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sabato 5 luglio 2025

ANDATE E PREDICATE


 6 luglio 2025

XIV domenica nell’anno

Luca 10,1-12.17-20 (Is 66,10-14c)



di Luciano Manicardi

In quel tempo 1il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11«Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. 17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».


Nella prima lettura (Is 66,10-14c) l’annuncio che Dio, tramite il profeta, fa giungere al popolo ritornato dall’esilio babilonese è annuncio di pace (shalom: Is 66,12), di salvezza e di giustizia che trova la sua manifestazione in una Sion immaginata come madre: Gerusalemme diviene luogo di consolazione. Nel vangelo (Lc 10,1-12.17-20) l’annuncio che Gesù, tramite i settantadue (o settanta) discepoli, fa giungere alle città e villaggi nelle quali si sarebbe recato nel suo cammino verso Gerusalemme, è annuncio di pace, è proclamazione che il Regno di Dio si è fatto vicino. Pace e Regno di Dio sono manifesti in Gesù stesso.

La missione

Il testo evangelico odierno presenta le disposizioni che Gesù dà ai discepoli inviandoli in missione (Lc 10,1-12) e le parole che rivolge loro una volta ritornati dalla missione stessa (Lc 10,17-20). Nella narrazione lucana, il discorso di invio in missione fa seguito ai versetti in cui Gesù espone le esigenze radicali della sequela (Lc 9,57-62). Per l’evangelista, la missione non può che avvenire all’interno della medesima radicalità. La missione sta all’interno della sequela. Ovvero: l’obbedienza al mandato missionario che comporta scomodità e rischi (“vi mando come pecore in mezzo a lupi”: Lc 10,3); l’andare verso altri per evangelizzare annunciando che “il Regno di Dio è vicino” (Lc 10,11); il compiere il bene verso persone fino ad allora mai incontrate (“curate [therapeúete] i malati che incontrate” nelle città in cui vi recate: Lc 10,9), tutto questo non costituisce un titolo di merito, ma è una forma di sequela del Signore ed è interamente sottomessa alle sue esigenze. Per questo le direttive che Gesù impartisce sono così rigorose: “non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,4; in Lc 9,3, al momento dell’invio dei Dodici, troviamo indicazioni di tono analogo: “Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche”: Lc 9,3). Gli inviati devono narrare il vangelo con la coerenza della loro vita: come si potrebbe annunciare l’evangelo che ha i poveri come primi destinatari (Lc 4,18; 7,22) con mezzi potenti e sfoggio di ricchezza? Nelle parole di Gesù, in realtà, la ricchezza è semplicemente portare con sé l’essenziale, il necessario, l’indispensabile, ciò che buon senso e prudenza consiglierebbero non solo in vista di una missione più efficace, ma anche per proteggere e dare sicurezza all’inviato. Il non portare borsa (ballántion) proibisce di portare denaro con sé, ma anche di ricevere denaro. 

La sicurezza

L’uomo si attacca facilmente a ciò che dà sicurezza e che può scongiurare le incertezze del domani, e il denaro arriva facilmente a impossessarsi del cuore umano. Non a caso altrove Luca scrive: “Vendete ciò che avete, datelo in elemosina, fatevi borse (ballántia) che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli dove i ladri non arrivano e la ti­gnola non consuma; perché dove è il vostro tesoro là è anche il vostro cuore” (Lc 12,33). La bisaccia è una borsa più grande che contiene viveri, vet­tovagliamenti. Pane, formaggio, spighe tostate, fichi: questi erano generalmente i cibi messi nelle bisacce (cf. Gdt 10,5). Si tratta di viveri essenziali, non superflui. Proibendo di portare la bisaccia Gesù chiede un atto di affidamento radicale a lui, ma indica anche agli inviati di contare sull’ospitalità e sulla cura che sarà riservata loro da coloro che li accoglieranno nelle loro case. È con tutta la sua persona che l’inviato deve narrare la fiducia nel Signore: altrimenti il suo predicare e suscitare fede e abbandono nel Signore viene contraddetto dal suo stesso stile di vita. Insomma, l’espressione lapidaria di Lc 9,3 riassume adeguatamente il “come” della missione: “Non portate niente per il viaggio”. L’inviato dev’essere ricco di questo niente perché solo così le sue parole evangelizzatrici saranno incarnate in un corpo, visibilizzate in un’esistenza e l’intera sua persona sarà annuncio evangelico. Tuttavia la redazione lucana delle direttive gesuane sulla missione, estremamente radicali anche negli altri sinottici (Mc 6,7-13; Mt 10,5-16), manifesta un’altra preoccupazione: la credibilità degli inviati. Questa preoccupazione emerge dalla considerazione di alcuni tratti del discorso di Gesù presenti solamente nel terzo vangelo: “rimanete in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno” (Lc 10,7); “non passate da una casa all’altra” (Lc 10,7); “in qualunque città entriate e vi accolgano, mangiate quello che vi sarà posto dinanzi” (Lc 10,8). Stabilire una comunione di tavola con chi dà ospitalità è fondamentale. Dunque non si devono nutrire preoccupazioni di purità alimentare: “Se un non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza” (1Cor 10,27). Ma Luca ha certamente in mente casi di missionari che hanno sovrapposto pretese e capricci alla sobrietà e al rigore della loro missione arrivando a depotenziare la missione stessa con la loro ricerca di case più confortevoli e cibi migliori. Si tratta di comportamenti meschini che scivolano nell’abuso: la missione diventa il pretesto per la soddisfazione delle proprie voglie, per una ricerca di comodità, per vivere alle spalle di altri. Il problema era noto alla chiesa primitiva: ne troviamo tracce anche nella Didaché, un testo del I sec. d. C.: “Ogni inviato che giunge da voi, accoglietelo come il Signore. Egli non rimarrà che un giorno solo; se vi fosse bisogno anche di un altro. Se rimane per tre giorni è un falso profeta. Con­gedandosi l’inviato non prenderà nulla... Se chiede denaro è un falso profeta” (XI,4-6); “se qualcuno dicesse per ispirazione: dammi del denaro o qualche altra cosa, non gli darete ascolto” (XI,12). 

La Didaché

La Didaché mette in guardia da chi “fa commercio di Cristo” (XII,5) mentre si presenta come annunciatore del vangelo. E conclude: “Guardatevi da gente simile” (XII,5). Questa dimensione di incoerenza e di abuso, pur mutando nei tempi e nei luoghi, per portata e dimensione, è una tentazione perenne della chiesa. Per Ilario di Poitiers, la radicalità delle direttive di Gesù mira a che “non ci sia niente di veniale nel nostro servizio e ad evitare che il premio del nostro apostolato diventi il possesso dell’oro o dell’argento”. Qualche Padre (p. es., Giovanni Crisostomo) ritiene che le misure drastiche indicate da Gesù vogliano rendere gli inviati al di sopra di ogni sospetto, ed evitare che essi predichino per ottenere guadagni, sovrapponendo interessi personali al mandato apostolico. Potremmo dire che sono misure che tendono alla trasparenza degli inviati. Paolo stesso, tracciando un bilancio della sua vicenda apostolica davanti agli anziani di Mileto, afferma: “Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno” (At 20,33). Al tempo stesso, la radicalità delle indicazioni di Gesù fa affidamento sull’ospitalità che gli inviati potranno trovare in chi li accoglierà fornendo loro alloggio e vitto. Così, le dure esigenze poste agli inviati vanno di pari passo con la sollecitazione della responsabilità di ospitalità e di accoglienza dei credenti. Infatti, “chi lavora ha diritto alla sua ricompensa” (Lc 10,7; 1Tm 5,18).

Gesù avverte i discepoli che la loro missione può fallire e loro stessi possono conoscere il rifiuto. Tuttavia, essi non potranno venir meno al loro compito di annunciare i tempi escatologici e anche alle città che avranno negato l’accoglienza, gli inviati dovranno proclamare che “il Regno di Dio è vicino” (Lc 10,11). La missione ha una dimensione escatologica costitutiva: la missione è il Dio che viene. E l’inviato questo deve annunciare e a questo deve preparare. Inviando i settantadue “davanti a sé” (Lc 10,1), Gesù indica che i missionari devono preparare la strada al Veniente dando segni della vicinanza del Regno in Cristo Gesù. In effetti, quando i discepoli ritornano dalla missione, esultano di gioia narrando come anche le potenze demoniache si sono sottomesse a loro. Il Regno di Dio è annunciato con potenza quando fa arretrare il regno di Satana. Infatti, a tutti coloro che Gesù ha inviato egli ha concesso “forza e potere su tutti i demoni” (Lc 9,1). 

La sconfitta di Satana

E Gesù conferma la sconfitta di Satana grazie alla predicazione del Regno con l’immagine di Satana che precipita dal cielo. Tuttavia, la replica di Gesù all’entusiasmo dei discepoli è una correzione della loro gioia: “Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri cuori sono scritti nei cieli” (Lc 10,20). Quando c’è la povertà radicale, lo spossesso di sé, l’abbandono pieno e fiducioso al Signore richiesto da Gesù nelle direttive del discorso missionario, allora, una volta adempiuta felicemente la missione, la gioia dev’essere posta non nelle azioni compiute, nell’opera svolta, fosse pure l’opera di evangelizzazione, di cura e guarigione, ma nella gratuità della salvezza di cui si è destinatari. Rifacendosi all’immagine del libro celeste su cui sono scritti i nomi di coloro che sono graditi a Dio, Gesù invita a gioire sì, ma dell’essere amati da Dio e partecipi della vita che viene da lui.

Monastero di Bose

 Immagine

sabato 2 luglio 2022

PACE A QUESTA CASA !

 

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,1-12.17-20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi chi lavori nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

 Commento di p. Paolo Curtaz

Paura

Dalla paura del Covid alla paura del vaccino alla paura della guerra alla paura della crisi economica (basta fare il pieno o comprare la frutta per accorgersene). Da anni, ormai, ci nutriamo di paure.

La crisi economica, culturale e di civiltà che stiamo vivendo mettono a fuoco alcune cose che forse non erano ancora così chiare.

Il momento è piuttosto delicato, i nodi vengono al pettine. Anche per la Chiesa. La nostra Chiesa.

Che diamine, viviamo in Italia, la terra dei santi, dei navigatori e dei poeti!

Respiriamo cristianesimo da quando veniamo al mondo, siamo immersi in testimonianze d’arte che rimandano continuamente al Vangelo, teniamo così tanto alle nostre feste cristiane!

Tutto vero. Più o meno.

Ma vivere in una società in cui i riferimenti storico culturali ancora si rifanno al Vangelo non significa essere discepoli di chi quel Nazareno professa essere Maestro e Signore. E, alla fine, la cosa è diventata evidente.

Certo, ci sono ampie zone del paese in cui le parrocchie radunano molte persone e si respira una religiosità popolare forte e radicata. Ma, appena si toccano le questione vere del Vangelo, ecco il fuggi-fuggi generale.

Ci scopriamo egoisti, vittimisti, razzisti, rabbiosi.

Come scriveva tempo fa il cardinal Ravasi: è il pensiero cristiano ad essere in minoranza, non il cristianesimo. Non è il cristianesimo ad essere in crisi, ma la forma storica che ha assunto in occidente e che fatica a dire di Dio.

Ecco allora la domanda peperina: esiste ancora la Chiesa? Chi è la Chiesa? Cosa identifica l’essere discepoli?

Il grande Luca ci aiuta, in questo percorso, mettendo a fuoco le necessità del discepolo.

Dal punto di vista di Gesù, non dal nostro.

Un’altra storia

Israele credeva che il mondo fosse composto da settantadue nazioni: ogni anno al tempio di Gerusalemme si immolavano settanta buoi per la conversione delle nazioni pagane.

Gesù invia a tutto il mondo, alle settantadue nazioni, i discepoli.

Non si ferma a pregare per la loro conversione. Non si lamenta della deriva che sta prendendo la Storia, della brutta piega degli eventi. Agisce: invia discepoli credibili per proporre a tutti il cambiamento di vita.

Decisamente un’altra storia.

Ed è interessante notare una sfumatura nella nuova traduzione liturgica del testo: non si parla di pochi operai ma di pochi che lavorano.

Gli operai sono tanti, fin troppo, preti, suore, religiosi, catechisti, laici impegnati. Ma quanti fra noi, davvero, hanno il fuoco che brucia dentro dal desiderio di raccontare Cristo? Di viverlo? Di renderlo presente e accessibile? Quanti fra noi (scrivente in primis, principe dei somari) hanno fatto delle parole del Vangelo il proprio stile di vita sì da essere credibili e creduti?

Quand’anche fossimo stracolmi di preti e laici impegnati ma non avessimo chi lavora, non cambierebbe molto… Se, alla fine, non riusciamo a comunicare l’amore che abbiamo scoperto (che stiamo cercando, che ci abita, che ci affascina), diventiamo solo dei funzionari del sacro.

Annunciare, quindi. Ed è difficile.

Parlare di Gesù ai cristiani, terribile! Sanno già tutto.

Ma si può fare.

Stile

I discepoli sono mandati a due a due, precedendo il Signore. Non dobbiamo convertire nessuno: è Dio che converte, è lui che abita i cuori. A noi, solo, il compito di preparargli la strada.

In coppia veniamo mandati: l’annuncio non è atteggiamento carismatico di qualche guru, ma dimensione di comunità che si costruisce, fatica nello stare insieme.

E ci chiede di pregare: non per convincere Dio a mandare operai (è esattamente ciò che egli vuole!) ma per convincere noi discepoli a diventare finalmente evangelizzatori!

L’annuncio è fecondato dalla preghiera: perché non diventare silenziosi terroristi di bene, seminando benedizioni e preghiere segrete là dove lavoriamo?

Affidando al Signore, invece di giudicare?

Il Signore ci chiede di andare senza troppi mezzi, usando gli strumenti sempre e solo come strumenti, andando all’essenziale. Lo so, amiche catechiste: il corso di nuoto o la settimana bianca sono mille volte più attraenti della vostra stentata ora di catechismo. Ma voi avete una cosa che a nessun allenatore è chiesta: l’amore verso i vostri ragazzi.

E ci avvisa, Siamo pecore in mezzo a lupi, e quanto profetica sta diventando questa parola nel nostro mondo intriso di rabbia! A patto di non diventare anche noi lupacchiotti in attesa che i lupi si convertano.

Il Signore ci chiede di portare la pace, di essere persone tolleranti, pacificate. Nessuno può portare Dio con la supponenza e la forza, l’arroganza dell’annuncio ci allontana da Dio in maniera definitiva.

Infine, il Signore ci chiede di restare, di dimorare, di condividere con autenticità.

Noi non siamo diversi, non siamo a parte: la fatica, l’ansia, i dubbi, le gioie e le speranze dei nostri fratelli uomini sono proprio le nostre, esattamente le nostre.

Gioite!

È faticoso e crocifiggente, lo so.

Lo sa anche Paolo che, pur convertendo il bacino del Mediterraneo, sente tutto il limite del suo carattere. Lo sa anche Paolo che chiarisce anche a noi che il problema non sono le regole (nel suo caso la circoncisione) ma l’essere nuova creatura. E noi, prutroppo, veniamo percepiti come i garanti delle regole.

 Come Isaia, siamo chiamati a incoraggiare gli esiliati di ritorno da Babilonia, a volare alto, a sognare in grande, a costruire il sogno di Dio che è la Chiesa. E pazienza per i risultati che mancano: è un’epoca di profezia, la nostra. È tempo di semina, non di raccolto.

 Allora potremo davvero sperimentare la gioia dell’annuncio, la gioia di vedere che Dio, sul serio! passa attraverso le nostre piccole e balbettanti parole, vedere che la Parola si veste delle nostre piccole riflessioni.

Quale gioia proviamo nel vedere altri condividere la nostra stessa fede!

Riflettevo, stamani: questa mia riflessione è letta o vista, all’incirca, da cinquantamila persone.

Se dodici pescatori di Galilea hanno incendiato d’amore il mondo, cosa potremmo fare noi?

Smettiamola di restare impantanati nella routine, superiamo le paure del mondo, non valutiamo i risultati come un’azienda del sacro: gioiamo amici, i nostri nomi sono scritti nei cieli, Dio già colma i nostri cuori e ci affida il Regno.

 Paolo Curtaz

 

sabato 6 luglio 2019

ANDATE .......



Vangelo di strade e di case. Vanno i settantadue, a cielo aperto, senza borsa né sacca né sandali, senza cose, senza mezzi, semplicemente uomini. A due a due, non da soli, un amico almeno su cui appoggiare il cuore quando il cuore manca; a due a due, per sorreggersi a vicenda; a due a due, come tenda leggera per la presenza di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io. E senti una sensazione di leggerezza, di freschezza, di coraggio: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, che però non vinceranno, che saranno forse più numerosi degli agnelli ma non più forti, perché su di loro veglia il Pastore bello.
E le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche: pace a questa casa, Dio è vicino. Parole dirette, che venivano dal cuore e andavano al cuore. Ma in cima a tutto una visione del mondo, lo sguardo esatto con cui andare per le strade e per le case: la messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate dunque... L'occhio grande, l'occhio puro di Dio vede una terra ricca di messi, là dove il nostro occhio opaco vede solo un deserto: la messe è molta. Gesù ci contagia del suo sguardo luminoso e positivo: i campi traboccano di buon grano, là dove noi vediamo solo inverni e numeri che calano.
Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio, Dio stesso si è fatto vicino. Noi diciamo: c'è distanza tra gli uomini d'oggi e la fede, si sono allontanati da Dio! E Gesù invece: il Regno di Dio è vicino. È davvero uno sguardo diverso (A. Casati).
E i discepoli per strade e case portano il volto di un Dio in cammino verso di noi, che entra in casa, che non se ne sta asserragliato nel suo tempio, dietro muri di sacerdoti o di leviti. In qualunque casa entriate, dite: pace a questa casa. Non una pace generica, ma a questa casa, a queste pareti, a questa tavola, a questi volti. «La pace va costruita artigianalmente, a cominciare proprio dalle case, dalle famiglie, dal piccolo contesto in cui ciascuno vive» (papa Francesco).
Pace è una parola da riempire di gesti, di muri da abbattere, di perdoni chiesti e donati, di fiducia concessa di nuovo, di accoglienza, di ascolti, di abbracci. Gesù e i suoi proclamano che Dio si è avvicinato, scavalcando tutto ciò che separava la terra dal cielo; è un padre esperto in abbracci e abbatte ciò che emargina pubblicani e peccatori, ciò che separa gli scribi dal popolo, i farisei dalle prostitute, i lebbrosi dai sani (R. Virgili), gli uomini dalle donne.
Allora la pace, davvero il succo del Vangelo, dalla periferia delle case avanzerà fino a conquistare il centro della città dell'uomo.


da: PAROLE NUOVE  


sabato 12 maggio 2018

ANDATE E PREDICATE!

Mc 16, 15-20
Dal Vangelo secondo Marco
15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». 19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


Gesù, lasciando la terra, ha consegnato a noi il compito non soltanto di vivere il suo Vangelo, ma di predicarlo e farlo conoscere con i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni.
“Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto”.
È la chiusura del vangelo di Marco che ci viene proclamata nella Solennità dell’Ascensione. Gesù, prima di lasciare la terra, saluta gli Undici (non c’è Giuda e non c’è ancora il suo sostituto: Mattia), che ci rappresentano tutti e nei quali tutti dobbiamo ritrovarci. Bellissima questa immagine! Gesù chiude la sua esperienza terrena salendo al cielo, cioè rientrando nella sua dimensione divina, e i suoi discepoli partono a portare il vangelo dappertutto. Accadde proprio così e in pochissimo tempo – cosa che gli storici non riescono a spiegare – l’annuncio del Vangelo giunse oltre i confini dell’impero romano.
Quello che accadde “in quel tempo” è ciò che dovrebbe accadere “nel nostro tempo”.
«Ma come può accadere? Noi non stiamo sul monte dell’Ascensione!».
Ogni volta che lasciamo l’incontro con il Signore Gesù, prima di tutto nella Messa dove l’incontro è “reale e fisico”, ma anche negli altri sacramenti, nella preghiera, nonché nelle opere di carità, dovremmo partire e predicare dappertutto, cioè dovunque ci troviamo a vivere e a operare: la famiglia, il lavoro, gli amici… Partire significa passare dall’incontro con il Signore all’incontro con i fratelli. Predicare non vuol dire andare in giro a fare prediche, ma far conoscere attraverso i nostri pensieri, le parole, le azioni il messaggio e la logica del vangelo.
Accade questo?
Certamente! Non mancano mai persone di ogni età e condizione che, mosse dallo Spirito, vivono la fede in modo “missionario”. Però succede troppo poco, perché la fede non viene vissuta come un “mandato missionario”, come una consegna per far conoscere Gesù, ma come un dovere personale da assolvere, offrendo al Signore la Messa, la preghiera, l’opera di carità. In questo modo, la fede viene concepita e vissuta come “spazio ricavato”, spesso frettolosamente e senza gioia, tra attività per le quali il vangelo non è luce ed energia per i pensieri, le parole, le azioni. È praticamente un debito da saldare, non un compito da svolgere. Così dall’incontro con il Signore torniamo a fare quello che abbiamo fatto sempre, e come lo abbiamo sempre fatto.
È necessario tornare al monte dell’Ascensione. Questa è la grande conversione riscoperta e rilanciata dal Concilio Vaticano II e da numerosi documenti dei Vescovi di tutto il mondo, in primis italiani, che però fa una grande fatica a realizzarsi e ad affermarsi. La Chiesa Italiana, le Diocesi, le Parrocchie devono trasformarsi da luoghi in cui si va a “regolare i propri debiti” con il Signore a “luoghi di incontro” con il Signore, che possano rifornire di nuova energia i doni che lo Spirito ha dato a ciascuno, come ci ricorda San Paolo: «… egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo».
«Ma in quel tempo il Signore “agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”, nel nostro tempo invece…»
Oggi agisce allo stesso modo anche con noi se andiamo predicare, come conferma la testimonianza di tanti cristiani che, vivendo la fede così, realizzano cose che a noi sembrano impossibili. Gesù, infatti, “seduto alla destra di Dio”, asceso al cielo e tornato nella sua dimensione divina, può essere accanto a noi dovunque e sempre, mantenendo fede alla sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Don Tonino Lasconi