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sabato 5 luglio 2025

L'INGANNO DELLA POTENZA


 Ragione strumentale 

e spiritualità

 

di MAURO MAGATTI

 Di fronte alla diffusione della guerra come metodo per risolvere le controversie politiche, al riscaldamento globale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, alle ingiustizie clamorose che scavano abissi tra privilegiati ed esclusi, all’odio verso lo straniero e il diverso che fa crescere razzismo e xenofobia, la tentazione della rassegnazione è forte.

Disorientati e stanchi, siamo spinti ad abbassare lo sguardo, pensando che tutto questo sia ormai inevitabile, quasi scritto in un destino ineluttabile della storia.

Si tratta di un inganno: perché accettare passivamente la violenza, l’ingiustizia e la distruzione significa rinunciare a ciò che ci rende umani, ossia la capacità di reagire, di immaginare alternative, di costruire un mondo diverso.

Eppure, la domanda resta: come è possibile che società così avanzate – dotate di conoscenze scientifiche straordinarie, di capacità tecnologiche mai viste prima, di risorse economiche enormi, di un patrimonio culturale immenso – rivelino tratti tanto arcaici?

Com’è possibile che, mentre inviamo sonde su Marte e decifriamo il genoma umano, la guerra di trincea torni a insanguinare l’Europa, le carestie continuino a devastare interi continenti, le persone muoiano di fame e sete alle porte di città opulente, e si erigano muri contro chi scappa da guerre e disastri?

Questa contraddizione - tra il livello raggiunto dalle nostre società e la brutalità di tante nostre azioni - è uno degli scandali più grandi del nostro tempo. E ci dice qualcosa di importante: che la civiltà non è solo una questione di tecniche e ricchezze. La civiltà è una questione di visione, valori, relazioni. Si può possedere la tecnica più sofisticata e usarla per distruggere; si può accumulare ricchezza senza alcun rispetto per chi resta indietro; si può avere accesso a infinite informazioni senza diventare più saggi. Non basta, dunque, la crescita economica a salvare il mondo, né basta la tecnologia. E se la storia recente ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo: che le meraviglie della scienza e dell’economia possono convivere con l’abisso morale, possono addirittura alimentarlo, quando non sono guidate da un’idea più alta di umanità.

Di fronte a questa amara consapevolezza, non ne deriva necessariamente rassegnazione. Al contrario, è possibile leggere in mezzo ai tanti disastri un messaggio di speranza. Proprio questo tempo, segnato da ferite profonde, ci sollecita a un cambiamento più radicale: il superamento di visioni dualiste che separano la ragione strumentale dalla saggezza spirituale. Per troppo tempo abbiamo coltivato l’illusione che bastasse “sapere come fare” - come produrre, come dominare la natura, come vincere la concorrenza - dimenticando di chiederci “perché farlo” e “a che scopo”. La ragione strumentale, che è il cuore della modernità, ci ha permesso di conquistare il mondo esterno, ma ci rende ciechi al mondo interno, al senso delle cose, alla qualità delle relazioni, alla responsabilità verso il futuro. Proprio la separazione tra sapere tecnico e saggezza morale è alla radice delle nostre contraddizioni. È ciò che ci ha permesso di sviluppare tecnologie capaci di migliorare la vita di molti, ma anche di distruggere ecosistemi e società. Di alimentare un’economia che crea ricchezza per pochi abbandonando masse di persone nella miseria. Di trattare la terra come una macchina da sfruttare anziché come una casa comune da custodire.

Superare questa frattura significa riscoprire la nostra umanità più profonda, quella che non si accontenta di calcoli utilitaristici ma sa riconoscere a far vivere valori e significati. Significa rimettere insieme la ragione che efficientata e la saggezza che orienta, la capacità di innovare e la capacità di prendersi cura. Significa, in definitiva, ricomporre ciò che abbiamo spezzato: l’unità tra il pensare e il sentire, tra l’individuo e la comunità, tra l’essere umano e la terra.

Questa la via che siamo chiamati a percorrere, ancora di più al tempo dell’Intelligenza Artificiale. In un mondo in cui le vecchie ricette non funzionano più, in cui la sola crescita economica non porta giustizia e la sola innovazione tecnologica non porta pace, ciò che più va coltivato è una cultura della responsabilità, della cura, della solidarietà. 

Ci sono dunque buone ragioni per non rassegnarci. È infatti nell’alleanza tra la lucidità della ragione e la profondità della saggezza spirituale che è possibile spezzare le catene della violenza, ridare equilibrio al pianeta, sanare le ingiustizie e accogliere l’altro come parte di noi. Non è un sogno ingenuo: è la sfida più concreta e necessaria che il nostro tempo ci affida. Sta a noi raccoglierla.

 www.avvenire.it

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domenica 29 settembre 2024

VERO o FALSO ?


 Quel ricordo falso

 che genera verità


Elizabeth Loftus, madre nobile delle neuroscienze della memoria, studia i modi in cui si formano i dejà-vu di eventi mai accaduti e le tecniche per crearne da zero.

Questi meccanismi possono anche modificare il comportamento delle persone con conseguenze reali, come è accaduto in numerosi casi giudiziari

 

-         di EUGENIO GIANNETTA

 La psicologa Elizabeth Loftus, madre nobile delle neuroscienze della memoria, esperta di “falsi ricordi”, da decenni studia i modi in cui si formano ricordi di eventi mai accaduti e le tecniche per crearne da zero. I falsi ricordi sono molto potenti e oltre a rivelarci preziose informazioni sul funzionamento della nostra memoria, possono anche modificare il comportamento delle persone con conseguenze reali, come per esempio è accaduto in numerosi casi giudiziari. In occasione della XXII edizione del festival di divulgazione scientifica Bergamo-Scienza, sabato 5 ottobre alle ore 17 Loftus terrà una lectio dal titolo L’illusione della memoria: come nascono (e che conseguenze hanno) i falsi ricordi. È a partire dal concetto della manipolazione dei ricordi che l’abbiamo intervistata: «È emerso – ci spiega – che gli scienziati della memoria si sono resi conto che questa non funziona come un dispositivo di registrazione. Non basta registrare l’evento e riprodurlo in seguito. Il processo è più complesso. In realtà, quando cerchiamo di ricordare qualcosa, stiamo costruendo o ricostruendo un’esperienza. Quindi prendiamo pezzi di esperienza da tempi e luoghi diversi e li mettiamo insieme per produrre quello che sembra un ricordo. Quindi, ci piace dire che la memoria è costruttiva o ricostruttiva, e una delle conseguenze di questo è che le cose che accadono dopo che un evento è completamente finito – le suggestioni, la disinformazione – hanno perciò anche il potenziale di contaminare la memoria, di cambiare i ricordi delle persone per le loro esperienze passate».

 Quindi, quando può essere manipolata una memoria?

 «Quando una persona ha un’esperienza; quando, per esempio, assiste a un crimine o a un incidente stradale, e in seguito viene esposta a informazioni fuorvianti. Potrebbe accadere quando parla con altri testimoni. Può accadere quando viene interrogata da un investigatore che magari ha un’ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto e può inavvertitamente contaminare l’interrogatorio. Può accadere quando le persone sono esposte a copertura mediatica di qualche evento che hanno vissuto personalmente. Avviene, quindi, quando il potenziale di contaminazione è reale. E nel mondo reale siamo esposti alla disinformazione regolarmente».

 C’è qualche pericolo nell’insinuare falsi ricordi?

 «Se si tratta di un piccolo dettaglio che non ha importanza no, ma a volte può avere molta importanza quando, ad esempio, si tratta di un caso giudiziario e le informazioni false fanno credere a una persona che sia accaduto qualcosa che in realtà non è successo, o che qualcuno abbia commesso un crimine quando non è così».

 Ma è possibile distinguere un falso ricordo da un ricordo vero?

 «Quando ascoltiamo qualcuno parlare della sua memoria, spesso ci crediamo. Ci crediamo perché viene espresso tutto con sicurezza, o perché vi sono dettagli, o ancora perché vengono mostrate emozioni nel racconto della storia, ma i falsi ricordi possono avere le stesse caratteristiche. Nel lavoro scientifico abbiamo scoperto che i falsi ricordi possono essere descritti con estrema sicurezza, molti dettagli e altrettante emozioni».

 E come si controlla tutto questo? Esiste una sorta di comitato etico?

 «Ci sono molte questioni etiche che sorgono. Una delle cose che abbiamo dimostrato è che si può contaminare la memoria di qualcuno e forse permettergli di vivere una vita più sana o felice. In alcuni dei nostri lavori abbiamo dimostrato, per esempio, che, se instilliamo un falso ricordo che da bambino ti sei ammalato mangiando un cibo che fa ingrassare, allora non sarai più interessato a mangiare quel cibo. Quindi, forse si potrebbero usare alcune di queste tecniche per far sì che le persone abbiano un falso ricordo e permettere loro di avere conseguenze positive. Eticamente ci chiediamo: dovremmo farlo? Sarebbe una buona idea indurre le persone con falsi ricordi a mangiare meno cibi grassi o a bere meno alcolici? Non spetta a me, in quanto scienziato della memoria, decidere, ma alla società. Dal punto di vista scientifico però crediamo sia importante conoscere la malleabilità dei ricordi per comprenderla e difendersi da essa, oppure sfruttarne il potenziale».

 C’è anche qualcosa che possiamo fare per migliorare i nostri ricordi?

 «Esistono molte tecniche che gli psicologi hanno sviluppato per consentire di ricordare meglio le cose. Se si incontra qualcuno e si vuole ricordare il suo nome, ci sono alcune cose che si possono fare per massimizzare le possibilità di ricordare il nome di quella persona. Ad esempio, ripetere il nome ad alta voce, ma non solo».

 Pensa sia possibile anche reprimere i ricordi di eventi traumatici?

 « Non c’è dubbio che possiamo dimenticare le cose e ricordarcele. Si possono persino dimenticare cose molto sconvolgenti e ricordarle. Questo è un normale dimenticare e ricordare, ma l’idea di una repressione mirata, che si possa prendere una collezione di traumi orribili, bandirla nell’inconscio, dove è murata dal resto della vita mentale, e che si debba andare lì e togliere questo velo di repressione e diventare consapevoli di queste esperienze in qualche modo nella loro forma incontaminata, per tutto questo non c’è alcun supporto scientifico credibile. Quindi, credo sia triste il fatto che talvolta siano state perseguite persone o citate in giudizio in cause sulla base di questa ipotesi scientifica non supportata».

 Il tema di BergamoScienza quest’anno è l’intelligenza. Come si interseca questo tema con quello dei falsi ricordi?

 « A volte le persone mi chiedono: “Ci sono differenze individuali nella suscettibilità di avere o meno un falso ricordo?”. Una delle variabili di differenza individuale che è stata esaminata è il punteggio standard in un test di intelligenza; si è scoperto che le persone con capacità cognitive un po’ più elevate sono un po’ più resistenti a questo tipo di manipolazioni. Ma dico un po’ perché le correlazioni possono essere statisticamente significative, ma non enormi, ed è vero che anche le persone più intelligenti, istruite ed esperte, sono suscettibili alla manipolazione dei ricordi».

www.avvenire.it



mercoledì 11 ottobre 2023

ATTENTI AL LUPO

 


 ... E ALLE SUE MASCHERE

 

-         di Silvano Petrosino*

-          

Che si debba sempre stare «attenti al lupo» è una verità che non attende certo di essere dimostrata. Tuttavia, per non accontentarsi di quel senso comune che finisce per dissolvere ogni verità in una vuota ovvietà, è bene soffermarsi sulla differenza tra il lupo e il «lupo». Il primo è un animale che in quanto tale obbedisce alle leggi che governano la vita di ogni altro animale. Ad essere rigorosi, questo animale, come tutti gli altri, non è affatto «violento» e non ha mai un comportamento «bestiale», essendo quest’ultima una qualificazione che si ritrova solo all’interno della scena umana: solo l’uomo sa e può essere «bestiale», pericolosamente «bestiale», mentre gli animali non lo sono mai. A quest’ultimi è del tutto preclusa la possibilità/capacità della «bestialità». Ciò non toglie, come ben sanno tutti i pastori, e come riconoscono gli stessi animalisti, che anche nei confronti del lupo bisogna dimostrarsi attenti, proteggendo le greggi dai suoi eventuali attacchi. A questo livello, però, non c’è nulla di nuovo, nulla di particolarmente inquietante/interessante, soprattutto dal punto di vista antropologico.

Del tutto diversa, ben più complessa e drammatica, è la storia che ha inizio con l’entrata in scena del «lupo». Perché? Innanzitutto, perché esso non si presenta mai come tale, perché il «lupo», un vero «lupo», si nasconde sempre dietro una maschera che, esasperando in un certo senso lo stesso mimetismo animale, impedisce di cogliere le sue reali intenzioni, configurandolo così addirittura come un amico. Il salmo 54 lo afferma con chiarezza: «Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel suo cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate». Perché nasconderlo? Il più delle volte si parla per difendersi e per aggredire, e così per sopravvivere e per imporsi; si usa la lingua e la bocca non per parlare ma per divorare, o meglio ancora: si usa la parola non per comunicare con l’altro ma per divorarlo, utilizzandola come strumento per la propria affermazione. La nostra esperienza quotidiana lo conferma, purtroppo, con tragica puntualità: siamo circondati da persone che con insistenza dichiarano di volere il nostro bene mentre in realtà perseguono il loro bene. Insomma, come insegna Cappuccetto Rosso, siamo circondati da «lupi», e noi stessi spesso lo siamo, che dichiarano di aver occhi e orecchie grandi per vedere e ascoltare meglio, anche se poi la loro grande bocca serve per «meglio divorare». A tale riguardo è significativa la nota con la quale Perrault conclude la sua versione di Cappuccetto Rosso (che, vale la pena ricordarlo, termina con il lupo che divora la bambina; in questa storia nessun cacciatore viene a salvare la fanciulla): «Qui si vede che i ragazzi, e soprattutto le fanciulle belle, ben fatte, e gentili, fanno male ad ascoltare chiunque, e non è poi così strano, se il Lupo tante ne mangi. Io dico il Lupo, ché non tutti i Lupi sono della stessa specie; ce ne sono di accorti, quieti, bonari, che discreti, compiacenti e dolci, seguono le fanciulle fin dentro le case, fin nelle alcove; ma ahimè! chi non sa che questi Lupi dolciastri, di tutti i Lupi, sono i più pericolosi?».

 Ma il «lupo» è infinitamente più pericoloso del lupo soprattutto per una seconda ragione. Commentando la fiaba di Cappuccetto Rosso, Bettelheim coglie con precisione il punto: «Anche una bambina di quattro anni non può fare a meno di chiedersi che intenzioni abbia Cappuccetto Rosso quando, rispondendo alla domanda del lupo, gli fornisce precise indicazioni sul modo di arrivare alla casa della nonna. Qual è lo scopo di quest'informazione dettagliata, si chiede il bambino, se non quella di assicurarsi che il lupo riesca a trovare la strada? […] Cappuccetto Rosso è universalmente amata perché, per quanto sia virtuosa, si lascia tentare [...] Se non ci fosse qualcosa in noi che prova attrazione per il grosso lupo cattivo, egli non avrebbe alcun potere su di noi. Perciò è importante comprendere la sua natura, ma ancora più importante è imparare che cosa lo rende attraente per noi [...] Io penso che Djuna Barnes alluda a questo inconscio parallelo stabilito dal bambino fra eccitazione sessuale, violenza ed ansia quando scrive: “I bambini sanno qualcosa che non possono dire: a loro piace vedere Cappuccetto Rosso e il lupo a letto insieme”» (B. Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli).

 Per limitarsi a Cappuccetto Rosso, bisogna dunque riconoscere che questa fiaba non ha alcun interesse a ribadire ciò che è del tutto evidente: c’è il lupo, c'è il seduttore, c'è l'inganno e la sopraffazione, ultimamente: nel mondo c’è il male. Riconoscendo realisticamente una simile evidenza, questo racconto di finzione lascia intendere, a proposito non della vita ma del più profondo vissuto del soggetto, una verità ben più drammatica e inquietante, e cioè che affinché il male vinca davvero, coinvolgendo ogni aspetto dell’esistenza umana, è necessario che sia il soggetto stesso ad andargli incontro e a sceglierlo; e questa, non lo si può negare, è un'eventualità per nulla remota visto che il «lupo», a differenza del lupo e a dispetto delle anime belle che affollano il dibattito pubblico, piace tanto, attrae ed affascina.

 In altre parole, è come se la fiaba non si limitasse ad ammonire: «attenzione, c'è il lupo» – in fondo tutti sanno che in un bosco c’è il lupo – ma più sottilmente facesse intendere: «attenzione, non consegnarti al lupo, non abbandonarti al fascino per “il lupo”».

  *Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida.  Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Piccola metafisica della luce".

Fonte: Vita e Pensiero

martedì 21 febbraio 2023

LA VOLPE E LE GALLINE

 Il funerale della volpe

 

- di Gianni Rodari.

 Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva. - È morta, è morta - gridarono le galline. - Facciamole il funerale.

 Difatti suonarono le campane a morto, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in fondo al prato. Fu un bellissimo funerale e i pulcini portavano i fiori. Quando arrivarono vicino alla buca la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutte le galline.

 La notizia volò di pollaio in pollaio. Ne parlò perfino la radio, ma la volpe non se ne preoccupò. Lasciò passare un po’ di tempo, cambiò paese, si sdraiò in mezzo al sentiero e chiuse gli occhi. Vennero le galline di quel paese e subito gridarono anche loro: - È morta, è morta! Facciamole il funerale.

 Suonarono le campane, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in mezzo al granoturco. Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentivano in Francia. Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutto il corteo.

 La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime. Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla. Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta.

E chi farà come quelle galline vuol dire che non ha capito la storia.

giovedì 15 dicembre 2022

VIGILARE PER NON SBAGLIARE

Vigiliamo sempre 

sul nostro cuore

 perché il male

 sa travestirsi da angelo

 All'udienza generale Francesco approfondisce il tema del discernimento parlando dell'aspetto della vigilanza: non bisogna lasciarsi prendere da eccessiva sicurezza ma custodire con costanza l'interiorità, perché il demonio sa bussare con cortesia alla porta dell'anima per poi prenderne possesso. "E la mondanità spirituale va sempre in questa direzione"

- di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 

È un atteggiamento essenziale la vigilanza, perché “tutto il lavoro fatto per discernere il meglio e prendere la buona decisione non vada perduto”. Francesco lo sottolinea nel consueto appuntamento del mercoledì con i fedeli, all’udienza generale, nell’Aula Paolo VI. Per la sua dodicesima catechesi sul discernimento il Papa sceglie il tema della vigilanza, affrontandolo dopo aver parlato nelle scorse settimane dell’esempio di Sant’Ignazio di Loyola, degli “elementi del discernimento – cioè la preghiera, conoscere sé stessi, il desiderio e il ‘libro della vita’” – e ancora della desolazione e della consolazione.

Il buon discepolo è vigilante

“Giunti alla conferma della scelta fatta”, c’è il rischio che “il Maligno, possa rovinare tutto, facendoci tornare al punto di partenza, anzi, in una condizione ancora peggiore”, spiega Francesco, e allora “è indispensabile essere vigilanti” affinché “il processo di discernimento vada a buon fine e rimanga”.

Nella sua predicazione Gesù insiste molto sul fatto che il buon discepolo è vigilante, non si addormenta, non si lascia prendere da eccessiva sicurezza quando le cose vanno bene, ma rimane attento e pronto a fare il proprio dovere.

Il Papa evidenzia che è questo “l’atteggiamento ordinario da tenere nella condotta di vita, in modo che le nostre buone scelte, compiute a volte dopo un impegnativo discernimento, possano proseguire in maniera perseverante e coerente e portare frutto”. "Vigilare per custodire il nostro cuore e capire cosa succede dentro".

L’insidia dello spirito cattivo

Se manca la vigilanza, c’è un pericolo di ordine spirituale di cui tener conto: è l’“insidia dello spirito cattivo”, che aspetta il momento in cui “siamo troppo sicuri di noi stessi": "Sono sicuro di me stesso, ho vinto, adesso sto bene". E invece è quel momento che lo spirito maligno aspetta, avverte Francesco. Capita che ci si distrae, non si è desti o si perde “l’umiltà di custodire il proprio cuore” e allora “lo spirito cattivo può approfittarne” vanificando le buone decisioni scaturite dal discernimento.

Dobbiamo custodire sempre la nostra casa, il nostro cuore e non essere distratti e andare… perché qui è il problema ...

La presunzione di essere a posto

Quella condizione interiore paragonabile ad una casa bella, elegante, ordinata e pulita, "la casa del cuore", dopo un buon discernimento, può essere danneggiata se non la si custodisce, se per paura di rovinarla si finisce col non accogliere più nessuno, non invitare “i poveri, i senza tetto, quelli che disturbano”.

Una cosa è certa: qui c’è di mezzo il cattivo orgoglio, la presunzione di essere giusti, di essere bravi, di essere a posto. Tante volte sentiamo uno: “Sì, io ero cattivo prima, mi sono convertito e adesso, ora la casa è in ordine grazie a Dio, e stai tranquillo per questo…”. Quando confidiamo troppo in noi stessi e non nella grazia di Dio, allora il Maligno trova la porta aperta. Allora organizza la spedizione e prende possesso di quella casa.

I "demoni educati"

Ci sono "i demoni educati", precisa il Pontefice, quelli che entrano nel cuore senza che il padrone se ne accorga.  

Entrano senza che tu te ne accorga, bussano alla porta, sono cortesi. “No va bene, vai, vai, entra…” e poi alla fine comandano loro nella tua anima. State attenti a questi diavoletti, a questi demoni… il diavolo è educato, quando fa finta di essere un gran signore, no? Perché entra con la nostra per uscirne con la sua. Custodire la casa da questo inganno, dei demoni educati. E la mondanità spirituale va per questa strada, sempre.

La mancanza di vigilanza porta ad essere vinti nelle battaglie, precisa Francesco, "tante volte, forse, il Signore ha dato tante grazie", ma "non siamo capaci di perseverare in questa grazia e perdiamo tutto, perché ci manca la vigilanza".

Non abbiamo custodito le porte. E poi siamo stati ingannati da qualcuno che viene, educato, e si mette dentro e ciao…il diavolo ha queste cose.

Il demonio sa travestirsi da angelo

L’invito del Papa è a ripensare ciascuno alla propria storia personale, perchè "non basta fare un buon discernimento e compiere una buona scelta", "bisogna rimanere vigilanti, custodire questa grazia che Dio ci ha dato, ma vigilare".

Perché tu puoi dirmi: “Ma quando io vedo qualche disordine, me ne accorgo subito che è il diavolo, che è una tentazione…” sì, ma questa volta viene travestita da angelo: il demonio sa travestirsi da angelo, entra con parole cortesi, e ti convince e alla fine è la cosa peggiore dall’inizio… Bisogna rimanere vigilanti, vigilare il cuore. Se io domandassi oggi ad ognuno di noi e anche a me stesso: “Cosa sta succedendo nel tuo cuore?”. Forse non sapremo dire tutto: diremo una o due cose, ma non tutto.

La vigilanza segno di umiltà

A conclusione della sua catechesi, Francesco esorta ancora a vigliare il cuore, "perché la vigilanza è segno di saggezza, è segno soprattutto di umiltà", "che è la via maestra della vita cristiana".

 Vatican News

 

 


sabato 26 marzo 2022

FAKE NEWS e VEROSIMILE

  

Lʼinganno del verosimile
le fake news degli amici

 -         di GIGIO RANCILIO

 Abbiamo un nuovo nemico. Anche se di fatto non è così nuovo. Ma andiamo con ordine. E partiamo da un dato. Soltanto quattro anni fa, secondo un rapporto di Infosfera, l’82% degli italiani non sapeva riconoscere una fake news, cioè una notizia deliberatamente falsa, costruita per infangare un nemico o a scopo di propaganda.

Oggi, secondo l’indagine «Media e fake news» che Ipsos ha realizzato per Idmo, «il 73% degli intervistati ritiene di essere in grado di distinguere un fatto reale da una bufala». Se così fosse, la percentuale delle persone ingannate, sarebbe crollata dall’82% al 27%. Il 55% in meno.

Quest’ultimo studio contiene però anche un altro dato, forse più importante. Dopo avere affermato «di saper smascherare una bufala», alla domanda su quanti sono gli italiani che sanno riconoscere una fake news, la risposta degli intervistati è che appena il 35% è capace di farlo.

Differenze così importanti si spiegano col fatto che un conto è ciò di cui siamo convinti (per la serie: io alle bufale non ci casco, sono gli altri quelli che ci credono) e un altro il nostro reale comportamento online (caschiamo nelle bufale molto di più di quello che crediamo). Spesso non lo facciamo apposta. Sono i cosiddetti bias cognitivi che ci ingannano e ci fanno sbagliare.

C’è poi un altro dato: in questi anni anche la disinformazione ha fatto passi da gigante. Non si usano più notizie completamente false, ma «distorsioni e mezze verità mischiate a frammenti di resoconti autorevoli di eventi reali». Al punto che il nostro nuovo nemico (eccoci al punto iniziale) non è il falso ma il verosimile. Molto più difficile da smascherare. Tanto più se conferma un nostro pregiudizio. Da tempo i neuroscienziati hanno scoperto che uno dei bias che più ci ostacola nel percorso vero la verità è il cosiddetto «bias di conferma». In pratica senza che ce ne accorgiamo diamo molto più credito alle informazioni che confermano una nostra idea o un nostro pregiudizio, mentre tendiamo a non vedere o addirittura rimuoviamo tutto ciò che mette in crisi le nostre idee.

Non è finita. Se da una parte, uno studio condotto da Merten in 36 Paesi, ha scoperto che «circa un quinto degli utenti dei social media ha smesso di seguire o ha bloccato account di utenti o pagine di organizzazioni a causa di ciò che avevano pubblicato», la pur grande preoccupazione comune per la diffusione delle fake news (ne ha paura quasi il 70% degli utenti social) non ci ha messo al riparo da alcuni comportamenti sbagliati (che facciamo senza accorgercene).

Per esempio, un recente studio apparso sul «The Journal of Communication», intitolato «Social influences on the spread of misinformation on social media» (Influenze sociali sulla diffusione della disinformazione sui social media») ha dimostrato che non tutti i nostri amici social hanno la stessa probabilità di essere bloccati o silenziati da noi a causa delle falsità che pubblicano. E non solo perché ciò che pubblicano in fondo non è così grave, ma soprattutto perché «li sentiamo più affini a noi e più vicini politicamente».

Banalizzo un po’. È come quando qualcuno commette un errore: con chi ci è più vicino (figli, amici, parenti) siamo più garantisti e tolleranti di quanto non lo siamo con chi non conosciamo o addirittura con chi percepiamo come una minaccia o un nemico. Per questo se un nostro amico che sentiamo affine posta sui social «una bugia» tendiamo a lasciar correre.

 www.avvenire.it

 

sabato 14 novembre 2020

VITE DIGITALI E SCORCIATOIE

 Le «scorciatoie digitali» 

ci stanno ingannando

 di GIGIO RANCILIO

 È più forte di noi: nutriamo una passione irrefrenabile per le scorciatoie. Così, ogni volta che una qualunque strada davanti a noi diventa un po’ tortuosa o solo troppo faticosa, ci viene spontaneo tagliare per la via più breve, incuranti del fatto che così facendo magari ci infangheremo le scarpe.

Amiamo le scorciatoie perché siamo convinti che grazie a loro risparmieremo tempo ed energie. Ma c’è anche altro: mentre prendiamo una scorciatoia è come se ribadissimo a noi stessi e al mondo che noi non siamo come gli altri. Siamo più indipendenti, più furbi, meno 'pecoroni'.

Oggi questa tendenza ha conquistato anche larghe fette delle nostre vite digitali, facendo danni. Ma non è solo colpa nostra. Da sempre il digitale ha usato come leva per avere successo due cardini: la velocità e la facilità. Se ci fate caso la maggior parte degli oggetti, delle app, dei servizi e dei siti di successo giocano su queste due caratteristiche. E lo fanno perché sanno che siamo immersi in vite così frenetiche da essere ossessionati dal risparmiare tempo (e fatica). Col risultato che, quando ci riusciamo davvero, poi magari ci annoiamo perché non sappiamo cosa fare nel tempo guadagnato.

Ma c’è un inganno ancora peggiore. Ed è il farci credere che per ogni problema (o sfida) che ci si pone davanti possa e debba esistere un’applicazione facile, un tool (cioè un 'attrezzo') o un tutorial video che ci faccia superare gli ostacoli e ci faccia 'evolvere' in fretta al livello successivo, come un superpotere in un videogioco.

Così ci siamo abituati a non fare più troppa fatica. Peggio: ad avere l’illusione che non si debba fare più tanta fatica per imparare le cose e per risolvere i problemi. E che nessun problema meriti la nostra fatica o una fetta troppo grande del nostro tempo. Vogliamo tutto e subito.

Per questo nelle nostre vite (digitali e non) ci offrono sempre più scorciatoie. Vuoi diventare uno YouTuber? Vuoi avere più visite al tuo blog o al sito aziendale? Vuoi imparare a gestire al meglio i social network o a fare un podcast? Vuoi imparare a fare dirette video su YouTube e sui social con migliaia di visualizzazioni? Nessun problema: eccoti un corso, un video, un tutorial o un’app a pagamento che ti insegnerà tutto.

Vuoi usare lo smartphone o gli elettrodomestici senza fare fatica? Eccoti l’assistente vocale che lo farà per te: basta ordinarglielo a voce.

Sono solo alcuni esempi, ma credo spieghino bene la tendenza. Per non fare fatica, per non perder tempo, per non studiare troppo (non abbiamo mai tempo per studiare abbastanza) scegliamo in continuazione scorciatoie che non solo ci fanno inzaccherare le scarpe ma anche i neuroni. Perché alla lunga ci 'sporcano' il ragionamento, la capacità di apprendimento e persino la professionalità, illudendoci che non ci vuole niente a imparare qualcosa.

Un po’ è colpa di chi vende queste moderne 'pozioni miracolose' e un po’ (tanto) è colpa nostra. Di noi che vogliamo migliorare le nostre vite ma non vogliamo fare troppa fatica. Che pretendiamo di imparare senza però impegnarci più di tanto. E così, alla fine, diamo retta a chi ci offre la strada più corta. La 'scorciatoia'.

Potrà sembrare incredibile ma anche se sono passati oltre 300 anni e dall’analogico siamo sbarcati nel digitale, commettiamo gli stessi errori dei contadini di un tempo che nei mercati acquistavano le 'pozioni miracolose' (che di miracoloso non avevano nulla).

Come se ne esce? Applicando al digitale l’approccio al lavoro degli artigiani. Gente che sa che nessuna professionalità si può imparare in poche ore. Ci vuole tempo, sudore e fatica.

Ma soprattutto ci vogliono maestri che siano davvero tali e non venditori di «pozioni».

 www.avvenire,it

 

venerdì 3 aprile 2020

A CACCIA DI SELFIE E DI LIKE PER APPAGARE IL PROPRIO NARCISISMO

Per un pugno di “like”, la trappola del successo

La psicoterapeuta Versari: «Oggi la ricerca di potere, denaro e notorietà è una vera dipendenza. Social, reality e chirurgia estetica sono spie di una cultura narcisista.
 Donarsi agli altri aiuta a dare un senso anche alla sofferenza»

di Antonio Giuliano

Ci sono dipendenze e dipendenze. Quella più subdola non riguarda droghe, alcol o gioco, ma si annida spesso dentro di noi e facciamo fatica ad ammetterla. È la dipendenza dal successo, che si esprime per lo più sotto forma di ricerca di potere, denaro o notorietà. Una tesi sostenuta nel suo ultimo lavoro dalla psicoterapeuta Paola Versari, docente invitata all’Università Auxilium di Roma, formatasi alla scuola di Logoterapia e analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. Si chiama L’inganno del successo  (Ares, pagine 144, euro 15) il saggio che diventerà presto anche una performance coreografica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma. È un testo che fa riflettere visto che spesso basta un pugno di like per continuare a rimanere prigionieri di noi stessi, incapaci di trovare uno scopo e un significato alla nostra vita. Un rischio avvertito peraltro dallo stesso scrittore Dostoevskij secondo cui «il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere ma anche nel sapere per che cosa si vive».
Professoressa Versari perché è così diffuso l’inganno del successo?
Si va consolidando una cultura individualista e narcisista, ce ne accorgiamo da tanti comportamenti quotidiani: senso di grandiosità che porta a sentirsi senza motivo superiore agli altri; fantasie illimitate di fascino, bellezza, intelligenza; credere di essere “speciali” e richiedere eccessiva ammirazione; pretendere che tutto sia dovuto, usare le persone per i propri scopi, avere difficoltà a empatizzare con i sentimenti e le necessità degli altri; avere atteggiamenti arroganti e presuntuosi, provare rabbia alla presenza di critiche da parte degli altri…
I social network amplificano questo fenomeno?
Sono una straordinaria risorsa ma anche un inganno quando diventano veicoli per creare una falsa identità. Ci sono infatti quelli che tentano disperatamente di ispirarsi a un individuo “di successo”, mostrando una falsa immagine di sé. E non sono solo i nativi digitali, ma anche i meno giovani.
Non c’è il rischio di demonizzare i social?
Non vanno demonizzati ma usati con consapevolezza. Dovrebbero rappresentare un accessorio utile a favorire e consolidare le relazioni: ma non possono, però, sostituirsi alle vere relazioni, che non sono quelle esclusivamente virtuali, ma i rapporti reali. Quelli in cui le persone sono capaci “dal vivo” di mostrarsi e conoscersi per quello che realmente sono, anche nei loro limiti e nelle loro fragilità. Ma, a quanto pare, il bisogno di apparire come dei vincenti, come persone di successo, ha la meglio.
Oggi spopolano anche i reality show…
Sono la rappresentazione mediatica di questa cultura narcisista, in cui l’immagine di persona di successo nasconde spesso la desolazione di un vuoto interiore. Lo statunitense Jonathan Taplin, in un libro sui “sovrani” del nostro tempo, i social, rileva come negli ultimi dieci anni 21 ex concorrenti di reality show, dopo aver assaggiato il successo, si sono tolti la vita: una conferma della natura transitoria ed effimera della fama.
L’approccio di Frankl invece invita ad alzare lo sguardo.
Nel suo modello psicoterapeutico e anche educativo ciò che può dare un senso alla vita di una persona, è esattamente il contrario dell’autoattualizzazione. L’uomo di successo è chi, attraverso la dimenticanza di sé stesso, si dedica a uno scopo preciso: una causa alla quale dedicarsi, un “tu” al quale relazionarsi, un Dio da servire… Solo così è possibile realizzare una vita davvero significativa, e perciò di successo: addirittura trovando un senso alla sofferenza.
Ma oggi, nella società del selfie, siamo più portati a specchiarci in noi stessi.
Quella del selfie è l’ossessione più emblematica di questa tendenza all’ autoattualizzazione, di questo bisogno irrefrenabile di nutrire una immagine di sé da esibire per essere approvati, riconosciuti, apprezzati.
Cresce anche il ricorso alla chirurgia estetica…
Non solo tra i più adulti, ma anche tra i giovanissimi: l’immagine corporea perfetta da mostrare porta un numero crescente di ragazzine (e ragazzini) a chiedere a mamma e papà un ritocchino per festeggiare l’ingresso alla maggiore età…. Gli adolescenti che mostrano questo desiderio sono più spesso quelli che hanno un genitore che a sua volta è ricorso a questo tipo di chirurgia. Le veline o gli sportivi muscolosi che popolano la tv o i social divengono modelli da imitare. A tutti i costi.
Nel libro a proposito della mendacità del successo riflette in particolare sulle star dello spettacolo. Di recente Vasco Rossi sui social si è autodefinito un «emarginato di lusso»…
Mi ha molto colpito leggere le affermazioni coraggiose di Vasco Rossi che mettono il focus su quel senso di vuoto che opprime chi scommette su un falso successo. Tuttavia non basta riconoscere questo inganno, ma occorre trovarne l’antidoto: uscire da sé stessi per darsi a qualcosa o qualcuno. Non si tratta di demonizzare il successo esteriore per chi lo abbia raggiunto. Ma questo è solo la conseguenza di un compito riuscito, non dovrebbe essere cercato intenzionalmente.
Lei sostiene che un’ottima terapia è l’umorismo.
Sì, l’autoironia in particolare è uno dei più efficaci rimedi anti– narciso. È certamente più facile ridere di qualcuno o per qualcosa, piuttosto che ridere di sé stessi. Ma ridere di sé è una vera e propria ascesi, che può schiudere a guardare oltre noi stessi, l’unico orientamento in grado di garantire il successo. Un successo senza inganno.