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lunedì 25 maggio 2026

LA TORTA ODISSEA

 


NON HO L'ETA'




 
a 15 anni è ozioso

 (e cosa serve davvero).


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove? 

 Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l'atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l'intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell'attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi... Non c'è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull'Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l'intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.  

 Un'intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea...  

Nel poema più volte l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l'incompiuto in sfida.  

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.  

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.  

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».  

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.  

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande. Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo


mercoledì 19 marzo 2025

SCRIVERE A MANO FA BENE

 La scrittura a mano, la memorizzazione e la lettura contro il “marciume cerebrale” causato dagli smartphone. 

Così le nuove indicazioni nazionali combattono gli effetti negativi della tecnologia

 

Di redazione

Non solo critiche e suggerimenti, le nuove Indicazioni nazionali proposte dal Ministero Valditara, incassano un giudizio estremamente positivo da parte di Andrea Cangini, direttore dell’Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Einaudi. Il quale, in un intervento su Italia oggi di Martedì 18 Marzo 2025 a Pagina 33, definisce l’enfasi sulla scrittura e la lettura individuate nelle Indicazioni come pratiche che possono contrastare gli effetti negativi derivanti dall’eccessivo utilizzo della tecnologia da parte delle nuove generazioni.

Di quali effetti parliamo?

Ne abbiamo già dato ampio spazio noi, attraverso un articolo che descriveva il fenomeno ormai noto come  “brain rot” o “marciscenza al cervello”. Il termine è stato scelto come parola dell’anno 2024 dalla Oxford University Press e, secondo Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, il termine indica il deterioramento delle facoltà mentali, causato dall’abitudine di scorrere rapidamente contenuti superficiali, rendendo più difficile la memorizzazione e la concentrazione.

Ed è proprio sulla memorizzazione e concentrazione, nonché sugli effetti di ansia, depressione, disturbi alimentari e difficoltà di apprendimento che si concentra l’attenzione di Andrea Cangini.

La soluzione?

Scrittura manuale, memorizzazione, lettura, tutte attività che favoriscono il potenziamento dell’emisfero sinistro del cervello, responsabile del pensiero logico e analitico. Se questa area non viene adeguatamente sviluppata, ricorda Cangini, i ragazzi rischiano di dipendere esclusivamente dalla sfera emotiva, con un impatto negativo sulla loro capacità di valutazione critica e razionale.

Anche la particolare rilevanza data scrittura in corsivo e alla calligrafia, non solo per il loro valore tecnico, ha il suo motivo d’esistere, dal momento che stimola la coordinazione oculo-manuale e contribuiscono allo sviluppo del pensiero logico.

Gli studi

A dirlo non sono le Indicazioni nazionali, ma studi che hanno dimostrato gli effetti della calligrafia sullo sviluppo cognitivo dei bambini.

Ad esempio, uno studio norvegese ha rilevato che scrivere a mano attiva aree cerebrali legate all’elaborazione, all’attenzione e al linguaggio, migliorando l’apprendimento e la memoria. Inoltre, la scrittura manuale coinvolge processi cognitivi multipli, tra cui abilità motorie, memoria e elaborazione delle informazioni, favorendo uno sviluppo cognitivo più completo

Per quanto riguarda la calligrafia, questa non solo migliora la qualità della scrittura, ma contribuisce anche allo sviluppo delle capacità motorie e cognitive. I bambini che padroneggiano il corsivo e altri stili di scrittura manuale sviluppano una maggiore attività neuronale, possiedono un vocabolario più ampio e una maggiore capacità di comporre testi scritti rispetto a chi utilizza prevalentemente dispositivi elettronici.

 Orizzonte scuola

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mercoledì 5 febbraio 2025

LIBRIAMOCI


 "Libriamoci. 

Giornate 

di 

Lettura nelle scuole"

 anno scolastico

 2024/2025

 

Al via l'undicesima edizione dell'iniziativa "Libriamoci. Giornate di lettura nelle scuole" promossa per il corrente anno scolastico dal Ministero della cultura, attraverso il Centro per il libro e la lettura, e condivisa dal Ministero dell'istruzione e del merito.
L'iniziativa è rivolta alle istituzioni scolastiche del primo e del secondo ciclo di istruzione statali e paritarie, le quali dal 17 al 22 febbraio 2025 nel rispetto della propria autonomia didattica, potranno organizzare una o più attività di lettura.


L'edizione Libriamoci 2025 intende soffermarsi sull'importanza del valore educativo e formativo della lettura durante tutto l'arco dell'anno scolastico, proseguendo l'intento con la campagna del Centro per il libro e la lettura, Il maggio dei libri, che si svolgerà dal 23 aprile al 31 maggio p.v.


La partecipazione alla progettualità da parte delle Istituzioni scolastiche richiede l'iscrizione delle attività di lettura prescelte sulla piattaforma https://libriamoci.cepell.it/II/

Documenti Allegati

  • Allegato LIBRIAMOCI - INFORMAZIONI.docx

  • Scheda Libriamoci 2025 (2).pdf

  • m_pi.AOODGSIP.REGISTRO UFFICIALE(U).0000179.27-01-2025.pdf

 

mercoledì 16 ottobre 2024

COSA E' UN LIBRO ?


- La riflessione che apre il nuovo inserto "Gutenberg"-

Chi ha inventato il libro ha inventato il silenzio della lettura e i salotti letterari, l’avventura della conoscenza e la libertà di espressione.


 - di José Tolentino de Mendonça *

Ricordo che a Parigi, sull’entrata di un negozio di libri usati dalle parti di Notre-Dame, vidi riprodotto l’attacco della poesia che Walt Whitman dedicò «a uno sconosciuto».

E il primo verso diceva così: «Sconosciuto che passi! Non sai con quanto desiderio io ti guardo».

Gli sconosciuti siamo noi, i lettori, i possibili lettori o quelli che non arrivano a esserlo, perché tante volte noi passiamo ignorando tutto quello che i libri ci riservano e la lunga attesa, anche se a vuoto, che essi costruiscono per noi.

Parlare di industria a proposito dei libri è sicuramente importante, ma è insufficiente, e non è mai il primo passo da fare.

Chiaramente i libri hanno una materialità che va tenuta in considerazione, e una delle ragioni che legano i lettori di ogni epoca all’oggetto libro è che questo permette, come canta il brasiliano Caetano Veloso, una sorta di «amore tattile».

Ma l’esperienza del libro è più della sua materialità, essa si ricollega alla preistoria di una relazione che possiede, come di recente ha ricordato papa Francesco, un impatto spirituale generativo: «Poi non mancano i momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando nemmeno nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima, un buon libro ci aiuta almeno a superare la tempesta», aprendoci alla possibilità di altri viaggi. Illuminanti e precise sono le parole di Franz Kafka: «Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi».

Un libro è un laboratorio interiore portatile, uno strumento minuzioso per ampliare la visione, un intercomunicatore tra silenzi, un tessitore di comunità, un rifugio nella foresta o un sentiero che porta oltre.

Penso al bellissimo saggio di Marcel Proust sulla lettura, in cui ci dice che essa «è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire».

È vero.

Chi ha inventato il libro ha inventato il silenzio della lettura; ha inventato quella forma intima di temporalità che rende l’incontro con il libro indissociabile dall’incontro con noi stessi; ha inventato l’attenzione, l’avventura della conoscenza elaborata a partire da certe premesse, e la curiosità; ha inventato un regime sociale in cui l’attività intellettuale era ammessa e, non dobbiamo dimenticarlo, quel regime ha liberato l’uomo, rivelandogli la sua dignità; ha inventato il diritto universale all’alfabetizzazione e moltiplicato le comunità di lettori; ha inventato l’individuo e la vita privata; ha inventato la fiducia nella consistenza del linguaggio e le biblioteche; ha inventato i salotti letterari, i caffè e le piazze come luoghi di dibattito; ha inventato i sistemi critici ed ermeneutici che garantiscono non solo la leggibilità dei libri ma anche la comprensione dei mondi possibili; ha inventato le scuole monastiche e l’idea moderna di università; ha inventato l’umanesimo e la libertà di espressione, che è sempre inseparabile dalla libertà di essere.

E, dal momento che è una verità così necessaria, dobbiamo chiederci: noi sappiamo davvero che cos’è un libro?

T.S. Eliot è stato per otto anni impiegato alla Lloyd’s Bank di Londra.

Passava le sue giornate nell’ufficio sotterraneo che gli era stato assegnato, e durante tutto l’orario di lavoro sentiva i passi di chi gli camminava sopra la testa.

Il suo stipendio: due sterline e dieci scellini.

Lavorava dalle 9.15 alle 17.00 e, in una delle prime lettere che di là scrisse alla madre, si diceva felice di potersi dedicare alla poesia nel tempo restante.

Con il passare degli anni, però, era come se gli venisse a mancare l’aria.

Prendeva il treno per la City, vestito di scuro, con l’ombrello appeso al braccio, i capelli impeccabili, con la riga in mezzo, irreggimentato in una folla tutta vestita allo stesso modo.

Nel suo libro La terra desolata lascerà questo resoconto: «Città irreale, / sotto la nebbia marrone di un’alba invernale, / una folla scorreva sul London Bridge, così tanta / ch’io non avrei creduto che morte tanta n’avesse disfatta».

Il poeta Philip Larkin lavorò come bibliotecario praticamente per tutta la vita, essendosi reso conto che non sarebbe riuscito, per quanto lo agognasse, a vivere solo di scrittura.

Dopo la giornata di lavoro si chiudeva in casa, evitando uscite che lo distraessero.

Cenava, lavava i piatti e si metteva a scrivere.

Alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Graham Greene viveva in uno stato di disperazione.

Aveva bisogno di tempo per completare quello che riteneva il suo miglior romanzo, Il potere e la gloria.

Allo stesso tempo temeva però di morire e di lasciare la sua famiglia sguarnita dal punto di vista economico.

Si risolse allora a scrivere uno di quei thriller veloci che garantivano una buona remunerazione.

Si chiudeva tutta la mattina in una stanza presa in affitto per lavorare al giallo e il pomeriggio rincasava per scrivere Il potere e la gloria.

Nel 1951, quando i medici le pronosticarono non più di quattro anni di vita, Flannery O’Connor tornò con sua madre nella terra natale, nella vecchia fattoria di famiglia chiamata "Andalusia". Sapeva che il pomeriggio si sarebbe ritrovata esausta e febbricitante, come in uno stato influenzale, e che la sera avrebbe avuto la mente bianca e vuota come un piatto.

Le restavano, per quei quattro anni, soltanto le mattinate.

Si svegliava alle sei, prendeva un caffè con la madre mentre ascoltavano le previsioni del tempo alla radio, andava alla messa delle sette nella chiesa più vicina e poi, fino a mezzogiorno, scriveva solitaria nella sua stanza.

Ricordo lo scrittore Thomas Mann che, partendo in esilio per gli Stati Uniti, volle leggere e commentare, durante la lunga traversata oceanica, il Don Chisciotte di Cervantes.

Ricordo l’ebrea olandese Etty Hillesum che, nell’essenziale zaino con cui entrò in un campo di concentramento, scelse di non mettere oggetti ma due libri: la Bibbia e il volume di poesie di Rainer Maria Rilke.

Oppure quella storia testimoniata dal teologo Romano Guardini, che racconta come, in una delle grandi battaglie dell’ultima guerra, un distaccamento si vide a un certo punto in situazione disperata.

«Il cappellano militare, sentendo che non aveva nulla da dire di accettabile in quell’ora, tolse di tasca il proprio Nuovo Testamento, ne strappò le pagine e ne diede una a ogni soldato».

La strofa finale della poesia di Walt Whitman mi è sempre sembrata il preciso ritratto della responsabilità che gli scrittori sentono nei riguardi dei lettori, questi sconosciuti cui dedicano il meglio della loro vita: 

«Devo pensare a te quando siedo in disparte o mi sveglio di notte, tutto solo, 

 Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho dubbi, 

 Devo vedere come non perderti più».


* Cardinale Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

    www.avvenire.it   

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sabato 24 agosto 2024

IL LADRO E IL LIBRO

 

   


  Uno strano episodio 

di cronaca nera


-       di Giuseppe Savagnone*

In mezzo alle notizie da prima pagina che riempiono le pagine dei quotidiani in questi giorni, ne è apparsa una che non riguarda le sorti del mondo o lo scontro tra i partiti nel nostro paese, ma che colpisce per la sua stranezza: a Roma un ladro trentottenne, penetrato in un appartamento del signorile quartiere Prati, avendo trovato sul comodino della camera da letto un libro che parlava dell’«Iliade», si seduto e ha cominciato a leggerlo, rimanendone così preso da non rendersi contro dell’arrivo del proprietario, che ha chiamato la polizia e l’ha fatto arrestare.

Siamo davanti a un comportamento che spontaneamente definiremmo “folle”. Eppure ci sono in questo episodio di cronaca, curioso ma apparentemente insignificante, degli aspetti che stimolano la riflessione.

Il ladro non è stato attirato da una delle innumerevoli trasmissioni centrate sulle ricette di cucina che ormai quotidianamente vengono propinate dalle nostre televisioni. Né scorreva i messaggi e le news sul suo smartphone. Questa è già la notizia: leggeva un libro.

La crisi dei libri

Le statistiche ci informano che la percentuale di italiani dai sei anni in su che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno, e non per ragioni strettamente scolastiche o lavorative, è pari al 39,3% della popolazione. Oltre il 60% delle persone non leggono neppure un libro all’anno.

E la crisi coinvolge, in maniera gravissima, anche i quotidiani e le riviste. Anche per la semplice informazione ormai ci si rivolge al proprio computer o al proprio smartphone, dove i testi scritti sono ridotti all’essenziale e sono fatti per essere scorsi in fretta. Di qualità letteraria neanche a parlarne.

Anche a scuola, con l’alibi di una motivazione più che legittima – l’introduzione alle nuove tecniche comunicative – , si è progressivamente assistito al declino del rapporto con il cartaceo. Con l’inevitabile contrazione dei tempi di lettura, a favore di quelli dedicati alla navigazione su Internet, al  “copia e incolla” di materiali funzionali alla propria ricerca del momento, nella migliore delle ipotesi alla loro rielaborazione.

Qualcuno, affezionato a ciò che la scuola era una volta, denuncia la fine dell’idea stessa di “studio”. Ma anche se si riconosce quanto di positivo c’è in questo nuovo approccio, più dinamico e creativo, è inevitabile la domanda sulla capacità del nostro sistema scolastico di sollecitare  negli alunni un atteggiamento di reale ascolto e di pacata riflessione a partire da un testo scritto.

Lo confermano le prove Invalsi del 2024, da cui risulta che solo il 62% dei ragazzi e delle ragazze che frequentano la scuola secondaria superiore è in grado di capire  in modo almeno sufficiente quello che legge. Poco più della metà.

Non c’è da stupirsi che anche il linguaggio della gente, soprattutto quello delle nuove generazioni, si impoverisca e si imbarbarisca sempre di più. L’esperienza della lettura, oltre ad essere gratificante, era fondamentale per l’arricchimento del proprio vocabolario e l’affinamento del proprio stile espressivo, sia orale che scritto.

L’importanza della tradizione

Ma, ritornando al ladro, è significativo non solo che si sia rivelato meno allergico alla lettura di una gran parte degli italiani, ma anche vedere che cosa lo ha attratto.

Il libro in questione è «Gli dei alle sei: L’Iliade all’ora dell’Aperitivo» dello scrittore e poeta Giovanni Nucci, il quale da tempo si dedica alla ripresentazione in termini attuali, accessibili al lettore di oggi, delle grandi opere della mitologia greca  (prima che dell’«Iliade», aveva fatto  un’analoga “traduzione” dell’«Odissea»), e più in generale delle figure (Francesco d’Assisi) e dei testi (racconti dell’Antico e del Nuovo Testamento) che hanno segnato la nostra tradizione culturale.

«Gli dei alle sei» si pone su questa linea. Il libro, ha detto l’autore, al giornalista che gliene chiedeva il contenuto, «cerca di spiegare l’ “Iliade” soprattutto dal punto di vista degli dei, in termini divulgativi. È un saggio abbastanza accessibile e che sottolinea l’attualità del poema omerico. L’Iliade inizia con una pandemia e prosegue con una guerra devastante. Le ricorda qualcosa?»

Sulla qualità di questi tentativi valga la testimonianza di Conchita De Gregorio: «Ogni volta che rileggo il modo in cui Giovanni Nucci ha riscritto l’“Odissea”, penso che davvero non ci siano storie più belle di queste e che nessuno le abbia tradotte con più grazia e acume e profonda saggezza».

Il ladro del quartiere Prati non si è fatto sedurre, dunque, da un qualunque raccontino, ma da un’opera che ha la pretesa di introdurre allo spirito del mondo classico, riportando il lettore alle radici della civiltà occidentale.

Oggi, nella più generale crisi della lettura, è particolarmente accentuata quella che riguarda i testi del passato. Nella scuola è ormai sempre più forte la tendenza a sostituire i classici con opere più gradite alla sensibilità odierna. Soprattutto Dante e Manzoni, celebrati dalla critica fuori dell’Italia, nella nostra scuola vengono  spesso sopportati come un’eredità sgradita e tremendamente noiosa.

Per non dire della ricorrente protesta per il tempo “perduto”, nelle scuole italiane, a studiare lingue e le civiltà antiche e sottratto all’acquisizione di competenze molto più spendibili sul mercato del lavoro (lingue, informatica….). Logica conseguenza di una diffusa cultura che educa fin da piccoli a identificare ciò che è importante con ciò che è utile, dimenticando che utile è per definizione quello che non vale per se stesso, ma in funzione di altro, e che, spinto alle sue inevitabili conseguenze,  l’utilitarismo svuota l’esistenza umana di ogni rapporto con ciò che è importante.

Non si può negare che, per quanto riguarda la scuola, alla base di questo tendenziale rifiuto del passato c’è l’incapacità di molti professori di evidenziare il rapporto tra le espressioni letterarie delle culture che stanno alle nostre spalle e le esigenze, i problemi, le prospettive del mondo in cui oggi viviamo.

Si dimentica spesso che  il senso della tradizione non è la conservazione del passato, ma la sua importanza per la lettura del nostro presente e per la progettazione del nostro futuro. Così accade che gli studenti, anche i più volenterosi, non colgano il rapporto tra ciò che la scuola propone loro nei suoi programmi e la loro esistenza reale, passando così da cinque ore di cultura senza vita della mattina a quelle di vita senza cultura il pomeriggio e la sera.

Non sappiamo che studi abbia fatto il ladro del quartiere Prati, ma il “colpo di fulmine” che lo ha spinto a immergersi nella lettura del grande poema omerico fa pensare alla scoperta di qualcosa per lui nuovo. «Quel testo mi aveva appassionato», ha detto a chi lo stava arrestando.

Il declino dell’Occidente come perdita delle radici

Quello che è certo è che l’evidente declino dell’Occidente ha a che fare con la crisi culturale, prima ancora che con quella economica, su cui tanto si insiste. Più grave della crescita delle esportazioni cinesi, più grave del costituirsi di un’area che raccoglie i paesi del Sud globale (BRICS) in contrasto con quelli del G7 (in prevalenza occidentali), è lo smarrimento sempre più accentuato delle radici  – quella greca, quella latina, quella cristiana – da cui il mondo occidentale aveva tratto la propria forza.

Anche per i singoli, è vero che noi siamo la nostra memoria. Solo grazie ad essa noi custodiamo una storia che, di per sé, non esiste più. Ogni fatto, ogni gesto, dal punto di vista puramente fisico cade nel nulla nel momento stesso in cui è compiuto. Solo il ricordo lo mantiene nell’esistenza, dentro di noi, e ci permette di vivere la continuità del nostro essere noi stessi. E proprio per questo è la memoria a costituire la base per la progettazione di ciò che vogliamo diventare e fare, a partire a ciò che siamo stati e siamo.

Ma per questo bisogna sapersi fermare a raccogliere i frammenti di vita che possono aiutarci a essere e a restare noi stessi. Un buon libro può servire a questo.

Nella nostra società la logica del “fare” e del “produrre” – espressa dal trionfo incontrollato della tecnica – ha sempre più coinvolto uomini e donne in una corsa frenetica. Da questo punto di vista, la storia del ladro, che si siede con calma a leggere invece di fare il colpo e fuggire, è paradossale e spiazzante. Qualcuno vi vedrà una conferma che facciamo bene a correre. È sicuramente più “utile”. Ma, al là degli inconvenienti che il non farlo ha avuto nel caso concreto, siamo sicuri che non aver mai il tempo per fermarsi stia facendo bene alla nostra salute fisica, psicologica e spirituale?

L’indebolimento dell’identità e il dominio della tecnica

Senza dire che, proprio per questo indebolimento progressivo della nostra identità, siamo portati ad affidarci alle macchine che ci sostituiscono. La denuncia dei rischi dell’Intelligenza Artificiale costituisce solo l’ultimo grido d’allarme, ampiamente inascoltato, di fronte a un mondo in cui non ci si deve più chiedere che cosa  stiamo facendo della tecnica, ma che cosa la tecnica sta facendo di noi.

Anche da questo punto di vista il ladro del quartiere Prati è andato controcorrente. I tantissimi film americani che raccontano di audaci e clamorose rapine mostrano come per esse siano utilizzate ormai tecnologie sofisticatissime.

Quella di cui parliamo ricorda invece il famoso film di Monicelli «I soliti ignoti», che racconta di una banda di ladri scalcinati i quali, dopo un travagliato percorso, invece che raggiungere la cassaforte del Banco dei Pegni, si ritrovano alla fine in una cucina, dove non resta loro altro da fare che mangiare con gusto una buona minestra di pasta e ceci.

Il ladro del mancato furto di Roma non si è fermato a mangiare, ma a leggere. Scherzando, si potrebbe dire che forse per questo nel suo caso la vicenda è finita ancora peggio, con l’arresto. La cultura è rischiosa… Eppure, forse vorremmo che un pizzico della sua “follia” si comunicasse a questa società che, così razionale nell’uso dei mezzi – l’ utile – , sembra aver perduto la capacità di guardare i fini –  l’importante. Che, tutto sommato, è la forma di pazzia peggiore.

*Scrittore ed Editorialista – Pastorale della Cultura, Arcidiocesi Palermo

www.tuttavoia.eu 

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