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giovedì 29 gennaio 2026

TORNA IL LATINO

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IL RITORNO 

DEL LATINO 

A SCUOLA


Di Andrea Carlino

 

Sulla Gazzetta Ufficiale è pubblicato il decreto che introduce le nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione.

Il provvedimento sostituisce integralmente le Indicazioni del 2012 ed entrerà in vigore l’11 febbraio 2026. Le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dovranno adottare i nuovi curricoli a partire dall’anno scolastico 2026/2027, con un’implementazione graduale che inizierà dalle classi prime. Il testo rappresenta una revisione complessiva dell’assetto formativo del primo ciclo e introduce elementi di novità significativi nell’offerta didattica nazionale.

Reintroduzione del latino come disciplina curricolare opzionale

Le nuove Indicazioni reintroducono l’insegnamento del latino nella scuola secondaria di primo grado con modalità curricolare ma opzionale, a partire dalla seconda media. La disciplina sarà denominata “Latino per l’educazione linguistica” e prevederà un’ora aggiuntiva settimanale.

Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, ha definito il latino “una straordinaria palestra di logica” che serve a “potenziare il ragionamento” e migliorare la comprensione delle regole grammaticali e sintattiche della lingua italiana.

Il percorso didattico si propone di consolidare le regole grammaticali, arricchire il lessico e sviluppare l’educazione al ragionamento ordinato attraverso il confronto lessicale tra latino, italiano e lingue straniere moderne.

L’approccio prevede l’utilizzo di vocabolari digitali per l’analisi etimologica e attività laboratoriali per la comprensione di frasi e testi latini semplici. Le famiglie potranno scegliere se inserire questa disciplina nel percorso formativo dei propri figli.

Il Ministero sottolinea che attualmente meno del 40% degli studenti italiani ha accesso allo studio del latino, limitato principalmente ai licei classico, scientifico tradizionale, linguistico e delle scienze umane.

Competenze attese e consenso delle famiglie

Il testo ministeriale indica le competenze attese al termine della classe terza. Gli studenti dovranno comprendere l’importanza del latino per raggiungere una piena consapevolezza nella lettura e nella scrittura dell’italiano, riconoscere l’origine latina di parole italiane appartenenti a registri linguistici differenti e comprendere i primi elementi della lingua e della cultura latina.

Le competenze includono la consapevolezza della centralità del latino nella tradizione culturale italiana, con riferimento alla funzione della lingua classica nella produzione di testi e documenti con valenza storico-letteraria e giuridica, compresi quelli presenti nel patrimonio culturale nazionale. Il percorso formativo prevede il confronto interlinguistico con altre lingue flessive e connessioni interdisciplinari con le discipline STEM e l’educazione civica.

Nei mesi scorsi, un sondaggio commissionato dal Ministero su un campione di 1.200 genitori ha rilevato che 6 genitori su 10 apprezzano il ritorno del latino alle medie, con il 63% che valuta positivamente la proposta e il 21% che la giudica molto positivamente. L’indagine evidenzia che quasi il 90% dei genitori ritiene indispensabile il coinvolgimento di tutte le componenti scolastiche nella riforma.

Orizzonte Scuola

 

venerdì 15 luglio 2022

UNIVERSO: LOGICA e BELLEZZA

 Nell'universo 

non solo logica 

ma anche bellezza

L'Osservatorio della Santa Sede commenta lo spettacolo delle foto trasmesse dal grande telescopio spaziale: sono "un alimento necessario per lo spirito umano, non si vive di solo pane, soprattutto in questi tempi"

Vatican News 

"Siamo davvero entusiasti delle nuove immagini del telescopio James Webb!" Così si legge nel comunicato diffuso oggi dalla Specola vaticana in merito alle foto di un universo mai visto arrivate sulla Terra il 12 luglio scorso e che gli studiosi fanno risalire a 14 miliardi di anni fa. "Le immagini sono stupende, chiunque può rendersene conto da solo - prosegue il testo -. È una anticipazione allettante di ciò che saremo in grado di imparare sull'universo con questo telescopio in futuro. Queste immagini sono un alimento necessario per lo spirito umano - non si vive di solo pane - soprattutto in questi tempi".

Nell'universo c'è logica, ma anche bellezza

A firmare il comunicato è il direttore della Specola, il gesuita fratel Guy Jpseph Consolmagno, che si dice "felice di questo successo anche per un fatto più personale". Spiega che essendo l'astronomia un settore di ricerca piccolo, gli astronomi si conoscono fra loro e che "molti degli scienziati che hanno costruito gli strumenti e pianificato le osservazioni" sono suoi amici personali e che conosce bene quanto loro e i loro colleghi hanno lavorato per far funzionare "questa macchina incredibile". "La scienza su cui è basato questo telescopio - si legge ancora nel comunicato - è il nostro tentativo di usare la nostra intelligenza, dataci da Dio, per comprendere la logica dell'universo. L'universo non funzionerebbe se non avesse questa logica. Ma come mostrano queste immagini, l'universo non è solo logico, è anche bello. Questa è la creazione di Dio che ci viene rivelata, e in essa possiamo vedere sia la Sua sorprendente potenza che il suo amore per la bellezza.

Il ricordo delle prime ricerche del gesuita Angelo Secchi

Padre Colsomagno si dice stupito e grato che tanta meraviglia sia stata consegnata da Dio a noi esseri umani, insieme alla capacità di "comprendere cioò che Egli ha fatto". E cita il Salmo n.8 che recita: ”Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato". Ad affascinare particolarmente il direttore della Specola vaticana è stato "vedere il primo spettro di vapore acqueo dell'atmosfera di un pianeta extra-solare prodotta dal telescopio James Webb", quindi ricorda le prime ricerche di un altro gesuita studioso di astronomia. Scrive: "Sono passati circa 150 anni da quando padre Angelo Secchi SJ ha messo un prisma davanti alla lente del suo telescopio sul tetto della Chiesa di Sant'Ignazio a Roma, ed ha effettuato le prime misure spettrali delle atmosfere dei pianeti nel nostro stesso sistema solare. Posso solo immaginare - conclude - quanto sarebbe stato felice di vedere come questa scienza, di cui è stato un pioniere, ora venga applicata a pianeti a lui sconosciuti in orbita attorno a stelle lontane".

Il telescopio Webb

Il telescopio James Webb è un telescopio spaziale per l'astronomia a raggi infrarossi, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e agenzia spaziale canadese
Csa, venne lanciato il 25 dicembre 2021 dallo spazioporto di Arianespace a Kourou, nella Guiana Francese e trasportato in orbita solare da un razzo Ariane 5. "E' un giorno storico", ha affermato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, alla presentazione delle prime immagini riprese dallo strumento. Immagini che sono un "primo assaggio", ha dichiarato.


venerdì 4 marzo 2022

LA LOGICA DI DIO e LA LOGICA NOSTRA


PROVIAMO A PENSARLA COME DIO 

E RIUSCIREMO 

PER DAVVERO A FAR PACE

Questa guerra alle porte di casa, come tutti i conflitti, come ogni gesto che coinvolge totalmente l’uomo, parte dal cuore e dalla testa e poi arriva alle mani. Mani che caricano un fucile, che demoliscono pareti, che alzano un indice accusatorio. E, dall’altra parte, che erigono trincee, che costruiscono bombe a loro volta, che cercano una via di fuga tra boschi e palazzi. Facile dire che non sono fatte per tutto questo, che un un buon libretto di istruzioni spiega come montare un oggetto e non la via per distruggerlo. Se ci si avvia sulla strada della violenza, quando l’unico linguaggio possibile sembra essere quello della rabbia, tornare indietro diventa a ogni passo più difficile. Si tratta invece di fermarsi un attimo, di resettare la testa infarcita di propaganda, di dare al cuore il tempo di vedere quale tragedia si prepara dietro l’angolo. Andava in questo senso l’invito di papa Francesco per il Mercoledì delle Ceneri. Una formula semplice: preghiera e digiuno per far tacere le armi, per invocare il dono della pace. Non la rinuncia alle proprie responsabilità, tanto meno una ricetta magica, piuttosto l’impegno a provare a ragionare in un altro modo, a tentare di capire la logica di Dio, che è Padre di tutti, e tutti vuole fratelli.

Non nemici.

Certo, le obiezioni sono facili: ma, come, siamo sull’orlo di un conflitto mondiale e l’unica cosa che proponete è mettervi in ginocchio? E poi, andiamo, certe formule sono vecchie, superate. Può darsi sia così. Però non vanno fuori moda le domande di senso, il perché siamo in questo mondo e cosa fare per migliorarlo. La preghiera ci riporta proprio lì, dove si formano i dubbi, nell’abisso più profondo di noi stessi, in cui cadono le maschere e si resta nudi nelle proprie paure e fragilità. La Quaresima, per i cristiani, è l’itinerario privilegiato per arrivarci. Come uno zoom fotografico allarga le immagini dell’orrore: i morti bambini, i missili sui civili, la lunga interminabile fila dei tank invasori. E allora che fare? Non possiamo nulla, verrebbe voglia di dire ma è la risposta sbagliata.

Assieme agli aiuti materiali e all’accoglienza dei rifugiati, si tratta di lavorare su noi stessi. 

«La pace nel mondo inizia sempre con la nostra conversione personale», ha sottolineato il Papa. Vuol dire, per esempio, disarmare i gesti e il vocabolario, informarsi con cura e non per schieramenti, ascoltare la sofferenza. E qui torna in campo la preghiera, più assidua e profonda durante il tempo che prepara la Pasqua, come un collirio per liberare gli occhi dai pregiudizi. Non una tessera di appartenenza, ma una scuola di umanità cui tutti possono iscriversi. Perché la preghiera è lì, esiste, anche se non si rivolge a Dio. Ti esplode dentro quando il dolore è troppo forte e allora urla, grida, piange. È naturale come l’aria, appartiene a tutti, in più nel credente ha un indirizzo chiaro e la certezza di essere ascoltato. Che non vuol dire ottenere ciò che desideriamo.

La logica di Dio, infatti, è diversa dalla nostra. Invocarlo significa dirsi disponibili a provare a pensarla come Lui, passando il più possibile attraverso lo svuotamento di noi stessi, rinunciando all’esagerata autoreferenzialità, mettendo a tacere il narcisismo. Il digiuno, dicono i saggi di ogni tempo e le Scritture, in questo senso aiuta. Fortifica la volontà, educa al sacrificio, qualche volta somiglia al bambino che rinuncia a qualcosa che gli piace molto per dimostrare che la prossima volta saprà fermarsi in tempo, non commetterà più l’errore appena commesso. Una richiesta d’amore e, dall’altra parte, una lezione di perdono.

Tra le tante testimonianze di questi giorni, una colpisce in particolare. È del nunzio apostolico a Kiev, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, che ha provato a mettersi nei panni di Dio. «Se vedessi una grandissima solidarietà tra gli esseri umani – che si aiutano a vicenda, si sostengono, aprono il cuore – direi: che bello, sono diventati fratelli! E la conclusione sarebbe: basta, si è superata la prova, non c’è più bisogno di guerra. Eccovi come dono la pace». La preghiera ci insegna proprio questo. Ad andare a lezione di umanità dal Signore. Per imparare la logica che riempie il cuore di progetti di bene, che impegna la testa nella ricerca del modo per realizzarli. E così disarma le mani.

 

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sabato 18 dicembre 2021

NO VAX. UNA LOGICA ,,,, ILLOGICA


I paradossi di logica al contrario


Ascoltando l’interminabile e spesso ripetitiva discussione televisiva sui vaccini (scienziati a favore e qualche filosofo contro) viene da riflettere, anche un po’ semplicisticamente, sul rapporto tra logica e realtà, principi e dati di fatto, idee e esperienze. Questa rubrica non è certo la sede più adatta per affrontare problemi di tale portata; ma dato che sono entrati di prepotenza nella vita quotidiana di tutti, alcune cose si possono dire. Una delle più evidenti è che i nemici del vaccino procedono per deduzione da principi generali (assoluta libertà minacciata da assoluta dittatura sanitaria). Mentre chi sostiene come ovvie, utili e doverose le vaccinazioni, parte piuttosto da una drammatica realtà di fatto, un virus che contagia e può uccidere, per difendersi dal quale bisogna usare ogni mezzo medico, comportamentale

e sociale. Attendere, astenersi da ogni precauzione, comporta un prezzo insostenibile di vite umane, di sofferenze e crisi del sistema ospedaliero. 

La logica no-vax, se vogliamo usare un po’ di umorismo, potrebbe essere applicata per ipotesi a fenomeni più comuni. L’estremista deduttivo dice: «Ci sono stati casi accertati di persone che tenevano una sciarpa intorno al collo, eppure gli è venuto il mal di gola: quindi aboliamo le sciarpe e denunciamo le industrie che le producono solo per ingannare la gente facendo soldi». Oppure: «Si sa di casi di persone che tenevano aperto l’ombrello, eppure si sono bagnate una spalla e si sono raffreddate: quindi gli ombrelli sono un imbroglio, non è vero che proteggono dalla pioggia al cento per cento, aboliamoli e denunciamo i fabbricanti di ombrelli che ci impediscono di essere liberi quando piove». 

È la logica estremistica del tutto o niente e del centopercento. Smettere di mangiare se dopo il pasto mi sento ancora debole. Smettere di andare al cinema perché si può rischiare di annoiarsi. Non leggere un libro perché di libri da leggere ce ne sono molti altri.

Smettere di informarsi perché tanto non sapremo mai tutte le cose da sapere... È solo un minimo elenco di estremismo deduttivo e di falsa logica contraria, direi, alla realtà della vita, alle sue oscillazioni e relatività. Eppure, c’è chi ne fa una fanatica certezza.

 

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mercoledì 28 novembre 2018

LA FILOSOFIA, BUSSOLA PER TUTTI I SAPERI

C’è una sottile linea rossa che lega mondi apparentemente lontani: «Così come il linguaggio produce discorsi utili a capirsi, la filosofia genera concetti utili a muoversi in natura. E mantiene alta l’attenzione sui limiti di ciò che stiamo utilizzando, ci ricorda e lavora per farci superare la parzialità del nostro agire»
Così la disciplina “astratta” si misura con l’economia, la fisica e persino l’industria 4.0 Parla Onoranti, dell’Università Lateranense: «È come un surf con cui cavalcare le onde dell’ignoto»

Una sottile linea rossa lega figure appartenenti a mondi assai lontani tra loro – dal compianto Sergio Marchionne a Chicco Testa, passando per Bruce Lee e Bill Miller – ma accomunati dall’aver capitalizzato la loro formazione filosofica in attività “materialmente” concrete, spendibili, dimostrando quanto la scienza da secoli va dicendo: ovvero, svelare in ogni teoria la profonda complementarietà con la filosofia. E così, la disciplina astratta per antonomasia si misura con quelle economiche nelle operazioni finanziarie delle borse mondiali, non teme il confronto delle competenze tecnologiche nei processi produttivi dell’industria 4.0, affianca il diritto internazionale nella costruzione della futura giurisdizione, si sporca le mani negli asettici laboratori di fisica, chimica e biologia e, spazzando i frequenti luoghi comuni circa l’inutilità del suo sapere, se guarda alle stelle, magari ispirata dalle sublimi meditazioni kantiane, è perchè chiamata ad esplorare la «via» di qualche missione spaziale. Quando «si applica», del resto, i risultati…si vedono! Per un’idea dei versanti pratici dell’indagine filosofica, ecco il bolognese Filippo Onoranti, filosofo della scienza della Pontificia Università Lateranense, ricercatore in uno dei colossi del software della Silicon Valley dove si occupa di biologia e, in particolare, della formalizzazione del principio evolutivo: «Trasferisco gli strumenti del mondo fisico al regno dei viventi».
E la filosofia si ritrova?
«Aristotele, primo vero biologo della storia, scoprì i polmoni dei cetacei: nessun etnologo li avrebbe cercati in un “pesce”. Anche l’informatica ha influito molto sulle discipline filosofiche, imponendo un rigore diverso dal passato e rendendo attraenti le ricerche epistemologiche. La logica, poi, tra i linguaggi più universali, si presta a far dialogare aree del sapere tra loro scarsamente “comunicative”: si parla molto di interdisciplinarietà, ma essa non può prescindere da un approccio filosofico a sapere, a conoscere, per costruire relazioni coerenti tra aspetti teoretici, pratici e produttivi».
Da quando le big companie parlano il linguaggio filosofico?
«Il PhD è in sè stesso un grado “filosofico” – oggi molto richiesto – di formazione, utile a costruire una conoscenza globale, appunto, philosophical doctor. La specializzazione in filosofia abbina un alto grado di competenza specialistica a una visione integrata del sapere».
Quali i mestieri dei moderni filosofi?
«Ad esempio, l’analista di dati o il consulente al project management ».
E la ricerca?
«È un altro esempio. Si applicano principi e metodi a problematiche “pratiche” di breve termine, come strumento del “fare” invece che del conoscere. Del resto, l’ambito aziendale – in cui sorgono sempre imprevisti – è occasione di studi forzatamente originali. La filosofia è la stessa scienza che si confronta con realtà poco note, è il germoglio di una conoscenza non definita, il surf con cui cavalcare l’onda dell’ignoto».
E la filosofia nella pratica quotidiana?
«Funziona da bussola, per distinguere vero e falso, quando il mondo ci appare ingannevole. Ad esempio, l’interpretazione di riferimento della realtà fisica sancisce la duplice natura – corpuscolare ed ondulatoria – delle particelle subatomiche: la luce è, contemporaneamente, finissima sabbiolina di fotoni ed onda di energia. Comprendere – letteralmente tenere insieme – evidenze similmente contraddittorie ha richiesto la ridefinizione dei paradigmi precedenti e la costruzione di nuovi archetipi logici».
Tale visione è condivisa in ambito scientifico?
«Il dualismo onda-corpuscolo sì, il ruolo della filosofia non direi. Le tifoserie non mancano: Stephen Hawking scrive che la filosofia è morta senza rattristare nessuno. Eppure, il profondo debito della scienza antica e moderna nei suoi riguardi è palese. Ancora si discute circa l’utilità di questa relazione: in Italia, il fisico Carlo Rovelli la sostiene in toto, sottolineandone – accanto al tradizionale ruolo del sapere filosofico nello scoprire errori – l’abilità nel vaccinare la mente dal pregiudizio, cui l’uomo ingenuamente cede. In un mondo che evolve con velocità crescente, una struttura di pensiero che prevenga le pratiche – ad essa conseguenti – da irrigidimenti e rotture è una necessità».
I confini tra scienza, impresa e filosofia così si assottigliano: è un bene?
«I confini hanno a che fare col nostro bisogno di rassicurazioni. La scienza raccoglie dati, li interpreta e ne ricava teorie utili a relazionarsi col mondo. Anche il mondo dell’impresa, per quanto si subordini a scopi marcatamente individualistici e sia poco incline alla condivisione (fondamenta dell’istanza conoscitiva), è simile: studia dati, ne ricava interpretazioni e, su queste, formula delle previsioni: sono i business plan. Ogni costrutto presuppone un punto di vista e – come tale – consente l’accesso a una limitata porzione di mondo. La filosofia, in questo processo, aiuta a non sposare gli scorci di realtà che, pur se prodotto buoni frutti, occorre superare per mantenere il passo del cosmo».
La filosofia inventa cose oltre che idee?
«Inventa astrazioni con ricadute ed effetti concreti. I diritti umani, ad esempio, sono il prodotto della filosofia morale di una certa epoca: tali “oggetti dell’etica”, giunti nel mondo, hanno generato mutamenti socio- politici ed oggi – sui testi – sono puntualmente definiti e nei tribunali vigorosamente tutelati. Un’altra magia filosofica è la scoperta – grazie alla ragione – di alcune realtà, come gli atomi, solo a posteriori testimoniate dai sensi. Il concetto di realtà indivisibile ha preceduto di XXV secoli la scoperta di atomi e quanti. Anche l’informatica è il prodotto, abbastanza diretto, di ricerche filosofiche: i computer parlano una lingua piuttosto strana – con due sole lettere, 0 e 1 – la logica antica è lo strumento per rendere questi due valori significativi ai nostri scopi. All’origine del progetto di Turing c’è Kant: non a caso, i nostri calcolatori funzionano in modo affine alla mente descritta nella Critica della Ragion Pura. Nelle sue ricerche ha inventato o scoperto qualcosa? Ho lavorato molto sui fondamenti teorici della biologia, apprendendo – con sorpresa – che una definizione non descrittiva di specie vivente non esisteva. Poiché mi occorreva, ne ho “costruita” una: “nodo metastabile della relazione tra individuo ed ambiente”. La filosofia è, dunque, produttiva? Certamente. Così come il linguaggio produce discorsi utili a capirsi, la filosofia genera concetti utili a muoversi in natura. E mantiene alta l’attenzione sui limiti di ciò che stiamo utilizzando, ci ricorda e lavora incessantemente per farci superare la parzialità del nostro agire».





sabato 6 ottobre 2018

LEGGERE E SCRIVERE IN DIGITALE CAMBIA IL CERVELLO?

 SALVARE IL "PENSIERO LENTO"

I test dimostrano una tendenziale incapacità degli studenti italiani a comprendere il significato di un testo scritto. I media digitali esprimono un’organizzazione sociale basata sull’accelerazione È questa logica che va disinnescata

                                    di  Pier Cesare Rivoltella*

Al tempo dei media digitali si legge di più o si legge di meno? Leggere a schermo modifica il nostro modo di comprendere i significati? E cambia il nostro modo di scrivere? Sono alcune delle domande che genitori e insegnanti si pongono per capire quali siano spazi e tempi corretti da lasciare ai dispositivi a casa, a scuola, nel tempo libero. La ricerca suggerisce che proprio la questione del tempo è determinante. Maryanne Wolf, neuroscienziata che da anni studia il cervello che legge, ha osservato che leggere a schermo finisce per inibire, a lungo andare, la lettura profonda. Si corre via, alla ricerca di alcuni snodi del testo che consentano di coglierne sinteticamente il senso senza prendersi il tempo di pesarne ogni singola parte: il rischio è che si comprometta la capacità di comprendere con esattezza il significato di quel che si sta leggendo. Si legge, ma spesso senza capire cosa: i risultati delle prove Invalsi da qualche anno dimostrano proprio questo, ovvero una tendenziale incapacità degli studenti italiani a comprendere il significato di un testo scritto.
C olpa degli schermi?
Probabilmente no. Ma di certo le condizioni in cui si legge svolgono un ruolo determinante: si legge in mobilità, in metropolitana, nei tempi morti, mentre si svolgono altre attività. I tempi della lettura sono sempre compressi: si riesce a gettare uno sguardo sullo schermo, quasi mai a prendersi il tempo necessario per leggere veramente. E lo schermo digitale è perfettamente complementare rispetto a queste abitudini di consumo: sempre disponibile, consente con un clic di richiamare il testo e di scorrerlo con il movimento di un dito. Qualche anno fa l’economista Daniel Kahneman ha distinto quelli che lui chiama i pensieri veloci dai pensieri lenti. Sono veloci quei pensieri che sorreggono le nostre decisioni in tempo reale: vale per tutte le situazioni in cui siamo abituati a rispondere quasi istintivamente, senza pensarci troppo, perché prendersi il tempo per pensare comporterebbe di rendere vana la decisione. Al contrario i pensieri lenti sorreggono le decisioni ponderate: valutiamo tutti gli elementi, avanziamo delle ipotesi, le vagliamo mentalmente, arriviamo a una decisione valutata con calma, sorretta da argomentazioni.
P ensieri veloci e pensieri lenti dovrebbero appartenere entrambe alla nostra economia cognitiva: i primi servono in alcuni casi, i secondi in altri. Di fatto, però, la velocità a cui siamo progressivamente sempre più condannati, nella vita di tutti i giorni, a casa come nelle organizzazioni, può comportare che tendiamo a ricorrere via via in modo sempre più frequente soprattutto ai pensieri veloci. Lamberto Maffei, a lungo direttore dell’Istituto di Neuroscienza del Cnr, ha osservato che questo potrebbe comportare a lungo delle modificazioni nel nostro modo di elaborare le informazioni, favorendo il lavoro del 'cervello basso' (la via ventrale) a svantaggio di quello del 'cervello alto' (la via dorsale): bravi nel problem solving in tempo reale e a fronteggiare situazioni di emergenza, potremmo perdere progressivamente la capacità di pianificare a lungo termine.
Il vero problema, dunque, non è il digitale, ma la velocità. Occorre trovare il modo di rallentare perché solo rallentando è possibile attivare i nostri pensieri lenti. La lettura, quella profonda, ha bisogno di tempi distesi: il fatto che legga sulla pagina o sul mio Kindle, da questo punto di vista, non comporta differenze.
Q uanto alla scrittura, in maniera totalmente controintuitiva, i dati dicono che si scrive decisamente di più oggi che rispetto a qualche decennio fa. Ma certo questo dato quantitativo va interpretato: non si scrivono più saggi, o più romanzi; spesso la scrittura è funzionale alla comunicazione privata e professionale; si scrivono mail, si posta sui social. Anche in questo caso, come in quello della lettura, il tempo è un fattore determinante. La scrittura si accorcia, si fa sintetica. Gli schermi digitali sono a questo riguardo un fattore codeterminante: proprio perché si dispone di poco tempo, il formato dello Short Message risulta assolutamente funzionale, ma a lungo andare quel formato finisce per modificare la nostra attitudine alla scrittura e così finiamo per essere sintetici sempre, anche quando non servirebbe o forse sarebbe meglio non esserlo.
ndrea Lunsford, professoressa di inglese all’Università di Stanford, ha concepito una ricerca longitudinale (lo Stanford Study of Writing) che studia A come si modifichino le pratiche di scrittura degli studenti in un arco di cinque anni. E il dato è che negli ultimi anni è progressivamente cresciuta la capacità dei partecipanti di scrivere testi sintetici, perfettamente centrati sul loro obiettivo, capaci di raggiungere il destinatario in maniera efficace. Ma si può dire che sia andata modificandosi anche la pratica della scrittura.
Quando non esistevano i computer, al tempo della scrittura manuale, l’organizzazione del testo si svolgeva sostanzialmente a priori. Questo significa che avevo bisogno di pensare bene cosa volessi scrivere prima di trasferirlo su carta: certo, le correzioni erano possibili, ma non oltre un certo limite, quello imposto dallo spazio stesso della pagina. Potremmo dire che quel tipo di scrittura assecondava, anzi richiedeva, il pensiero lento. La scrittura digitale, invece, procede in modo diverso. Butto giù una prima idea, quattro o cinque righe; la espando; taglio la prima parte e la sposto in fondo al testo; aggiungo dei titoletti; lavoro sulle conclusioni prima ancora di aver scritto il resto del testo. Scrivo per accumulazione, in tempi successivi, anche per pochi minuti alla volta.
L’organizzazione del testo è assolutamente a posteriori: non mi serve avere ben chiaro in testa quel che voglio dire insieme alla sua articolazione; intervengo dopo, sullo schermo. Si tratta di una scrittura che è perfettamente coerente con il pensiero veloce. E se mi abituo a scrivere a schermo, a lungo andare divento incapace di farlo con carta e penna. Non è un problema di manualità: sugli schermi digitali si può scrivere manualmente con delle penne che riproducono perfettamente il carattere dinamico della scrittura su carta. Il problema è cognitivo, di organizzazione mentale.
I n alcuni contesti si discute anche se sia utile o meno proibire agli studenti di seguire le lezioni universitarie in aula con l’ausilio del computer: alcune ricerche hanno dimostrato che il computer da un lato può favorire la distrazione, dall’altro che prendere appunti alla tastiera, annotando parola per parola, può dare risultati diversi nell’apprendimento.
Arriviamo così al cuore del problema. I media digitali sono espressione (e supporto) di un’organizzazione sociale basata sulla velocità, anzi, sull’accelerazione. Da questo punto di vista essi non rappresentano il vero problema: è la logica dell’accelerazione che occorre disinnescare. E tuttavia, come il caso della scrittura digitale dimostra, a lungo andare leggere e scrivere digitale finisce per comportare delle modificazioni nel nostro modo di costruire e decostruire i significati.
Chiudere i media digitali fuori dalle classi, come la Francia di Macron ha fatto, credo non serva.
Occorre piuttosto chiedersi come sia possibile, all’epoca dei pensieri veloci, continuare a coltivare anche l’attitudine al pensiero lento. Il nuovo non comporta il sacrificio del vecchio: la sfida è farli coesistere. La Wolf dice che è come insegnare due lingue straniere a un bambino piccolo: educare il cervello bilingue è la sfida di oggi e di domani.
*Professore di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento Università Cattolica di Milano.

www.avvenire.it






sabato 9 novembre 2013

ANALOGICO, CIOÈ INTELLIGENTE


«Il cuore del pensiero non è la logica, ma la capacità di associare concetti l’uno all’altro anche in modo imprevedibile …. Le categorie sono come città: si sviluppano a partire dal centro storico e arrivano alla periferia….  Il bambino passa dall’esperienza immediata della propria mamma all’idea generale di madre …
Come nella teoria mimetica di René Girard, è centrale il fatto che ogni relazione sviluppa e nutre la mente, fin dai primi attimi della vita: dalle semplici imitazioni alle estrapolazioni più astratte».  Parla il filosofo francese Emmanuel Sander
                                                                                                                                  di Daniele Zappalà

Il filosofo dell’intelligenza americano Douglas Hofstadter è di ritorno con un volume che ricorda, per mole e densità, il celebre Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante (“Geb” per gli appassionati), tradotto negli anni Ottanta da Adelphi. Un trentennio dopo, le pagine zigzagano nuovamente fra i meandri del pensiero umano, lasciando questa volta più sullo sfondo i paragoni con l’intelligenza artificiale. Nella nuova impresa, inoltre, Hofstadter è affiancato dallo psicologo sperimentale francese Emmanuel Sander. Uscita innanzitutto proprio in Francia, con il titolo L’analogie. Coeur de la pensée (“L’analogia. Cuore del pensiero”; Odile Jacob, pagine 688, euro 31,90), la summa riunisce un numero impressionante di esempi – ordinari, linguistici, pedagogici, storici e scientifici – per dimostrare che l’intelligenza umana non è un semplice operatore logico, ma impiega invece sempre una funzione cognitiva più sfuggente, raffinata e ricca: l’analogia. Sander, docente all’Università di Parigi 8, ha accettato di parlarci della nuova teoria sviluppata in un volume che fra l’altro strizza spesso l’occhio alla cultura e alla lingua italiana.

Professore, lei sostiene con Douglas Hofstadter che ragioniamo tramite analogie. Come le definirebbe?
«Per restare all’essenziale, si tratta di paragoni mentali, generalmente fra qualcosa che è esterno a noi e qualcosa d’interno. Ovvero, fra un avvenimento esterno e una conoscenza, un concetto che possediamo già. In modo quasi sistematico, ciò implica un legame fra presente e passato, anche se talora può trattarsi di un passato molto recente».

Questa visione contraddice le famose categorie logiche mentali?
«La nostra teoria è in contrasto con due visioni classiche. Innanzitutto, con la tradizione delle categorie aristoteliche, secondo la quale esiste una segmentazione oggettiva del mondo, indipendente dall’essere umano. ......

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disegno di Doriano Solinas