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martedì 1 luglio 2025

IL REATO DI PENSARE

 


Un manifesto per la libertà di pensiero contro l’omologazione silenziosa
Un cammino, uno strano e lungo viaggio attorno a una parola, a un atto, a un privilegio: il pensiero.

"Il Reato di Pensare" è il nuovo saggio provocatorio di Paolo Crepet, psichiatra e scrittore noto per la sua capacità di leggere e interpretare le contraddizioni del nostro tempo.

In un’epoca che esalta la libertà come valore assoluto, Crepet ci mette di fronte a una verità scomoda: la libertà è sempre più un’illusione, offuscata da un conformismo invisibile ma pervasivo.

Non c’è più bisogno di censura esplicita: oggi il pensiero critico si spegne lentamente, sedotto da una rassicurante omologazione, dal bisogno di sicurezza, dalla paura di sbagliare.

In questo libro intenso e illuminante, Crepet analizza una delle più insidiose derive della società contemporanea: la rinuncia alla complessità, alla disobbedienza, alla creatività. Con la sua consueta lucidità, ci invita a uscire dalla comfort zone e a riscoprire il valore del dubbio, del conflitto, della fatica che accompagna ogni vero atto di libertà.

Destinato a chi rifiuta l'appiattimento culturale e desidera recuperare la forza dell'autenticità, "Il Reato di Pensare" si rivolge in particolare ai giovani, ai genitori e agli educatori.

Contro l’ossessione per la perfezione e la felicità a ogni costo, Crepet difende l’importanza dell’errore, del fallimento, della crisi come tappe fondamentali di una crescita autentica. Le sue parole diventano un invito urgente a rimettere al centro il pensiero libero, oggi più che mai un atto rivoluzionario.

Tra riflessioni, aneddoti e storie personali, L'autore ci offre uno strumento prezioso per riconquistare la nostra individualità, spezzare le catene dell’omologazione e tornare ad allenare la mente al coraggio e alla creatività.

Paolo Crepet, IL REATO DI PENSARE, ed.Mondadori, 2025



 

mercoledì 11 dicembre 2024

APPASSIONARE GLI ALUNNI

 

 Appassionare i bambini, insegnando loro a pensare, riscoprendo la bellezza della vita ed imparando da piccoli a gestire le emozioni

Si sottolinea, quindi, l'importanza di un insegnante capace di trasmettere il proprio sapere agli studenti ed al contempo abbastanza carismatico da "affascinare" i giovanissimi, carpendo la loro attenzione ed appassionandoli con lo studio, instaurando un rapporto positivo e cooperativo.

Il rapporto che si instaura tra genitori ed insegnanti appare sempre molto articolato: in tale preciso contesto storico il clima tra famiglie ed istituzioni scolastiche risulta essere teso e ciò comporta delle conseguenze negative in primis nei confronti di bambini e ragazzi.

I genitori, sempre più assenti e desiderosi di demandare ad altri il loro compito educativo, trascurano i loro figli, non ritagliandosi più uno spazio per ascoltarli, per trascorrere del tempo assieme, così da comprendere fino in fondo quali sono le loro aspirazioni ed ambizioni. Il rapporto genitore/figlio ha subito una profonda metamorfosi ed anche in tal caso il mutamento è avvenuto in senso peggiorativo.

A tal riguardo il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti coglie l'occasione per esprime il suo pensiero, rispondendo ad alcune domande che gli sono state poste proprio da un docente.

Non si comprende perché quell'alleanza educativa, quel confronto costruttivo tra genitori ed insegnanti, che dovrebbe rappresentare il presupposto imprescindibile per garantire ai giovani autonomia e senso di responsabilità, col tempo si sia perduto, compromettendo spesso anche l'autorevolezza stessa del docente.

In merito a tale aspetto lo psicoanalista Galimberti, in maniera significativa, spiega quali sono i mali della scuola.

"Il primo è costituito dagli insegnanti, molti dei quali o non sanno la loro materia, o non la sanno comunicare nel modo giusto, o non sono abbastanza carismatici da affascinare i ragazzi che, solo se affascinati, trovano gusto e passione per lo studio. Quando si ha carisma, da cui scende un'automatica autorevolezza, la disciplina non è un problema, e quando lo è, ciò è dovuto al fatto che il professore non è all'altezza del suo compito", queste le parole del filosofo.

Si sottolinea, quindi, l'importanza di un insegnante capace di trasmettere il proprio sapere agli studenti ed al contempo abbastanza carismatico da "affascinare" i giovanissimi, carpendo la loro attenzione ed appassionandoli con lo studio, instaurando un rapporto empatico senza mai trascurare la sua autorevolezza, indispensabile per garantire quella funzione educativa esercitata nei loro confronti.

"Il secondo problema sono i genitori i quali, dopo che non hanno mai detto un no ai loro figli, e mai hanno chiesto loro un sacrificio, per non avere conflitti in famiglia, invece di riprovare la loro condotta indolente (eufemismo per non dir di peggio), riprovano la condotta dei professori che, con le loro valutazioni, richiamano i ragazzi a un minimo (e dico minimo) impegno", così continua la sua riflessione Umberto Galimberti.

Ecco allora che i genitori finiscono per trascurare la loro funzione educativa, diventando "sindacalisti" dei loro figli, pensando così, erroneamente, di guadagnarsi la loro stima ed il loro rispetto, dimenticando però che alla base della relazione che si instaura tra genitore e figlio debba esserci non un rapporto confidenziale ma quell'autorevolezza che guida i giovani nel loro percorso di sviluppo e crescita personale.

Spesso i bambini, sin da piccoli, nella loro stagione dei "perché", pongono delle domande ai loro genitori che fanno pensare, senza però avere mai delle risposte, ma anzi sentendosi rispondere : "Quando sarai grande capirai". Questo comporta che ciò che appare più impegnativo, ciò che richiede profonda riflessione, non abbia ragion d'essere e venga profondamente trascurato. Ciò determina conseguenze deleterie: si avranno ragazzi superficiali ed incapaci di affrontare responsabilmente qualsiasi problema.

Ecco allora la necessità di ritornare ad appassionare i bambini, insegnando loro a pensare, riscoprendo la bellezza della vita ed imparando da piccoli a gestire il dolore. Solo in tale maniera sarà possibile crescere in maniera sana ed equilibrata, sviluppando la capacità di relativizzare il dolore ed acquisendo tutti gli strumenti per andare avanti e costruire il proprio futuro all'insegna delle proprie passioni ed ambizioni, senza mai mollare, demoralizzarsi o abbattersi.

 

 

sabato 10 giugno 2023

PENSARE E DIRE


 Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. 

Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.

- di Sabino Chialà*

        

Nel Nuovo Testamento osserviamo una situazione diversa, ma in continuità con quanto già esaminato. Il sostantivo greco synéidesis nei vangeli è quasi del tutto assente. L’unica ricorrenza è in una variante attestata solo da alcuni manoscritti per l’episodio della donna adultera condotta a Gesù, in cui leggiamo a proposito degli accusatori della donna: “Quelli, udito ciò [variante: “e accusati dalla loro coscienza”], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (Gv 8,9).

Gli evangelisti non mettono mai sulla bocca di Gesù il termine “coscienza”. Tuttavia, come osservato nell’Antico Testamento, molte volte è il termine “cuore” a svolgerne la funzione. Penso in particolare all’episodio dell’uomo dalla mano paralizzata, guarito da Gesù nella sinagoga in giorno di sabato. Alla fine della scena, l’evangelista riferisce che Gesù resta irritato e rattristato “per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,5). Qui è evidente che “cuore” sta per coscienza: i presenti, infatti, non hanno usato la propria coscienza per giungere a quel discernimento cui Gesù è giunto decidendo di guarire l’infermo. Quante volte poi Gesù si appella alla coscienza dei suoi interlocutori!

Ad esempio, allorché interrogato non offre una risposta diretta, ma propone una domanda o una parabola, per stimolare così la coscienza dei suoi interlocutori, ed essi trovino da sé stessi e in sé stessi la risposta.

A chi si rifiuta poi di mettere in gioco la coscienza, Gesù nega la propria parola, ritenendola inutile. Emblematico è il caso dei capi religiosi che lo interrogano sulla sua autorità: “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?” (Mc 11,28). Gesù risponde interpellando la loro coscienza: “Vi farò una sola domanda. Se mi risponderete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi” (Mc 11,29-30). Gesù interpella il loro discernimento, ma i capi decidono di non farne uso, preferendogli il calcolo di convenienza: “Se diciamo: ‘Dal cielo’, risponderà: ‘E perché allora non gli avete creduto?’. Diciamo dunque: ‘Dagli uomini?’. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: ‘Non lo sappiamo’” (Mc 11,31-33). Per cui Gesù risponde: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose” (Mc 11,33). A chi rifiuta di usare la coscienza, vale a dire che non è disposto a lasciarsi coinvolgere in profondità, Gesù nega la propria parola, non per ripicca, ma perché la ritiene inutile e condannata all’inefficacia.

La situazione muta sensibilmente con la letteratura paolina e gli altri scritti del nt, che invece fanno uso abbondante del termine synéidesis, per un totale di una trentina di occorrenze.

Paolo insiste particolarmente sul tema della coscienza come luogo interiore e centro propulsore dell’attività umana. Una coscienza che egli definisce ora buona (cf. 1Tm 1,5.19; Eb 13,18; 1Pt 3,16.21) e pura (cf. 1Tm 3,9; 2Tm 1,3; At 24,16), ora cattiva (cf. 1Tm 4,2; Tt 1,15). Per l’Apostolo essa è innanzitutto il luogo della verità più profonda dell’essere umano: ritorna infatti più volte su quella che egli chiama la “testimonianza” che la coscienza dà all’uomo (cf. Rm 2,15; 9,1; 2Cor 1,12), indicandogli il valore delle sue azioni. La coscienza è dunque vista in prima istanza come il luogo del dialogo interiore, del confronto “interno”.

Essa però è anche il luogo del dialogo con Dio, nello Spirito santo che si rivela nella coscienza dell’uomo e che con essa coopera, e ospita anche il dialogo autentico con l’altro. A questo proposito merita menzione il fatto che nella Prima lettera ai Corinti Paolo invita a rispettare la “coscienza dell’altro” (cf. 1Cor 10,29; cf. anche 2Cor 4,2), soprattutto del debole (cf. 1Cor 8,7-12). La vera comunicazione è da coscienza a coscienza, da profondo a profondo, come egli afferma appellandosi alla coscienza dei suoi interlocutori: “A Dio siamo ben noti, e spero di esserlo anche alle vostre coscienze” (2Cor 5,11).

 *Sabino Chialà - "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

 Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 28 aprile 2023

PENSARE E SCRIVERE PER ESSERE PIU' LIBERI

 Con l’arrivo di ChatGPT temi e riassunti sono oggi ancor più fondamentali di ieri per spingere gli studenti ad imparare a pensare ed essere più liberi

 

di Giorgio Ragazzini

 

Come ha detto il filosofo Luigi Lombardi Vallauri, “nessuno sa veramente quello che pensa fino a quando non l’ha scritto su un pezzo di carta”. Scrivere è infatti di grande aiuto per rendere un pensiero più preciso, più ricco, più profondo. Come c’è un momento in cui un pittore, un fiorista, un arredatore possono dire “Ecco, ora è perfetto”, così chi scrive può a un certo punto concludere “Questo è quello che penso”, dopo avere scritto e riscritto una frase, consultato un dizionario dei sinonimi, cancellato qualcosa, aggiunto qualcos’altro.

 A scuola i due principali tipi di testo per esercitarsi nello scrivere sono, com’è noto, il riassunto e il tema, che allenano differenti abilità cognitive, tutte importanti. Detto en passant, il tema fu oggetto di un vero e proprio anatema negli anni post-68, raccogliendo peraltro, alla luce dell’analisi di classe, l’eredità di illustri detrattori del passato. Qui basta ricordare che “tema” è sinonimo di “argomento”. L’insegnante chiede agli allievi di trattarlo attraverso un titolo che può essere breve, meglio se stimolante, oppure più lungo e strutturato in modo da servire come guida per lo svolgimento. Di fatto è un genere comprensivo di molti generi testuali, tra i quali uno dei più utili alla crescita intellettuale e morale, soprattutto nel primo ciclo, è il tema di esperienza e di riflessione personale.

 Tutti pregi che molti evidentemente ignorano nel momento in cui sottovalutano il pericolo micidiale costituito dalle piattaforme come ChatGPT (Chat Generative Pre-trained Transformer, ovvero Trasformatore pre-istruito in grado di generare conversazioni), capace di scrivere testi su moltissimi argomenti. Che si sia già a un buon livello di perfezionamento, lo dimostra il fatto che Il Foglio ha potuto sfidare i lettori a individuare ogni giorno l’articolo scritto tramite l’Intelligenza Artificiale (a proposito: i giornalisti non sono preoccupati?).

 C’è chi rassicura e sostiene che è un’occasione per migliorare l’insegnamento. Una docente inglese, per esempio, dice che gli studenti, invece di scrivere testi, potranno lavorare su quelli “artificiali” per individuarne manchevolezze e fare modifiche. C’è poi chi incappa nel benaltrismo, sostenendo che l’importante è sviluppare una piena umanità negli allievi, la loro curiosità, la capacità di fare domande. Tutte “soluzioni” che presuppongono in sostanza l’abbandono di una scrittura che non sia strettamente funzionale.

Del resto, di fronte alle nuove tecnologie, da decenni scatta in molti, come un riflesso condizionato, la raccomandazione di non “demonizzarle”, ma di imparare a utilizzarle per il meglio. Purtroppo l’esperienza ci dice che queste aperture di credito richiedono non solo l’indicazione di limiti chiari e di non troppo complessa applicazione, ma anche perseveranza e fermezza da parte degli educatori; altrimenti si apre un’autostrada per la moltiplicazione degli effetti indesiderati. Così è stato per il cellulare: abbiamo creato legioni di ragazzi dipendenti dagli smartphone, spesso affetti da seri disturbi di vario genere; e la possibilità di copiare utilizzando internet durante le verifiche e gli esami è aumentata in modo esponenziale.

Perciò dobbiamo prendere sul serio i pericoli che incombono sull’apprendimento dell’italiano scritto, in particolare quello di non poter più far esercitare i ragazzi con riassunti, temi, relazioni da fare a casa. Finora l’insegnante accorto ha potuto subodorare la copiatura perché sa come scrivono i suoi allievi e può controllare su internet se ha barato. Oggi ci dicono che con ChatGPT questo non si può fare (ma almeno la richiesta di creare la possibilità di conservare in rete per qualche tempo i testi prodotti andrebbe fatta). In ogni caso, questa volta vale la pena di passare per “demonizzatori”, visto che si rischia di danneggiare gravemente le nuove generazioni.

 Il Sussidiario

giovedì 23 settembre 2021

CAMMINO, DUNQUE SONO !


Procedere
 a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di osservatorio introspettivo viaggiante aperto a ogni sorpresa e agli imprevisti dell’esperienza,  per apprendere attraverso la propria corporeità in moto.

-         di DUCCIO DEMETRIO

Non appaia impertinente mutare il celebre motto di René Descartes (Cogito ergo sum) con una dizione che attribuisce al nostro camminare il potere di accrescere la consapevolezza di essere al mondo. Molto più di quanto una visione tutta razionalistica dell’attività pensante sia in grado di offrirci. Quando il procedere a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di “osservatorio” introspettivo viaggiante aperto ad ogni sorpresa e agli inevitabili imprevisti dell’esperienza. Per apprendere attraverso la propria corporeità in moto che è una forma mentis sensoriale: all’aria aperta, andando da qualche parte o non sapendo ancora dove l’impresa ci condurrà e quali siano i desideri inconsci che ci fanno optare per una strada piuttosto che per un’altra.

Platone, nel Fedro, riteneva una saggia pratica filosofica, da coltivare come cura di sé, l’abitudine a sostare di quando in quando per dialogare “sull’uomo” in luoghi ameni; come pure per Aristotele la pedagogia e l’etica peripatetiche, di conseguenza nient’affatto sedentarie, avevano lo scopo di classificare, ordinare, conservare quanto durante il cammino fosse stato raccolto e scoperto. Consigli che ritroviamo nel romanticismo della prima metà dell’800: quando il filosofo danese Søren Kierkegaard, antesignano della corrente esistenzialistica cri- stiana, si augurava di: «Non perdere la voglia di camminare: perché io ogni giorno camminando raggiungo un autentico stato di benessere e di coscienza». Più di centocinquant’anni dopo, l’antropologo David Le Breton confermava questa convinzione, rintracciandola in altri filosofi e pensatori del secolo dei Lumi come Voltaire, Rousseau, Schelling, Goethe. Più oltre, dallo studioso francese ritrovata anche nei “trascendentalisti” americani Ralph Emerson e David H. Thoreau. Egli scriveva nel 2006: «L’atto di camminare rappresenta il trionfo del corpo e dei sensi. Favorisce l’elaborazione di una filosofia elementare dell’esistenza. Soprattutto induce il viandante a interrogarsi su di sé». A scoprire che è il camminare, prima del cogito, ad aprirci al senso di esserci e di essere stati, di aver un cammino biografico alle spalle. Da ricostruire e scrivere magari proprio di sosta in sosta.

Oggi, potremmo così emulare, come camminatrici e camminatori desiderosi di camminare con filosofia, le loro maniere di passeggiare, peregrinare, vagabondare. Possiamo così metterci nei panni dei filosofi della natura presocratici, o anche di Epicuro, di Plinio, di Seneca…, riscoprendo il piacere ecologico di aggirarsi or qui or là. Oppure potremmo scoprirci peregrinanti audaci: ben decisi a raggiungere quei luoghi santi, oracolari o leggendari, le cui mete avranno il potere di educarci a rafforzare, a testimoniare, a diffondere la nostra fede. Al seguito delle correnti monastiche europee e d’Estremo Oriente, le cui scuole di meditazione in cammino testimoniano tuttora la grande importanza dell’esercizio del camminare come disciplina sacra per la psiche e l’ascolto del divino. Vagando alla ricerca di se stessi come cantavano sant’Agostino e san Francesco: «Come sogliono cantare i viandanti / canta ma cammina / cantando, consolati della fatica, non amare mai la pigrizia / canta e cammina / avanza, avanza nel bene! Canta e cammina».

Quali siano le nostre credenze, il camminare ci mette alla prova sempre, sosteneva anche Friedrich Nietzsche in Ecce homo. E, di concerto, per il cattolico Gabriel Marcel chiunque può essere ritenuto viator in ogni momento della giornata anche soltanto fatti pochi passi. Se invece l’andatura assume il carattere di un andar vagabondo ecco che il nostro camminare non si prefiggerà di raggiungere traguardi agognati. Perché questi ci aspetteranno lungo la via, per il solo fatto di esserci messi in cammino. Il quale si rivelerà, strada facendo, una fonte inesauribile di episodi e incontri iniziatici, maturativi, formativi quale sia l’età dei viandanti. Ciò che conta è, procedendo o fermandosi di tanto in tanto, ascoltare nel silenzio cercato o inatteso l’eraclitea e lucreziana potenza del divenire ineluttabile: oppure, per altri, si tratterà di ritrovare la ripetitività delle cose, delle stagioni, dei destini umani nel loro “eterno ritorno”: ancora con Nietzsche. Per altri ancora, saranno invece i sentimenti di elevazione e di miglioramento delle proprie condotte umane a costituire la motivazione che indurrà a scendere in strada per cercare quanto una stanza, fosse anche la più adatta a meditare, non può offrirci.

Camminando a contatto con boschi, animali, paesaggi, montagne…. si scopre di volta in volta quale può essere il proprio rinnovato cogito ergo sum. Perché preceduto e arricchito dalle percezioni immediate di un sentirsi vivi offertoci dalla mutevolezza dei luoghi. Inoltre, scopriremo che simile camminare meditabondo si adempierà sotto l’egida di quel mito intramontabile del ’900 che fu e sarà Bruce Chatwin, un autentico filosofo nomade. Per il quale il camminare fu «un’attività poetica – e aggiungiamo filosofica – che può guarire il mondo dai suoi mali». Ed anche i nostri.

Procedere a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di osservatorio introspettivo viaggiante aperto a ogni sorpresa e agli imprevisti dell’esperienza,  per apprendere attraverso la propria corporeità in moto. Ciò che conta è, procedendo o fermandosi di tanto in tanto, ascoltare nel silenzio cercato o inatteso l’eraclitea e lucreziana potenza del divenire ineluttabile

 

www.avvenire.it

 

 

mercoledì 28 novembre 2018

LA FILOSOFIA, BUSSOLA PER TUTTI I SAPERI

C’è una sottile linea rossa che lega mondi apparentemente lontani: «Così come il linguaggio produce discorsi utili a capirsi, la filosofia genera concetti utili a muoversi in natura. E mantiene alta l’attenzione sui limiti di ciò che stiamo utilizzando, ci ricorda e lavora per farci superare la parzialità del nostro agire»
Così la disciplina “astratta” si misura con l’economia, la fisica e persino l’industria 4.0 Parla Onoranti, dell’Università Lateranense: «È come un surf con cui cavalcare le onde dell’ignoto»

Una sottile linea rossa lega figure appartenenti a mondi assai lontani tra loro – dal compianto Sergio Marchionne a Chicco Testa, passando per Bruce Lee e Bill Miller – ma accomunati dall’aver capitalizzato la loro formazione filosofica in attività “materialmente” concrete, spendibili, dimostrando quanto la scienza da secoli va dicendo: ovvero, svelare in ogni teoria la profonda complementarietà con la filosofia. E così, la disciplina astratta per antonomasia si misura con quelle economiche nelle operazioni finanziarie delle borse mondiali, non teme il confronto delle competenze tecnologiche nei processi produttivi dell’industria 4.0, affianca il diritto internazionale nella costruzione della futura giurisdizione, si sporca le mani negli asettici laboratori di fisica, chimica e biologia e, spazzando i frequenti luoghi comuni circa l’inutilità del suo sapere, se guarda alle stelle, magari ispirata dalle sublimi meditazioni kantiane, è perchè chiamata ad esplorare la «via» di qualche missione spaziale. Quando «si applica», del resto, i risultati…si vedono! Per un’idea dei versanti pratici dell’indagine filosofica, ecco il bolognese Filippo Onoranti, filosofo della scienza della Pontificia Università Lateranense, ricercatore in uno dei colossi del software della Silicon Valley dove si occupa di biologia e, in particolare, della formalizzazione del principio evolutivo: «Trasferisco gli strumenti del mondo fisico al regno dei viventi».
E la filosofia si ritrova?
«Aristotele, primo vero biologo della storia, scoprì i polmoni dei cetacei: nessun etnologo li avrebbe cercati in un “pesce”. Anche l’informatica ha influito molto sulle discipline filosofiche, imponendo un rigore diverso dal passato e rendendo attraenti le ricerche epistemologiche. La logica, poi, tra i linguaggi più universali, si presta a far dialogare aree del sapere tra loro scarsamente “comunicative”: si parla molto di interdisciplinarietà, ma essa non può prescindere da un approccio filosofico a sapere, a conoscere, per costruire relazioni coerenti tra aspetti teoretici, pratici e produttivi».
Da quando le big companie parlano il linguaggio filosofico?
«Il PhD è in sè stesso un grado “filosofico” – oggi molto richiesto – di formazione, utile a costruire una conoscenza globale, appunto, philosophical doctor. La specializzazione in filosofia abbina un alto grado di competenza specialistica a una visione integrata del sapere».
Quali i mestieri dei moderni filosofi?
«Ad esempio, l’analista di dati o il consulente al project management ».
E la ricerca?
«È un altro esempio. Si applicano principi e metodi a problematiche “pratiche” di breve termine, come strumento del “fare” invece che del conoscere. Del resto, l’ambito aziendale – in cui sorgono sempre imprevisti – è occasione di studi forzatamente originali. La filosofia è la stessa scienza che si confronta con realtà poco note, è il germoglio di una conoscenza non definita, il surf con cui cavalcare l’onda dell’ignoto».
E la filosofia nella pratica quotidiana?
«Funziona da bussola, per distinguere vero e falso, quando il mondo ci appare ingannevole. Ad esempio, l’interpretazione di riferimento della realtà fisica sancisce la duplice natura – corpuscolare ed ondulatoria – delle particelle subatomiche: la luce è, contemporaneamente, finissima sabbiolina di fotoni ed onda di energia. Comprendere – letteralmente tenere insieme – evidenze similmente contraddittorie ha richiesto la ridefinizione dei paradigmi precedenti e la costruzione di nuovi archetipi logici».
Tale visione è condivisa in ambito scientifico?
«Il dualismo onda-corpuscolo sì, il ruolo della filosofia non direi. Le tifoserie non mancano: Stephen Hawking scrive che la filosofia è morta senza rattristare nessuno. Eppure, il profondo debito della scienza antica e moderna nei suoi riguardi è palese. Ancora si discute circa l’utilità di questa relazione: in Italia, il fisico Carlo Rovelli la sostiene in toto, sottolineandone – accanto al tradizionale ruolo del sapere filosofico nello scoprire errori – l’abilità nel vaccinare la mente dal pregiudizio, cui l’uomo ingenuamente cede. In un mondo che evolve con velocità crescente, una struttura di pensiero che prevenga le pratiche – ad essa conseguenti – da irrigidimenti e rotture è una necessità».
I confini tra scienza, impresa e filosofia così si assottigliano: è un bene?
«I confini hanno a che fare col nostro bisogno di rassicurazioni. La scienza raccoglie dati, li interpreta e ne ricava teorie utili a relazionarsi col mondo. Anche il mondo dell’impresa, per quanto si subordini a scopi marcatamente individualistici e sia poco incline alla condivisione (fondamenta dell’istanza conoscitiva), è simile: studia dati, ne ricava interpretazioni e, su queste, formula delle previsioni: sono i business plan. Ogni costrutto presuppone un punto di vista e – come tale – consente l’accesso a una limitata porzione di mondo. La filosofia, in questo processo, aiuta a non sposare gli scorci di realtà che, pur se prodotto buoni frutti, occorre superare per mantenere il passo del cosmo».
La filosofia inventa cose oltre che idee?
«Inventa astrazioni con ricadute ed effetti concreti. I diritti umani, ad esempio, sono il prodotto della filosofia morale di una certa epoca: tali “oggetti dell’etica”, giunti nel mondo, hanno generato mutamenti socio- politici ed oggi – sui testi – sono puntualmente definiti e nei tribunali vigorosamente tutelati. Un’altra magia filosofica è la scoperta – grazie alla ragione – di alcune realtà, come gli atomi, solo a posteriori testimoniate dai sensi. Il concetto di realtà indivisibile ha preceduto di XXV secoli la scoperta di atomi e quanti. Anche l’informatica è il prodotto, abbastanza diretto, di ricerche filosofiche: i computer parlano una lingua piuttosto strana – con due sole lettere, 0 e 1 – la logica antica è lo strumento per rendere questi due valori significativi ai nostri scopi. All’origine del progetto di Turing c’è Kant: non a caso, i nostri calcolatori funzionano in modo affine alla mente descritta nella Critica della Ragion Pura. Nelle sue ricerche ha inventato o scoperto qualcosa? Ho lavorato molto sui fondamenti teorici della biologia, apprendendo – con sorpresa – che una definizione non descrittiva di specie vivente non esisteva. Poiché mi occorreva, ne ho “costruita” una: “nodo metastabile della relazione tra individuo ed ambiente”. La filosofia è, dunque, produttiva? Certamente. Così come il linguaggio produce discorsi utili a capirsi, la filosofia genera concetti utili a muoversi in natura. E mantiene alta l’attenzione sui limiti di ciò che stiamo utilizzando, ci ricorda e lavora incessantemente per farci superare la parzialità del nostro agire».