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mercoledì 15 gennaio 2025

ARRIVA LA GENERAZIONE BETA


 Immersa nell'AI, 

avrà sete di spirito

Secondo il Pew Research Center le coorti generazionali «possono fornire un modo per capire come le diverse esperienze formative (come gli eventi mondiali e i cambiamenti tecnologici, economici e sociali) interagiscono con il ciclo di vita per plasmare la visione del mondo delle persone».

Dal dopoguerra a oggi diverse generazioni si sono succedute: dai boomers (1946-1964) alla generazione X (1965-1979); dai Millennials (1980-1994), i primi “nativi digitali” alla generazione Z (1995-2009) segnata dall’esperienza del Covid-19 e dalla pervasività del digitale fino alla generazione Alfa (2010-2024 detta anche iPad generation o generazione degli screenagers. E con il nuovo anno si affaccia la generazione Beta (2025-2039). Benché non ci siano ancora, ovviamente, comportamenti osservabili, si può già dire che la gen B vivrà in un'epoca in cui l'IA (intelligenza artificiale) e l'automazione saranno pienamente integrate nella vita di tutti i giorni, dall'istruzione ai luoghi di lavoro, dalla sanità all'intrattenimento. Con mutazioni antropologiche che a stento riusciamo a immaginare. 

È vero che il focus sulle generazioni aiuta a comprendere meglio i cambiamenti d’epoca; è altrettanto vero che, in sintonia con l’accelerazione costante del cambiamento, il numero di anni che definisce una coorte generazionale si è notevolmente ridotto (dai 18 anni dei boomers ai 14 della gen Alfa), ma soprattutto gli elementi che caratterizzano l’esperienza comune delle ultime generazioni sono sempre più quasi esclusivamente tecnologici. A parte il Covid, che ha messo il mondo in pausa per oltre un anno, contano sempre meno i grandi avvenimenti che inaugurano fasi storiche nuove (la gen Z ha poca o nessuna memoria di quell’11 settembre che ha aperto l’era dello “scontro di civiltà”, per esempio) e sempre più le tappe dello sviluppo tecnologico. 

Il filosofo Bernard Stiegler scriveva che non è la dimensione cronologica che fa le generazioni, ma la trasmissione dei saperi: un saper fare, un saper vivere, un saper pensare. Oggi forse dovrebbe rivedere questa sua interpretazione, dal momento che la trasmissione di saperi non avviene più da una generazione all’altra, ma attraverso quelle estensioni di noi stessi, come chiamava McLuhan, che sono le tecnologie. Questi organi estroflessi che ci consentono di trattenere la memoria e di anticipare il futuro diventano pervasivamente sempre più presenti nella nostra quotidianità. 

Tornano alla memoria la distinzione in ere che McLuhan aveva proposto negli anni ’60 – l’era orale della parola parlata, l’era scritta della stampa, l’era elettrica della televisione – alle quali oggi aggiungiamo l’era digitale e social delle gen Z e Alfa e l’era dell’intelligenza artificiale della gen B. Un’intelligenza artificiale sempre meno strumentale, sempre più capace di assomigliare all’umano, superandolo in molte delle sue capacità e prestazioni. Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa tocca all’umano dimostrare che esiste una differenza tra il generare attraverso il rapporto con l’alterità e il generare grazie ad algoritmi. La gen B rischia di essere la prima per la quale la distinzione tra umano e non umano, intelligenza umana e intelligenza artificiale, organismo e tecnologia non merita nemmeno di essere sollevata. 

Posto che i media non sono strumenti, bensì parte costitutiva dell’ambiente in cui noi viviamo e della nostra quotidianità, e posto che l’essere umano non può non adattarsi all’ambiente in cui vive, va ricordata una specificità dell’umano che è quella di adattarsi modificando, imprimendo una direzione, secondo l’accezione più autentica del termine “abitare” (che in molte lingue è sinonimo di “esistere”). 

G. H. Wells, visionario scrittore britannico (e autore, tra l’altro, di quella “Guerra dei mondi” che ispirò la celebre trasmissione radiofonica di Orson Welles) sosteneva che «Il futuro è una gara, una gara tra l'istruzione e la catastrofe». 

Per abitare questo ambiente in cui l’intelligenza artificiale generativa accompagna, permea e orienta la quasi totalità dei processi individuali e collettivi a livello planetario diventa ancora più fondamentale una educazione che non si limiti a potenziare le capacità di adattamento al nuovo ambiente e le competenze necessarie, ma che preservi il nucleo fecondo di specificità che caratterizza l’umano. Dove il pensiero non si riduce a calcolo, ma (secondo l’accezione originaria) comporta una dimensione spirituale. E lo spirito non è una dimensione a sé, incorporea e aleatoria, ma il soffio che permea la vita e la rende viva, che rende il pensiero libero e le relazioni capaci di sottrarsi alla logica dell’utile e del dominio. 

È significativo che Paul Valery, parlando della crisi dello spirito nell’Europa del dopoguerra, utilizzasse la parola esprit sia nel senso di spirito che nel senso di intelligenza. Quell’intelligenza capace di cogliere anche l’invisibile, quell’esprit de finesse di cui ha scritto Pascal, senza coltivare il quale la gen B sarà anche la prima che rischia di essere totalmente eterodiretta da quella mirabile opera dell’uomo che, senza essere considerata come tale, diventerà onnicomprensiva e totalizzante.

 Alzogliocchiversoilicelo

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martedì 13 febbraio 2024

L'UOMO e LA TECNOLOGIA


 Francesco: 

La tecnologia non sfiguri l’essenza profonda dell’uomo

Il Papa riceve i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, riunita da oggi a mercoledì prossimo per riflettere su un modello antropologico che armonizzi la diversità delle discipline evitando “l’egemonia tecnocratica”

-         di Alessandro De Carolis - Città del Vaticano

 

Nell’era dell’intelligenza artificiale, in cui serpeggia il timore che gli algoritmi diventino un metro di misura pervasivo delle cose umane, c’è bisogno di ricomprendere il rapporto tra uomo e macchina. E per farlo è fondamentale capire “ciò che qualifica l’essere umano”, la sua natura più profonda. È la considerazione di fondo da cui scaturisce la riflessione della Pontificia Accademia per la Vita, che da oggi a mercoledì, si interroga in assemblea generale sul tema “Human. Meanings and Challenges”. Ed è la stessa considerazione da cui parte il Papa nel discorso rivolto ai partecipanti alla plenaria.

Dentro un orizzonte più ampio

Per prima cosa Francesco definisce non “plausibile” distinguere tra “processi naturali e processi artificiali”, dove i primi sono i soli “autenticamente umani” mentre i secondi sono “estranei o addirittura contrari all’umano”.

Quello che occorre fare, piuttosto, è inscrivere i saperi scientifici e tecnologici all’interno di un più ampio orizzonte di significato, scongiurando così l’egemonia tecnocratica.

Questa deriva - cioè la pretesa, dice, di “riprodurre l’essere umano con i mezzi e la logica della tecnica” - la si può notare fin nel racconto biblico e antichissimo della Torre di Babele. Il Papa lo sfronda dal solito e frettoloso luogo comune per cui si trattò di una “punizione distruttiva”. Al contrario, spiega, l’intervento di Dio in quella circostanza fu una “benedizione propositiva.

Esso, infatti, manifesta il tentativo di correggere la deriva verso un “pensiero unico” attraverso la molteplicità delle lingue. Gli esseri umani vengono così messi di fronte al limite e alla vulnerabilità e richiamati al rispetto dell’alterità e alla cura reciproca.

Creatività "responsabile"

Esiste, osserva Francesco, negli uomini ipertecnologici di oggi, che costruiscono “macchine parlanti”, la “tentazione insidiosa” di “sentirsi protagonisti di un atto creatore” simile a quello divino e dunque, afferma, ci viene “chiesto di discernere come la creatività dell’uomo affidato a sé stesso possa esercitarsi in modo responsabile”. Per questo è necessario, prosegue, ”sviluppare una cultura che, integrando le risorse della scienza e della tecnica, sia capace di riconoscere e promuovere l’umano nella sua specificità irripetibile”.

Affrancarsi dall'"indietrismo"

Due, evidenzia il Papa, sono le modalità per procedere in questo “compito culturale”. La prima si basa sullo “scambio transdisciplinare”, un “laboratorio culturale” fatto di “un reciproco scambio” che rielabori le conoscenze e superi, indica, “la giustapposizione dei saperi” attraverso “il vicendevole ascolto e la riflessione critica”. La seconda modalità è evidente, riconosce Francesco, nel “procedere sinodale” della Pontificia Accademia.

Si tratta di uno stile di ricerca esigente, perché comporta attenzione e libertà di spirito, apertura a inoltrarsi su sentieri inesplorati e sconosciuti, affrancandosi da ogni sterile “indietrismo”.

In questa linea, conclude il Papa “il cristianesimo ha sempre offerto contributi di rilievo, riprendendo da ogni cultura in cui si è inserito le tradizioni di senso che vi trovava inscritte” e “reinterpretandole alla luce della relazione con il Signore, che nel Vangelo si rivela, e avvalendosi delle risorse linguistiche e concettuali presenti nei singoli contesti”.

Vatican News

 

giovedì 21 settembre 2023

LA SCUOLA AL TEMPO DEL DIGITALE


 Nell’era di internet e dell’onnipresenza del digitale,

 la scuola è rimasta al tempo della carta, 

delle lezioni frontali,

 della divisione dei saperi. 

Come superare l’impasse 

e costruire la scuola del futuro?

-  di GIULIA CANANZI

 

Il 2022, a cavallo di due anni scolastici, per il liceo scientifico Pier Paolo Pasolini di Potenza è stato un tempo speciale. Si celebravano i 100 anni dalla nascita del poliedrico e controverso intellettuale, di cui il liceo porta il nome. Un’occasione difficile ma unica per immergersi nella realtà degli anni in cui Pasolini aveva vissuto e per entrare in alcune delle sfaccettature di quell’uomo complesso, che aveva intravisto con grande lucidità alcuni tratti della società contemporanea. E poi c’era la coda della pandemia da covid, durante la quale la scuola era comunque andata avanti utilizzando la didattica a distanza (DAD), come nel resto d’Italia. Ma per gli studenti del liceo Pasolini quel biennio scolastico così atipico è diventato una palestra di sperimentazione, grazie alla lungimiranza della dirigente del liceo, la professoressa Tiziana Brindisi: «Le tecnologie sono parte integrante della vita degli studenti e la scuola non può più prescindere da esse, non può più tornare indietro».

 La dirigente Brindisi proprio dal Sud, in genere rappresentato come il fanalino di coda del Paese, ha colto la sfida di cambiare la didattica nel segno della tecnologia, mettendo al centro gli studenti e valorizzando il ruolo di guida dei loro insegnanti. «Non ha più senso che lo studente impari una serie infinita di nozioni – spiega la dirigente –. I saperi, come le tecnologie, si espandono velocemente e continuamente, la scuola non riuscirebbe mai a coprirli. In quest’epoca, la scuola deve invece fare un altro lavoro: accompagnare il processo di apprendimento; lo studente deve innanzitutto “imparare a imparare”, deve saper raggiungere, selezionare, rielaborare i contenuti che davvero contano nel caos della Rete, allenando alcune competenze, ma soprattutto lo spirito critico, indispensabile per diventare cittadine e cittadini di questo tempo».

 Il digitale dove lo metto?

C’è bisogno di una scuola nuova, dunque, che faccia i conti con le tecnologie digitali: ma, in concreto, che cosa significa? È sufficiente inserire la materia delle tecnologie digitali tra i programmi? Il digitale dev’essere trasversale a tutti i saperi? Oppure bisogna rivoluzionare il modo di fare scuola? Insomma, in che cosa consiste l’educazione digitale?

«Comincerei col dire che l’educazione digitale non esiste – afferma provocatoriamente Pier Cesare Rivoltella, professore di didattica e tecnologie dell’istruzione all’Università cattolica di Milano –. Preferisco parlare di educazione al tempo del digitale». Per capire che cosa ciò significhi, è importante delineare il contesto in cui si trova la scuola oggi. La tecnologia non è mai neutra, cambia il modo di vivere, di comunicare e quindi anche di insegnare e di imparare. Luciano Floridi, filosofo e grande esperto di digitale, ha spiegato che la storia dell’umanità è segnata da tre grandi fasi nel modo di trasmettere il sapere. La prima fase è quella della «preistoria», caratterizzata dalla trasmissione orale, dove il sapere era per pochi, nelle mani del maestro e del suo discepolo; la seconda fase, quella della «storia», inizia con l’avvento della scrittura e culmina con l’invenzione della stampa che ha reso più accessibile il sapere a tutti, e ha fissato un modello di trasmissione della conoscenza che ha al centro i libri, i banchi, la lezione frontale, l’autorità del maestro, la divisione dei saperi, i voti. Un modello secolare, divenuto ormai automatico, che è arrivato fino ai giorni nostri.

 Tuttavia c’è una terza fase, che Floridi chiama «iperstoria» ed è quella che stiamo vivendo, caratterizzata dall’avvento di internet, dove gli esseri umani sono sempre più inseriti in una rete di informazioni, di dati, di stimoli che rendono difficile distinguere la vita fuori (offline) da quella dentro la Rete (online); anzi, di più, siamo ormai costantemente collegati, tanto che la nostra vita è «on life», una vita, cioè, indistinguibile dalla sfera digitale – basti pensare all’uso invasivo che facciamo dei nostri cellulari –. Ciò cambia totalmente la visione del mondo, i mezzi con cui entriamo in relazione e, soprattutto, il modo di apprendere. Può la scuola che aveva al centro la carta essere oggi la scuola che ha al centro internet? Questa è la grande questione della scuola di oggi. Tuttavia, colmare questa sfasatura nella storia dell’apprendimento non è immediato né facile. Le resistenze sono fortissime e nessuno ha una ricetta pronta.

 In presenza ma contemporanea

Sono i ragazzi stessi a suggerire la direzione, come rivela l’ultima ricerca sugli adolescenti dell’Istituto IARD e del Laboratorio adolescenza: mentre la scuola ha cercato di seppellire in fretta la DAD, vivendola solo come un ripiego per continuare le lezioni tradizionali, l’80,7 per cento dei ragazzi ritiene che la scuola debba essere in presenza, ma utilizzando il meglio degli strumenti e delle esperienze digitali fatte durante la pandemia. Ovvero vogliono guide, maestri, adulti significativi che stiano accanto a loro, ma al contempo vogliono anche una scuola all’altezza dei tempi, che non abbia paura di cambiare.

 Per quanto contraddittorio possa sembrare a prima vista, per Rivoltella la scuola al tempo del digitale ha un nucleo antico e delle modalità tutte da reinventare. «La vera scuola è ancora quella di don Milani – chiarisce –, il quale si chiedeva che cosa potesse essere utile e buono da insegnare ai suoi ragazzi, per farli diventare membri attivi della società e persone consapevoli e realizzate. Lo scopo della scuola sarà sempre questo. Ma lo farà in modo ogni volta diverso, seguendo i tempi, mettendo al centro il bene dei ragazzi e della società». Secondo Rivoltella, la scuola ha il dovere di essere contemporanea: «Deve avere la capacità di fornire agli studenti le chiavi di accesso al loro mondo, non al nostro. E ciò possiamo farlo solo se ci sforziamo di conoscere questo mondo e i suoi linguaggi. Il che non significa rinunciare alla cultura o alla tradizione, ma rideclinarle nei nuovi linguaggi».

 I nuovi alfabeti

La reazione più diffusa della scuola di fronte a questa richiesta di nuovo è chiudersi a riccio nella tradizione, cosa che rassicura. Ma ci sono anche tante scuole che stanno sperimentando, seguendo come possono le linee guida internazionali, secondo le quali l’educazione al tempo del digitale deve fare i conti con tre tipi di literacy, ovvero di alfabetizzazione. Innanzitutto, con l’information literacy, ovvero con i modi di approvvigionarsi dell’informazione, di raggiungerla attraverso internet, di riconoscerla attendibile e renderla ricercabile e condivisibile. Deve fare i conti con i dati che noi lasciamo nelle piattaforme ogni volta che ci colleghiamo, sapendo chi li possiede e come vengono utilizzati (data literacy). Infine, la scuola di oggi deve fare i conti con l’intelligenza artificiale, con i vantaggi e i rischi che essa comporta (artificial intelligence literacy).

 «In sintesi – afferma Rivoltella – la nuova educazione deve far conoscere i linguaggi, sviluppare il pensiero critico, aiutare a gestire le responsabilità collegate alle nuove tecnologie». Per esempio, non a tutti è chiaro che pubblicare un contenuto o una foto sui social è una responsabilità, esattamente come lo sarebbe per un giornalista che scrive in un giornale. La Rete conserva tutto, per cui pubblicare un contenuto falso o razzista o una foto compromettente può danneggiare le persone, procurare guai giudiziari o addirittura pregiudicare la possibilità di entrare in un posto di lavoro, magari dieci anni dopo. Ciò che è digitale diventa reale e ciò che è reale diventa digitale. È una realtà che la scuola non può più ignorare.

 L’indagine IARD coglie un’altra esigenza dei ragazzi al tempo della scuola digitale: l’86,6 per cento degli studenti delle scuole superiori vorrebbe un piano di studi in parte personalizzato con alcune materie scelte dal singolo studente e una scuola «meno ingessata», più vicina agli interessi dei più giovani. Questo bisogno di personalizzazione, al di là delle singole inclinazioni, è, secondo Rivoltella, innanzitutto un bisogno di senso, rispetto alla propria vita e al proprio futuro: «Non siamo più capaci come adulti e come educatori di orientare i ragazzi, di aiutarli a individuare i loro bisogni più profondi, a identificare le cose che contano, partendo dalle singole situazioni. E ciò è ancora più grave oggi, rispetto a quando eravamo ragazzi noi, perché il contesto in cui vivono gli studenti di oggi è disorientante e complesso. Ecco perché dico che la scuola al tempo del digitale si può fare anche senza il digitale. La prima sfida che pone il digitale è, infatti, quella di ritrovare i fondamenti dell’educazione; il come viene dopo».

 A misura di studente

Mettere al centro studenti e studentesse non significa far fare loro quello che vogliono, ma far emergere i talenti e le potenzialità, avendo presente il contesto di oggi, i problemi e le risorse a cui attingere, per pensare il futuro insieme a loro. Un processo in cui la figura dell’insegnante è fondamentale: «Nella complessità in cui viviamo oggi servono insegnanti carismatici, esemplari, delle vere e proprie guide di vita – chiarisce Rivoltella –. Se sei umanamente un fantoccio, i ragazzi ti scoprono in 5 minuti. Ogni insegnante deve avere alla base la passione per l’essere umano, la consapevolezza di fare il mestiere più bello e più importante del mondo».

 Mettere al centro gli studenti significa anche considerare i profondi cambiamenti sociali e culturali avvenuti negli ultimi decenni: «Siamo di fronte a una generazione che non è abituata a fare i conti con il limite – spiega Rivoltella –, ma non è colpa dei ragazzi, è frutto dell’educazione della famiglia affettiva, che tende, al contrario di quella di una volta, ad assecondare i desideri, piuttosto che a imporre regole. E questo incide anche sulla scuola». L’altro grande cambiamento, legato anche alle tecnologie, è che l’attenzione è diventata merce rara: «In una società dove tutto è veloce, l’attenzione si è ridotta drasticamente: inutile richiedere agli allievi ore di ascolto, quando dopo 7 minuti quasi nessuno riesce più a seguire, forse neppure gli adulti». Nel progettare la didattica, quindi, bisogna tenere in conto anche tutti questi aspetti, che non sono secondari.

Un esempio concreto di che cosa può significare una scuola a misura di studente nell’era digitale lo dà Tiziana Brindisi, riportando un esperimento fatto all’IIS Ettore Majorana di Genzano di Lucania, nel suo precedente incarico: «Per contemperare le diverse esigenze, abbiamo ridotto la durata della lezione a 50 minuti, recuperando così un tempo che sfruttavamo a metà mattinata. Chi aveva bisogno di un corso di recupero entrava in una classe verticale con compagni, provenienti da altre classi, mentre per gli altri organizzavamo corsi di approfondimento o di altre discipline, una lingua, uno strumento, anche questi condivisi con altre classi». Le classi, quindi, si smembravano e si ricompattavano a seconda delle esigenze e degli interessi. La flessibilità al tempo del digitale è una caratteristica imprescindibile. «La scuola – continua Brindisi – dovrebbe essere un continuo programmare e riprogrammare: lo spazio, i tempi, i contenuti».

 L’inefficacia della politica

La nuova scuola è una scuola in cammino, che rimette gli insegnanti continuamente in gioco. Ma le scuole che hanno accettato la sfida sono sufficientemente supportate a livello centrale? Hanno i mezzi, gli spazi, i tempi, l’aggiornamento professionale di cui hanno bisogno? Tiziana Brindisi punta il dito soprattutto contro l’eccessiva burocratizzazione: «Siamo pieni di adempimenti e spesso non c’è il tempo per pensare ad altro. Ciò che sogno per il nostro lavoro è avere spazi più dilatati da dedicare all’analisi delle necessità e alla programmazione, e invece siamo sempre di corsa, sempre all’ultimo minuto, a rincorrere l’ultimo adempimento, rischiando di perdere di vista i ragazzi, che dovrebbero invece essere al centro della nostra attenzione. Poi, ovviamente, c’è bisogno anche dei mezzi e della formazione. Senza investimenti non si va da nessuna parte».

Rivoltella è ancora più drastico: «La scuola non interessa a nessuno nel nostro Paese – afferma – . Basta guardare ai punti di Pil che spendiamo in istruzione. Ogni volta che la politica partorisce le cosiddette “riforme”, non tiene in alcuna considerazione quelli che di scuola se ne intendono. Ma una politica educativa che non ascolta la ricerca difficilmente è efficace. Si preferisce privilegiare altre logiche».

 Mettersi in gioco

Eppure, la scuola, soprattutto in questi tempi complessi e confusi, rimane un baluardo importante per aiutare i ragazzi a orientarsi, a capire, a scegliere consapevolmente. Ogni scuola che tenta nuove strade, pur tra mille difficoltà, contribuisce a costruire la società di domani. Intanto al Liceo Pasolini – così come in tante scuole lungo lo Stivale e le sue isole – c’è chi continua a portare avanti prove tecniche di scuola al tempo del digitale. In particolare, al liceo di Potenza, il centenario pasoliniano ha prodotto frutti inattesi. Gli insegnanti avevano proposto agli studenti vari aspetti della figura di Pasolini, a seconda dell’età dei ragazzi, lasciando a loro la scelta di contenuto e mezzi.

Il risultato è stato eccezionale: «I più piccoli hanno affrontato la figura di Pasolini come allenatore e appassionato di calcio – racconta Tiziana Brindisi –; i più grandi l’hanno inquadrato in una prospettiva interdisciplinare. Per esempio, un gruppo ha utilizzato matematica e urbanistica per fare un lavoro sulle città, comparando la pianta di Gerusalemme con quella di Matera, set del film di Pasolini Il Vangelo secondo Matteo. Un altro gruppo ha messo a confronto le poesie dialettali di Pasolini con quelle dei poeti locali». I mezzi sono stati i più svariati: video, giochi interattivi, graphic novel. «Alcuni lavori erano notevoli – commenta la dirigente –, ma la cosa più bella è stata che i ragazzi si sono sentiti coinvolti, capiti, riuniti in un progetto comune, capaci di collaborare e di creare valore. In grado, soprattutto, di esprimersi e di imparare dal passato ciò che serve per il futuro».

Messaggero di S. Antonio

mercoledì 20 aprile 2022

RIGENERARE LA SCUOLA


 I quattro pilastri 
del piano

- Il piano RiGenerazione Scuola intende affrontare il tema della sostenibilità in chiave sistemica. Vale a dire nella completezza delle diverse componenti dell’abitare la scuola che riguardano non solo i saperi e le conoscenze, ma anche i comportamenti che si acquisiscono all’interno degli ambienti scolastici, la qualità degli edifici e degli spazi che i nostri giovani vivono e infine anche rispetto alle opportunità che il nuovo modello abitativo porta con sé. Per questo il Piano si poggia su quattro pilastri: la rigenerazione dei saperi, dei comportamenti, delle infrastrutture e delle opportunità.



  • Pilastro 1
    Rigenerazione dei saperi

    Saperi, contenuti, attività e saperi vissuti

  • Pilastro 2
    Rigenerazione dei comportamenti

    Cittadinanza alimentare, rifiuti zero e mobilità dolce

  • Pilastro 3
    Rigenerazione delle infrastrutture

    Infrastrutture fisiche e digitali

  • Pilastro 4
    Rigenerazione delle opportunità

    Nuovi corsi di studio



  • sabato 30 ottobre 2021

    HOMO RECIPROCANS


     A Napoli proseguono le attività educative delle persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi per un virtuoso allargamento alle altrui esperienze e personalità

    - di Laura Colantonio

    Il principio di reciprocità, su cui verte questa riflessione, può divenire sempre più il corridoio sociale tra l’io e il noi di ogni comunità.

    La “sociabilità del sapere” di cui abbiamo detto nell’ultimo contributo ha infatti un’opportunità importante nella dimensione civica propria del pensiero che abbraccia anche l’economia civile. E il principio di reciprocità è il pilastro dell’economia civile: rispetto a iniziative o percorsi di qualsivoglia natura, affinché ciascun aspetto venga tutelato e valorizzato in ogni  potenziale espressione, le sinergie di impegno tra istituzioni ed enti locali, tra gestioni pubbliche e attività di privati cittadini possono far sì che ciascun soggetto rappresentativo di una parte della società civile si ponga in condizione di ascolto dialogico superando ogni tendenza  all’individualismo e all’ autoreferenzialità e puntando invece a traguardi di benessere per la collettività che si traducono in sostanza in traguardi per ciascuno.

    L‘homo reciprocans, che si pone su un piano del tutto diverso rispetto a quello dell’homo oeconomicus, tende ad agire nella consapevolezza che i suoi obiettivi trovino misure di convergenza in quelli di altri soggetti che con i loro interventi vanno a sostenere e a consolidare gli impegni già promossi in determinate direzioni. Concetto strutturato nell’ambito delle contemporanee teorie sull’economia civile e divulgato infatti dal professore Stefano Zamagni, quello dell’homo reciprocans potrebbe essere associato alle determinazioni di due delle modalità di intelligenza individuate dallo studioso Howard Gardner nell’ambito della teoria sulle Intelligenze Multiple, quella intrapersonale e quella interpersonale. Prospettive di approfondimento diverse per un’analisi cognitiva che porta ciascuna persona a incontrare l’altro da sé per ritrovare almeno una parte di quel sé, ossia della propria identità.

    L’introspezione, imprescindibile per potersi conoscere e far emergere ogni intrinseco livello di motivazione, consente di passare dalla intelligenza intrapersonale a quella interpersonale anche grazie a canali di percezione e poi di espressione quali il linguaggio, la musica, il teatro la danza o la scrittura creativa o di altro tipo. Quando conosciamo cosa ci motiva o ciò che ci provoca reazioni, quali sono i nostri punti forti e quali sono i nostri limiti, possiamo migliorare le nostre potenzialità relazionali. È in quel momento che abbiamo l’opportunità di creare strategie che ci aiutano a reagire adeguatamente nelle diverse situazioni della vita, sviluppando la fiducia in noi stessi e mettendo a fuoco quel corridoio che da interpersonale può divenire di effettiva relazionalità reciproca e quindi sociale.

    E proprio in un sistema di rete nell’ambito di una comunità che decide di mettersi in gioco, la reciprocità si apre in più direzioni, potenziando il livello di inclusione della comunità stessa. E d’altra parte, l’attributo civile di quell’economia che può sempre più compensare il disagio socio-economico e culturale rimanda a quella civitas latina estremamente accogliente ed inclusiva in senso sostanziale: oggi, come nella civiltà latina, riconoscere il valore dell’altro come opportunità di valorizzazione di sé per la crescita della comunità. Riconoscere il valore del legame tra il proprio io e il noi, quel noi che già ci comprende proprio grazie a quella intelligenza interpersonale, nota anche come intelligenza sociale e quindi come capacità di stabilire relazioni con gli altri, permette di promuovere tanti processi di crescita che includano tutti, anche i Neet.

    In tale ottica, infatti, obiettivo condiviso di un sistema integrato diviene il sostegno agli adolescenti nella identificazione ed esteriorizzazione dei loro sentimenti come l’aiuto nel trovare risorse per gestire i possibili comportamenti negativi come l’aggressività o l’impulsività. Questo l’intento dei percorsi sociali e formativi che a Napoli, nel cuore pulsante del centro storico rappresentato dalla Onlus Pietrasanta, il gruppo di persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi sta perseguendo grazie alla comunità educante che ha aperto rinnovate opportunità di vivere il noi mettendo all’opera una pluralità di io. Una rete di scuole, l’Ateneo Federico II, Accademie culturali, enti locali insieme alla dimensione forte del Terzo settore della Pietrasanta, retta per il complesso basilicale da monsignor Vincenzo De Gregorio e presieduta per la Onlus da Raffaele Iovine, condividono e animano le idee di chi ha scelto di fare del principio di reciprocità aperto e flessibile una forma di volontariato civile per accogliere tutti gli io che scelgono di mettersi in discussione per un modo diverso di crescere, chiamando in causa anche quelle intelligenze che ci sostengono nell’essere uomini e donne “reciprocanti”.

    E grazie ai percorsi di scrittura, alle arti performative quali la musica o il canto lirico o il teatro, sposando temi di prioritario interesse pubblico quali l’acqua come bene comune o la valorizzazione dei beni culturali come volàno per uno sviluppo economico sostenibile e per far crescere il senso d’appartenenza, il fervore dell’attività della Pietrasanta sta proponendo un modello non solo sostenibile, ma anche replicabile proprio perché basato sulla motivazione della reciprocità relazionale e di scopo.

     Il sussidiario

     

    martedì 25 maggio 2021

    BURATTINANDO, L'ARTE DI COSTRUIRE BURATTINI


    Perché HO SCRITTO BURATTINANDO

    - di Ignazio Giunta

    Non ho mai avuto la vocazione di scrittore, e non è nemmeno questo il caso, la necessità di scrivere questo libro nasce dall’esigenza di rimarcare che le cose ovvie vanno sempre rimesse in gioco e non vanno mai date per scontate.

    Il mio impegno come maestro mi ha messo di fronte a delle situazioni che, per qualche verso, mi hanno disorientato; da una parte la teoria sull’attività di insegnamento/apprendimento, dall’altra lo scontro duro con la realtà ed i suoi ostacoli quotidiani, l’ansia, soprattutto, di raggiungere un successo immediato, di avere alunni bravi e a modo, ma di dover prendere atto che non esiste una bacchetta magica per risolvere i molteplici problemi che di volta in volta affiorano.

    Ed ecco che mi sono ritrovato impastoiato in una realtà burocratica, peraltro molto importante, che non mi permetteva di ottenere traguardi significativi con gli alunni, ma soprattutto evidenziava grosse contraddizioni sul rapporto SAPERI/COMPETENZE.

    Bisogna soffermarsi sull’insegnamento dei SAPERI, o dare ampio spazio a tutti gli elementi essenziali al raggiungimento di strumentalità adeguate che favoriscono l’acquisizione dei SAPERI, propri di ogni ciclo di studi?

    Ecco il grande conflitto: soffermarsi sui SAPERI, secondo parametri ben definiti, o lavorare sull’acquisizione delle strumentalità di base, che dovranno favorire l’acquisizione dei SAPERI?

    Questo conflitto mi ha accompagnato per ben 42 anni di attività didattica, a volte incontrando sensibilità personali e professionali che mi incoraggiavano e sostenevano, altre volte scontrandomi con altrettante figure che erano freddamente legate al raggiungimento di SAPERI secondo parametri STANDARD, ma che spesso rimanevano irraggiungibili.

    Ma come si fa a stare lì a cercare di insegnare qualcosa (parlando, parlando, parlando) a dei ragazzini che fanno fatica a stare fermi, che non sanno ascoltare, e che probabilmente non sempre capiscono ciò che viene detto; a dei ragazzi che hanno un problema insuperabile con qualche compagno, che hanno i pensieri che volano lontano, che hanno dei malesseri fisici o sociali, ragazzini irrequieti per qualsiasi cosa.

    Ecco, i SAPERI sono importantissimi e vanno acquisiti da parte degli alunni, ma prima di ogni cosa bisogna che ci siano le strumentalità e le competenze necessarie per il loro raggiungimento, altrimenti dovremo prendere atto di “zappare all’acqua e seminare al vento”.

    Spesso è più importante soffermarsi sulle dinamiche relazionali che regolano i rapporti tra alunni, alunni/docenti, alunni/adulti in generale.

    In tutto questo un ruolo importante lo svolge l’attività laboratoriale per la sua stessa natura di collaborazione, partecipazione diretta, ricerca e creazione.

    SE ASCOLTO DIMENTICO, SE VEDO RICORDO, SE FACCIO IMPARO.

    Mi permetto di sollecitare qualsiasi forma di attività laboratoriale, ma non posso non rimarcare come l’attività teatrale, e dei burattini in particolare, è un laboratorio dalle mille valenze educative e didattiche che comprende un’ampia parte della sfera delle conoscenze: L’educazione linguistica, motoria, musicale, il disegno e la sfera sociale in particolar modo.

     Le sezioni di “BURATTINANDO”

     

    1                   Benvenuti burattini, il gioco dei ruoli. In questa sezione si evidenzia come la creatività e la fantasia del bambino sono da sempre elementi che sono spinti dal desiderio di emulazione, sia dei genitori che dei loro eroi preferiti ed in questo contesto i burattini rappresentano uno strumento importante per la realizzazione di storielle scaturite dalla loro fantasia.

    2                   Motivazioni educative e didattiche. In questa sezione troviamo una breve riflessione che ci aiuta a conoscere quali possono essere alcune peculiarità del bambino che bisogna sempre attenzionare.

    3                   Tecnica di costruzione dei burattini. In questa sezione possiamo vedere nei dettagli sia il materiale utilizzabile che le modalità di lavorazione per arrivare al burattino completo.

    4                   Ultima, ma particolarmente interessante sezione, presenta una breve raccolta di storielle dialogate, scritte dai bambini e a disposizione per essere portate sulla scena.

     DESTINATARI

    Il libro BURATTINANDO è destinato a tre figure fondamentali: Docenti, genitori ed alunni della primaria o infanzia (supportati dai genitori per ovvi motivi). I docenti, soprattutto dell’infanzia e della primaria, potranno integrare e confrontare le loro attività con il laboratorio dei burattini, riscoprendone la grande valenze e ottenendo riscontri reali e utili nell’affrontare tematiche socio/relazionali. Essi potranno altresì impadronirsi della tecnica del burattino a guanto e riportarla nelle loro attività laboratoriali. I genitori avranno un nuovo strumento di giochi con i loro figli che avranno modo di sfoggiare la loro creatività nell’antico gioco dei ruoli, antico ma mai superato; i bambini vogliono imitare, vogliono immedesimarsi nei loro eroi/modelli preferiti ed in questo modo sapranno creare mille storielle con cui intrattenere e stupire compagni, genitori e docenti.

      

    Ignazio Giunta: Burattinando

    Ed. Opera Incerta

    Data di Pubblicazione: aprile 2021
    ISBN: 978-88-32220-17-9
    Pagine: 72

    € 10



     

    mercoledì 28 novembre 2018

    LA FILOSOFIA, BUSSOLA PER TUTTI I SAPERI

    C’è una sottile linea rossa che lega mondi apparentemente lontani: «Così come il linguaggio produce discorsi utili a capirsi, la filosofia genera concetti utili a muoversi in natura. E mantiene alta l’attenzione sui limiti di ciò che stiamo utilizzando, ci ricorda e lavora per farci superare la parzialità del nostro agire»
    Così la disciplina “astratta” si misura con l’economia, la fisica e persino l’industria 4.0 Parla Onoranti, dell’Università Lateranense: «È come un surf con cui cavalcare le onde dell’ignoto»

    Una sottile linea rossa lega figure appartenenti a mondi assai lontani tra loro – dal compianto Sergio Marchionne a Chicco Testa, passando per Bruce Lee e Bill Miller – ma accomunati dall’aver capitalizzato la loro formazione filosofica in attività “materialmente” concrete, spendibili, dimostrando quanto la scienza da secoli va dicendo: ovvero, svelare in ogni teoria la profonda complementarietà con la filosofia. E così, la disciplina astratta per antonomasia si misura con quelle economiche nelle operazioni finanziarie delle borse mondiali, non teme il confronto delle competenze tecnologiche nei processi produttivi dell’industria 4.0, affianca il diritto internazionale nella costruzione della futura giurisdizione, si sporca le mani negli asettici laboratori di fisica, chimica e biologia e, spazzando i frequenti luoghi comuni circa l’inutilità del suo sapere, se guarda alle stelle, magari ispirata dalle sublimi meditazioni kantiane, è perchè chiamata ad esplorare la «via» di qualche missione spaziale. Quando «si applica», del resto, i risultati…si vedono! Per un’idea dei versanti pratici dell’indagine filosofica, ecco il bolognese Filippo Onoranti, filosofo della scienza della Pontificia Università Lateranense, ricercatore in uno dei colossi del software della Silicon Valley dove si occupa di biologia e, in particolare, della formalizzazione del principio evolutivo: «Trasferisco gli strumenti del mondo fisico al regno dei viventi».
    E la filosofia si ritrova?
    «Aristotele, primo vero biologo della storia, scoprì i polmoni dei cetacei: nessun etnologo li avrebbe cercati in un “pesce”. Anche l’informatica ha influito molto sulle discipline filosofiche, imponendo un rigore diverso dal passato e rendendo attraenti le ricerche epistemologiche. La logica, poi, tra i linguaggi più universali, si presta a far dialogare aree del sapere tra loro scarsamente “comunicative”: si parla molto di interdisciplinarietà, ma essa non può prescindere da un approccio filosofico a sapere, a conoscere, per costruire relazioni coerenti tra aspetti teoretici, pratici e produttivi».
    Da quando le big companie parlano il linguaggio filosofico?
    «Il PhD è in sè stesso un grado “filosofico” – oggi molto richiesto – di formazione, utile a costruire una conoscenza globale, appunto, philosophical doctor. La specializzazione in filosofia abbina un alto grado di competenza specialistica a una visione integrata del sapere».
    Quali i mestieri dei moderni filosofi?
    «Ad esempio, l’analista di dati o il consulente al project management ».
    E la ricerca?
    «È un altro esempio. Si applicano principi e metodi a problematiche “pratiche” di breve termine, come strumento del “fare” invece che del conoscere. Del resto, l’ambito aziendale – in cui sorgono sempre imprevisti – è occasione di studi forzatamente originali. La filosofia è la stessa scienza che si confronta con realtà poco note, è il germoglio di una conoscenza non definita, il surf con cui cavalcare l’onda dell’ignoto».
    E la filosofia nella pratica quotidiana?
    «Funziona da bussola, per distinguere vero e falso, quando il mondo ci appare ingannevole. Ad esempio, l’interpretazione di riferimento della realtà fisica sancisce la duplice natura – corpuscolare ed ondulatoria – delle particelle subatomiche: la luce è, contemporaneamente, finissima sabbiolina di fotoni ed onda di energia. Comprendere – letteralmente tenere insieme – evidenze similmente contraddittorie ha richiesto la ridefinizione dei paradigmi precedenti e la costruzione di nuovi archetipi logici».
    Tale visione è condivisa in ambito scientifico?
    «Il dualismo onda-corpuscolo sì, il ruolo della filosofia non direi. Le tifoserie non mancano: Stephen Hawking scrive che la filosofia è morta senza rattristare nessuno. Eppure, il profondo debito della scienza antica e moderna nei suoi riguardi è palese. Ancora si discute circa l’utilità di questa relazione: in Italia, il fisico Carlo Rovelli la sostiene in toto, sottolineandone – accanto al tradizionale ruolo del sapere filosofico nello scoprire errori – l’abilità nel vaccinare la mente dal pregiudizio, cui l’uomo ingenuamente cede. In un mondo che evolve con velocità crescente, una struttura di pensiero che prevenga le pratiche – ad essa conseguenti – da irrigidimenti e rotture è una necessità».
    I confini tra scienza, impresa e filosofia così si assottigliano: è un bene?
    «I confini hanno a che fare col nostro bisogno di rassicurazioni. La scienza raccoglie dati, li interpreta e ne ricava teorie utili a relazionarsi col mondo. Anche il mondo dell’impresa, per quanto si subordini a scopi marcatamente individualistici e sia poco incline alla condivisione (fondamenta dell’istanza conoscitiva), è simile: studia dati, ne ricava interpretazioni e, su queste, formula delle previsioni: sono i business plan. Ogni costrutto presuppone un punto di vista e – come tale – consente l’accesso a una limitata porzione di mondo. La filosofia, in questo processo, aiuta a non sposare gli scorci di realtà che, pur se prodotto buoni frutti, occorre superare per mantenere il passo del cosmo».
    La filosofia inventa cose oltre che idee?
    «Inventa astrazioni con ricadute ed effetti concreti. I diritti umani, ad esempio, sono il prodotto della filosofia morale di una certa epoca: tali “oggetti dell’etica”, giunti nel mondo, hanno generato mutamenti socio- politici ed oggi – sui testi – sono puntualmente definiti e nei tribunali vigorosamente tutelati. Un’altra magia filosofica è la scoperta – grazie alla ragione – di alcune realtà, come gli atomi, solo a posteriori testimoniate dai sensi. Il concetto di realtà indivisibile ha preceduto di XXV secoli la scoperta di atomi e quanti. Anche l’informatica è il prodotto, abbastanza diretto, di ricerche filosofiche: i computer parlano una lingua piuttosto strana – con due sole lettere, 0 e 1 – la logica antica è lo strumento per rendere questi due valori significativi ai nostri scopi. All’origine del progetto di Turing c’è Kant: non a caso, i nostri calcolatori funzionano in modo affine alla mente descritta nella Critica della Ragion Pura. Nelle sue ricerche ha inventato o scoperto qualcosa? Ho lavorato molto sui fondamenti teorici della biologia, apprendendo – con sorpresa – che una definizione non descrittiva di specie vivente non esisteva. Poiché mi occorreva, ne ho “costruita” una: “nodo metastabile della relazione tra individuo ed ambiente”. La filosofia è, dunque, produttiva? Certamente. Così come il linguaggio produce discorsi utili a capirsi, la filosofia genera concetti utili a muoversi in natura. E mantiene alta l’attenzione sui limiti di ciò che stiamo utilizzando, ci ricorda e lavora incessantemente per farci superare la parzialità del nostro agire».