venerdì 7 agosto 2026

LA MUSICA CI SALVERA'

 


La memoria 

dei suoni

 ci salverà 

dalla crisi

 climatica


di Simonetta Sandri

Sul clima e sull'ambiente, continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo. Il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo. Il vero limite della nostra epoca è la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Tornare ad ascoltare il pianeta è la vera sfida. In dialogo con Dario Giardi, ricercatore e compositore

Avreste mai detto che ci sia un legame fra la musica e la sfida climatica? Dario Giardi, ricercatore, esperto nel campo dell’energia, responsabile sostenibilità ed economia circolare di Confagricoltura, compositore, con il suo saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis Edizioni) si muove lungo un confine affascinante e ormai urgente: quello in cui ecologia, sostenibilità e dimensione sonora si incontrano. Lo abbiamo incontrato. Scoprendo che è possibile guardare alla crisi climatica non soltanto come a una questione di cifre, quote di emissioni o modelli matematici, ma anche, e soprattutto, come a una crisi percettiva, emotiva e culturale.

L’umanità – sostiene Giardi – ha progressivamente “smesso di ascoltare” la natura, soffocando la biofonia (i suoni degli esseri viventi) e la geofonia (i suoni degli elementi naturali) con l’antropofonia, ossia con il rumore, di sottofondo e incessante, delle nostre macchine e della nostra industria inquinante. Non sentiamo più il mondo vero.

In tutto ciò, entra il memoryscape. Giardi crea ed espande il concetto di paesaggio sonoro, parlando di “memoria dei suoni”. I suoni che stiamo perdendo (il verso di specie in estinzione, il fruscio di ghiacciai che fondono, i cori di foreste deforestate, le campane di un piccolo villaggio) rappresentano una perdita di identità ecologica e comunitaria. Vanno riscoperti e conservati.

E poi c’è il silenzio, non come assenza di suono, ma come “spazio di presenza” ed elemento fondamentale dell’ascolto, necessario per comprendere ciò che ci circonda. Quel silenzio prezioso che ormai non si trova più da nessuna parte. Tanto che è diventato lusso.

Fare o ascoltare musica insieme ci insegna l’armonia, la misura e la relazione. È metafora e palestra di un nuovo modo di abitare la Terra. L’essere umano, in fondo, è solo una voce dentro una più ampia orchestra biologica.

Il saggio non ha una ricetta magica o un potere taumaturgico affidato alle note: la musica da sola non ridurrà le tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Ma è un invito rivoluzionario a rieducare la nostra percezione per tornare a sentirci parte dell’orchestra della TerraNel dibattito sulla crisi climatica siamo abituati a dati, grafici ed evidenze visive. Perché ha scelto di affrontarla attraverso la lente del suono? In che modo musica e ascolto offrono prospettive che la scienza o la politica non riescono a comunicare?

Dopo oltre vent’anni di ricerca sulla sostenibilità, mi sono reso conto che continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Eppure siamo ormai arrivati alla trentunesima Conferenza delle Parti sul clima, che si terrà in Turchia il prossimo novembre, senza aver innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi.

Continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Ma non abbiamo ancora innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi

Da ricercatore conosco bene questi dati: sono inequivocabili. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, sappiamo come sta cambiando il pianeta e quali saranno le conseguenze dell’inazione. La ricerca continua a lanciare l’allarme, la politica prova a individuare strategie e obiettivi, ma ogni passo in avanti sembra essere sistematicamente inferiore a quello che sarebbe necessario.

A quel punto ho iniziato a pormi una domanda: perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta a cui sono arrivato è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva. Continuiamo a ragionare sul breve e medio periodo, entro i confini dei nostri interessi nazionali, mentre il clima opera su scale temporali molto più lunghe e non riconosce alcun confine politico. Il cambiamento climatico riguarda tutti, attraversa le frontiere senza chiedere permesso e richiederebbe, per sua natura, una visione globale e una responsabilità condivisa.

Parliamo di ambiente, organizziamo campagne di sensibilizzazione, facciamo educazione ambientale, produciamo informazioni sempre più dettagliate. Eppure qualcosa continua a non raggiungere la parte più profonda di noi. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo.

Perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva

È stato in quel momento che ho iniziato a guardare con occhi nuovi alla mia altra identità di compositore. Da anni pubblico musica ambient e musica per il benessere con il mio alias artistico Giadar, collaborando con etichette internazionali. Questo percorso mi ha insegnato che il suono non è solo un elemento estetico: è un linguaggio capace di entrare in relazione con le persone a un livello emotivo, là dove i numeri, da soli, raramente riescono ad arrivare.

Ho iniziato così a chiedermi se il vero limite della nostra epoca non fosse la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Forse continuiamo a rincorrere le emergenze non perché ignoriamo la crisi climatica, è che abbiamo progressivamente smesso di ascoltarla.

Da questa riflessione è nato E se fosse la musica a salvarci?. L’idea che attraversa tutto il libro è semplice ma radicale: prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte.

Nel libro parla della crisi ambientale come emergenza ecologica ma anche come una “sordità” dell’essere umano verso la natura. Come si rieduca il nostro ascolto?

Viviamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre continuamente suoni, notifiche, parole. Paradossalmente, ascoltiamo sempre meno. Rieducare l’ascolto significa rallentare e concedersi il tempo di abitare un luogo senza la necessità di intervenire. Come compositore ascolto molto prima di scrivere una sola nota. Ho imparato che il silenzio non è assenza di suono, ma disponibilità ad accogliere ciò che ci circonda. Questa è anche una pratica ecologica: imparare di nuovo a riconoscere il vento, gli insetti, l’acqua, il ritmo delle stagioni. Proteggiamo più facilmente ciò con cui riusciamo a entrare in relazione.

Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte

Il “paesaggio sonoro” (soundscape), teorizzato da R. Murray Schafer negli anni ’70, è centrale nel suo lavoro. Ce lo spiega? Come definirebbe l’ecologia acustica oggi e come si lega al cambiamento climatico?

Il concetto di soundscape elaborato da Schafer ci invita a considerare ogni ambiente come una composizione sonora in continua evoluzione. Ogni luogo possiede una sua identità acustica, fatta di equilibri tra elementi naturali, attività umane e tecnologia. Oggi l’ecologia acustica è diventata ancora più importante perché il cambiamento climatico modifica questi equilibri. Cambiano le migrazioni degli animali, i cicli biologici, la presenza delle specie e perfino il modo in cui percepiamo le stagioni. Ascoltare tali cambiamenti significa leggere il territorio da una prospettiva diversa, spesso più sensibile di quella puramente visiva.

Il field recording non è solo una tecnica per documentare la natura, ma è diventato una forma d’arte e d’impegno. Che valore ha registrare i suoni della natura oggi?

Per me il field recording rappresenta un gesto di attenzione prima ancora che una tecnica di registrazione. Quando porto con me un registratore non sto semplicemente raccogliendo suoni: sto cercando di instaurare un dialogo con un luogo. Molte delle mie composizioni nascono proprio da registrazioni ambientali. Quei suoni diventano materia musicale, ma rimangono anche documenti di un ecosistema in un preciso momento storico. In un’epoca di trasformazioni così rapide, registrare un paesaggio sonoro significa contribuire a costruire una memoria che potrebbe rivelarsi preziosa per le generazioni future.Anna Romanova, su Pexels

Inserire alberi, parchi, fontane e bio-corridori nelle città non serve solo per limitare CO₂ o temperature, ma trasforma radicalmente il suono urbano. L’ecologia acustica può guidare la futura urbanistica sostenibile?

Ne sono convinto. Quando parliamo di sostenibilità urbana pensiamo quasi sempre all’energia, ai trasporti o alla qualità dell’aria. Raramente ci chiediamo come suona una città. Eppure il suono influenza profondamente il nostro benessere. Una città capace di restituire spazio al vento tra gli alberi, all’acqua, agli uccelli e a una riduzione del rumore meccanico è una città che migliora anche la qualità della vita. L’urbanistica del futuro dovrebbe progettare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che ascoltiamo.

Lei cita “la memoria dei suoni”. Qual è il legame tra soundscape e memoryscape?

Il concetto di memoryscape che ho coniato, e che presento nel saggio, è nato in modo del tutto spontaneo, durante una passeggiata nel parco naturale vicino a casa mia. È un luogo a cui sono profondamente legato perché da bambino ci andavo spesso con i miei nonni. Camminando lungo quei sentieri mi sono reso conto che alcuni suoni erano rimasti identici nella mia memoria, mentre altri erano cambiati o erano scomparsi.

In quel momento ho capito che ogni paesaggio sonoro possiede anche una dimensione affettiva. Il soundscape racconta ciò che un luogo è oggi; il memoryscape è una sua evoluzione, racconta ciò che quel luogo continua a essere dentro di noi. È una geografia della memoria costruita attraverso i suoni. E quando un suono scompare, perdiamo non solo un elemento della biodiversità, ma anche un frammento della nostra identità.
Qual è il valore della “memoria sonora”? Esiste un suono del passato che abbiamo perso per sempre e uno assolutamente da preservare per le future generazioni?

Credo che la memoria sonora abbia un enorme valore culturale oltre che ecologico. Alcuni suoni della mia infanzia oggi sono molto più rari: il brulicare continuo degli insetti nelle sere d’estate, certe intensità del canto degli uccelli o il silenzio autentico di alcuni boschi. Più che salvare un singolo suono, dovremmo preservare l’equilibrio che permette a tutti quei suoni di convivere. Una foresta non è bella perché ospita il canto di un’unica specie, ma perché migliaia di organismi costruiscono insieme una straordinaria polifonia naturale.

L’impronta acustica

Quanto l’impronta acustica umana sta soffocando i suoni naturali e che conseguenze ha questo squilibrio sulla biodiversità?

L’impronta acustica dell’uomo è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Strade, aeroporti, industrie e infrastrutture hanno occupato una parte sempre più ampia dello spazio sonoro. Per molte specie questo non significa semplicemente convivere con il rumore, ma perdere la possibilità di comunicare, orientarsi e riprodursi. È un impatto invisibile, ma profondissimo. Come compositore mi colpisce pensare che stiamo alterando la più antica orchestra del pianeta: quella della vita.

La bio-acustica ci rivela che le foreste sono ecosistemi sonori in cui ogni specie occupa una “nicchia acustica”. In che modo l’ascolto di queste “sinfonie naturali” può trasformarsi da semplice strumento scientifico di monitoraggio a una leva emotiva e culturale?

La bio-acustica ci offre dati straordinari, ma quei dati possono diventare anche esperienza estetica. Quando ascoltiamo una foresta ricca di biodiversità percepiamo subito una complessità che nessun grafico riesce a restituire. Credo che artisti e musicisti abbiano il compito di trasformare questi dati in emozione. Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale.

Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale

A cosa può portare una collaborazione fra compositori ed ecologi? Ci fa qualche esempio?

Penso che sia una delle collaborazioni più promettenti dei prossimi anni. Gli ecologi raccolgono informazioni fondamentali sullo stato degli ecosistemi; i compositori possono trasformarle in esperienze capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio. Immagino concerti costruiti a partire da registrazioni bioacustiche, installazioni nei parchi naturali, musei immersivi, percorsi educativi nelle scuole o composizioni che restituiscano l’evoluzione sonora di un territorio nel tempo. La musica può diventare una forma di divulgazione scientifica capace di parlare anche a chi normalmente rimane distante da questi temi. Thiago Japyassu, su Pexels

Dedica anche spazio a meditazione ecologica e terapia sonora. Ce le spiega?

Anche questo nasce dalla mia esperienza musicale. Da anni compongo musica pensata per favorire rilassamento, concentrazione e benessere. Questo mi ha portato a riflettere sul potere trasformativo dell’ascolto. La meditazione ecologica invita a rivolgere quella stessa attenzione non verso un suono artificiale, ma verso gli ecosistemi naturali. È un modo per ricostruire un senso di appartenenza alla Terra. La terapia sonora, invece, apre prospettive interessanti sul rapporto tra vibrazione, percezione e benessere, pur distinguendo sempre ciò che è sostenuto da solide evidenze scientifiche da ciò che richiede ulteriori studi.

La più antica musica della Terra non è stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura

Se dovesse scegliere un singolo “suono” che rappresenti la speranza per il futuro del nostro pianeta, quale sarebbe e perché?

Più ci penso, più mi convinco che sceglierei il coro dell’alba in un bosco. È un suono che continuo a registrare e che ogni volta mi emoziona come la prima. Non rappresenta soltanto la bellezza della natura. Rappresenta un ecosistema che funziona, specie diverse che convivono, equilibri che si rinnovano ogni mattina. Da compositore trovo straordinario che la più antica musica della Terra non sia stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura.

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