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venerdì 7 agosto 2026

LA MUSICA CI SALVERA'

 


La memoria 

dei suoni

 ci salverà 

dalla crisi

 climatica


di Simonetta Sandri

Sul clima e sull'ambiente, continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo. Il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo. Il vero limite della nostra epoca è la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Tornare ad ascoltare il pianeta è la vera sfida. In dialogo con Dario Giardi, ricercatore e compositore

Avreste mai detto che ci sia un legame fra la musica e la sfida climatica? Dario Giardi, ricercatore, esperto nel campo dell’energia, responsabile sostenibilità ed economia circolare di Confagricoltura, compositore, con il suo saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis Edizioni) si muove lungo un confine affascinante e ormai urgente: quello in cui ecologia, sostenibilità e dimensione sonora si incontrano. Lo abbiamo incontrato. Scoprendo che è possibile guardare alla crisi climatica non soltanto come a una questione di cifre, quote di emissioni o modelli matematici, ma anche, e soprattutto, come a una crisi percettiva, emotiva e culturale.

L’umanità – sostiene Giardi – ha progressivamente “smesso di ascoltare” la natura, soffocando la biofonia (i suoni degli esseri viventi) e la geofonia (i suoni degli elementi naturali) con l’antropofonia, ossia con il rumore, di sottofondo e incessante, delle nostre macchine e della nostra industria inquinante. Non sentiamo più il mondo vero.

In tutto ciò, entra il memoryscape. Giardi crea ed espande il concetto di paesaggio sonoro, parlando di “memoria dei suoni”. I suoni che stiamo perdendo (il verso di specie in estinzione, il fruscio di ghiacciai che fondono, i cori di foreste deforestate, le campane di un piccolo villaggio) rappresentano una perdita di identità ecologica e comunitaria. Vanno riscoperti e conservati.

E poi c’è il silenzio, non come assenza di suono, ma come “spazio di presenza” ed elemento fondamentale dell’ascolto, necessario per comprendere ciò che ci circonda. Quel silenzio prezioso che ormai non si trova più da nessuna parte. Tanto che è diventato lusso.

Fare o ascoltare musica insieme ci insegna l’armonia, la misura e la relazione. È metafora e palestra di un nuovo modo di abitare la Terra. L’essere umano, in fondo, è solo una voce dentro una più ampia orchestra biologica.

Il saggio non ha una ricetta magica o un potere taumaturgico affidato alle note: la musica da sola non ridurrà le tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Ma è un invito rivoluzionario a rieducare la nostra percezione per tornare a sentirci parte dell’orchestra della TerraNel dibattito sulla crisi climatica siamo abituati a dati, grafici ed evidenze visive. Perché ha scelto di affrontarla attraverso la lente del suono? In che modo musica e ascolto offrono prospettive che la scienza o la politica non riescono a comunicare?

Dopo oltre vent’anni di ricerca sulla sostenibilità, mi sono reso conto che continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Eppure siamo ormai arrivati alla trentunesima Conferenza delle Parti sul clima, che si terrà in Turchia il prossimo novembre, senza aver innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi.

Continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Ma non abbiamo ancora innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi

Da ricercatore conosco bene questi dati: sono inequivocabili. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, sappiamo come sta cambiando il pianeta e quali saranno le conseguenze dell’inazione. La ricerca continua a lanciare l’allarme, la politica prova a individuare strategie e obiettivi, ma ogni passo in avanti sembra essere sistematicamente inferiore a quello che sarebbe necessario.

A quel punto ho iniziato a pormi una domanda: perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta a cui sono arrivato è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva. Continuiamo a ragionare sul breve e medio periodo, entro i confini dei nostri interessi nazionali, mentre il clima opera su scale temporali molto più lunghe e non riconosce alcun confine politico. Il cambiamento climatico riguarda tutti, attraversa le frontiere senza chiedere permesso e richiederebbe, per sua natura, una visione globale e una responsabilità condivisa.

Parliamo di ambiente, organizziamo campagne di sensibilizzazione, facciamo educazione ambientale, produciamo informazioni sempre più dettagliate. Eppure qualcosa continua a non raggiungere la parte più profonda di noi. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo.

Perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva

È stato in quel momento che ho iniziato a guardare con occhi nuovi alla mia altra identità di compositore. Da anni pubblico musica ambient e musica per il benessere con il mio alias artistico Giadar, collaborando con etichette internazionali. Questo percorso mi ha insegnato che il suono non è solo un elemento estetico: è un linguaggio capace di entrare in relazione con le persone a un livello emotivo, là dove i numeri, da soli, raramente riescono ad arrivare.

Ho iniziato così a chiedermi se il vero limite della nostra epoca non fosse la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Forse continuiamo a rincorrere le emergenze non perché ignoriamo la crisi climatica, è che abbiamo progressivamente smesso di ascoltarla.

Da questa riflessione è nato E se fosse la musica a salvarci?. L’idea che attraversa tutto il libro è semplice ma radicale: prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte.

Nel libro parla della crisi ambientale come emergenza ecologica ma anche come una “sordità” dell’essere umano verso la natura. Come si rieduca il nostro ascolto?

Viviamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre continuamente suoni, notifiche, parole. Paradossalmente, ascoltiamo sempre meno. Rieducare l’ascolto significa rallentare e concedersi il tempo di abitare un luogo senza la necessità di intervenire. Come compositore ascolto molto prima di scrivere una sola nota. Ho imparato che il silenzio non è assenza di suono, ma disponibilità ad accogliere ciò che ci circonda. Questa è anche una pratica ecologica: imparare di nuovo a riconoscere il vento, gli insetti, l’acqua, il ritmo delle stagioni. Proteggiamo più facilmente ciò con cui riusciamo a entrare in relazione.

Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte

Il “paesaggio sonoro” (soundscape), teorizzato da R. Murray Schafer negli anni ’70, è centrale nel suo lavoro. Ce lo spiega? Come definirebbe l’ecologia acustica oggi e come si lega al cambiamento climatico?

Il concetto di soundscape elaborato da Schafer ci invita a considerare ogni ambiente come una composizione sonora in continua evoluzione. Ogni luogo possiede una sua identità acustica, fatta di equilibri tra elementi naturali, attività umane e tecnologia. Oggi l’ecologia acustica è diventata ancora più importante perché il cambiamento climatico modifica questi equilibri. Cambiano le migrazioni degli animali, i cicli biologici, la presenza delle specie e perfino il modo in cui percepiamo le stagioni. Ascoltare tali cambiamenti significa leggere il territorio da una prospettiva diversa, spesso più sensibile di quella puramente visiva.

Il field recording non è solo una tecnica per documentare la natura, ma è diventato una forma d’arte e d’impegno. Che valore ha registrare i suoni della natura oggi?

Per me il field recording rappresenta un gesto di attenzione prima ancora che una tecnica di registrazione. Quando porto con me un registratore non sto semplicemente raccogliendo suoni: sto cercando di instaurare un dialogo con un luogo. Molte delle mie composizioni nascono proprio da registrazioni ambientali. Quei suoni diventano materia musicale, ma rimangono anche documenti di un ecosistema in un preciso momento storico. In un’epoca di trasformazioni così rapide, registrare un paesaggio sonoro significa contribuire a costruire una memoria che potrebbe rivelarsi preziosa per le generazioni future.Anna Romanova, su Pexels

Inserire alberi, parchi, fontane e bio-corridori nelle città non serve solo per limitare CO₂ o temperature, ma trasforma radicalmente il suono urbano. L’ecologia acustica può guidare la futura urbanistica sostenibile?

Ne sono convinto. Quando parliamo di sostenibilità urbana pensiamo quasi sempre all’energia, ai trasporti o alla qualità dell’aria. Raramente ci chiediamo come suona una città. Eppure il suono influenza profondamente il nostro benessere. Una città capace di restituire spazio al vento tra gli alberi, all’acqua, agli uccelli e a una riduzione del rumore meccanico è una città che migliora anche la qualità della vita. L’urbanistica del futuro dovrebbe progettare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che ascoltiamo.

Lei cita “la memoria dei suoni”. Qual è il legame tra soundscape e memoryscape?

Il concetto di memoryscape che ho coniato, e che presento nel saggio, è nato in modo del tutto spontaneo, durante una passeggiata nel parco naturale vicino a casa mia. È un luogo a cui sono profondamente legato perché da bambino ci andavo spesso con i miei nonni. Camminando lungo quei sentieri mi sono reso conto che alcuni suoni erano rimasti identici nella mia memoria, mentre altri erano cambiati o erano scomparsi.

In quel momento ho capito che ogni paesaggio sonoro possiede anche una dimensione affettiva. Il soundscape racconta ciò che un luogo è oggi; il memoryscape è una sua evoluzione, racconta ciò che quel luogo continua a essere dentro di noi. È una geografia della memoria costruita attraverso i suoni. E quando un suono scompare, perdiamo non solo un elemento della biodiversità, ma anche un frammento della nostra identità.
Qual è il valore della “memoria sonora”? Esiste un suono del passato che abbiamo perso per sempre e uno assolutamente da preservare per le future generazioni?

Credo che la memoria sonora abbia un enorme valore culturale oltre che ecologico. Alcuni suoni della mia infanzia oggi sono molto più rari: il brulicare continuo degli insetti nelle sere d’estate, certe intensità del canto degli uccelli o il silenzio autentico di alcuni boschi. Più che salvare un singolo suono, dovremmo preservare l’equilibrio che permette a tutti quei suoni di convivere. Una foresta non è bella perché ospita il canto di un’unica specie, ma perché migliaia di organismi costruiscono insieme una straordinaria polifonia naturale.

L’impronta acustica

Quanto l’impronta acustica umana sta soffocando i suoni naturali e che conseguenze ha questo squilibrio sulla biodiversità?

L’impronta acustica dell’uomo è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Strade, aeroporti, industrie e infrastrutture hanno occupato una parte sempre più ampia dello spazio sonoro. Per molte specie questo non significa semplicemente convivere con il rumore, ma perdere la possibilità di comunicare, orientarsi e riprodursi. È un impatto invisibile, ma profondissimo. Come compositore mi colpisce pensare che stiamo alterando la più antica orchestra del pianeta: quella della vita.

La bio-acustica ci rivela che le foreste sono ecosistemi sonori in cui ogni specie occupa una “nicchia acustica”. In che modo l’ascolto di queste “sinfonie naturali” può trasformarsi da semplice strumento scientifico di monitoraggio a una leva emotiva e culturale?

La bio-acustica ci offre dati straordinari, ma quei dati possono diventare anche esperienza estetica. Quando ascoltiamo una foresta ricca di biodiversità percepiamo subito una complessità che nessun grafico riesce a restituire. Credo che artisti e musicisti abbiano il compito di trasformare questi dati in emozione. Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale.

Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale

A cosa può portare una collaborazione fra compositori ed ecologi? Ci fa qualche esempio?

Penso che sia una delle collaborazioni più promettenti dei prossimi anni. Gli ecologi raccolgono informazioni fondamentali sullo stato degli ecosistemi; i compositori possono trasformarle in esperienze capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio. Immagino concerti costruiti a partire da registrazioni bioacustiche, installazioni nei parchi naturali, musei immersivi, percorsi educativi nelle scuole o composizioni che restituiscano l’evoluzione sonora di un territorio nel tempo. La musica può diventare una forma di divulgazione scientifica capace di parlare anche a chi normalmente rimane distante da questi temi. Thiago Japyassu, su Pexels

Dedica anche spazio a meditazione ecologica e terapia sonora. Ce le spiega?

Anche questo nasce dalla mia esperienza musicale. Da anni compongo musica pensata per favorire rilassamento, concentrazione e benessere. Questo mi ha portato a riflettere sul potere trasformativo dell’ascolto. La meditazione ecologica invita a rivolgere quella stessa attenzione non verso un suono artificiale, ma verso gli ecosistemi naturali. È un modo per ricostruire un senso di appartenenza alla Terra. La terapia sonora, invece, apre prospettive interessanti sul rapporto tra vibrazione, percezione e benessere, pur distinguendo sempre ciò che è sostenuto da solide evidenze scientifiche da ciò che richiede ulteriori studi.

La più antica musica della Terra non è stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura

Se dovesse scegliere un singolo “suono” che rappresenti la speranza per il futuro del nostro pianeta, quale sarebbe e perché?

Più ci penso, più mi convinco che sceglierei il coro dell’alba in un bosco. È un suono che continuo a registrare e che ogni volta mi emoziona come la prima. Non rappresenta soltanto la bellezza della natura. Rappresenta un ecosistema che funziona, specie diverse che convivono, equilibri che si rinnovano ogni mattina. Da compositore trovo straordinario che la più antica musica della Terra non sia stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura.

VITA

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Imm


giovedì 2 luglio 2026

UN ALBERO TI CAMBIA LA VITA

Lo scrittore Tiziano Fratus «I boschi sono una medicina gratis alla portata di tutti» 


 «Una sequoia millenaria

 mi ha cambiato la vita: 


i boschi sono la nostra

 medicina gratis»


Poeta e cercatore di alberi monumentali, Fratus ci ha raccontato

 perché le grandi piante possono insegnarci a vivere meglio,

 e come guardare al tempo, 

al caso e alla fragilità umana con occhi diversi

di Anna Zucca

Si definisce Homo Radix e ha coniato il termine Dendrosofia. Come sono nati questi concetti?
«Tutto nasce quando avevo poco più di vent'anni, un'età in cui ci si chiede perché si è al mondo e quale direzione dare alla propria vita. Venivo da una famiglia lontana dagli ambienti letterari: mio padre era falegname, in casa i libri erano pochi e io leggevo soprattutto fumetti. Poi iniziai a viaggiare seguendo alcune traduzioni delle mie poesie e arrivai prima a Singapore e poi in California. Lì, a Big Sur, un luogo che per me era quasi mitico perché vi avevano vissuto Henry Miller e Jack Kerouac, incontrai per la prima volta una sequoia segnalata come albero millenario. Fu una rivelazione. Da quell'incontro, e da quelli che seguirono, nacque l'idea dell'Homo Radix, una persona che sente una forma di comunione con i grandi alberi e con le foreste antiche. Poco dopo arrivò anche la Dendrosofia, cioè la conoscenza e la sapienza che possono nascere dal rapporto con gli alberi».

Da quell'intuizione è nato anche un lungo lavoro di ricerca sugli alberi monumentali. Com'era cercarli quando internet e le mappe digitali non esistevano ancora?
«Da allora ho iniziato a viaggiare per cercarli. Oggi basta una ricerca online per trovare la posi
zione di un albero monumentale. Trent'anni fa non era così. Bisognava andare sul territorio, cercare informazioni, misurare gli alberi, raccogliere storie. Ho passato decenni a farlo, attraversando l'Italia da nord a sud».

 In questi anni trascorsi a cercare alberi monumentali, che cosa ha trovato, oltre agli alberi?

«Ho trovato il Paese che siamo. In questi decenni ho visto cambiare profondamente il rapporto degli italiani con il patrimonio naturale. Molti alberi monumentali un tempo erano abbandonati a sé stessi. Oggi sono protetti, segnalati, valorizzati. Sono diventati punti di riferimento per le comunità e mete di visita. È stato un cambiamento necessario, ma ha comportato anche una trasformazione dell'esperienza. Quando ho iniziato, incontrare un grande albero significava spesso partire all'avventura. Oggi tutto è mappato, geolocalizzato, organizzato. È un'altra epoca».

La maggiore tutela degli alberi monumentali è sempre un bene?

«Proteggerli era inevitabile. Sono organismi straordinari ma anche fragili, però qualcosa si è perso. Ricordo quando andai a vedere il più grande platano d'Italia, in Calabria. Pioveva, non sapevamo esattamente dove fosse e ci siamo praticamente ritrovati dentro il suo tronco cavo senza accorgercene. Oggi ci sono parcheggi, sentieri, recinzioni, pannelli informativi. È giusto così, ma il rapporto con l'albero è diventato più amministrato, più regolato. Noi apparteniamo a una generazione che ha conosciuto ancora il gusto della scoperta. Oggi è molto più difficile vivere quell'esperienza».

Ha scritto che gli alberi custodiscono una forma di sapienza che abbiamo dimenticato. Che cosa le hanno insegnato?
«Più che insegnare qualcosa, gli alberi aiutano a mettere in prospettiva la nostra esistenza. Una delle cose che ho imparato è quanto sia importante il ruolo del caso. Noi tendiamo a raccontarci che costruiamo la nostra vita in ogni dettaglio, ma spesso gli eventi decisivi dipendono da coincidenze. Vale anche per gli alberi: un faggio che arriva a vivere settecento o ottocento anni non lo fa perché se l'è meritato. È il risultato di una serie di circostanze favorevoli. Lo stesso vale per noi. Questi grandi alberi mostrano quanto siano relative molte delle nostre convinzioni e quanto la vita sia fragile e imprevedibile. Eppure sono anche il simbolo della sopravvivenza. Guardiamo un castagno millenario completamente cavo e ci chiediamo come faccia ancora a stare in piedi. In fondo raccontano una lotta continua contro il tempo».

Esiste un albero che l'ha cambiato più di altri?
«Le sequoie della California hanno avuto un ruolo fondamentale, perché sono state il punto di partenza di tutto. Ma penso anche ai grandi castagni dell'Etna, ad alcuni larici millenari delle Alpi o alle conifere antichissime delle montagne californiane. Quello che colpisce non è soltanto la loro dimensione, è il tempo che incarnano. Quando ti trovi davanti a un organismo che vive da duemila, tremila o addirittura cinquemila anni, i nostri cento anni improvvisamente cambiano prospettiva».

Negli ultimi anni si parla molto di forest bathing e di benessere nella natura. Che cosa ne pensa?
«Sono sempre stato favorevole. Molti di noi praticavano il forest bathing prima ancora che esistesse questa definizione. Fa bene stare nei boschi, camminare, rallentare. Quello che mi convince meno è una certa retorica della "riconnessione con la natura". Due giorni trascorsi in un bosco non bastano a trasformare una persona. Semplicemente ci permettono di uscire dalle nostre abitudini e di confrontarci con un ritmo diverso, che è quello della natura. Detto questo, i boschi fanno bene e sono una straordinaria opportunità. Lo ripeto da anni: i boschi sono una medicina gratis alla portata di tutti. In Italia abbiamo ancora un terzo del territorio coperto da foreste e aree boscate, è una ricchezza enorme».

Se dovesse suggerire tre luoghi dove incontrare alberi straordinari in Italia, quale consiglierebbe?
«Per il Nord Italia suggerirei l'Alpe Ventina, in Val Malenco, dove si trova uno dei larici più antichi dell'arco alpino. È un luogo magnifico che si raggiunge con una camminata accessibile e dove si può trascorrere un intero fine settimana. Per il Centro sceglierei il celebre Cipresso di San Francesco, a Villa Verucchio, in Emilia-Romagna. Secondo la tradizione sarebbe stato piantato dallo stesso santo oltre otto secoli fa. Infine l'Etna, con il Castagno dei Cento Cavalli e il vicino Castagno di Sant'Agata: sono tra gli alberi più impressionanti che abbiamo in Italia. Trovarsi sotto quei tronchi millenari, con il vulcano sullo sfondo, è un'esperienza che difficilmente si dimentica».


Vanityfair

 

sabato 11 aprile 2026

AULE VERDI

 

Le Aule Natura sono spazi didattici all'aperto, promossi dal WWF e P&G, che trasformano cortili scolastici in habitat naturali (stagni, orti, siepi) di almeno 80mq. Queste "classi verdi" permettono l'apprendimento esperienziale e la biodiversità, migliorando il benessere degli studenti e riducendo l'inquinamento. Le aule verdi possono includere orti didattici, nidi per insetti e zone relax, offrendo un contesto stimolante. 

Non empre è possibile stare all'aperto, ma in tutta l’Olanda, le aule scolastiche si stanno trasformando in ecosistemi viventi grazie all’introduzione di pareti verdi—giardini verticali ricchi di piante che migliorano attivamente l’ambiente interno. Queste pareti non sono solo decorative: funzionano come sistemi naturali in grado di raffrescare gli spazi e migliorare la qualità dell’aria durante tutta la giornata.
Le piante assorbono il calore e rilasciano umidità, contribuendo a regolare la temperatura e rendendo le aule più confortevoli senza dipendere eccessivamente dall’aria condizionata. Allo stesso tempo, filtrano gli inquinanti e l’anidride carbonica, sostituendoli con ossigeno fresco. Questo crea un ambiente più sano, in cui gli studenti possono concentrarsi meglio, respirare più facilmente e sentirsi più connessi alla natura.
Oltre ai benefici fisici, queste aule verdi favoriscono anche il benessere mentale. È stato dimostrato che la presenza di piante riduce lo stress e migliora la concentrazione, rendendo gli ambienti di apprendimento più calmi e coinvolgenti. L’approccio olandese dimostra come gli spazi educativi possano evolversi in sistemi sostenibili e viventi—dove natura e apprendimento collaborano per generare risultati migliori sia per gli studenti che per l’ambiente.

Immagine

 

 


venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

sabato 29 novembre 2025

LA CASA NEL BOSCO

 


Tre fratellini, cresciuti in un rudere nei boschi abruzzesi senza scuola, utenze né controlli sanitari, sono stati allontanati dal Tribunale dei minori dell’Aquila e collocati in casa famiglia. 

Tra social scatenati, intervento del ministro e scontro sulla libertà educativa, resta la domanda decisiva: fin dove può e deve spingersi lo Stato per proteggere i figli, e quale strada permetterà un giorno di ricomporre questa famiglia in sicurezza.

 

-     -    di Francesco Anfossi 

 La storia, ormai, la conoscono anche i sassi: tre fratellini – una bambina di otto anni e due gemellini di cinque – prelevati dai boschi abruzzesi dove vivevano con mamma e papà e condotti in una casa-famiglia per ordine del Tribunale dei minorenni dell'Aquila. Una vicenda che ha spaccato in due il Paese: da un lato i paladini della libertà educativa, convinti che ogni genitore abbia il diritto di crescere i figli come meglio crede; dall'altro chi difende la mano severa della legge, quando serve a evitare che dei bambini diventino vittime di negligenze, pur in buona fede. La domanda che tutti si fanno – e che nessuno sa davvero dove piazzare – è sempre la stessa: fino a dove arriva la libertà di una famiglia? E fino a dove deve spingersi lo Stato nel proteggere i più piccoli, anche contro la volontà di chi li ha messi al mondo? Molti giornali li hanno dipinti come si trattasse del Mulino Bianco. Nel cuore dei boschi di Palmoli, dove il tempo si misura con il sole che filtra tra le foglie degli alberi, tre bambini crescevano in mezzo alla natura. La loro scuola erano gli alberi, il vento, la pioggia che bagna le frasche, la neve sulle colline; i loro amici un cavallo, come Pippi Calzelunghe, un asino, due cani; niente smartphone, niente televisione, solo un'altalena appesa a un ramo. È lì, tra la quiete bucolica senza tempo, che Catherine, 45 anni, australiana, e suo marito, Nathan, 51 anni, inglese, avevano costruito la loro fiaba, dopo aver girato mezzo mondo come dipendenti del settore del turismo. Ma siamo sicuri che dietro questo quadro bucolico non ci sia qualcos’altro? Mentre sui social si consuma l'ennesima corrida digitale, con tifoserie improvvisate che giudicano senza conoscere, conviene fare un passo indietro e ripercorrere i fatti. 

 Intossicazione da funghi 

 Il procedimento dei giudici del Tribunale trae origine da una segnalazione degli assistenti del Servizio sociale dell'Aquila, che aveva evidenziato una condizione di sostanziale abbandono: abitazione disagevole e insalubre, assenza di pediatra, mancata frequenza scolastica, vita in un rudere fatiscente privo di utenze e in una piccola roulotte. Il processo che porta all'allontanamento accelera in occasione di un accesso al pronto soccorso di Chieti di tutta la famiglia. Tutti e cinque avvertono dei malori, dovuti ad ingestione di funghi. I medici si rendono conto delle condizioni igieniche, sanitarie e sociali dei bambini e avvertono gli assistenti sociali. Va detto che su richiesta del Pubblico ministero minorile, il Tribunale aveva già adottato, in via cautelare, un decreto di affidamento dei minori al Servizio sociale, attribuendo al servizio il potere esclusivo di decidere il loro collocamento e le scelte sanitarie di maggiore rilievo. 

 Le condizioni abitative: il rudere senza agibilità 

 Uno dei punti centrali dell'ordinanza riguarda l'immobile in cui vive la famiglia. Lo si vede nei telegiornali e nelle foto sui giornali, poco più che una catapecchia di pietra senza acqua, né luce, né elettricità., né servizi igienici. Molti commenti si inneggiano alla vita all'aria aperta e nella natura, quasi bucolica, ci sono perfino intellettuali che si improvvisano Rosseau e inneggiano al mito del buon selvaggio. In realtà si tratta di una vita isolata, asociale, e soprattutto pericolosa, sospettano gli assistenti sociali. Il Tribunale aveva richiesto una relazione tecnica sulla sicurezza statica dell'edificio, considerato un rudere fatiscente. I genitori in risposta hanno prodotto una perizia di una geometra, dalla quale risulta l'assenza di lesioni strutturali pregiudizievoli per la statica, ma anche l'“assoluta assenza” di impianti elettrici e idrico/sanitario, oltre a carenze di rifiniture e infissi. 

 Per il Tribunale tale perizia è insufficiente a dimostrare la conformità dell'abitazione ai requisiti di sicurezza e salubrità previsti dal Testo unico dell'edilizia. Mancano documenti essenziali: agibilità, collaudo statico, verifiche sugli impianti elettrici, idrico e termico e sulle condizioni igienico-sanitarie, soprattutto in relazione all'umidità e al rischio di patologie polmonari. In base all'articolo 24 del Testo unico dell'edilizia, l'assenza di agibilità comporta una presunzione di pericolo per l'incolumità e l'integrità fisica dei minori: è su questo presupposto normativo che il Tribunale fonda una parte rilevante della sua decisione. 

 I rapporti difficili con i Servizi sociali 

 Dopo la prima udienza cautelare, i genitori avevano inizialmente dichiarato disponibilità a collaborare con il Servizio sociale. Era stato concordato un progetto di intervento per favorire l'integrazione, migliorare il contesto abitativo dei minori e acquisire la documentazione sanitaria e quella relativa all'obbligo scolastico. Il percorso tuttavia si interrompe: i genitori, secondo la relazione del 14 ottobre 2025, smettono di presentarsi agli incontri e negano in un primo momento l'accesso domiciliare agli assistenti sociali, impedendo un contatto diretto con i minori. Solo dopo l'intervento del difensore (che però ieri si è tirato indietro e ha rinunciato al mandato perché non accettano nulla, hanno rifiutato persino una nuova casa offerta dal sindaco «dove stare almeno di notte») accettano di discutere nuovamente un progetto di intervento, che prevede anche un accesso settimanale dell'intero nucleo familiare a un centro socio-psico-educativo comunale per attività di supporto alla genitorialità. Nonostante gli impegni assunti, i genitori non vanno ad alcun incontro. E nemmeno gli accertamenti sanitari obbligatori non vengono eseguiti. Al Servizio sociale vengono ricevuti certificati pediatrici che raccomandano visita neuropsichiatrica infantile ed esami ematochimici per valutare lo stato vaccinale e lo sviluppo psicologico e comportamentale dei minori. I genitori, però, dichiarano che consentiranno agli accertamenti solo a fronte del pagamento di 50.000 euro per ciascun figlio. Cupidigia? Provocazione? Una condizione che il Tribunale evidenzia come ostacolo all'esecuzione dei trattamenti sanitari obbligatori per legge. 

 Allontanare i bambini? La famiglia nel bosco e il bisogno di “doppia ragionevolezza” 

 Istruzione parentale e isolamento dai coetanei 

 Nel corso del procedimento, i genitori producono un certificato di idoneità alla classe terza elementare per la bambina maggiore, rilasciato da un istituto privato di Brescia, a sostegno della regolarità del percorso di istruzione parentale. Tuttavia, al Servizio sociale e al Tribunale non vengono messi a disposizione la dichiarazione annuale al dirigente scolastico della scuola più vicina, necessaria per attestare la capacità tecnica ed economica dei genitori di provvedere all'istruzione parentale, né il progetto didattico-educativo previsto dal DM 8 febbraio 2021. Il certificato stesso non risulta regolarmente depositato alla dirigenza scolastica competente per la vigilanza. 

 Il Tribunale sottolinea che la misura cautelare non si fonda tanto sul pericolo di lesione del diritto all'istruzione, quanto sulla lesione del diritto alla vita di relazione (articolo 2 della Costituzione): i minori vivono in condizioni di marcato isolamento, senza rapporto stabile con bambini di pari età. L'ordinanza entra nel merito, richiamando in modo sintetico la letteratura scientifica (VygotskijPiagetBanduraBronfenbrennerErikson) per descrivere i potenziali effetti negativi della deprivazione del confronto tra pari: difficoltà nell'apprendimento cooperativo e nel lavoro di gruppo; possibile riduzione dell'autostima e della motivazione scolastica; problemi nella regolazione emotiva e comportamentale, con rischio di isolamento o aggressività; minore empatia e difficoltà nel riconoscere l'altro; rischio di isolamento sociale, ansia o depressione; maggiore debolezza alla pressione del gruppo quando l'esposizione ai pari si verifica in ritardo; difficoltà nella gestione dei conflitti e nella costruzione dell'identità. 

 L'esposizione televisiva di minori 

 La socializzazione tra pari, conclude il Tribunale, è un ambiente necessario allo sviluppo di competenze sociali, emotive e cognitive essenziali. La sua assenza ostacola l'adattamento del bambino sia nel sistema educativo sia nella società. L'esposizione televisiva: i minori in prima serata Un ulteriore elemento che incide sulla decisione è la partecipazione dei minori a una trasmissione televisiva nazionale, Le Iene , l'11 novembre 2025. Il curatore speciale dei minori, in una memoria del 12 novembre, segnala che i genitori hanno fatto comparire i figli in TV, illustrando le condizioni di vita della famiglia. Il Tribunale rileva che ciò comporta la violazione del diritto alla riservatezza e all'identità personale dei minori, tutelato dall'articolo 16 della Convenzione di New York del 1989, dall'articolo 8 della Corte europea dei diritti dell'uomo e dall'articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE. Viene richiamato l'articolo 50 del Codice in materia di protezione dei dati personali, che estende il divieto di pubblicare o diffondere notizie o immagini idonee a identificare i minori a tutti i procedimenti giudiziari nei quali i minori siano coinvolti, non solo penali ma anche civili. L'ordinanza segnala che le vicende del procedimento sono state ampiamente diffuse su stampa, TV, online e social media , con pubblicazione di elementi idonei a identificare i bambini sia direttamente (foto, immagini) sia applicare (generalità e residenza dei genitori). Secondo il Tribunale, i genitori hanno così “fatto uso” dei figli per ottenere un risultato processuale a loro favorevole in un procedimento de potestate, ponendosi in conflitto di interessi con i minori e cercando di condizionare l'esercizio della giurisdizione attraverso la pressione dell'opinione pubblica, invece che utilizzare gli strumenti e le garanzie del processo. 

 La decisione: sospesa la responsabilità genitoriale e collocamento in casa-famiglia

 Alla luce di questo complesso quadro – condizioni abitative non sicure, rifiuto di collaborare stabilmente con il Servizio sociale, mancata esecuzione degli accertamenti sanitari isolamento, sociale e esposizione mediatica pregiudizievole – il Tribunale ritiene sussistenti “gravi e pregiudizievoli violazioni” dei diritti dei figli: all'integrità fisica e psichica; all'assistenza materiale e morale; alla vita di relazione; alla riservatezza. Sulla base dell'art. 473-bis.22 del codice di procedura civile, il Tribunale: 

1. sospende la responsabilità genitoriale di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham nei confronti dei tre figli; 

2. nomina un tutore provvisorio, individuato nell'avvocata Maria Luisa Palladino, foro di Vasto; 

3. ordina l'allontanamento dei minori dalla dimora familiare e il loro collocamento in casa-famiglia; 

4. conferma l'affidamento esclusivo al Servizio sociale, incaricandolo di dirigere l'esecuzione dell'ordine di allontanamento, di garantire sostegno psicologico ai minori e di disciplinare le modalità di frequentazione tra genitori e figli, con particolare attenzione al rischio di sottrazione; 

5. autorizza l'esecuzione con l'assistenza della forza pubblica, secondo modalità dettagliate in motivazione. 

 Esecuzione dell'allontanamento e ruolo della forza pubblica 

 L'ordinanza entra in modo anche nel piano operativo: sia i genitori (anche se sospesi) sia il Servizio sociale sono specifici tenuti a dare attuazione ai provvedimenti a tutela del minore; l'inosservanza può comportare responsabilità civile e, in determinate condizioni, penale; la forza pubblica, se richiesta, deve assistere il Servizio sociale quando vi sia pericolo per l'incolumità delle persone o rischio di resistenza attiva; può intervenire autonomamente per interrompere eventuali reati, ai sensi dell'art. 55 del codice di procedura penale; si richiamano i criteri operativi tipici delle attività di soccorso e repressione/interruzione di reati, tenendo conto che nel caso concreto vi è un pericolo – accertato o anche solo temuto in pendenza di istruttoria – per l'integrità fisica o psichica di persone incapaci, quali sono i minori secondo il provvedimento giurisdizionale; le modalità concrete di esecuzione rientrano nella discrezionalità tecnica degli operatori, con possibilità di coinvolgere anche professionisti dell'area sanitaria. Comunicazione alle autorità consolari e al giudice tutelare. Infine, il Tribunale dispone che il provvedimento sia comunicato alle autorità consolari del Regno Unito e dell'Australia, in applicazione dell'articolo 37, comma 2, della Convenzione di Vienna del 1963. L'obiettivo è favorire un'eventuale collaborazione per individuare risorse familiari alternative in grado di fornire alle carenze genitoriali. Una copia dell'ordinanza viene trasmessa anche al giudice tutelare presso il Tribunale di Vasto, mentre cancelleria e Servizio sociale del Comune di Palmoli sono incaricati delle ulteriori comunicazioni alle parti costituite, al tutor e agli uffici coinvolti. 

 Un caso internazionale 

 È un caso nazionale, addirittura internazionale. I media si scatenano. I bambini vengono protetti ma ormai è tutto un ribollire di commenti e prese di posizione. Persino il ministro della Giustizia Carlo Nordio annuncia l’invio degli ispettori al Tribunale dei minori, suscitando il sospetto che l'operazione sia di natura politica, viste le polemiche per la recente riforma della magistratura. Sembra addirittura che la vicenda abbia colpito il subconscio collettivo degli italiani, sedotti dall'idea di poter vivere nella natura. Se uno vuol vivere come Hansen e Gretel chi può impedirglielo? Sui social girano meme assortiti che ritraggono cappuccino rosso che non ha paura del lupo ma dei giudici dell'Aquila e altre scempiaggini del genere. 

 I bambini prima di tutto 

 In realtà questa vicenda, che sembra la trama di un film di Comencini, ha anche a che fare con la salvezza dei bambini. Se può turbare e persino urtare la letteratura scientifica inserita con grande sfoggio di titoli e autori per giustificare l'ordinanza, quasi che si possano allontanare dei bambini sulla base di disquisizioni accademiche, il vero punto cruciale è uno solo: fino a che punto può andare avanti la vita di quei bambini che bevevano acqua di pozzanghera o di ruscello (il padre diceva che in quella potabile c'era troppo cloro) rischiando la leptospirosi, che è un batterio mortale, o sono soggetti ai pericoli di prendersi una trave in testa, o di morire di polmonite, aggirandosi tutto il giorno per i boschi, magari per finire nelle mani di qualche malintenzionato o di perdersi venendo braccato da qualche animale? 

 Cosa dice la Costituzione 

 D'altro canto la Costituzione dice che spetta ai genitori educare i figli. È anche un problema di principio: se si possono allontanare i figli di una famiglia del genere allora lo si potrebbe fare con molti rom che mandano i figli a rubare, i padri e le madri inadempienti rispetto ai loro doveri, quelli che li lasciano tutto il giorno davanti al cellulare e non si curano di loro e via di questo passo. fino a considerare tutti coloro che non rispondono ai requisiti della letteratura scientifica ostentata dai giudici dell'Aquila. Ma i figli vanno protetti, educati, non basta l'amore incondizionato, sono loro l'interesse primario. Sempre. E i genitori sono responsabili della loro integrità fisica e morale. Se un genitore non vuole la trasfusione di sangue per suo figlio per motivi religiosi lo Stato ha il dovere di intervenire per salvargli la vita, o no? Non è il caso dei coniugi in questione, amorevoli nei confronti dei propri figli. Ma si può parlare anche di responsabilità di fronte al rifiuto di una casa (in campagna) con luce, acqua e servizi offerti gratuitamente dal sindaco? Un interesse primario, quello per i fanciulli, che per chi crede, ma anche per chi non crede, che ha radici fino al Vangelo. La speranza – e forse un po' anche il sogno – è che questa vicenda trovi un finale diverso dal presente: una famiglia riunita, un padre e una madre che accettano le regole minime per vivere con i loro figli senza metterne a rischio la salute o addirittura la vita. 

 Anche perché, se fosse accaduto un incidente – un fungo sbagliato, una trave malferma, una polmonite trascurata – oggi parleremmo di tutt'altro, saremmo qui a chiederci perché non abbiamo saputo proteggerli.

Famiglia cristiana

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venerdì 17 ottobre 2025

SPAESATI

 


“È l’età della tecnica

che ha cancellato

 storia

 e memoria”

 

 

 

 

 

 


Viviamo in uno spaesamento etico e politico dove passato e futuro non hanno più senso. Un nuovo commento all’articolo di Baricco

 

- di Umberto Galimberti

 Alessandro Baricco ha posto su Repubblica una domanda fondamentale. È davvero finito il Novecento? Siamo davvero entrati in un’epoca nuova? La sua risposta è sì. Il Novecento è ormai un “animale morente”, ma subito aggiunge che non c’è niente di più pericoloso di un animale morente. Credere infatti che la guerra sia una soluzione, che la sofferenza e la morte dei civili è un prezzo tutto sommato accettabile, che imperialismo e colonialismo sono ancora in atto e da perseguire sia pure in altre forme, che nazionalismo e culto dei confini sono valori irrinunciabili, questi sono tutti tratti tipici della cultura novecentesca: le zampate dell’animale morente. Eppure qualcosa di nuovo si annuncia se solo consideriamo che i massacri di Gaza, la carestia indotta e la fame usata come arma di guerra hanno portato in piazza i giovani che non hanno conosciuto il Novecento e che, da nativi digitali, appartengono a una cultura che abbatte confini e territori facendo perdere la loro consistenza e, con essa, la ragione delle guerre del Novecento.

Io penso che la novità del nuovo secolo porti alla sua massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento dopo la fine della guerra mondiale. Questa novità si chiama “Spaesamento”, e consiste nell’assoluta impossibilità di reperire un senso del tempo, di un’epoca e perfino della propria vita. Una condizione che l’umanità occidentale, a quanto ne sappiamo, non ha mai vissuto. I Greci, infatti, avevano come orizzonte di senso la “Natura” che al dire di Eraclito è quello «sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece. Sempre è stata, è, e sarà». Contemplando la natura l’uomo può trarre le leggi per governarla e per costruire una città secondo natura e una conduzione della vita secondo natura.

La tradizione giudaico-cristiana, seconda radice dell’Occidente, ha come orizzonte di senso la “Parola di Dio” che iscrive il tempo in un disegno di salvezza. E quando il tempo è iscritto in un disegno nasce la “storia” che prevede il passato come male (peccato originale), il presente come redenzione e il futuro come salvezza. La scienza pensa allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Cristianesimo laicizzato. Anche Marx può essere considerato un cristiano dal momento che pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente chiede di far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro giustizia sulla terra. Anche Freud, che scrive un libro contro la religione (L’avvenire di un’illusione) pensa che traumi, nevrosi e psicosi abbiano la loro origine nel passato (l’infanzia), nel presente terapia e nel futuro guarigione. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo non è solo una religione, ma una cultura, un modo di pensare proiettato nel futuro, capace di portare rimedi ai mali del presente.

Nel Seicento con la nascita del metodo scientifico si inaugura l’età moderna che pone come orizzonte di senso la “Ragione” che si deve emancipare dalle superstizioni, dalla religione, dalle opinioni diffuse ma non fondate, fino all’invito di Kant, in epoca illuminista: “sapere aude”: abbi il coraggio di pervenire al sapere con gli strumenti della ragione. Il motto dell’età moderna è «chi pensa bene fa il bene», ma come ci ricorda Miguel Benasayag, «il nazismo ha dimostrato che si può pensare in maniera eccellente anche il male».

Fine dell’età moderna e nascita dell’età post-moderna che io chiamo “età della tecnica”, perché è proprio nella seconda metà del Novecento che la tecnica conferma quel teorema di Hegel secondo il quale quando un fenomeno aumenta quantitativamente non abbiamo solo un aumento quantitativo di quel fenomeno, ma anche un radicale mutamento qualitativo del paesaggio. Un terremoto di due gradi della scala Mercalli forse neppure lo avvertiamo, mentre un aumento quantitativo dell’intensità del terremoto trasforma qualitativamente il paesaggio in un cumulo di macerie.

Oggi la tecnica, per effetto del suo aumento quantitativo, non è più un “mezzo” a disposizione dell’uomo come comunemente si crede, ma è un “mondo”, e il concetto di “mezzo” è radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. Quando la tecnica era modesta, l’uomo si poneva dei fini e andava alla ricerca dei mezzi tecnici per realizzarli. Oggi, per effetto del suo aumento quantitativo, la tecnica non è più un “mezzo”, ma è il primo “fine” da raggiungere e perfezionare, perché tutti gli scopi che gli uomini possono proporsi non sono raggiungibili se non attraverso la mediazione tecnica. In questo modo la tecnica si sostituisce all’uomo perché l’uomo può scegliere i suoi fini solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili.

Parlo di “spaesamento” generato dall’età della tecnica perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario, occorre rivedere alla radice i concetti umanistici di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età pre-tecnologica e che ora dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.

La tecnica non visualizza la natura come nostra dimora, ma come materia prima da usare, come dice Heidegger, fino all’usura. O come diceva un secolo fa Max Weber: questo consumo incontrollato continuerà «finché non avremo consumato l’ultimo quintale di carbon fossile». Nell’età della tecnica l’etica diventapat-etica, perché come fa a impedire alla tecnica che può, di non fare ciò che può? Può invocare o ritardare di qualche tempo l’applicazione delle scoperte tecniche, ma in nessun modo impedirle.

La politica che Platone chiamava “tecnica regia” perché, mentre le tecniche sanno come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare, nell’età della tecnica non è più il luogo della decisione. La politica per decidere guarda l’economia, la quale a sua volta non è l’ultima istanza della decisione, perché per i suoi investimenti guarda le novità tecnologiche, per cui l’istanza decisionale passa alla tecnica, la quale, come abbiamo visto, non ha scopi. Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzschediceva della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole sé stessa». Cosa vuole la tecnica? Vuole unicamente il suo auto-potenziamento.

La tecnica ha reso, e sempre di più renderà, l’uomo “a-storico”, perché la storia è una narrazione dove gli accadimenti sono iscritti in una trama di senso, mentre, rispetto alla memoria storica, la memoria tecnica è solo “procedurale” e quindi traduce il passato nell’insignificanza del “superato” e accorda al futuro il semplice significato di perfezionamento delle sue procedure. I Greci, che avevano inaugurato l’etica del limite («chi conosce il suo limite non teme il Destino») avevano incatenato Prometeoche aveva portato la tecnica agli uomini rendendoli, come scriveEschilo, «da indifesi e muti in padroni delle loro menti». Noi invece, come dice giustamente Gadamer, l’abbiamo “scatenato”. E se per gli antichi l’imprevedibile che metteva angoscia era imputabile a un difetto di conoscenze, oggi per noi dipende dall’eccesso delle nostre capacità di fare enormemente superiore alle nostre capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo come a mosca cieca.

Questa condizione di spaesamento è stata preparata nella seconda metà del Novecento se è vero che Günther Anders, un allievo ebreo di Heidegger che, per sfuggire alle persecuzioni naziste si era trasferito in America, dove andò a lavorare alla Ford per guadagnarsi il pane, negli anni Quaranta scriveva al suo maestro: «Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere. Io qui alla Ford sono il pastore delle macchine, e le posso assicurare che nel rapporto uomo-macchina, la guida è già passata alla macchina».

Questa è la ragione per cui, coerentemente, Günther Anders nel 1956 pubblicherà su questo tema il primo volume intitolato L’uomo è antiquato a cui seguirà il secondo volume nel 1963, mentre il suo maestro Heidegger nel 1966, nell’intervista rilasciata allo Spiegel dirà: «Non c’è bisogno della bomba atomica per sradicare l’uomo dalla Terra. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive». Queste date che abbiamo riportato ci dicono che il primo secolo del nuovo millennio non ha fatto altro che portare alla massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento.

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 La Repubblica

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