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mercoledì 30 settembre 2026

IL VOLTO ALTRUI

 

 


 'Il senso 

della missione 

è nel volto altrui'



-di Luciaa Vantini

La teologa Lucia Vantini firma l’editoriale di “Popoli e Missione”, sviluppando una riflessione a partire dalle Scritture. “Quando Pietro varca la soglia di casa di Cornelio, Dio è già lì. Il Vangelo non è un patrimonio da traghettare da una riva all’altra del mondo. È qualcosa che precede, che abita luoghi che non abbiamo ancora attraversato, che attende in volti che non abbiamo ancora guardato”. 

Partiamo da una domanda che può dare un po’ di vertigini: e se la verità di ciò che siamo – e di ciò che facciamo – non ci appartenesse davvero? La domanda va dritta al cuore umano ma anche al cuore della realtà, e rivela che ci sono parti di noi destinate al mondo fuori. Una donna sa di ricevere il suo essere madre – nel nome e nei gesti – da coloro che ha messo al mondo. Ciò vale anche per la fede. Il Vangelo di Matteo ce lo ricorda in modo deciso: la verità del legame con Cristo appartiene al più piccolo dei miei fratelli e alla più piccola delle mie sorelle e passa per ciò che faccio, o non faccio loro. La misura di quanto una vita fiorisca in Dio, dunque, non viene dall’autocoscienza religiosa ma dall’incontro generoso con chi ha fame, ha sete, viene da lontano, non ha nulla, si trova in carcere. Il sacro che abita il mondo si scopre solo così. 

Gesù chiede: “Chi dite che io sia?”. Anche Gesù conosce questa legge: non si presenta a partire da sé, dai suoi sogni o dalle proprie intenzioni. Chiede ad altre e ad altri di comprendere e di esprimere la sua storia, la sua umanità divina, il suo venire dal Padre nello Spirito. Non si tratta di incertezza nella missione, né di orgoglio che domanda riconoscimento. 

È la logica stessa dell’incarnazione. È lo stile stesso della Scrittura, che si esprime come memoria delle comunità che lo hanno incontrato. 

È anche ciò che è accaduto nella storia, se rileggiamo con attenzione lo straordinario incontro tra Gesù e la donna siro-fenicia: Gesù riceve l’universalità della propria missione da una donna straniera e pagana. L’evangelista Marco colloca la scena tra due moltiplicazioni dei pani, quella per Israele e quella in terra pagana. Senza di lei, il pane disceso dal cielo sarebbe rimasto al di qua del confine. 

La tentazione del bene. Se la verità della missione sta nel volto altrui, non può trattarsi di un’azione lineare che passa da una vita all’altra, come se la prima potesse portare fede alla seconda. Questa è la tentazione del bene, la più insidiosa, perché si maschera da generosità mentre conserva intatta la struttura del potere. Io so, tu hai bisogno. Io do, tu ricevi. 

 

La missione relazionale e vincolata al volto altrui dice l’opposto: io non so ancora chi sono finché non ti incontro. 

La relazione non è il luogo in cui si eroga un servizio: è il luogo in cui si forma il senso e si apre una strada nuova. Ci sono tanti modi di cancellare il volto dell’altra vita. Accade quando non gli lasciamo raccontare la storia, quando non ci interessa cosa hanno visto i suoi occhi, quando con il nostro giudizio occupiamo la strada che lo Spirito ha spalancato davanti ai suoi piedi. Lo Spirito arriva prima – e con più grazia – di noi. 

La missione è un viaggio… Negli Atti degli Apostoli c’è un episodio che sovverte ogni arroganza missionaria: Pietro e Cornelio. Lo Spirito lavora su entrambi: è la sorgente segreta di questo incontro. Quando Pietro varca la soglia di casa di Cornelio, Dio è già lì. Il Vangelo non è un patrimonio da traghettare da una riva all’altra del mondo. È qualcosa che precede, che abita luoghi che non abbiamo ancora attraversato, che attende in volti che non abbiamo ancora guardato. 

Ogni cultura ha custodito una parte di ciò che noi abbiamo lasciato cadere: 

il tempo come dono e non come misura, la terra come dimora e non come risorsa, la pace come legame e non come assenza di guerra. Non si tratta di complementarità edificante: si tratta di frammenti di Vangelo che qualcun altro ha tenuto vivi mentre noi gravitavamo altrove. Pietro non converte Cornelio: è l’incontro con Cornelio a convertire Pietro. All’uomo che si sentiva missionario viene restituita una fede diversa, più libera. 

Pietro torna a Gerusalemme diverso, ma è così che deve andare: la missione è un viaggio che cambia chi credeva di guidarlo.

La Difesa del Popolo 

domenica 16 agosto 2026

STELLA NELLA COSTELLAZIONE

 


«L’educazione 

come missione: 

collaborazione e 

scambio di esperienze 

tra i  membri»

L'intervento del cardinale José Tolentino de Mendonça al Convegno UMEC-WUCT di Oradea (Romania)


È con grande gioia che rivolgo il mio saluto a tutti i partecipanti a questo Incontro Internazionale dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici, dedicato al tema «L’educazione come missione: collaborazione e scambio di esperienze tra i Paesi membri». Vi ringrazio per il vostro impegno e per la vostra presenza, che testimonia la vitalità di una rete educativa diffusa in ogni angolo della terra. Questo incontro non è soltanto un’occasione di confronto professionale: è un atto di fede nella forza trasformatrice dell’educazione.

Il vostro convenire da Paesi e culture diverse ha un significato profondo. Non si tratta semplicemente di conoscersi meglio o di scambiarsi buone pratiche — per quanto ciò sia prezioso e necessario. Si tratta, piuttosto, di riscoprire insieme la radice comune della nostra missione educativa: quella vocazione che ci chiama a porre la persona umana al centro di ogni nostro sforzo, a custodirne la dignità, a coltivarne il pensiero e il cuore, a preparare il terreno perché ogni giovane vita possa fiorire nella pienezza della sua umanità.

 La costellazione degli educatori

Desidero proporvi un’immagine che mi sembra particolarmente adatta a descrivere il senso di questo incontro e, più in generale, la natura stessa dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici: l’immagine della costellazione. Papa Leone XIV, nella sua recente Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, ha offerto questa immagine come chiave di lettura per comprendere il mondo educativo cattolico. Il Santo Padre ha scritto: «Parlo di “costellazione” perché il mondo educativo cattolico è una rete viva e plurale: scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ogni “stella” ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta».

Ecco, cari amici: voi siete stelle di questa costellazione. Ciascuno di voi, ciascuno dei Paesi qui rappresentati, porta una luce specifica — fatta di storia, di cultura, di tradizione pedagogica, di carismi particolari. Ma è soltanto quando queste luci si dispongono insieme, quando accettano di far parte di un disegno più grande, che diventa possibile tracciare una rotta. La costellazione non annulla le singole stelle: le esalta, dando loro un senso che trascende la loro luminosità isolata. Così l’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici non chiede a nessun Paese di rinunciare alla propria identità educativa, ma invita tutti a scoprire come quella identità acquisti nuova profondità e nuova forza nella relazione con gli altri.

Il Papa ci ricorda che «le costellazioni riflettono le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche». L’incontro tra le diverse esperienze educative cattoliche non produce uniformità, ma genera variazioni nuove, intuizioni inedite, risposte creative ai problemi che ciascuno di noi affronta nel proprio contesto. Quando un insegnante del Camerun ascolta l’esperienza di un collega delle Filippine, o quando un educatore polacco dialoga con una maestra del Perù, accade qualcosa di misteriosamente fecondo: le luci si intrecciano, i colori si moltiplicano, e l’orizzonte si allarga.

 Collaborazione: un imperativo evangelico

La collaborazione tra i Paesi membri non è un’opzione strategica: è un imperativo che nasce dal Vangelo stesso. L’educazione cristiana, come ci ricorda il Concilio Vaticano II nella Gravissimum educationis, è opera corale: nessuno educa da solo. Papa Leone XIV ha ripreso con forza questo principio: «L’educazione cristiana è opera corale: nessuno educa da solo. La comunità educante è un “noi” dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita». Se questo vale all’interno di ogni singola comunità educante, quanto più vale nella dimensione internazionale della nostra missione! Il “noi” dell’educazione cattolica non conosce confini nazionali: è un “noi” universale, cattolico nel senso più pieno del termine.

Lo scambio di esperienze tra i Paesi membri è la linfa vitale di questo “noi” allargato. Non si tratta di esportare modelli o di importare soluzioni preconfezionate. Si tratta, piuttosto, di praticare quella «inter- e trans-disciplinarietà esercitate come sapienza e creatività» che Papa Francesco ha indicato come metodo nella Costituzione Apostolica Veritatis gaudium e che Papa Leone XIV ha richiamato nella sua Lettera Apostolica. Ogni esperienza educativa, anche la più umile, ha qualcosa da insegnare; e ogni sfida, anche la più dura, diventa più affrontabile quando non la si porta da soli.

 Il Patto Educativo Globale: la nostra stella polare

In questa costellazione educativa, una stella brilla con particolare intensità: il Patto Educativo Globale. Papa Leone XIV lo ha definito con chiarezza la «stella polare» del cammino educativo della Chiesa. Il Santo Padre ha scritto: «Tra le stelle che orientano il cammino c’è il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale». Questo Patto, lanciato profeticamente da Papa Francesco e accolto con nuova energia dal Pontefice regnante, rappresenta l’orizzonte entro il quale si colloca ogni nostro sforzo di collaborazione internazionale.

I sette percorsi del Patto Educativo Globale — porre al centro la persona, ascoltare bambini e giovani, promuovere la dignità delle donne, riconoscere la famiglia come prima educatrice, aprirsi all’accoglienza, rinnovare l’economia e la politica, custodire la casa comune — non sono astrazioni programmatiche. Sono inviti concreti che ciascun Paese membro di questa Unione è chiamato a declinare nella propria realtà, con la propria sensibilità, secondo le proprie urgenze. Questo incontro può diventare il luogo in cui verificare insieme come ciascuno stia rispondendo a questi inviti, quali frutti stiano maturando, quali ostacoli si stiano incontrando, e come la solidarietà fraterna possa aiutare a superarli.

Alle sette vie del Patto, Papa Leone XIV ha aggiunto tre priorità che mi sembrano particolarmente significative per il vostro lavoro quotidiano di educatori. La prima riguarda la vita interiore dei giovani: essi chiedono profondità, e la scuola deve offrire spazi di silenzio, di discernimento, di dialogo con la coscienza. La seconda riguarda il digitale umano: siamo chiamati a formare all’uso sapiente delle tecnologie, ponendo la persona prima dell’algoritmo. La terza riguarda la pace: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) deve diventare, nelle parole del Santo Padre, «metodo e contenuto dell’apprendere».

 L'insegnante: stella nella costellazione

Al cuore di questa costellazione educativa c’è l’insegnante. Voi, cari educatori, siete le stelle senza le quali nessuna costellazione potrebbe comporsi. Papa Leone XIV ha ricordato che la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva. Non bastano aggiornamenti tecnici, ci avverte il Santo Padre: «occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne». Queste parole descrivono con precisione il profilo dell’insegnante cattolico: non un semplice trasmettitore di nozioni, ma un testimone, un accompagnatore, un artigiano dell’umano.

La vostra missione si svolge oggi in un contesto di straordinaria complessità. L’ambiente digitale trasforma i modi dell’apprendimento e della relazione; le disuguaglianze economiche e sociali segnano profondamente le possibilità educative; le guerre e le migrazioni creano emergenze che bussano alle porte delle nostre scuole. Eppure, proprio in questo contesto, il vostro lavoro acquista un valore incommensurabile. Come ci ricorda il Santo Padre, la rete educativa cattolica possiede una capillarità unica, raggiunge ogni continente con particolare presenza nelle aree a basso reddito, e rappresenta «una promessa concreta di mobilità educativa e di giustizia sociale».

L’educazione, ha scritto Papa Leone XIV citando la propria Esortazione Apostolica Dilexi te, «è una delle espressioni più alte della carità cristiana». Questo ci dice che ogni ora di lezione, ogni compito corretto, ogni parola di incoraggiamento rivolta a uno studente in difficoltà è un atto di carità. Non carità assistenziale, ma carità nel suo senso più pieno: amore che libera, che eleva, che restituisce dignità. E quando questa carità si fa collaborazione tra Paesi, quando si apre alla dimensione internazionale dello scambio e della solidarietà, allora diventa testimonianza profetica di quella fraternità universale che il Patto Educativo Globale ci chiede di costruire.

 Disegnare nuove mappe di speranza

Cari amici, torno all’immagine della costellazione per affidarvi un compito. Le costellazioni hanno sempre servito ai naviganti per orientarsi. In un mondo che spesso sembra aver perduto la direzione, la vostra costellazione — la costellazione degli insegnanti cattolici di tutto il mondo— deve continuare a indicare la rotta. Una rotta che punti verso la dignità di ogni persona, verso la fraternità tra i popoli, verso la custodia della casa comune, verso quella speranza che, come ci assicura l’Apostolo Paolo, «non delude» (Rm 5,5).

Che questo incontro sia per tutti voi un momento di grazia: un tempo per consolidare legami, per condividere fatiche e speranze, per riscoprire la bellezza della vostra vocazione educativa nella dimensione universale della Chiesa. Che l’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici cresca nella coesione e nella fraternità, diventando sempre più quel “noi” educativo di cui il mondo ha urgente bisogno.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Sedes Sapientiae, e a tutti i santi educatori. E a ciascuno di voi ripeto le parole dell’Apostolo che il Santo Padre ha posto a sigillo della sua Lettera Apostolica: «Dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita» (Fil 2,15-16).

Vi accompagno con la preghiera e vi benedico di cuore.

Card. José Tolentino de Mendonça

Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

 

sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

www.tuttavia.eu

 

 

 

sabato 18 ottobre 2025

RELAZIONI CHE CURANO

 


Giornata missionaria mondiale

Un’occasione per fare memoria del Mandatum Novum affidato duemila anni fa agli apostoli per riaccendere nel cuore d’ogni fedele la coscienza della vocazione missionaria propria di tutta la Chiesa e d’ogni battezzato



-         di GIULIO ALBANESE

Di questi tempi, siamo tutti pervasi da un profondo smarrimento collettivo e da un diffuso senso d’impotenza rispetto al sacrificio di tanta umanità dolente disseminata nei bassifondi del nostro povero mondo. Le macerie della guerra tra Russia e Ucraina, la tragedia di Gaza, le crisi umanitarie dimenticate che devastano intere regioni dell’Africa e del Sud del mondo più in generale, così come l’esodo di milioni di migranti o le persistenti emergenze ambientali, sono il segno di una civiltà planetaria che da Oriente a Occidente, da Meridione a Settentrione sembra abbia decisamente smarrito il senso di una pacifica convivenza. Ed è proprio in questo contesto che la Chiesa è chiamata a rinnovare la sua vocazione più profonda: essere segno di speranza, testimone dell’amore di Dio che non abbandona nessuno. Domani, 19 ottobre, celebreremo infatti la Giornata missionaria mondiale (Gmm), il cui tema, in linea con le celebrazioni giubilari, è «Missionari di Speranza tra le genti». Non si tratta di uno slogan, ma di un programma di vita, di una conversione del cuore e della mente.

Un’occasione, dunque, per fare memoria del Mandatum Novum affidato duemila anni fa agli apostoli per riaccendere nel cuore d’ogni fedele la coscienza della vocazione missionaria propria di tutta la Chiesa e d’ogni battezzato. Sia chiaro: tutta la Chiesa è missionaria! Così amava ripetere Papa Francesco, affermando nell’Evangelii Gaudium: «Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno» (EG 23).

L a Missio ad gentes non è allora un compito riservato a pochi, ma la forma stessa della vita cristiana: ogni battezzato è inviato, ogni comunità è chiamata ad aprirsi, ogni gesto di bene è seme di Vangelo. Papa Leone XIV, nella sua recente Esortazione apostolica Dilexi te, ha rilanciato questa visione mettendo al centro l’amore di Cristo per i poveri e la necessità di una missione che nasca dalla compassione. «Ti ho amato », dice il Signore: è da questo amore che la Chiesa trae la sua forza e la sua credibilità. La missione non può essere disgiunta dall’amore concreto, dal prendersi cura, dal condividere la sorte dei più fragili. In Dilexi te, papa Prevost ci ricorda che il volto di Cristo si riconosce in quello dei poveri, dei migranti, dei malati, dei dimenticati, e che l’annuncio del Vangelo passa attraverso la costruzione di fraternità reale, di giustizia e di pace. Missionari di speranza, dunque, sono coloro che, pur immersi nelle contraddizioni del mondo, continuano a credere nella forza del bene, a scommettere sulla dignità dell’altro, a testimoniare con la vita che Dio è ancora all’opera nella storia umana. La speranza non è ingenuità ma resilienza, non è illusione ma fede che si incarna, che rialza, che accompagna. Oggi, mentre il mondo sembra aver smarrito la fiducia nel futuro, la missione della Chiesa offre orizzonti nuovi, ricordando che l’amore è più forte dell’odio, che la pace è possibile, che la fraternità non è un’utopia ma un compito personale e comunitario. Essere missionari di speranza tra le genti significa allora seminare il Vangelo nei solchi della storia, non con parole effimere ma con la vita, credendo che ogni gesto di misericordia può cambiare il mondo.

Dilexi te ci invita a tornare a questo cuore pulsante della fede: amati per amare, inviati per servire, portatori di speranza per ogni popolo. La missione continua, e nel suo respiro si rinnova la gioia di essere Chiesa: un popolo in cammino che, anche tra le tenebre, non smette di credere nel trionfo della luce sulle tenebre. Animati da queste convinzioni, in occasione della Gmm, promossa dalle Pontificie Opere Missionarie, rappresentate in Italia dalla Fondazione Missio della Cei, siamo anche chiamati ad offrire le nostre preghiere e il nostro obolo per sostenere le Giovani Chiese, nella cristiana certezza che «la messe è molta, ma gli operai sono pochi» ((Mt. 9,37, Lc 10,2). Come ebbe a dire San Giovanni Paolo II nell’Enciclica missionaria Redemptoris Missio, «la fede si rafforza donandola».

www.avvenire.it

 MISSIONARI DI SPERANZA - Messaggio del Papa



sabato 5 luglio 2025

ANDATE E PREDICATE


 6 luglio 2025

XIV domenica nell’anno

Luca 10,1-12.17-20 (Is 66,10-14c)



di Luciano Manicardi

In quel tempo 1il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11«Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. 17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».


Nella prima lettura (Is 66,10-14c) l’annuncio che Dio, tramite il profeta, fa giungere al popolo ritornato dall’esilio babilonese è annuncio di pace (shalom: Is 66,12), di salvezza e di giustizia che trova la sua manifestazione in una Sion immaginata come madre: Gerusalemme diviene luogo di consolazione. Nel vangelo (Lc 10,1-12.17-20) l’annuncio che Gesù, tramite i settantadue (o settanta) discepoli, fa giungere alle città e villaggi nelle quali si sarebbe recato nel suo cammino verso Gerusalemme, è annuncio di pace, è proclamazione che il Regno di Dio si è fatto vicino. Pace e Regno di Dio sono manifesti in Gesù stesso.

La missione

Il testo evangelico odierno presenta le disposizioni che Gesù dà ai discepoli inviandoli in missione (Lc 10,1-12) e le parole che rivolge loro una volta ritornati dalla missione stessa (Lc 10,17-20). Nella narrazione lucana, il discorso di invio in missione fa seguito ai versetti in cui Gesù espone le esigenze radicali della sequela (Lc 9,57-62). Per l’evangelista, la missione non può che avvenire all’interno della medesima radicalità. La missione sta all’interno della sequela. Ovvero: l’obbedienza al mandato missionario che comporta scomodità e rischi (“vi mando come pecore in mezzo a lupi”: Lc 10,3); l’andare verso altri per evangelizzare annunciando che “il Regno di Dio è vicino” (Lc 10,11); il compiere il bene verso persone fino ad allora mai incontrate (“curate [therapeúete] i malati che incontrate” nelle città in cui vi recate: Lc 10,9), tutto questo non costituisce un titolo di merito, ma è una forma di sequela del Signore ed è interamente sottomessa alle sue esigenze. Per questo le direttive che Gesù impartisce sono così rigorose: “non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,4; in Lc 9,3, al momento dell’invio dei Dodici, troviamo indicazioni di tono analogo: “Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche”: Lc 9,3). Gli inviati devono narrare il vangelo con la coerenza della loro vita: come si potrebbe annunciare l’evangelo che ha i poveri come primi destinatari (Lc 4,18; 7,22) con mezzi potenti e sfoggio di ricchezza? Nelle parole di Gesù, in realtà, la ricchezza è semplicemente portare con sé l’essenziale, il necessario, l’indispensabile, ciò che buon senso e prudenza consiglierebbero non solo in vista di una missione più efficace, ma anche per proteggere e dare sicurezza all’inviato. Il non portare borsa (ballántion) proibisce di portare denaro con sé, ma anche di ricevere denaro. 

La sicurezza

L’uomo si attacca facilmente a ciò che dà sicurezza e che può scongiurare le incertezze del domani, e il denaro arriva facilmente a impossessarsi del cuore umano. Non a caso altrove Luca scrive: “Vendete ciò che avete, datelo in elemosina, fatevi borse (ballántia) che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli dove i ladri non arrivano e la ti­gnola non consuma; perché dove è il vostro tesoro là è anche il vostro cuore” (Lc 12,33). La bisaccia è una borsa più grande che contiene viveri, vet­tovagliamenti. Pane, formaggio, spighe tostate, fichi: questi erano generalmente i cibi messi nelle bisacce (cf. Gdt 10,5). Si tratta di viveri essenziali, non superflui. Proibendo di portare la bisaccia Gesù chiede un atto di affidamento radicale a lui, ma indica anche agli inviati di contare sull’ospitalità e sulla cura che sarà riservata loro da coloro che li accoglieranno nelle loro case. È con tutta la sua persona che l’inviato deve narrare la fiducia nel Signore: altrimenti il suo predicare e suscitare fede e abbandono nel Signore viene contraddetto dal suo stesso stile di vita. Insomma, l’espressione lapidaria di Lc 9,3 riassume adeguatamente il “come” della missione: “Non portate niente per il viaggio”. L’inviato dev’essere ricco di questo niente perché solo così le sue parole evangelizzatrici saranno incarnate in un corpo, visibilizzate in un’esistenza e l’intera sua persona sarà annuncio evangelico. Tuttavia la redazione lucana delle direttive gesuane sulla missione, estremamente radicali anche negli altri sinottici (Mc 6,7-13; Mt 10,5-16), manifesta un’altra preoccupazione: la credibilità degli inviati. Questa preoccupazione emerge dalla considerazione di alcuni tratti del discorso di Gesù presenti solamente nel terzo vangelo: “rimanete in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno” (Lc 10,7); “non passate da una casa all’altra” (Lc 10,7); “in qualunque città entriate e vi accolgano, mangiate quello che vi sarà posto dinanzi” (Lc 10,8). Stabilire una comunione di tavola con chi dà ospitalità è fondamentale. Dunque non si devono nutrire preoccupazioni di purità alimentare: “Se un non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza” (1Cor 10,27). Ma Luca ha certamente in mente casi di missionari che hanno sovrapposto pretese e capricci alla sobrietà e al rigore della loro missione arrivando a depotenziare la missione stessa con la loro ricerca di case più confortevoli e cibi migliori. Si tratta di comportamenti meschini che scivolano nell’abuso: la missione diventa il pretesto per la soddisfazione delle proprie voglie, per una ricerca di comodità, per vivere alle spalle di altri. Il problema era noto alla chiesa primitiva: ne troviamo tracce anche nella Didaché, un testo del I sec. d. C.: “Ogni inviato che giunge da voi, accoglietelo come il Signore. Egli non rimarrà che un giorno solo; se vi fosse bisogno anche di un altro. Se rimane per tre giorni è un falso profeta. Con­gedandosi l’inviato non prenderà nulla... Se chiede denaro è un falso profeta” (XI,4-6); “se qualcuno dicesse per ispirazione: dammi del denaro o qualche altra cosa, non gli darete ascolto” (XI,12). 

La Didaché

La Didaché mette in guardia da chi “fa commercio di Cristo” (XII,5) mentre si presenta come annunciatore del vangelo. E conclude: “Guardatevi da gente simile” (XII,5). Questa dimensione di incoerenza e di abuso, pur mutando nei tempi e nei luoghi, per portata e dimensione, è una tentazione perenne della chiesa. Per Ilario di Poitiers, la radicalità delle direttive di Gesù mira a che “non ci sia niente di veniale nel nostro servizio e ad evitare che il premio del nostro apostolato diventi il possesso dell’oro o dell’argento”. Qualche Padre (p. es., Giovanni Crisostomo) ritiene che le misure drastiche indicate da Gesù vogliano rendere gli inviati al di sopra di ogni sospetto, ed evitare che essi predichino per ottenere guadagni, sovrapponendo interessi personali al mandato apostolico. Potremmo dire che sono misure che tendono alla trasparenza degli inviati. Paolo stesso, tracciando un bilancio della sua vicenda apostolica davanti agli anziani di Mileto, afferma: “Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno” (At 20,33). Al tempo stesso, la radicalità delle indicazioni di Gesù fa affidamento sull’ospitalità che gli inviati potranno trovare in chi li accoglierà fornendo loro alloggio e vitto. Così, le dure esigenze poste agli inviati vanno di pari passo con la sollecitazione della responsabilità di ospitalità e di accoglienza dei credenti. Infatti, “chi lavora ha diritto alla sua ricompensa” (Lc 10,7; 1Tm 5,18).

Gesù avverte i discepoli che la loro missione può fallire e loro stessi possono conoscere il rifiuto. Tuttavia, essi non potranno venir meno al loro compito di annunciare i tempi escatologici e anche alle città che avranno negato l’accoglienza, gli inviati dovranno proclamare che “il Regno di Dio è vicino” (Lc 10,11). La missione ha una dimensione escatologica costitutiva: la missione è il Dio che viene. E l’inviato questo deve annunciare e a questo deve preparare. Inviando i settantadue “davanti a sé” (Lc 10,1), Gesù indica che i missionari devono preparare la strada al Veniente dando segni della vicinanza del Regno in Cristo Gesù. In effetti, quando i discepoli ritornano dalla missione, esultano di gioia narrando come anche le potenze demoniache si sono sottomesse a loro. Il Regno di Dio è annunciato con potenza quando fa arretrare il regno di Satana. Infatti, a tutti coloro che Gesù ha inviato egli ha concesso “forza e potere su tutti i demoni” (Lc 9,1). 

La sconfitta di Satana

E Gesù conferma la sconfitta di Satana grazie alla predicazione del Regno con l’immagine di Satana che precipita dal cielo. Tuttavia, la replica di Gesù all’entusiasmo dei discepoli è una correzione della loro gioia: “Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri cuori sono scritti nei cieli” (Lc 10,20). Quando c’è la povertà radicale, lo spossesso di sé, l’abbandono pieno e fiducioso al Signore richiesto da Gesù nelle direttive del discorso missionario, allora, una volta adempiuta felicemente la missione, la gioia dev’essere posta non nelle azioni compiute, nell’opera svolta, fosse pure l’opera di evangelizzazione, di cura e guarigione, ma nella gratuità della salvezza di cui si è destinatari. Rifacendosi all’immagine del libro celeste su cui sono scritti i nomi di coloro che sono graditi a Dio, Gesù invita a gioire sì, ma dell’essere amati da Dio e partecipi della vita che viene da lui.

Monastero di Bose

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giovedì 15 maggio 2025

INSEGNARE, MINISTERO E MISSIONE


Il Papa: 

evangelizzare

 educando 

ed educare

 evangelizzando



Nell’udienza ai Fratelli delle scuole cristiane, Leone XIV richiama l’importanza di vivere la docenza come “ministero e missione” per aiutare i giovani a dare il meglio di sé secondo il disegno di Dio, trasformando le sfide dell’epoca contemporanea in “trampolini di lancio”.

 Centrale il richiamo alla “sinergia” tra tutte le componenti educative


 -         di Isabella Piro – Città del Vaticano

-          I giovani come “un vulcano di vita” e gli insegnanti come ministri e missionari: sono le due immagini del mondo della scuola offerte da Papa Leone XIV nell’udienza ai Fratelli delle scuole cristiane – ispirate da San Giovanni Battista La Salle -, ricevuti stamani, 15 maggio, nella Sala Clementina. Sullo sfondo dell’incontro, due ricorrenze particolari: il terzo centenario della promulgazione della Bolla In apostolicae dignitatis solio, con cui Benedetto XIII approvò l’Istituto e la Regola (26 gennaio 1725), e il 75° anniversario della proclamazione, da parte di Pio XII, di La Salle come “Patrono celeste di tutti gli educatori” (1950).

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI LEONE XIV 

I giovani sanno fare cose meravigliose, ma devono crescere in armonia

Nonostante la storicità, tuttavia i Fratelli delle scuole cristiane non hanno perso la loro attualità: il Pontefice lo sottolinea nel suo discorso, evidenziando come la capacità di La Salle di rispondere con creatività alle tante difficoltà della sua epoca, inoltrandosi anche “in sentieri nuovi e spesso inesplorati” (fu proprio questo santo e pedagogo francese, ad esempio, ad avviare la "rivoluzione pedagogica" dell'insegnamento rivolto alle classi e non più ai singoli alunni) debba essere un modello di riferimento ancora oggi.

I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo.

Isolamento, superficialità, individualismo: le sfide di oggi

Oggi come ieri, infatti – continua Papa Prevost – le giovani generazioni si trovano ad affrontare numerosi ostacoli:

Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva.

Aiutare gli allievi a dare il meglio di sé

Tali “sfide impegnative”, afferma il Papa, debbono però divenire “trampolini di lancio” per elaborare strumenti e linguaggi nuovi, con cui “toccare il cuore degli allievi, aiutandoli e spronandoli ad affrontare con coraggio ogni ostacolo per dare nella vita il meglio di sé, secondo i disegni di Dio”.

“Il vostro altare è la cattedra”

Centrale sarà, allora, anche la formazione dei docenti, secondo quel principio tanto caro a La Salle, ovvero “la docenza vissuta come ministero e missione, come consacrazione nella Chiesa”:

San Giovanni Battista de La Salle non ha voluto che fra i maestri delle Scuole cristiane ci fossero sacerdoti, ma solo “fratelli”, perché ogni vostro sforzo fosse indirizzato, con l’aiuto di Dio, all’educazione degli alunni. Amava dire: “Il vostro altare è la cattedra”, promuovendo così nella Chiesa del suo tempo una realtà fino ad allora sconosciuta: quella di insegnanti e catechisti laici investiti, nella comunità, di un vero e proprio “ministero”.

Occorre sinergia tra le componenti formative

Sulla scia di Papa Francesco, dunque, Leone XIV richiama il principio di “evangelizzare educando ed educare evangelizzando”, rimarcando infine l’importanza della “sinergia” tra tutte le “componenti formative”.

 Vatican News

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mercoledì 13 novembre 2024

L'EDUCATORE IDEALE

 

Il profilo dell’educatore ideale? 

Virgilio nella Divina Commedia

Ecco le cinque caratteristiche

 decisive per chi educa:

 il senso di missione, 

il lavoro di squadra, 

l’empatia verso gli allievi, 

una morale senza moralismo, 

la capacità di lasciare andare.

L’importanza di trasmettere valori capaci di indirizzare i giovani verso il traguardo dell’indipendenza.

 

 -         di MARCO ERBA

-          Duca, segnore, maestro: sono queste le tre parole con cui Dante definisce Virgilio, sua guida, alla fine del II canto dell’Inferno. Virgilio è duca, cioè colui che conduce, ma è anche signore e maestro: ha autorità su Dante e può insegnargli molto. I critici concordano sul fatto che Virgilio sia il simbolo della ragione, ma la sua figura va molto oltre. Virgilio è un personaggio estremamente autorevole, ma anche di straordinaria umanità. Per questo si può considerare il modello di ogni educatore, un modello estremamente vicino a noi. Cosa può dunque insegnare Virgilio a chi è chiamato a educare? I n primo luogo, un educatore è qualcuno che incarna un ideale, o almeno ci prova. Un educatore non è uno che si accontenta, che si guarda l’ombelico: è uno che è davvero convinto di poter cambiare il mondo a partire dal suo piccolo, cioè dalle ragazze e dai ragazzi con i quali gli è donato di camminare. Uno che tiene alto lo sguardo, si impegna nel particolare senza però dimenticare mai il quadro generale. Un educatore ha una meta, si sente chiamato. Virgilio lo dice subito a Dante nel II canto dell’Inferno: Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.

Virgilio è inviato dal cielo per una missione. Missione è una parola bellissima e fortissima che, come tutte le parole potenti, suscita dibattito. Si è più volte discusso, ad esempio, se l’insegnamento sia un lavoro o una missione. C’è chi afferma che sia un lavoro, che parlare di missione sia fuorviante, da un lato perché si carica di una idealità eccessiva quello che ha il diritto di restare un mestiere, dall’altro perché, con la storia della missione, si vorrebbero evitare altre scomode discussioni legate alla qualità della vita e al livello salariale dei docenti. Non entro qui in un dibattito complesso, che meriterebbe ben altro spazio; dico che però sarebbe proprio bello se chiunque, non solo gli insegnanti e gli educatori, vivessero il loro lavoro come una missione: l’operatore ecologico, il dirigente pubblico, il banchiere, l’imprenditore, il muratore, il medico, e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, col nostro lavoro, siamo chiamati alla missione di donarci agli altri e quindi a salvare un pezzo di mondo. Come Virgilio, che con la sua missione salva Dante. E Dante racconta di lui, e i versi di Dante arrivano fino a noi e salvano un po’ anche noi.

In secondo logo, un educatore è qualcuno che gioca in squadra. Non c’è nulla di più dannoso dell’invidia in una equipe educativa. Non c’è niente di più ferale della gelosia in un consiglio di classe. Invidia e gelosia portano a sviluppare ego ipertrofici, a vedere le classi come proprio possesso, gli allievi come potenziali seguaci, i colleghi come avversari su cui primeggiare. Basta una critica scorretta a un collega di fronte a una classe di adolescenti per gettare il seme della zizzania, per diffondere sfiducia, per distruggere ore e ore di educazione civica in cui si è parlato di rispetto reciproco. Siamo tutti al servizio di chi ci è affidato. Siamo tutti utili, ma nessuno è indispensabile. Siamo una squadra: ognuno deve giocare nel suo ruolo, con umiltà. Virgilio lo sa benissimo e lo dice subito a Dante nel primo canto dell’Inferno, parlando delle “beate genti”, le anime del Paradiso, che lui non potrà mostrargli: A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire.

Sarà un’altra anima a condurti nel regno dei beati. Sarà Beatrice. Lei è più degna di me. Io ho il mio compito, lei il suo.

Non c’è ombra di risentimento in queste nobilissime parole. In terzo luogo, l’educatore è capace di concreti gesti di cura. Non è un istruttore freddo; è uno che sente l’altro nel profondo, è una persona empatica. È felice con il suo allievo, soffre con lui nelle difficoltà. Non si limita a spiegare cosa bisogna fare, ma si mette in gioco in prima persona; si compromette, si fa carico del prossimo.

Virgilio a volte rimprovera Dante aspramente, però gli vuole bene e non lo molla mai nella difficoltà. All’ingresso dell’Inferno Dante è terrorizzato. Siamo nel canto III, è il momento di fare il primo passo nel buio della dannazione, e Virgilio fa un gesto di tenerezza infinita: prende la mano a Dante, gli mostra un volto lieto, probabilmente gli sorride: E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

Da prof ho sperimentato tante volte che tra un recupero e un mancato recupero, tra un successo scolastico e un fallimento c’è una linea molto sottile. Se trovi un insegnante che ti stronca, di cui percepisci la disistima, che di distrugge a parole, parti già penalizzato. Se trovi un insegnante che ti incoraggia, che crede in te, che ti supporta pur senza regalarti niente, magari anche tu finisci per credere che ce la puoi fare, e magari ce la fai davvero. In quarto luogo, l’educatore non è un moralista, ma ha una forte etica, che tenta di incarnare in una coerente condotta morale. L’educatore non può essere uno spietato censore: deve porsi in ascolto, deve accogliere le fragilità, deve accettare che il cammino di crescita comporta sia passi avanti che cadute. Crescere è un cammino imperfetto, ma graduale e progressivo, fatto di condizionamenti difficili da sconfiggere, ma anche di liberanti salti di qualità. Il moralista mette al primo posto l’ideale e lo usa come un letto di Procuste per distruggere le persone. Un educatore, invece, mette la persona al primo posto, accoglie la sua storia, ha uno sguardo di misericordia.

Con il vizio che distrugge, però, l’educatore è inflessibile. Nell’VIII canto dell’Inferno, nella palude Stigia, Dante incontra l’iracondo fiorentino Filippo Argenti. Costui si chiamava in realtà Filippo Adimari, ma era soprannominato “Argenti” perché ostentava a tal punto la sua ricchezza da ferrare con l’argento gli zoccoli del suo cavallo. Avversario politico di Dante, è l’incarnazione della spietata arroganza della ricchezza che, secondo il poeta, distrugge la società. Tema attualissimo, peraltro: gli Argenti di oggi sono quelli che misurano le persone sulla base del conto corrente, della fama, del numero di like; coloro che ritengono vi siano esseri umani di serie A e di serie B e che si credono tra i dominatori del mondo. Dante, contro Argenti, si mostra spietato: lo maledice, infierisce contro di lui a parole. Di fronte a questo atteggiamento, Virgilio abbraccia Dante, lo bacia, lo loda con espressioni quasi religiose, dice che la stessa madre di Dante è benedetta per essere rimasta incinta di lui: Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi ’l volto e disse: ‘Alma sdegnosa, benedetta colei che ’n te s’incinse!

La reazione sembra esagerata, ma Argenti è qui il simbolo di tutti quegli atteggiamenti che più profondamente dividono la società, togliendo dignità agli esseri umani. Atteggiamenti dai quali l’educatore deve mettere in guardia duramente: se l’io prevale sul noi, tutte le relazioni risultano minate. Infine, l’educatore è qualcuno che sa che il suo compito ha un inizio e una fine. Il grande educatore non rende gli altri dipendenti da sé, ma desidera la loro autonomia. Non pretende di tenere i suoi allievi sempre con sé: il suo obiettivo è che vadano avanti per loro conto. L’educatore ti vuole così bene da sapere che il suo successo è completo quando tu sai camminare da solo. L’educatore vince quando tu sai fare a meno di lui. È ciò che avviene alla fine dell’ascesa del Purgatorio, nel XXVII canto. Sulla soglia del giardino dell’Eden, Virgilio saluta per sempre Dante con parole di immensa grandezza, le sue ultime nella Commedia: Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Sei tu il re di te stesso, hai tu in mano il timone della tua vita. Ora puoi andare, tocca a te: non ti servono più le mie parole e le mie indicazioni. Ricordo una strepitosa collega, che regalò questi versi a una quinta superiore a cui era legatissima, proprio l’ultimo giorno di scuola insieme. Ci furono pianti e abbracci. Certamente c’era la sensazione di un tempo passato e irreversibile. C’era il dolore per la fine di una storia insieme. Ma a prevalere era la gratitudine: ragazze e ragazzi capivano benissimo che quella prof non li stava abbandonando. Col suo passo indietro, stava facendo loro il dono più grande: la libertà di essere ciò che desideravano.

Anche Dante lo capisce e, pur nel dolore, quando si rende conto che Virgilio se n’è andato, lo chiama “dolcissimo patre”. Perché un padre resta per sempre, anche quando non c’è più.

È allo stesso tempo duca, signore e maestro Così la guida di Dante incarna un modello di educazione che va oltre la semplice trasmissione della conoscenza.

 www.avvenire.it 

** Marco Erba è nato in provincia di Milano nel 1981. Dopo la maturità classica e la laurea in lettere, ha lavorato per anni come giornalista di cronaca e come addetto stampa. Dal 2007 è insegnante di lettere in un liceo. La sua attività di scrittore nasce tra i banchi di scuola, nella relazione quotidiana con i ragazzi e con le loro vite. I suoi studenti sono stati i suoi primi editor.