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giovedì 16 luglio 2026

PIU' LINGUE PER RINGIOVANIRE

Il segreto

 per un cervello 

più giovane 

fino a 13 anni? 

Parlare più lingue


Un nuovo studio rivela che parlare più lingue può "ringiovanire" il cervello fino a 13 anni: ecco cosa cambia in base all'età e al livello di competenza.

Imparare tante lingue fin da piccoli è un'ottima idea. 

Siamo sempre alla ricerca di modi per mantenere giovane non solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello: e se vi dicessimo che per allenare la mente e toglierle un po' di anni vi basta imparare una nuova lingua?

Lo affermano gli autori di una ricerca presentata a Barcellona al FENS Forum 2026 (Federation of European Neuroscience Societies), e a dire il vero non è nulla di inaspettato: per la prima volta, però, i benefici di imparare una o più lingue diverse da quella materna sono stati misurati in anni, scoprendo che prima si inizia e più approfonditamente si studia, meglio è.

Più lingue, più giovani

Lo studio ha coinvolto quasi 900 persone provenienti dai Paesi Baschi, una regione al nord della penisola iberica, che parlavano una o più lingue tra spagnolo, basco, francese e inglese.

Confrontando l'età cerebrale biologica con quella reale, è emerso che il multilinguismo porta benefici esponenziali. In particolare, chi parlava due lingue aveva un cervello di sei anni più giovane, chi ne parlava tre di sette anni più giovane e chi ne parlava quattro addirittura di tredici anni più giovane.

Meglio presto e bene

L'effetto, sottolineano gli studiosi, non era solo legato al numero di lingue parlate, ma anche al livello di conoscenza dell'idioma e all'età in cui si è appreso: «Una maggiore competenza linguistica e un'acquisizione più precoce della seconda lingua sono state associate a un invecchiamento cerebrale più ritardato», spiega Lucia Amoruso, che ha presentato la ricerca durante la conferenza.

Questo significa che imparare una lingua da adulti non ha alcun effetto positivo? Assolutamente no. Sebbene i benefici massimi si verifichino quando si imparano più lingue durante l'infanzia, farlo da adulti ha comunque conseguenze molto positive nella salute cerebrale.

Nonostante abbiano tenuto conto di fattori come età, sesso e livello di istruzione dei partecipanti, gli autori avvertono che non è possibile escludere del tutto l'influenza di altri elementi che potrebbero incidere sulla salute del cervello, come lo stile di vita e il livello di impegno sociale. 

Il prossimo obiettivo del team è condurre uno studio simile su persone con patologie neurodegenerative come l'Alzheimer, dove l'invecchiamento cerebrale è ancora più importante.

FOCUS


mercoledì 1 aprile 2026

DAL LORO AL NOI

Dal «loro» al «noi»:

 come il cervello abbatte le divisioni



Il cervello umano si riconfigura, e può ridurre le distanze tra etnie, quando si richiama un’identità condivisa. Le implicazioni per le società multiculturali riguardano il superamento dei confini attraverso semplici stimoli contestuali

di Nicla Panciera

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la  coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura». 

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura».

VITA

 

venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

venerdì 26 luglio 2024

ADOLESCENTI, INTERNET, AMBIENTE

  

«Ambiente 

e internet 

incidono 

sul cervello

degli adolescenti»



La neuroscienziata: «Contano molto gli influssi sociali, 

anche in positivo»

- di Stefania Garassini 

«Un periodo unico di sviluppo biologico, psicologico e sociale»: definisce così l’adolescenza la neuroscienziata britannica Sarah-Jayne Blakemore, docente a Cambridge, che mette in evidenza le straordinarie potenzialità di questa fase della vita, nel corso della quale è in atto uno sviluppo cerebrale vorticoso, con ancora molti aspetti da approfondire. Blakemore, che è autrice di Inventare se stessi. Cosa succede nel cervello degli adolescenti (Bollati Boringhieri), di recente è stata ospite dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano per ritirare il Social Research Prize dell’associazione Ciao Table e tenere una lectio magistralis sul cervello sociale degli adolescenti. «Nel periodo in cui frequentavo l’università, la metà degli anni ’90, s’insegnava che il cervello umano smette di svilupparsi nel corso dell’infanzia – spiega -. Ma negli ultimi due decenni, grazie a nuovi e numerosi studi, si è visto che in realtà non è così: lo sviluppo continua fino ai 20-25 anni. Sono molte le funzionalità che si evolvono, da quelle cognitive a quelle che riguardano il comportamento sociale. È la fase in cui il nostro senso d’identità si trasforma più profondamente.

Quali sono i cambiamenti più rilevanti che caratterizzano il cervello adolescente?

«L’adolescenza è un periodo in cui il cervello è straordinariamente plastico, in continua trasformazione, e l’influsso dell’ambiente e delle relazioni sociali è molto rilevante. Un aspetto fondamentale è la predisposizione al rischio. Per un adolescente è cruciale essere accettati dal gruppo: e per ottenere questo obiettivo è disposto a correre rischi esponendosi a comportamenti pericolosi o dannosi per la salute (ad esempio fumo e alcol). Dai nostri studi risulta evidente l’influenza sociale: gli adolescenti sono più disposti a correre rischi quando si trovano in compagnia degli amici».

Quali altre conseguenze ha sulla vita adolescente questa grande plasticità cerebrale?

«Siamo abituati a dare valore soprattutto agli aspetti negativi del condizionamento sociale. Ma lo stesso meccanismo vale anche per i comportamenti positivi, come il desiderio di fare volontariato e aiutare gli altri. Gli adolescenti sono estremamente sensibili all’influenza dei loro pari in questo campo. Ed è una caratteristica che può avere effetti benefici nelle campagne di salute pubblica. È stato fatto uno studio sull’efficacia degli interventi contro il bullismo in un gruppo di scuole statunitensi: in metà degli istituti gli incontri erano tenuti da insegnanti, secondo un metodo tradizionale, mentre nell’altra erano stati i ragazzi dagli 11 ai 15 anni, opportunamente formati, a parlare con i loro coetanei. In questo secondo gruppo di scuole c’è stata una diminuzione di episodi di cyberbullismo del 25% più alta».

In che modo gli adulti possono instaurare una relazione sana con gli adolescenti?

«Gli adulti hanno un ruolo fondamentale: non è vero che gli adolescenti non li ascoltano, gli adulti fungono da modelli di comportamento e da supporto. Le ricerche che stiamo svolgendo possono aiutare gli adulti a comprendere meglio il comportamento adolescenziale anche quando sembra irrazionale o irresponsabile. Si tratta di atteggiamenti che hanno una fondamentale motivazione di adattamento, li riscontriamo anche negli animali. Saperlo può renderci più facile accettarli».

Quali sono a suo avviso le cause dell’attuale crisi di salute mentale tra i giovani?

«Il lockdown ha certamente avuto un effetto più rilevante per i giovani rispetto agli adulti. Per un adolescente la mancanza di rapporti sociali può influire direttamente sullo sviluppo cerebrale. Riguardo alla salute mentale nei giovani, abbiamo dati allarmanti: molte malattie come la schizofrenia e la depressione si manifestano per la prima volta in adolescenza. Va detto anche però che in molti casi i problemi si limitano a questo periodo e in seguito si risolvono»”

Si dibatte molto dell’impatto negativo dei social media sulla salute mentale degli adolescenti. È di queste settimane l’uscita negli Stati Uniti del libro dello psicologo sociale Joanthan Haidt The anxious generation, di prossima pubblicazione in Italia, che punta il dito contro i servizi digitali, principali responsabili a suo avviso di questo peggioramento dello stato di salute mentale. Lei cosa ne pensa?

«L’ambiente ha un influsso sulla mente adolescente e può modificarne l’evoluzione, dunque anche l’uso dei social media; sarebbe strano il contrario. È però difficile provare con certezza che i social siano la causa diretta del disagio mentale in adolescenza. Abbiamo assistito a un aumento parallelo dell’uso di internet e dei sintomi depressivi, ma i dati possono essere letti anche in senso inverso: ovvero le persone depresse tendono a fare un maggior utilizzo dei social. Dipende anche da come si usano i social, se ad esempio lo si fa di notte, compromettendo il sonno, cosa che ha certamente un impatto sulla salute mentale, o se se ne fa un uso esclusivamente passivo. In Gran Bretagna una vasta ricerca ha monitorato per 9 anni la situazione di 17.400 partecipanti tra i 10 e i 21 anni. Abbiamo studiato come l’aumento dell’uso dei social in un anno fosse legato alla soddisfazione della propria vita nell’anno successivo, riscontrando che ci sono due momenti in cui la relazione fra social e salute mentale si fa critica: il primo è per le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e per i ragazzi tra i 14 e i 15, il secondo è, per entrambi i sessi, a 19 anni. Si tratta di due periodi di grandi cambiamenti: il primo coincide con la pubertà e il secondo, in Gran Bretagna, è il momento in cui i ragazzi e le ragazze in genere lasciano la famiglia e vanno a vivere da soli: aumenta la vulnerabilità e l’impatto dei social è più evidente».

In quale direzione procederanno le sue ricerche nei prossimi anni?

«Attualmente mi sto concentrando sullo studio dell’isolamento e della solitudine tra i ragazzi e su come questo influenzi il loro cervello. Sappiamo che la solitudine è un rilevante fattore di rischio per i problemi di salute mentale. Nonostante la connessione continua i ragazzi sono molto soli e i social amplificano il senso di isolamento, mostrando situazioni di divertimento e condivisione da cui si è esclusi. A breve avrò anche modo di avviare ricerche che analizzeranno la struttura del cervello a livello cellulare, cosa che fino a oggi non è stata possibile. Abbiamo sempre studiato il cervello con strumenti, come la risonanza magnetica, che consentono un’analisi delle macrostrutture, ma sono in arrivo nuovi macchinari che consentiranno di arrivare al livello delle sinapsi. Lì cercheremo le risposte a molti dei quesiti insoluti sul funzionamento del cervello adolescente».

www.avvenire.it

Immagine

 

venerdì 19 luglio 2024

LA LIBERTA' COGNITIVA



Attacco alla mente

 nell’epoca digitale

 Nita Farahany: «La privacy celebrale è minacciata dall’integrazione di sensori mentali in ogni dispositivo multifunzionale indossabile» Nel suo libro la scienziata evidenzia le luci e le ombre delle neurotecnologie: potenzialità positive sono affiancate dallo spettro del controllo del cervello


-       -  di ANDREA LAVAZZA

Un gruppo di scienziati del California Institute of Technology ha pubblicato poche settimane fa uno studio su Nature Human Behaviour in cui si dà conto di impianti cerebrali in grado di decodificare il linguaggio interno - identificando le parole cui due persone hanno pensato senza muovere le labbra né emettere alcun suono. Sebbene la tecnologia sia ancora in fase iniziale funziona con una manciata di parole e non con frasi compiute - potrebbe avere applicazioni cliniche per pazienti non più in grado di parlare. Dispositivi simili di interfaccia cervello-computer, che traducono le attivazioni cerebrali in testo, hanno raggiunto velocità di 62-78 parole al minuto per alcuni pazienti. Ma tali dispositivi sono stati istruiti per interpretare espressioni almeno in parte vocalizzate o mimate. Lo studio di Wandelt e colleghi è il primo a cogliere dall’esterno parole solo “pen-sate”, registrando in tempo reale l’attività di singoli neuroni. Si tratta del sogno (o dell’incubo) della lettura della mente, che le nuove neurotecnologie stanno rendendo qualcosa di molto concreto.

Si tratta di strumenti avanzati che possono monitorare o modificare il funzionamento del cervello. Si va dall’imaging cerebrale (come la risonanza magnetica funzionale) ai dispositivi di stimolazione cerebrale fino, appunto, alle interfacce cervello-computer. Sono tecnologie sviluppate per aiutare persone colpite da gravi deficit o patologie, ma che possono anche essere usate per scopi ricreativi (per usare i videogiochi) o per scopi militari (per lo più sconosciuti). Se, come nel caso dell’impianto realizzato da Neuralink di Elon Musk, si vuole ridare mobilità a un tetraplegico, lo scopo è più che lodevole. Preoccupazioni etiche e legali sorgono però con il potenziale uso delle neurotecnologie per il controllo dei comportamenti, ancorché con un obiettivo condivisibile. In Cina si è testato un caschetto, imposto ai conducenti di treni ad alta velocità e tecnici di centrali nucleari, che valuta la stanchezza mentale e i cali di attenzione, in modo da aumentare la sicurezza dei lavoratori e dell’intera società.

Per questo è urgente una riflessione allargata sulla prossima diffusione di strumenti capaci di agire sulla nostra mente. Lo ha fatto la studiosa Nita Farahany nel suo libro Difendere il nostro cervello. La libertà di pensiero nell’era delle neurotecnologie, appena tradotto da Bollati Boringhieri (pagine 288, euro 27). Farahany, sulla base di una formazione interdisciplinare in biologia, genetica e giurisprudenza, è docente di Diritto e Filosofia presso la Duke University, negli Stati Uniti, e fondatrice della Duke Initiative for Science & Society. Dal 2010 al 2017 ha fatto parte della Commissione presidenziale Usa per lo studio delle questioni bioetiche. Oggi è una delle voci più autorevoli sul tema della privacy cerebrale.

Professoressa Farahany, in passato sembrava che i pensieri fossero solo nostri. Si poteva certamente drogare una persona o cercare di plagiarla, ma nessuno poteva entrare nella mente di un altro. Oggi sembra possibile violare quest’ultima fortezza. Che cosa sta accadendo?

« I progressi delle neurotecnologie stanno consentendo un accesso che non ha precedenti ai nostri pensieri più intimi, rendendo labile il confine tra quello che è privato e quello che diventa pubblico. L’ultima fortezza della privacy è assediata da tecnologie in grado di decodificare i segnali neurali e dalla biometria cognitiva (qualcosa di simile alle “impronte digitali” del cervello) che permettono di fare inferenze sofisticate sui nostri sentimenti e sui nostri stati mentali, sollevando notevoli prodelle blemi etici e legali».

Quali sono le applicazioni più promettenti delle neurotecnologie al di fuori della medicina? Saremo in grado di migliorare le nostre capacità cognitive o di “rieducare” i criminali?

« Al di là della medicina, le neurotecnologie sono promettenti per il potenziamento cognitivo, il miglioramento dell’apprendimento e l’aumento della produttività. Tuttavia, l’idea di “rieducare” i criminali solleva dilemmi etici sul consenso e sull’autonomia persone coinvolte, nonché sui rischi di manipolazione e di imposizione cognitiva che mi rendono molto preoccupata ».

Quali sono le neurotecnologie emergenti che possono minacciare maggiormente la nostra privacy cerebrale?

« L’integrazione di sensori cerebrali in ogni dispositivo multifunzionale come auricolari, orologi e cuffie rappresenta la minaccia maggiore, alcune grandi compagnie stanno già pensando di inserire strumenti miniaturizzati per l’elettroencefalografia nei loro dispositivi che saranno venduti liberamente al pubblico. Hanno il potenziale per accedere e decodificare i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre intenzioni, ma le minacce diventano invisibili mentre noi siamo impegnati in altri usi di questi dispositivi».

Si avvicina il momento in cui potremo utilizzare dispositivi che ci renderanno la vita più facile, ma che potrebbero esporci alla divulgazione dei nostri dati cerebrali/ mentali?

«Sì, a mano a mano che le neurotecnologie si integrano nelle nostre attività di tutti i giorni, la comodità che offrono comporterà alcuni compromessi in termini di privacy. Il rischio di accesso non autorizzato alle informazioni cerebrali aumenterà, richiedendo una solida protezione dei dati biometrici neurali e cognitivi».

Dove vede i maggiori rischi nell’abuso delle neurotecnologie: da parte di malintenzionati o da parte di Stati che vogliono controllare i propri cittadini?

« Entrambe sono potenziali minacce rilevanti. I malintenzionati potrebbero sfruttare le neurotecnologie per ottenere vantaggi per sé o provocare danni ad altri, mentre gli Stati potrebbero usarle per la sorveglianza e il controllo, con gravi violazioni delle libertà individuali e dei diritti umani».

Si potrebbe pensare che, visti i pericoli, sarebbe meglio rallentare la ricerca sulle neurotecnologie non per uso clinico. È fattibile? Qual è la sua opinione?

«Rallentare la ricerca non è fattibile né auspicabile, visto il mandato etico che vale per tutti gli studiosi di provare a trovare rimedio a malattie e sofferenze che hanno origine nel cervello e sono assai diffuse. Dovremmo invece concentrarci sulla definizione di linee guida etiche e di quadri normativi che garantiscano lo sviluppo e l’uso responsabile delle neurotecnologie».

Quali strumenti legali possiamo mettere in atto per proteggere la privacy e l’integrità mentale delle persone? Abbiamo bisogno di diritti neurali come nuovi diritti umani?

« Abbiamo bisogno di poterci basare su un chiaro ed esplicito diritto alla libertà cognitiva, ovvero il diritto di ogni individuo a mantenere il controllo sui propri processi mentali e sulle proprie esperienze cognitive. La libertà cognitiva deve garantire che le persone possano formare opinioni, prendere decisioni e sviluppare idee senza coercizione; deve proteggere i pensieri, le emozioni e le esperienze mentali dall’accesso non autorizzato e dalla sorveglianza non voluta; deve assicurare che le persone non siano soggette a interventi che alterano i loro stati mentali senza consenso informato. Ciò ci porterebbe ad aggiornare la nostra interpretazione del diritto umano all’autodeterminazione e alla privacy. Solo così si potranno pienamente salvaguardare intrusioni che provochino letture, manipolazioni e persino “punizioni” dei nostri pensieri da parte di soggetti terzi. Questi diritti sono sanciti dai codici internazionali che esplicitano i diritti umani e la loro estensione dovrebbe essere aggiornata in base al concetto di libertà cognitiva appena descritto, che deve assumere un ruolo centrale».

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giovedì 18 luglio 2024

LA MACCHINA PER FARE I COMPITI

 

Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo: un ometto buffo vi dico alto poco più di due fiammiferi.

Aveva in spalla una borsa più grande di lui.

– Ho qui delle macchine da vendere – disse.

– Fate vedere – disse il babbo.

– Ecco, questa è una macchina per fare i compiti. Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia: la macchina fa tutto da sola in un minuto.

– Compramela, babbo! – dissi io.

– Va bene, quanto volete?

– Non voglio denari – disse l’omino.

– Ma non lavorerete mica per pigliar caldo!

– No, ma in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino.

– Ma siete matto! – esclamò il babbo.

– State a sentire, signore – disse l’omino, sorridendo - se i compiti glieli fa la macchina, a che cosa gli serve il cervello?

– Comprami la macchina, babbo! – implorai – Che cosa ne faccio del cervello?

Il babbo mi guardò un poco e poi disse: – Va bene, prendete il suo cervello.

L’omino mi prese il cervello e se lo mise in una borsetta. Com’ero leggero, senza cervello! Tanto leggero che mi misi a volare per la stanza e, se il babbo non mi avesse afferrato in tempo, sarei volato giù dalla finestra.

– Bisognerà tenerlo in gabbia – disse l’ometto.

– Ma perché? – domandò il babbo.

– Non ha più cervello, ecco perché. Se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino e in pochi giorni morirà di fame!

Il babbo mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere. Le stecche mi stringevano tanto che… alla fine mi svegliai spaventato. Meno male che era stato solo un sogno! Vi assicuro che mi sono subito messo a fare i compiti.

(Gianni Rodari,  tratto da "La macchina per fare i compiti")

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venerdì 24 maggio 2024

IL RISCHIO DEL CELLULARE


 Vietare i cellulari prima dei 14 anni 

fa bene al cervello

 

-          di Alberto Pellai*

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Spesso sentiamo ripetere il mantra di come la tecnologia, che pervade la nostra vita, migliori la qualità della nostra vita. Ma questo assunto, vero per certi aspetti, se si parla di educazione nella prima infanzia e nella scuola primaria, viene ribaltato dalle evidenze scientifiche. I bambini esposti a strumenti tecnologici e interazioni con gli schermi sono soggetti ad un danno duplice: diretto, legato alla dipendenza, e indiretto, perché l’interazione con gli schermi impedisce di vivere nella vita reale le esperienze fondamentali per un corretto allenamento alla vita.

 Le neuroscienze dimostrano che alcune aree del cervello, fondamentali per sostenere nel bambino le abilità utili per l’apprendimento cognitivo, non si sviluppano in modo adeguato, se il minore trasferisce nel digitale attività ed esperienze che dovrebbe invece vivere in “analogico”. In età prescolare, interagire con uno schermo, invece che con un albo illustrato o con un adulto che ti legge un libro porta ad alterazioni della materia bianca proprio in quelle aree cerebrali fondamentali per sostenere l’apprendimento della letto-scrittura alla scuola primaria.

 Molte ricerche, inoltre, rivelano che nelle scuole dove lo smartphone non è ammesso, gli studenti socializzano e apprendono meglio. Questo non significa bollare la tecnologia come nemica, ma è necessario ripensarla in modo drastico, oggigiorno, invertendo la rotta di ciò che abbiamo lasciato accadere negli ultimi 15 anni. Il cervello dei preadolescenti funziona come ha ben descritto Collodi, raccontandoci di Pinocchio che, sulla strada verso la scuola, incontra Lucignolo e non avendo le competenze per scegliere di restare sulla via giusta, si dirige verso il paese dei balocchi.

Prima dei 14-15 anni, il cervello emotivo dei minori è molto vulnerabile all’attrattività proposta dall’ingaggio dopaminergico dei social media e dei videogiochi.

 Nel momento in cui usiamo le tecnologie come strumenti per l’apprendimento, dimentichiamo che quegli strumenti sono in realtà veri ambienti. I ragazzi nello smartphone possono avere contemporaneamente un’app di calcolo e i social media, questi ultimi distrattori potentissimi. Si apre lo smartphone per usare la calco-latrice, ma in meno di un secondo ci si trova a fare scrolling senza riuscire a fermarsi.

 Ecco perché dovremmo essere coerenti con quello che ci dicono le neuroscienze nel favorire il ritardo dell’uso della tecnologia, che a scuola dovrebbe comparire solo come strumento usato dai docenti per arricchire e integrare i contenuti della propria lezione. Al tempo stesso, il docente non dovrebbe prevederla, prima dei 15 anni, per un uso autonomo dello studente, nel corso dei compiti pomeridiani. Anche su questo intervengo, in una molteplicità di voci e visioni, ad “Edufest - Festival dell’educazione” a Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo.

 Serve un impegnativo allenamento alla vita digitale, che non può però precedere o sostituire quello alla vita reale. Si deve affiancare ad esso, rispettando però ciò che oggi la scienza afferma: ovvero che prima dei 14 anni è meglio non possedere uno smartphone ad uso personale e che prima dei 16 anni è meglio non gestire un profilo personale sui social media.

 

*Medico e psicoterapeuta

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lunedì 29 aprile 2024

BAMBINI e CELLULARI


Psicologa Nastri: “L’uso precoce e massiccio di smartphone modifica la massa bianca del cervello

Scuola e famiglia per costruire un rapporto sano con la tecnologia”.

 

INTERVISTA di Andrea Carlino

 A Orizzonte Scuola interviene Federica Nastri, psicologa, criminologa, pedagogista e mediatrice familiare, per un’approfondita analisi del rapporto tra bambini e tecnologia.

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 Nell’era digitale, l’esposizione precoce e spesso incontrollata agli schermi pone serie questioni sullo sviluppo psicofisico dei più piccoli. La psicologa Nastri ci guida alla scoperta dei segnali di un uso problematico della tecnologia, delle conseguenze a lungo termine e di strategie efficaci per genitori ed educatori.

 La maggior parte dei bambini oggi entra in contatto con i dispositivi digitali già nei primi anni di vita, creando una sorta di “prolungamento” degli arti. Questo rende difficile distinguere tra un uso normale e uno problematico, poiché il problema spesso nasce dall’adulto che fornisce il dispositivo al bambino.

 Come si accompagna un bambino per strada, così bisogna accompagnarlo nel mondo digitale, educandolo alla prevenzione dei rischi. Condividere esperienze personali e aprire un dialogo basato sulla fiducia può aiutare i bambini a comprendere i pericoli senza spaventarli eccessivamente. Educare i bambini alla gestione del tempo fin dalla tenera età è fondamentale per un uso sano e responsabile della tecnologia. Far sperimentare la noia e l’attesa aiuta a sviluppare la creatività, l’intelligenza emotiva e la capacità di vivere nel mondo reale.

 La dipendenza digitale può influenzare negativamente il rendimento scolastico, distogliendo l’attenzione dagli obiettivi e creando difficoltà cognitive e comportamentali. La scuola, in collaborazione con professionisti della salute mentale, può promuovere un uso sano della tecnologia attraverso programmi specifici e attività che stimolino la sfera emozionale, il contatto con la natura e le persone, lo sport e l’affettività.

 Dottoressa Nastri, quali sono i segnali di un’esposizione eccessiva agli schermi in bambini così piccoli? Come possono i genitori distinguere tra un uso normale e uno problematico?

 Secondo gli studi più recenti, sulle abitudini in ambito tecnologico dei bambini dai 6 mesi ai 4 anni, risulta che il 96,6% utilizza media device e molti di loro iniziano a usarli già nel primo anno di vita.  Comprendiamo quindi che, a oggi, per la maggioranza dei bambini, i dispositivi elettronici rappresentano un vero e proprio “prolungamento” dei loro arti: nascono con loro, crescono con loro, si evolvono con loro inducendoli a una involuzione sotto ogni punto di vista. Fino a un decennio fa potevamo parlare dei “segnali” fondamentali affinché i genitori potessero monitorare l’uso o abuso della tecnologia; ora che l’età di utilizzo è scesa vertiginosamente ai pochi mesi, ahimè, capiamo quanto il problema non dipenda più dal bambino fin troppo piccolo per scegliere individualmente di impiegare il suo tempo muovendo le dita su uno smartphone ma dell’adulto che glielo consegna. Perciò, il tempo trascorso dai bambini molto piccoli davanti agli schermi risulta associato al modo in cui i loro stessi caregiver utilizzano la tecnologia. Pertanto, diviene complicato stabilire già per gli adulti un proprio autocontrollo all’uso, e che ne stabilisca un “uso normale o problematico”. Sicuramente, i primissimi campanelli d’allarme a cui prestare attenzione sono: reazioni spropositate di rabbia e frustrazione, costanti sbalzi d’umore, impulsi incontrollabili nel “controllare” il dispositivo, sintomi d’astinenza nel distacco dall’oggetto vissuto come indispensabile.

 Quali sono le conseguenze a lungo termine di un’esposizione precoce e incontrollata agli schermi sullo sviluppo psicofisico del bambino?

 Il mondo digitale, rimanda al modello stimolo-risposta, nonché qualcosa di astratto rispetto a un pensiero concreto di qualsiasi cosa. L’utilizzo precoce e massiccio di queste tecnologie, cambia il modo di organizzare la conoscenza del bambino così radicalmente da modificare la struttura della massa bianca del cervello e alterare le aree fondamentali per lo sviluppo del linguaggio, delle capacità di alfabetizzazione e delle funzioni esecutive (memoria, attenzione, inibizione, flessibilità cognitiva, pianificazione). Se il bambino impara a usare questi strumenti prima ancora di iniziare a parlare, il rischio è di focalizzare la conoscenza sullo stimolo specifico, piuttosto che sulle relazioni e interazioni tra oggetti, ciò potrà implicare anche ritardo nello sviluppo motorio, aumento di disturbi alimentari, disturbi del sonno, disturbi dell’apprendimento e disturbi comportamentali, depressione infantile, ansia, psicosi, disturbi della personalità, autismo e infine aumento dell’aggressività e violenza.

 Come possono i genitori riconoscere i segnali di dipendenza digitale nei loro figli?

 L’uomo è un essere sociale, geneticamente programmato per sopravvivere aggregandosi con la comunità e la tecnologia più si presta per soddisfare il bisogno di connessione degli esseri umani. Come? Estraniandoli e isolandoli. Sembrerebbe un controsenso, eppure l’isolamento, il disinteresse e la dissociazione rappresentano i segnali più profondi di una dipendenza digitale, susseguiti, come dicevamo dalla necessità di trascorrere un numero sempre più cospicuo di ore in connessione, sono sintomi depressivi o ansiosi, agitazione psicomotoria in caso di riduzione o interruzione, riduzione della vita reale e degli interessi lontani dal digitale.

 Come possono i genitori parlare ai loro figli dei pericoli online in modo che li comprendano senza spaventarli eccessivamente?

 Lascereste mai un bambino da solo per strada? Come gli direste che non può starci da solo? Le infinite vie di internet si snodano tra curve a gomito, discese vertiginose e salite ripidissime, e devono essere ormai considerate come un mondo “reale” e pericoloso in cui un bambino si accompagna e si sostiene. Perciò avviare alla tecnologia (preferibilmente dopo almeno i 4/5 anni) abituando al controllo costante di qualcuno e magari attraverso le app dedicate alle attività di sviluppo sarebbe già un buon modo per indirizzare ed educare alla prevenzione di rischi. Non esiste il discorso perfetto per spiegare la sicurezza informatica ai bambini ma è fondamentale che siano a conoscenza di quanto il mondo virtuale possa nascondere pericoli reali. “Sai, hanno provato a rubarmi l’identità, ed io ho…”, oppure: “Una volta mi hanno preso in giro sul web, così ne ho parlato con la mia famiglia e…”, ecc. ecc. Questi esempi di dialogo possono rappresentare una modalità di apertura all’argomento attraverso l’immedesimazione e la fiducia reciproca, dando così non solo spiegazione delle problematiche ma anche informazioni su come difendersi.

 Come si può aiutare un adolescente a gestire autonomamente il tempo trascorso online e a trovare un equilibrio sano tra vita digitale e vita reale?

 È importante partire dall’infanzia ancor prima che dall’adolescenza, in modo tale da fornire già al bambino piccolo, futuro uomo, quegli strumenti adatti a fronteggiare i passaggi di crescita tanto delicati quanto fondamentali della sua vita. L’educazione al “tempo”, alla dimensione del tempo, alla gestione del tempo e all’impiego di questo sono il principio di ogni sfera umana: individuale, familiare, sentimentale, relazionale e professionale. Far sperimentare la “noia”, senza riempire il “buco”. Far godere dell’attesa, senza azzerarla uccidendo il desiderio. Spronare così alla creatività e indipendenza, sviluppare l’intelligenza emotiva, la possibilità di trasformazione, l’opportunità di evoluzione. Il bambino abituato al modello stimolo-risposta avrà difficoltà a gestire il suo tempo di noia e di attesa, avvertito come “vuoto”. D’altra parte, perderà il suo tempo in quanto estraniato in un mondo virtuale. Educare alla realtà, e quindi a questo “tempo reale”, è il primo passo per l’educazione alla vita digitale e a quell’equilibrio tra l’essere e il non-essere, esistere e scomparire.

 Come cambia il rendimento scolastico in giovani con dipendenza digitale? Può la scuola contribuire a promuovere un uso sano e responsabile della tecnologia tra gli studenti?

 Qualsiasi tipo di dipendenza, e in questo caso nello specifico quella digitale, distrae dall’obiettivo inibendo il raggiungimento dei traguardi. Perciò un dipendente dalla tecnologia avrà come priorità estrema un mondo virtuale lontano dalla realtà e quindi lontano anche dall’interesse per le cose, le persone, le relazioni, lo studio e l’apprendimento. Sarà privato della curiosità proprio perché abituato ad un modello stimolo-risposta che è opposto alla conoscenza profonda e autentica. A ciò si aggiungono le difficoltà cognitive, comportamentali e delle funzioni esecutive alimentate dall’abuso dei dispositivi digitali che implicano disturbi dell’apprendimento e di conseguenza un abbassamento del rendimento scolastico. In particolar modo, le evidenze scientifiche dimostrano come il disturbo di attenzione e iperattività (ADHD) sia correlato a tale dipendenza. Affinché venga fronteggiata una situazione di emergenza simile, è necessario che la scuola collabori innanzitutto con professionisti della salute mentale creando percorsi specifici per genitori/figli, genitori/figli/istituzione scolastica. Solo un costante e collaborativo monitoraggio e potenziamento della sfera emozionale, delle attività a contatto con la natura e le persone, dello sport, e della stimolazione affettiva possono promuovere non solo un uso sano e responsabile della tecnologia, ma di tutta l’intera vita dell’individuo.

 Orizzonte Scuola



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