi di carriera di studio e lavoro ». Che portano a contatto con la complessità della vita e dell’umano. E sono «la matrice di nuove domande di senso ma anche le fonti di nuovi saperi che fanno breccia nella precedente visione del mondo». L’addio, in genere non polemico, si fa “arrabbiato” «in riferimento al rapporto che l’istituzione ecclesiale mantiene con la comunità Lgbtq+ o in merito alla questione dell’aborto», e quando si toccano «la sfera della corporeità, della sessualità, delle relazioni di coppia e della maternità», scrivono Introini e Pasqulini. La fede pare “protestantizzarsi”: non nel senso di una “individualizzazione” ma «per via del suo “trasformarsi” nel perseguimento del proprio “Beruf” di weberiana memoria, vale a dire il pieno compimento della propria vocazione “intramondana” nell’esercizio motivato e totalizzante del lavoro». Infine: le giovani intervistate, abituate a non avere spazio decisionale nella Chiesa, non lo rivendicano: hanno imparato a farne a meno. E a fare a meno della Chiesa. Ma la Chiesa può fare a meno delle donne? Come vivere e annunciare il Vangelo – e come essere Chiesa – senza di loro?

 

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