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venerdì 7 agosto 2026

LA MUSICA CI SALVERA'

 


La memoria 

dei suoni

 ci salverà 

dalla crisi

 climatica


di Simonetta Sandri

Sul clima e sull'ambiente, continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo. Il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo. Il vero limite della nostra epoca è la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Tornare ad ascoltare il pianeta è la vera sfida. In dialogo con Dario Giardi, ricercatore e compositore

Avreste mai detto che ci sia un legame fra la musica e la sfida climatica? Dario Giardi, ricercatore, esperto nel campo dell’energia, responsabile sostenibilità ed economia circolare di Confagricoltura, compositore, con il suo saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis Edizioni) si muove lungo un confine affascinante e ormai urgente: quello in cui ecologia, sostenibilità e dimensione sonora si incontrano. Lo abbiamo incontrato. Scoprendo che è possibile guardare alla crisi climatica non soltanto come a una questione di cifre, quote di emissioni o modelli matematici, ma anche, e soprattutto, come a una crisi percettiva, emotiva e culturale.

L’umanità – sostiene Giardi – ha progressivamente “smesso di ascoltare” la natura, soffocando la biofonia (i suoni degli esseri viventi) e la geofonia (i suoni degli elementi naturali) con l’antropofonia, ossia con il rumore, di sottofondo e incessante, delle nostre macchine e della nostra industria inquinante. Non sentiamo più il mondo vero.

In tutto ciò, entra il memoryscape. Giardi crea ed espande il concetto di paesaggio sonoro, parlando di “memoria dei suoni”. I suoni che stiamo perdendo (il verso di specie in estinzione, il fruscio di ghiacciai che fondono, i cori di foreste deforestate, le campane di un piccolo villaggio) rappresentano una perdita di identità ecologica e comunitaria. Vanno riscoperti e conservati.

E poi c’è il silenzio, non come assenza di suono, ma come “spazio di presenza” ed elemento fondamentale dell’ascolto, necessario per comprendere ciò che ci circonda. Quel silenzio prezioso che ormai non si trova più da nessuna parte. Tanto che è diventato lusso.

Fare o ascoltare musica insieme ci insegna l’armonia, la misura e la relazione. È metafora e palestra di un nuovo modo di abitare la Terra. L’essere umano, in fondo, è solo una voce dentro una più ampia orchestra biologica.

Il saggio non ha una ricetta magica o un potere taumaturgico affidato alle note: la musica da sola non ridurrà le tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Ma è un invito rivoluzionario a rieducare la nostra percezione per tornare a sentirci parte dell’orchestra della TerraNel dibattito sulla crisi climatica siamo abituati a dati, grafici ed evidenze visive. Perché ha scelto di affrontarla attraverso la lente del suono? In che modo musica e ascolto offrono prospettive che la scienza o la politica non riescono a comunicare?

Dopo oltre vent’anni di ricerca sulla sostenibilità, mi sono reso conto che continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Eppure siamo ormai arrivati alla trentunesima Conferenza delle Parti sul clima, che si terrà in Turchia il prossimo novembre, senza aver innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi.

Continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Ma non abbiamo ancora innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi

Da ricercatore conosco bene questi dati: sono inequivocabili. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, sappiamo come sta cambiando il pianeta e quali saranno le conseguenze dell’inazione. La ricerca continua a lanciare l’allarme, la politica prova a individuare strategie e obiettivi, ma ogni passo in avanti sembra essere sistematicamente inferiore a quello che sarebbe necessario.

A quel punto ho iniziato a pormi una domanda: perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta a cui sono arrivato è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva. Continuiamo a ragionare sul breve e medio periodo, entro i confini dei nostri interessi nazionali, mentre il clima opera su scale temporali molto più lunghe e non riconosce alcun confine politico. Il cambiamento climatico riguarda tutti, attraversa le frontiere senza chiedere permesso e richiederebbe, per sua natura, una visione globale e una responsabilità condivisa.

Parliamo di ambiente, organizziamo campagne di sensibilizzazione, facciamo educazione ambientale, produciamo informazioni sempre più dettagliate. Eppure qualcosa continua a non raggiungere la parte più profonda di noi. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo.

Perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva

È stato in quel momento che ho iniziato a guardare con occhi nuovi alla mia altra identità di compositore. Da anni pubblico musica ambient e musica per il benessere con il mio alias artistico Giadar, collaborando con etichette internazionali. Questo percorso mi ha insegnato che il suono non è solo un elemento estetico: è un linguaggio capace di entrare in relazione con le persone a un livello emotivo, là dove i numeri, da soli, raramente riescono ad arrivare.

Ho iniziato così a chiedermi se il vero limite della nostra epoca non fosse la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Forse continuiamo a rincorrere le emergenze non perché ignoriamo la crisi climatica, è che abbiamo progressivamente smesso di ascoltarla.

Da questa riflessione è nato E se fosse la musica a salvarci?. L’idea che attraversa tutto il libro è semplice ma radicale: prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte.

Nel libro parla della crisi ambientale come emergenza ecologica ma anche come una “sordità” dell’essere umano verso la natura. Come si rieduca il nostro ascolto?

Viviamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre continuamente suoni, notifiche, parole. Paradossalmente, ascoltiamo sempre meno. Rieducare l’ascolto significa rallentare e concedersi il tempo di abitare un luogo senza la necessità di intervenire. Come compositore ascolto molto prima di scrivere una sola nota. Ho imparato che il silenzio non è assenza di suono, ma disponibilità ad accogliere ciò che ci circonda. Questa è anche una pratica ecologica: imparare di nuovo a riconoscere il vento, gli insetti, l’acqua, il ritmo delle stagioni. Proteggiamo più facilmente ciò con cui riusciamo a entrare in relazione.

Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte

Il “paesaggio sonoro” (soundscape), teorizzato da R. Murray Schafer negli anni ’70, è centrale nel suo lavoro. Ce lo spiega? Come definirebbe l’ecologia acustica oggi e come si lega al cambiamento climatico?

Il concetto di soundscape elaborato da Schafer ci invita a considerare ogni ambiente come una composizione sonora in continua evoluzione. Ogni luogo possiede una sua identità acustica, fatta di equilibri tra elementi naturali, attività umane e tecnologia. Oggi l’ecologia acustica è diventata ancora più importante perché il cambiamento climatico modifica questi equilibri. Cambiano le migrazioni degli animali, i cicli biologici, la presenza delle specie e perfino il modo in cui percepiamo le stagioni. Ascoltare tali cambiamenti significa leggere il territorio da una prospettiva diversa, spesso più sensibile di quella puramente visiva.

Il field recording non è solo una tecnica per documentare la natura, ma è diventato una forma d’arte e d’impegno. Che valore ha registrare i suoni della natura oggi?

Per me il field recording rappresenta un gesto di attenzione prima ancora che una tecnica di registrazione. Quando porto con me un registratore non sto semplicemente raccogliendo suoni: sto cercando di instaurare un dialogo con un luogo. Molte delle mie composizioni nascono proprio da registrazioni ambientali. Quei suoni diventano materia musicale, ma rimangono anche documenti di un ecosistema in un preciso momento storico. In un’epoca di trasformazioni così rapide, registrare un paesaggio sonoro significa contribuire a costruire una memoria che potrebbe rivelarsi preziosa per le generazioni future.Anna Romanova, su Pexels

Inserire alberi, parchi, fontane e bio-corridori nelle città non serve solo per limitare CO₂ o temperature, ma trasforma radicalmente il suono urbano. L’ecologia acustica può guidare la futura urbanistica sostenibile?

Ne sono convinto. Quando parliamo di sostenibilità urbana pensiamo quasi sempre all’energia, ai trasporti o alla qualità dell’aria. Raramente ci chiediamo come suona una città. Eppure il suono influenza profondamente il nostro benessere. Una città capace di restituire spazio al vento tra gli alberi, all’acqua, agli uccelli e a una riduzione del rumore meccanico è una città che migliora anche la qualità della vita. L’urbanistica del futuro dovrebbe progettare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che ascoltiamo.

Lei cita “la memoria dei suoni”. Qual è il legame tra soundscape e memoryscape?

Il concetto di memoryscape che ho coniato, e che presento nel saggio, è nato in modo del tutto spontaneo, durante una passeggiata nel parco naturale vicino a casa mia. È un luogo a cui sono profondamente legato perché da bambino ci andavo spesso con i miei nonni. Camminando lungo quei sentieri mi sono reso conto che alcuni suoni erano rimasti identici nella mia memoria, mentre altri erano cambiati o erano scomparsi.

In quel momento ho capito che ogni paesaggio sonoro possiede anche una dimensione affettiva. Il soundscape racconta ciò che un luogo è oggi; il memoryscape è una sua evoluzione, racconta ciò che quel luogo continua a essere dentro di noi. È una geografia della memoria costruita attraverso i suoni. E quando un suono scompare, perdiamo non solo un elemento della biodiversità, ma anche un frammento della nostra identità.
Qual è il valore della “memoria sonora”? Esiste un suono del passato che abbiamo perso per sempre e uno assolutamente da preservare per le future generazioni?

Credo che la memoria sonora abbia un enorme valore culturale oltre che ecologico. Alcuni suoni della mia infanzia oggi sono molto più rari: il brulicare continuo degli insetti nelle sere d’estate, certe intensità del canto degli uccelli o il silenzio autentico di alcuni boschi. Più che salvare un singolo suono, dovremmo preservare l’equilibrio che permette a tutti quei suoni di convivere. Una foresta non è bella perché ospita il canto di un’unica specie, ma perché migliaia di organismi costruiscono insieme una straordinaria polifonia naturale.

L’impronta acustica

Quanto l’impronta acustica umana sta soffocando i suoni naturali e che conseguenze ha questo squilibrio sulla biodiversità?

L’impronta acustica dell’uomo è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Strade, aeroporti, industrie e infrastrutture hanno occupato una parte sempre più ampia dello spazio sonoro. Per molte specie questo non significa semplicemente convivere con il rumore, ma perdere la possibilità di comunicare, orientarsi e riprodursi. È un impatto invisibile, ma profondissimo. Come compositore mi colpisce pensare che stiamo alterando la più antica orchestra del pianeta: quella della vita.

La bio-acustica ci rivela che le foreste sono ecosistemi sonori in cui ogni specie occupa una “nicchia acustica”. In che modo l’ascolto di queste “sinfonie naturali” può trasformarsi da semplice strumento scientifico di monitoraggio a una leva emotiva e culturale?

La bio-acustica ci offre dati straordinari, ma quei dati possono diventare anche esperienza estetica. Quando ascoltiamo una foresta ricca di biodiversità percepiamo subito una complessità che nessun grafico riesce a restituire. Credo che artisti e musicisti abbiano il compito di trasformare questi dati in emozione. Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale.

Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale

A cosa può portare una collaborazione fra compositori ed ecologi? Ci fa qualche esempio?

Penso che sia una delle collaborazioni più promettenti dei prossimi anni. Gli ecologi raccolgono informazioni fondamentali sullo stato degli ecosistemi; i compositori possono trasformarle in esperienze capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio. Immagino concerti costruiti a partire da registrazioni bioacustiche, installazioni nei parchi naturali, musei immersivi, percorsi educativi nelle scuole o composizioni che restituiscano l’evoluzione sonora di un territorio nel tempo. La musica può diventare una forma di divulgazione scientifica capace di parlare anche a chi normalmente rimane distante da questi temi. Thiago Japyassu, su Pexels

Dedica anche spazio a meditazione ecologica e terapia sonora. Ce le spiega?

Anche questo nasce dalla mia esperienza musicale. Da anni compongo musica pensata per favorire rilassamento, concentrazione e benessere. Questo mi ha portato a riflettere sul potere trasformativo dell’ascolto. La meditazione ecologica invita a rivolgere quella stessa attenzione non verso un suono artificiale, ma verso gli ecosistemi naturali. È un modo per ricostruire un senso di appartenenza alla Terra. La terapia sonora, invece, apre prospettive interessanti sul rapporto tra vibrazione, percezione e benessere, pur distinguendo sempre ciò che è sostenuto da solide evidenze scientifiche da ciò che richiede ulteriori studi.

La più antica musica della Terra non è stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura

Se dovesse scegliere un singolo “suono” che rappresenti la speranza per il futuro del nostro pianeta, quale sarebbe e perché?

Più ci penso, più mi convinco che sceglierei il coro dell’alba in un bosco. È un suono che continuo a registrare e che ogni volta mi emoziona come la prima. Non rappresenta soltanto la bellezza della natura. Rappresenta un ecosistema che funziona, specie diverse che convivono, equilibri che si rinnovano ogni mattina. Da compositore trovo straordinario che la più antica musica della Terra non sia stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura.

VITA

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Imm


martedì 12 agosto 2025

TRAP, CREATIVITA', RELAZIONI


Crepet: “Chi educa?

 Il trap? 

Non è musica, 

ma rumore. 

Messaggi sbagliati. 

L’IA? 

Si sta mangiando tutto,

 a partire dai lavori creativi”


Di Anselmo Penna

Beh, i trapper non parlano certo di amore e speranza nelle loro canzoni. Propongono un modello di vita fondato su soldi, auto di lusso, orologi costosi. E chi non può permettersi queste cose si sente frustrato. E la frustrazione porta alla violenza. Non è musica: è rumore. E fa danni”. Così si apre l’intervista pubblicata da Il Gazzettino, affidata a una voce che interpreta in modo netto il malessere giovanile e il disorientamento culturale degli adulti.

Il discorso non si limita a un giudizio musicale. Al contrario, usa la trap come chiave per interrogare l’intero sistema di modelli a cui i giovani sono esposti, in una società che sembra aver smarrito gli strumenti per guidarli.

I simboli del successo e il peso dell’esclusione

Le immagini che ricorrono nella trap – ricchezza immediata, visibilità, dominio – non sono semplici accessori estetici. Sono codici che funzionano da passaporto simbolico: o li possiedi, o resti fuori. L’autore dell’intervista non si limita a contestare i contenuti: individua nel sistema stesso di valori una trappola. Chi non riesce ad aderirvi interiorizza il fallimento. E da lì, secondo lui, nasce un’escalation che ha al centro una rabbia senza linguaggio.

La trap, dunque, diventa lo specchio di un disagio che viene prima del suono. È la fotografia di un vuoto educativo, dove l’unica voce ad arrivare ai più giovani è quella dell’eccesso.

L’incoerenza adulta: libertà svincolata da responsabilità

Quando l’autore afferma «A 14 anni i ragazzi possono fare tutto. Qualcuno dice: è una conquista. Può darsi, ma ci è sfuggita di mano», non mette in discussione i diritti, ma il modo in cui vengono distribuiti. I giovani – spiega – vengono autorizzati a esperienze da adulti, senza che la società sia pronta a riconoscere loro una piena cittadinanza. È come se si pretendesse da loro autonomia senza dare strumenti. Il risultato è una libertà vuota, più vicina all’abbandono che alla crescita.

Dietro questa visione si intravede una domanda etica: se si concede libertà, chi accompagna? Chi educa? Chi si assume la responsabilità di costruire un linguaggio condiviso con i giovani?

L’IA e il tramonto dell’immaginazione

Il passaggio più cupo dell’intervista riguarda il futuro. «L’intelligenza artificiale si sta mangiando tutto. Un ragazzo vuole fare lo scrittore? Il musicista? Non potrà farlo». La tecnologia, secondo l’autore, non libera energie ma le sostituisce. I mestieri creativi non sono solo lavori, ma modi per dire il mondo, per costruire senso. Se questi spazi si restringono, i giovani non perdono solo un’opportunità economica: perdono l’occasione di riconoscersi.

È una posizione che non si oppone alla tecnologia in sé, ma alla sua narrazione come panacea. L’AI, dice in sostanza, non è neutra: riorganizza le possibilità umane. E se quelle creative vengono marginalizzate, la frustrazione cresce.

Dove si costruiscono le alternative?

La conclusione dell’intervista è una domanda secca: «Quante librerie, quanti teatri, quanti cinema ha Rovigo?» Non è solo un appello al decoro culturale. È un’indicazione precisa: servono luoghi dove si possa imparare a stare insieme in modo non competitivo. L’autore identifica in questi spazi fisici – troppo spesso sacrificati o ignorati – un presidio contro la disgregazione. Luoghi che non promettono successo, ma relazione.

Non si tratta di moralismo culturale, ma di architettura sociale. 

Costruire relazioni sane non è uno slogan, è un’infrastruttura da progettare.

 Orizzonte Scuola

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sabato 19 luglio 2025

IL CIELO IN UNA CLASSE

 

Il cielo in una classe”: intervista a Sarah Marie Chigioni, quando l’insegnamento diventa un atto d’amore

L’insegnamento come atto d’amore, la musica come strumento di ascolto, la fede come guida silenziosa: in Il cielo in una classeSarah Marie Chigioni apre le porte della sua esperienza come docente di musica, raccontando emozioni, sfide e piccoli miracoli quotidiani. Un’intervista intima che ci accompagna tra le righe del suo diario, dove ogni nota e ogni parola diventano occasione per crescere, credere e riscoprire la bellezza di educare.

Da dove nasce l’idea di scrivere un diario della sua esperienza come insegnante di musica?

Tenere un diario è una cosa che ho fatto fin da piccola perché ho sempre amato il potere delle parole. Amo molto parlare e scrivere è stato il passaggio successivo e naturale. Ho iniziato a scrivere i miei aneddoti scolastici inizialmente come lunghi messaggi e piccole riflessioni per i miei colleghi, poi è arrivata la collaborazione con la rivista online Donna Cattolica e da lì la voglia di organizzare i pensieri in un’unica raccolta.

Qual è stato l’episodio in classe che più l’ha segnata come educatrice?

Ci sarebbero mille ricordi, dalle mani appiccicaticce che ti tengono ancorata, agli occhi che si illuminano quando si lasciano guardare dentro. Difficile sceglierne uno ma forse tra i momenti che più mi hanno segnato vi è stata l’urgenza, durante le restrizioni in pandemia, dell’essere presenti e vivi, quotidianamente a cercare di trasudare una certezza che in fondo non si ha. Una palestra dello stare saldamente.

In che modo la sua formazione musicale ha influenzato il suo approccio all’insegnamento?

Questa è una risposta molto semplice da dare, perché sono una docente di musica. Si è soliti pensare che la formazione musicale renda facile il creare, suonare, riprodurre… quando la realtà dei fatti è che insegna a porsi in ascolto analitico, attivo, e al valore del silenzio.

Che ruolo ha la fede nel suo modo di vivere la professione docente?

Sono un po’ l’anti-Tommaso, che per credere ha avuto bisogno di vedere. Io ho imparato vedere perché ho creduto.

Cosa spera che i lettori portino con sé dopo aver letto “Il cielo in una classe”?

Questo mio libretto è pensato soprattutto per condividere, non certo per elargire grandi verità: attraversano le nostre vite centinaia di ragazzi, che in qualche modo ci diventano figli, siano generati da noi o no. Spero che chi mi legge sia genitore, sia insegnante e sia figlio e che possa cogliere tra le righe una chiave di lettura personale. “Perché, quando capisci che ciò  che studi parla di te, può essere galvanizzante, forza motrice, un sasso nello stagno.”

Sarah Marie Chigioni, IL CIELO IN UNA CLASSE, ed. Uomo Vivo

martedì 8 ottobre 2024

MA CHE MUSICA ?


Dai motivi che ascoltiamo

 dipendono le motivazioni che abbiamo


La musica incanta il mondo, per questo la teniamo accesa: se il «fondo» della vita tace ci vuole un «sottofondo». Nella vita, come nella musica, dai «motivi di fondo» dipendono le motivazioni.

 - di Alessandro D'Avenia

«Motivo», da motus, in italiano è infatti sia la ragione di qualcosa sia il tema di un brano: entrambi mettono in moto ciò che è fermo, «motivano». Mentre scrivo ho in sottofondo The logical song dei Supertramp, uscita nel 1979 e nata dall'esperienza scolastica del leader Roger Hodgson: «Sono stato al college per dieci anni e quando ne sono uscito avevo in mente mille domande: ora che diavolo mi succederà? Qual è il significato della mia vita? Mi chiedevo perché molte delle cose che mi avevano insegnato fossero per me prive di senso. Mi avevano insegnato a uniformarmi, essere presentabile e accettabile, tralasciando ciò che per me era invece fondamentale. Nessuno mi aveva mai detto chi io fossi o quale fosse il significato della mia esistenza». Capita a tanti ragazzi di uscire da più di un decennio di scuola con la testa piena di istruzioni per funzionare ma senza un «motivo» per esistere, come sottolinea Hodgson: «Passiamo dall'innocenza e dalla meraviglia dell'infanzia alla confusione dell'adolescenza, che spesso finisce nella disillusione in età adulta e molti passano la vita cercando di tornare a quell'innocenza». Si può evitare di vivere tra disillusione e nostalgia?

 La canzone dei Supertramp, come la seconda parte di Another brick in the wall uscita poco dopo, criticava l'istruzione ma in modo diverso dai Pink Floyd. Si apre con un ricordo: «Quando ero bambino, la vita sembrava meravigliosa/ un miracolo, era bella, magica/ e tutti gli uccelli sugli alberi cantavano allegramente/ gioiosamente, scherzosamente mentre mi guardavano». Non abbiamo ancora ben capito perché gli uccelli cantino, i «motivi» funzionali alla specie non bastano. E questo perché la bellezza spesso è grazia: non ha una ragione ma dà una ragione, non ha un motivo ma dà un motivo. Ciò che conta allora non è tanto perché gli uccelli cantino ma che il loro canto sia così bello. L'adulto infatti ne ricorda l'in-canto, ora che vive nel dis-incanto. I genitori di quel bambino avevano divorziato e lui era stato spedito in collegio dove i «motivi di fondo» erano altri, come dice il brano: «Mi mandarono lontano per insegnarmi a esser ragionevole/ lineare, responsabile, pratico/ e poi mi mostrarono un mondo nel quale essere affidabile/ freddo, razionale, cinico».

 La scuola, invece di essere luogo in cui custodire e far eco al canto degli uccelli, allenando l'attenzione verso ciò che è vivo (bello, vero, giusto) per imparare a prendersene cura, si rivela un centro di addestramento per funzionare e sopravvivere. Quel bambino cresce «de-motivato», ma rimane in lui un'insopprimibile sete di senso, come rivela l'apertura sognante ma addolorata del ritornello: «A volte però quando tutto il mondo dorme/ le domande scavano troppo per un uomo così modesto./ Vi dispiacerebbe per favore dirmi che cosa abbiamo imparato?/ Sembra folle,/ ma, per favore, ditemi chi sono».

 Il dolore salva solo se diventa un'avventura di ritorno a casa. Quanto dolore, fisico e psichico, nei ragazzi viene interpretato come un problema da risolvere perché tornino presto a funzionare, quando invece è il sintomo di una vita che chiede di guarire anche in noi. Se il sintomo è il cibo, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è una ferita autoinferta, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è tristezza, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è una dipendenza, è nel rapporto con il mondo che manca pace. La pace era nel canto perduto degli uccelli rivolto al bambino, perché solo se il mondo ci guarda allora ci ri-guarda e ne avremo poi ri-guardo, che è restituzione dello sguardo, in un gioco circolare che crea appunto un “mondo” (insieme di relazioni), dove non c'è questo cerchio di pace si dà semplicemente un «intorno» insensato, indifferente e pericoloso.

 E infatti per dominarlo veniamo addestrati a funzionare, rispettando standard e ottenendo risultati sempre migliori: «Ti vorremmo gradevole/ rispettabile, presentabile: vegetale/. Dai, dai, dai!».

 La vita è uniformità e carriera, l'ansia è il giusto prezzo da pagare. Segue un assolo ribelle di sassofono, che poi arricchisce il successivo ritornello insieme a inserti corali: è il dolore solitario di molti nella stessa notte cantata poco prima. Dolore e paura affiorano di nuovo non più sovrastati dal rumore della frenesia, della distrazione, dello stordimento: «Per favore ditemi che cosa abbiamo imparato./ Mi sentite? So che sembra folle/ ma per favore ditemi chi sono, chi sono, chi sono, chi sono...». Eppure il ragazzo «funzionava»: «E io che mi sentivo così lineare/ digitale», aggettivo che nel 1979 era seguito dal suono di un videogioco dei primordi, ironicamente e profeticamente inserito nella canzone...

 Nel 2012 il 62enne Hodgson ritornava sul motivo della canzone: «Avevo 29 anni quando l'ho scritta, cercavo risposte. La domanda bruciante era: ‘per favore, dimmi chi sono’. Adesso non ho ancora tutte le risposte, ma sapevo che c'era qualcosa di più profondo là fuori: un luogo di pace. E alla fine l'ho trovato».

 L'innocenza non è nell'età né in una illusoria proiezione nell'infanzia, ma è pace nel cuore, qui e ora, connessione piena - non solo digitale ma carnale - con la vita che, facendoci sentire «parte del mondo», ci «motiva» a fare la nostra «parte nel mondo». Dove si trova questo «motivo di pace»? Di certo non dove la domanda «chi sono?» viene ignorata: «Chi sei non è in programma. Siamo già in ritardo sulla marcia. Ti diciamo noi come funziona», scuole di sopravvivenza da cui si esce «armati» più che «amati», funzionari de-motivati più che cercatori motivati.

 Dobbiamo invece frequentare luoghi in cui la risposta suona «Ti aspettavamo: siediti e raccontaci la tua storia. Prenditi il tempo che ti serve, noi poi ti racconteremo come è andata ad altri che avevano la tua stessa domanda”». Sarà a scuola, in famiglia, in un bosco, nell'amore, nell'amicizia... e in tutti i luoghi in cui ancora suona il «sottofondo», il «motivo» della vita, che comincerà poi a risuonare dentro di noi e che neanche il frastuono quotidiano potrà più strapparci, come mi accadde in un'istante eterno, uno di quelli in cui senti che il mondo è casa.

 Mi ero innamorato del concerto di un compositore e mentre ero in metropolitana, nella calca della folla e nel rumore di pensieri confusi, tipico dell'età in cui ti chiedi invano chi sei, tra paura del futuro e insoddisfazione del presente, si è fatta largo una luce: quella musica ci sarà sempre per me. A questa bellezza io potrò tornare ogni volta che vorrò. Avrò sempre un «motivo» di gioia e ne farò un motivo di vita: provare, nel mio piccolo, a fare altrettanto.

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mercoledì 7 febbraio 2024

LA SOFFERENZA DIVENTA BELLEZZA E POESIA


La sofferenza  
che sa diventare

 bellezza e poesia. 


Messaggio toccante e potente, 

 quello del Maestro Allevi



“L’emozione è il linguaggio attraverso cui si comunica con sincerità, mettendosi a nudo, senza timore di mostrarsi fragili e indifesi, perché la fragilità è la nostra forza, in un mondo trascinato dalla ragione verso la competizione estrema......"..

“Posso sbagliare, commettere errori, anche per ingenuità, leggerezza. Allora, prendo tutto me stesso e mi abbandono all'universale fluire delle cose, perché in fondo sono solo un minuscolo granello dell'universo.”

"La visione proposta oggi dal cristianesimo è assolutamente dirompente. L’attuale cultura dominante è infatti centrata sul nichilismo, per cui il nostro valore e la nostra identità dipendono esclusivamente da un giudizio e un riscontro esterno. Tutto il mondo dei social e dei talent show è fondamentalmente nichilista: contano il numero dei like e dei follower. Ecco allora sopraggiungere un’ansia diffusa, soprattutto tra i giovani: un disagio nuovo che i nostri genitori non conoscevano. Il risultato del nichilismo è un perenne senso di inadeguatezza, di esclusione dal mondo, di proiezione verso l’esterno nell’urgenza di dimostrare sempre di più. Il cristianesimo propone una visione opposta e ci dice: io posseggo un’identità, un valore, una scintilla interiore, indipendentemente da qualunque riscontro esterno, indipendentemente dal mio aspetto, dai risultati che ho ottenuto, dai giudizi e dalla stima che ricevo. I filosofi direbbero uno statuto ontologico, un senso delle cose. Tutte le più grandi personalità dell’arte, della ricerca scientifica, del pensiero, non si sono mai curate del riscontro esterno; hanno inseguito le proprie visioni anche a costo di andare incontro all’incomprensione"»…….

«Quando ero ragazzo, durante una confessione feci amicizia con un giovane parroco che era poco più grande di me: don Mauro. Lui insegnava Teologia, mentre io studiavo Filosofia all’università. Io mi avvicinavo all’ateismo, non credevo in niente, e nelle nostre discussioni sempre più frequenti, cercavo di metterlo in difficoltà con le parole, mentre lui, con pazienza e dolcezza, dimostrava una fede incrollabile. Per molto tempo andammo avanti con questo tipo di dinamica conflittuale, dove io sfogavo il mio male di vivere, il mio tormento. Lui era un parroco di periferia; pur essendo coltissimo, era vicino alla gente, ai ragazzi, e aveva trasformato la sua vita in una missione. Un giorno, all’improvviso, il mio unico amico don Mauro morì in un incidente stradale. È stata la mia prima esperienza di una perdita. Dopo il dolore vuoto, insopportabile, che ho attraversato, è accaduto in me qualcosa che non avrei mai immaginato: ho raccolto il suo testimone. 

Anche io avrei fatto della mia vita una missione, anche io avrei avuto fede in una scintilla divina che alloggia in fondo al cuore di ogni persona, anche io non avrei ceduto alla tentazione di una visione nichilista della vita. Ora posso affermare di credere, ed è proprio la filosofia a darmi la forza intellettuale di abbandonare ogni certezza e aprirmi al mistero. Nonostante le difficoltà e la sofferenza che tutti siamo portati ad affrontare, l’infinito e la meraviglia si nascondono tra le pieghe dell’esistenza»  (gennaio 2021).

“Ho perso molto. Ho perso il mio lavoro, i miei capelli, le mie certezze, ma non la speranza…. Quando non c'è più certezza del futuro, bisogna vivere più intensamente il presente. È come se avessi strappato alla mia fine una manciata di anni e voglio viverli più intensamente possibile…...I numeri non contano, perché ognuno di noi, ognuno di voi, ogni individuo è unico, irripetibile e, a suo modo, infinito…. Non potendo più contare sul mio corpo suonerò con tutta l'anima”(7.2.2024).

  

mercoledì 27 dicembre 2023

LA CONVERSIONE DELLA MENTE


"Se solo l'ascolto ci consente la conversione della mente"

 

-         di Vito Mancuso*

 

Tutte le cose più importanti della vita avvengono al passivo. Dicendo "passivo" qui non intendo inerzia o inattività bensì "passione", termine che ha un duplice senso: irresistibile trasporto ("non resisto, è la mia passione") e insopportabile sofferenza ("la passione di Cristo", o anche "la passione di Gaza"). Tale concetto veicola le due esperienze decisive dell'esistenza, la bellezza e la sofferenza. Le quali vengono esperite entrambe al passivo. Per questo sostengo che tutte le cose più importanti della vita avvengono al passivo.

 Con ciò non intendo negare l'apporto della libertà cadendo nel fatalismo, ma piuttosto privilegiare l'ascolto. L'ascolto in tutte le sue dimensioni è quanto ci consente di essere consapevoli e vigili al cospetto di forze più grandi di noi che ci fanno patire e insieme gioire. Sto dicendo, in altri termini, che la vita nella sua pienezza si origina dall'unione simbiotica di due movimenti, il primo dei quali ci desta dal torpore della superficialità in cui si vive solo da spettatori per farci agire attivamente in prima persona, mentre il secondo ci fa comprendere che questo nostro agire non si deve conformare su di noi e a vantaggio di noi ma aprirsi a una dimensione più grande. Il primo movimento ci rende attivi, il secondo passivi. Di quella passività però che è apertura e che orienta verso qualcosa più importante di noi. Il primo movimento genera autostima, il secondo genera stima.

La devozione dell’intelligenza

Definisco la stima "devozione dell'intelligenza". Un essere umano si compie quando, essendo giunto a stimarsi, trova qualcosa più importante di sé cui conferire la propria stima. Sotto questo profilo la vera stima nasce quando si sciolgono le catene mentali e si comincia a guardare in modo libero dalla prigione del sé, da quella ristretta angolatura della mente e del cuore che porta a considerare la realtà come un sistema geocentrico in cui al centro di ogni cosa ci sono io e tutto deve ruotare intorno a me. Vivendo secondo questa ristretta prospettiva si può avere un atteggiamento predatorio guardando agli altri come prede, o al contrario vivere nella paura sentendosi preda degli altri, ma in entrambi i casi si passa l'esistenza all'interno di un sistema egocentrico simile all'antiquato sistema astronomico geocentrico che deriva dall'ignoranza e che genera una relazione distorta con la realtà.

 Crescendo invece si inizia a vedere il mondo secondo l'eliocentrismo copernicano e così si comprende la reale proporzione delle cose capendo che la realtà è più importante di noi. Questo primato della realtà genera l'atteggiamento fondamentale della passività in quanto ascolto, o attenzione, e costituisce la decisiva conversione della mente. Gesù ne parlava dicendo "metànoia", Platone "periagoghé", Plotino "epistrophé", la sapienza ebraica "teshuvà", e il Buddha "bodhi", termine che significa risveglio e che genera appunto la parola Buddha ossia risvegliato. È la conversione alla verità della realtà. È il passaggio dall'egocentrismo al teocentrismo.

 Il teocentrismo

Elogiando il teocentrismo non intendo affermare che la maturità di una persona consiste necessariamente nel credere in Dio. Intendo piuttosto ciò che ha scritto Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita, tra i più grandi maestri spirituali del nostro tempo: «Per esperire pienamente la vita come esseri umani tutti noi abbiamo bisogno di entrare in comunione con il nostro desiderio e realizzare qualcosa di più ampio del nostro sé individuale». Questo qualcosa di più ampio è sempre stato avvertito dalle grandi tradizioni spirituali e dai grandi filosofi e nominato per lo più mediante la categoria di divino, ma è chiaro che se ne può parlare anche in altro modo. L'essenziale è entrare in contatto con ciò che è più importante di noi. Ma, ancora più essenziale, è percepire che ciò che è più importante di noi esiste "dentro" di noi. I vertici spirituali dell'umanità hanno da sempre fatto esperienza di questa dimensione scoprendo dentro di sé una dimensione più importante di sé, lo attestano tutte le grandi tradizioni per le quali aderire alla legge che si scopre nel profondo di sé equivale ad aderire alla legge che forma e mantiene il mondo e alla quale in Occidente ci si riferisce normalmente dicendo Dio (e altrove in altri modi tra cui Logos, Nous, Dharma, Brahman, Tao). Nella nostra epoca Etty Hillesum ha descritto così questa medesima esperienza: «Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio».

 Quando si entra in contatto con questa dimensione sentita ed esperita dentro di sé si diventa passivi, nel senso che si sviluppa la passione dell'ascolto. Da tale pathos del tutto peculiare non discende inerzia, ma al contrario quell'attività suprema che è simbiosi di passività e di attività e che, con una parola sola, si chiama "arte". Nell'arte, infatti, il passo essenziale avviene al passivo e consiste nella ricezione del talento e dell'ispirazione, mentre solo dopo entra in gioco il lavoro personale. Il che vale a maggior ragione quando l'arte viene fruita, quando pressoché tutto si gioca nell'ascolto.

L’ascolto

Noi non ascoltiamo solo con l'udito, lo facciamo anche con lo sguardo, il palato, il tatto, il naso: tutti i sensi sono in gioco in quell'atteggiamento che denomino ascolto o attenzione. L'ascolto per eccellenza però avviene mediante l'udito. E tra i diversi tipi di ascolto uditivo, quello per eccellenza è riservato alla grande musica. Perché la musica detiene tale primato? Perché riproduce la musica che è il mondo.

 Nella sua essenza ontologica, infatti, il mondo consiste in una vibrazione energetica, ovvero nella medesima struttura della musica. L'aveva già intuito Pitagora, ma noi oggi sappiamo dalla fisica che a essere originaria non è la materia ma è l'energia. Max Planck, il padre della teoria dei quanti, dichiarò un giorno: «In quanto fisico che ha dedicato tutta la sua vita alla scienza più sobria, allo studio della materia, sono sicuramente libero dal sospetto di essere un sognatore. E così a seguito delle mie ricerche sull'atomo vi dico: la materia in sé non esiste. Ogni materia nasce e consiste solo mediante una forza, quella che porta le particelle atomiche a vibrare e che le tiene insieme come il più minuscolo sistema solare».

La musica interiore

Prima della materia quindi c'è la forza, precisamente la forza che fa vibrare l'energia allo stato caotico portandola a configurarsi come materia. Planck parla di vibrazione, e cos'è la musica se non vibrazione? Per questo la musica appare come la più efficace modalità di esperire e rappresentare il principio costitutivo del mondo.

 In questa prospettiva fare musica non riguarda solo i musicisti: tutti noi siamo chiamati a essere musica. Siamo suoni, dobbiamo diventare musica. Il senso del nostro essere qui è accordare i nostri suoni elementari ponendoli in successione tale da produrre una melodia dentro di noi, e poi cercare di armonizzare la melodia ottenuta con quella degli altri viventi. Questa armonizzazione tra la nostra musica interiore e quella degli altri si chiama "religio". La religio (uso il termine latino perché quello italiano corrispondente è ormai consumato) è una successione ordinata dei suoni prodotti da quello strumento del tutto peculiare che è la libertà. Se c'è religio, la libertà si accorda con la musica originaria del mondo e con quella degli altri viventi diventando una nota consapevole e lieta della Grande Armonia. E il primo passo decisivo di questo processo virtuoso consiste nell'imparare ad ascoltare.

 *Vito Mancuso, La Stampa

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