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venerdì 15 luglio 2022

UNIVERSO: LOGICA e BELLEZZA

 Nell'universo 

non solo logica 

ma anche bellezza

L'Osservatorio della Santa Sede commenta lo spettacolo delle foto trasmesse dal grande telescopio spaziale: sono "un alimento necessario per lo spirito umano, non si vive di solo pane, soprattutto in questi tempi"

Vatican News 

"Siamo davvero entusiasti delle nuove immagini del telescopio James Webb!" Così si legge nel comunicato diffuso oggi dalla Specola vaticana in merito alle foto di un universo mai visto arrivate sulla Terra il 12 luglio scorso e che gli studiosi fanno risalire a 14 miliardi di anni fa. "Le immagini sono stupende, chiunque può rendersene conto da solo - prosegue il testo -. È una anticipazione allettante di ciò che saremo in grado di imparare sull'universo con questo telescopio in futuro. Queste immagini sono un alimento necessario per lo spirito umano - non si vive di solo pane - soprattutto in questi tempi".

Nell'universo c'è logica, ma anche bellezza

A firmare il comunicato è il direttore della Specola, il gesuita fratel Guy Jpseph Consolmagno, che si dice "felice di questo successo anche per un fatto più personale". Spiega che essendo l'astronomia un settore di ricerca piccolo, gli astronomi si conoscono fra loro e che "molti degli scienziati che hanno costruito gli strumenti e pianificato le osservazioni" sono suoi amici personali e che conosce bene quanto loro e i loro colleghi hanno lavorato per far funzionare "questa macchina incredibile". "La scienza su cui è basato questo telescopio - si legge ancora nel comunicato - è il nostro tentativo di usare la nostra intelligenza, dataci da Dio, per comprendere la logica dell'universo. L'universo non funzionerebbe se non avesse questa logica. Ma come mostrano queste immagini, l'universo non è solo logico, è anche bello. Questa è la creazione di Dio che ci viene rivelata, e in essa possiamo vedere sia la Sua sorprendente potenza che il suo amore per la bellezza.

Il ricordo delle prime ricerche del gesuita Angelo Secchi

Padre Colsomagno si dice stupito e grato che tanta meraviglia sia stata consegnata da Dio a noi esseri umani, insieme alla capacità di "comprendere cioò che Egli ha fatto". E cita il Salmo n.8 che recita: ”Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato". Ad affascinare particolarmente il direttore della Specola vaticana è stato "vedere il primo spettro di vapore acqueo dell'atmosfera di un pianeta extra-solare prodotta dal telescopio James Webb", quindi ricorda le prime ricerche di un altro gesuita studioso di astronomia. Scrive: "Sono passati circa 150 anni da quando padre Angelo Secchi SJ ha messo un prisma davanti alla lente del suo telescopio sul tetto della Chiesa di Sant'Ignazio a Roma, ed ha effettuato le prime misure spettrali delle atmosfere dei pianeti nel nostro stesso sistema solare. Posso solo immaginare - conclude - quanto sarebbe stato felice di vedere come questa scienza, di cui è stato un pioniere, ora venga applicata a pianeti a lui sconosciuti in orbita attorno a stelle lontane".

Il telescopio Webb

Il telescopio James Webb è un telescopio spaziale per l'astronomia a raggi infrarossi, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e agenzia spaziale canadese
Csa, venne lanciato il 25 dicembre 2021 dallo spazioporto di Arianespace a Kourou, nella Guiana Francese e trasportato in orbita solare da un razzo Ariane 5. "E' un giorno storico", ha affermato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, alla presentazione delle prime immagini riprese dallo strumento. Immagini che sono un "primo assaggio", ha dichiarato.


mercoledì 29 dicembre 2021

KEPLERO E LA FIRMA DI DIO SULLE STELLE


 A 450 anni dalla nascita ricordiamo il grande astronomo Giovanni Keplero (27 dicembre 1571- 15 novembre 1630). Egli non ci lascia soltanto le tre leggi sul moto dei pianeti che portano il suo nome, ma ha effettuato un vero e proprio cambiamento di paradigma, superando il principio assiomatico che tutti i moti celesti debbano essere circolari e procedere con velocità uniforme. Principio che aveva dominato tutta l’astronomia antica e che risultava ancora tanto caro a Copernico e a Galileo. Ha iniziato in questo modo un’autentica rivoluzione nel mondo dell’astronomia.

Cresciuto nell’ambiente della Riforma, frequentò la Facoltà di Teologia dell’Università di Tubinga con l’intenzione di diventare predicatore e teologo luterano. Ma dopo aver studiato matematica e astronomia alla facoltà, diventò un copernicano convinto. Nel 1600 fu invitato a lavorare con Tycho Brahe, matematico imperiale alla corte di Rodolfo II. Qui ebbe la fortuna di accedere a una grande mole di dati sulle osservazioni dei pianeti. L’anno successivo, dopo la morte di Brahe, prese il suo posto come matematico imperiale e poté sviluppare liberamente la propria linea di ricerca.

Per Keplero lo «scopo principale a cui l’astronomo aspira [...] è quello di farsi un’immagine dell’autentica forma e struttura dell’intero universo» (Epitome Astronomiæ Copernicanæ, 1621). Questa convinzione lo spinse a porsi domande sulla vera natura dell’universo: perché c’è un certo numero di pianeti? Perché si trovano a quelle distanze dal centro del Cosmo? Perché possiedono proprio determinate velocità e cosa è responsabile del loro moto? Prima di Keplero, c’erano vari sistemi astronomici disponibili, e gli astronomi erano liberi di scegliere quello più comodo per effettuare i calcoli per trovare un corpo celeste, predire un’eclisse o compilare

un calendario. Con le sue domande ha operato un vero e proprio cambio di prospettiva.

Anche il suo metodo era rivoluzionario. Partendo dalle osservazioni di Brahe cercò di formulare relazioni matematiche per chiarire la teoria sottostante. Quando le sue predizioni non corrispondevano ai dati, considerava il suo modello teorico anco- ra inadatto e tornava nuovamente al lavoro per formularne uno più adeguato. Dopo nove anni di duro lavoro, nel 1609 pubblicò il suo capolavoro, Astronomia Nova, nel quale presentò la legge sulla forma ellittica delle orbite planetarie e quella delle aree. Quest’ultima, trovata inizialmente per l’orbita di Marte, descrive come la velocità di un pianeta è maggiore quando esso è più vicino al Sole. Guidato dalla convinzione dell’armonia celeste di Pitagora, nel 1618, trovò la legge che metteva in relazione il periodo di rivoluzione di un pianeta con la sua distanza dal Sole. La sua principale preoccupazione era quella di comprendere l’'influsso' del Sole, che sembrava diminuire con la distanza. Nonostante avesse avuto la giusta intuizione, non poté però formulare una vera e propria teoria di gravitazione universale, mancando ancora in quell’epoca i necessari strumenti matematici. Bisognerà attendere l’opera di Newton che anni dopo proprio nelle leggi di Keplero troverà una conferma della sua teoria.

Sarebbe interessante mettere a confronto Galileo e Keplero. Nonostante alcune lettere scambiate tra loro, i rapporti non furono mai troppo cordiali. Galileo non si riferì mai alle leggi di Keplero né mai all’idea di 'orbite ellittiche'. Inoltre, Galileo sminuì la teoria delle maree di Keplero, secondo la quale alla base delle maree ci sarebbe l’attrazione reciproca tra la Terra e la Luna. Anche gli interessi e i metodi dei due studiosi erano diversi. Keplero rimaneva soprattutto un astronomo, dedito ai calcoli, impegnato a cercare argomenti per giustificare le sue teorie sulla base dell’ingente quantità di osservazioni; Galileo prediligeva invece la sperimentazione fisica e tentava di provare i moti della Terra con analogie intuitive e argomenti un po’ azzardati e talvolta errati. Keplero, metodico e riflessivo, non era un gran letterato e i suoi scritti, spesso ricchi di conteggi e di formule, erano in lingua latina; Galileo era un maestro della lingua toscana, dal temperamento acceso e non di rado polemico, col quale amava imporsi all’attenzione degli uditori. Tutti e due continuano ad avere un grande influsso sul metodo della scienza fino a oggi.

Keplero era convinto che le impronte del Creatore si potessero ritrovare nelle proporzioni del Cosmo e nelle sue leggi. Era animato da una fede profonda che lo portava a ritenere che Dio avesse scelto proprio lui per divulgare a tutta l’umanità le meraviglie insite nella Creazione. Così scriveva riferendosi allo studio dell’universo: «Gli astronomi sono sacerdoti del Dio Altissimo in rapporto al Libro della Natura, per cui è nostro dovere non cercare la nostra gloria, ma la gloria di Dio sopra ogni altra cosa» (Lettera a Herwath von Hohenburg, 26/3/1598). Alcune delle sue idee possono ispirarci a continuare il dialogo tra scienza e fede.

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