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lunedì 2 ottobre 2023

IL SELFIE, UNA TRAGEDIA

Fotografiamo la vita

 mentre lei se ne va

 da un’altra parte


 Il filosofo Umberto Galimberti lo aveva già ben spiegato qualche mese fa ai lettori della Stampa. L’articolo si intitolava: «L’autoritratto è indecente» e lì spiegava come la dittatura dell’immagine e, segnatamente, del selfie rappresenti una tragedia della società attuale.

 Secondo il filosofo, l’autoscatto è il punto più alto del narcisismo umano: si tende a volersi rappresentare da soli «per paura che l’altro possa dire qualcosa di sbagliato o di male nei propri confronti». E continua: «Quando si va per musei – definiti da Galimberti “la tomba dell’arte” – si tende più a fotografare le opere e condividerle sui social, piuttosto che “godersi” la visita: così si finisce per appiattire l’intera esperienza riducendola alla visione di uno schermo».

 Aggiunge: «Io mi faccio un selfie, tutti si fanno un selfie, io sono tutti»: con questo sillogismo aristotelico giochiamo a riassumere la società di oggi, dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. E precisa: «Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro».

 Ma oggi, intervistato dalla fotografa Silvia Camporesi per Artribune, il filosofo è andato oltre, paragonando il selfie a una tragedia. E la sua analisi è stata ripresa da molti giornali stranieri. «Siamo passati dall’era dell’homo sapiens a quella dell’homo videns che, spostandosi dall’essere all’avere, soggiace alla necessità di fotografare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, creando una forma di compulsione del possesso delle immagini». E così ci illudiamo, fotografando la vita, di vivere frapponendo fra noi e la realtà, una protesi che si chiama telefonino, congelando così una vita che non abbiamo mai davvero vissuto.

 Fotografiamo tutto - spiega - noi stessi nello specchio dell’ascensore, un tramonto, un’alba, una nascita, di fatto non vivendo mai in modo diretto la realtà, ma pensando all’inquadratura, a frapporre fra noi e la vita che sta accadendo, un congelatore di immagini e sensazioni, che accumuleremo in una memoria digitale destinata a non essere consultata mai, perdendoci così il sapore vero della vita».

  Il selfie, una proiezione evanescente di sé

«Il selfie poi, – prosegue – come simulacro di perfezione è null’altro che una proiezione evanescente di sé: ma del resto non è autentica. Aristotele diceva che “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono»

 Il fotografare se stessi selfie rappresenta dunque un’ iperbole mediatica priva di fondamento. Sono le ombre proiettate all’interno della caverna nel racconto platonico. Bisogna uscire dunque uscire dalla doxa (opinione superficiale e variabile) data dall’immaginario evanescente del selfie, quindi delle ombre sulle pareti della caverna per trovare la verità nella spontaneità.

 Come aveva già scritto sulla Stampa, Galimberti continua a preferire l’isolamento piuttosto che la socialità di persona. «C’è anche – precisa – una sostanziale differenza tra cercare gli altri e farsi vedere da questi ultimi: il selfie ha proprio quest’ultima funzione, quindi qualcosa di puramente egocentrico».

 Il monito di questa lezione potrebbe essere «instagrammisti di tutto il mondo lasciate il telefonino ed entrate nella vita. Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità».

 Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 20 luglio 2023

UMILTA' NEL TEMPO DEL SELFIE

È attuale l’umiltà 

nell’era del selfie?

Il vero pericolo è credere

 di essere umili senza esserlo

 Anche quando domina il narcisismo è sempre possibile una crisi che ci obbliga a guardare con lucidità alla nostra natura di esseri imperfetti e vulnerabili.

-         di GIOVANNI SCARAFILE

 Viviamo in un’epoca dominata da una cultura dell’ego in cui la vera essenza della persona si distorce in un’ostentazione di autosufficienza quasi cinica. Un tale fenomeno riecheggia come un ritmo persistente attraverso vari strati della nostra realtà. Nel mondo digitalmente connesso, la personalità autentica viene spesso ridotta all’immagine luccicante di un profilo social. Lo scenario professionale non fa eccezione, con la figura del leader che avanza solo, trascurando le voci di coloro che potrebbero offrire preziosi spunti di crescita. 

In parallelo, osserviamo come la frenetica corsa verso l’indipendenza venga imposta sui giovani e come l’ossessione per il successo personale e la perfezione fisica spesso eclissi l’importanza del lavoro di squadra e dell’accettazione di sé. All’interno di tale scenario, l’umiltà è più che altro uno stratagemma, un modo per manipolare gli altri, non farli sentire minacciati, carpendo in tal modo la loro fiducia. Si tratta di un espediente, nemmeno tanto originale, opportunamente segnalato in molta letteratura. Si pensi, ad esempio, al personaggio di Tartufo nella omonima commedia di Molière. Questo astuto ipocrita si maschera di falsa pietà e umiltà per infiltrarsi nel cuore e nella casa di Orgon, l’ingenuo protagonista, con l’unico obiettivo di ottenere ricchezze e potere. Un altro esempio si trova in Uriah Heep, uno dei protagonisti del romanzo David Copperfield di Dickens, che usa la sua apparente sottomissione come strumento di controllo degli altri. In entrambi i casi, l’umiltà viene distorta e sfruttata, diventando un mezzo per l’inganno piuttosto che un valore da coltivare e condividere.

 E allora, come possiamo ricatturare l’essenza autentica dell’umiltà in un mondo che appare distorto dalle sue stesse alterazioni? Una risposta può venire dal filosofo e teologo Francesc Torralba Roselló che nel suo recente libro, Umiltà (Qiqajon, pagine 172, 20,00), introduce il concetto di «frontiera ontica». Anche in situazioni dominate da un eccessivo narcisismo, il sempre possibile insorgere di una crisi o di una malattia ci obbliga a guardare con lucidità alla nostra vera natura di esseri finiti, imperfetti e vulnerabili. In queste momenti cruciali, siamo portati indietro all’humus, alla terra, alla nostra intima connessione con il suolo, una potente metafora del nostro legame con le nostre radici più profonde. Questo ritorno, tuttavia, non è privo di avvertimenti critici. La terra, infatti, può radicarci alla nostra autenticità, ma può anche diventare un ostacolo quando ci impedisce di andare oltre noi stessi e di apprezzare ciò che trascende il materiale. È questo il motivo per cui umiltà e consapevolezza di sé devono essere congiunti, dal momento che senza una vera conoscenza di noi stessi e dei nostri limiti qualsiasi tentativo di miglioramento cadrebbe nel vuoto.

 In questo contesto, l’umiltà assume un ruolo purificatore, messo bene in evidenza nel dipinto Gesù lava i piedi a Pietro di Ford Madox Brown, realizzato intorno alla metà dell’Ottocento. Nell’atto di rappresentare il soggetto religioso generalmente considerato icona per eccellenza dell’umiltà, l’artista inglese decise di far coincidere il fulcro visivo dell’opera, cioè il punto verso cui l’osservatore è naturalmente portato a guardare, con il catino dell’acqua. Non Gesù, né Pietro, ma l’acqua. Lavare i piedi diviene così il simbolo di purificazione perché ci libera dagli eccessi di protagonismo del soggetto, dando corpo al decentramento dell’io, al cambiamento di prospettiva che apre alla vita invece di ridurla entro i confini ristretti della identità.

 Questo era esattamente il percorso delineato dalle massime della tradizione cristiana antica. Nelle opere dei Padri della Chiesa, l’umiltà trovava realizzazione in quattro pratiche principali: la sottomissione, la resilienza nel dolore fisico, la paziente tolleranza delle ingiustizie, e l’auto-negazione. Come Kent Dunnington ha sottolineato nel suo libro Humi-lity, Pride, and Christian Virtue Theory, nelle prime comunità cristiane, «la giusta opposizione a se stessi è al servizio di un sé più integrato», raggiungibile attraverso risorse che provengono da una dimensione trascendente. Detto in altro modo, si può arrivare all’umiltà attraverso due percorsi, uno laico e l’altro religioso nel senso più ampio del termine.

 Nel suo volume, Torralba Roselló, coglie bene questi due aspetti, ma ci lascia nell’incertezza quando si tratta di specificare i criteri che permettono il passaggio dall’uno all’altro. Inoltre, nonostante il testo del filosofo spagnolo sia accessibile anche quando sviluppa argomenti complessi, ci sono momenti in cui egli sembra troppo generoso con le citazioni. Ci si può ritrovare a navigare tra i pensieri di diversi autori in rapida successione, prima ancora di aver avuto la possibilità di assimilare appieno i concetti espressi da ciascuno di essi. Questa abbondanza di voci ed idee, se da un lato amplia la prospettiva di interpretazione del tema, dall’altro può rischiare di generare un’eccessiva complessità. « L’umiltà – assicura Torralba Roselló – non consiste nel pensare meno se stessi, ma nel pensare meno a se stessi». Si tratta di una definizione efficace, in grado di mettere d’accordo le generazioni. Non a caso, con identica formulazione, essa è originariamente rinvenibile in The Purpose-Driven Life, scritto nel 1954 da Rick Warren, uno dei libri più venduti di tutti i tempi, elogiato per il suo approccio accessibile e pratico alla spiritualità. 

L’umiltà è più che mai attuale. È senz’altro vero che la tendenza moderna di mettere l’individuo al centro, valorizzando la sua autosufficienza e il suo protagonismo, ha messo in ombra questa virtù così fondamentale. Tuttavia, l’umiltà non è un segno di debolezza o di inferiorità, ma piuttosto una manifestazione di forza interiore e di saggezza. Come ci ricorda C.S. Lewis ne Il cristianesimo così com’è, il pericolo risiede nel credere di essere umili senza esserlo veramente, poiché «se pensi di non essere presuntuoso, vuol dire che lo sei moltissimo».

 

www.avvenire.it

venerdì 21 agosto 2020

UN BRUTTO SELFIE E MOLTO DI PIÙ


 Pompei, pandemia, 

digitale e selfiemania

diAngelo Scelzo

C’entra poco il Covid-19 con il fermo immagine della ragazza sul tetto delle Terme centrali degli scavi di Pompei. Ma quando gli storici andranno a rivisitare gli archivi dell’estate 2020, quella foto con una persona nel posto sbagliato, salterà fuori a raccontare che invece no, tutto torna e, anzi, quel selfie può essere addirittura una chiave di lettura per capire meglio ciò che stiamo vivendo.
C’è un essere umano palesemente fuori posto in quell’immagine, che non testimonia altro che una grande infrazione, una prepotenza esercitata da uno 'scanno' di quella straordinaria cattedra del mondo antico che la Pompei degli scavi rappresenta non solo per gli archeologi, ma per l’umanità intera. Quell’atto è molto più di un’offesa: fotografa, con piglio notarile, gli esiti di un disordine che sta prendendo la mano all’uomo dal piano dei valori a quello dei comportamenti.
Un disordine che sta per una lucidità smarrita, quasi una forma di stordimento che rende inconsapevoli e impedisce una serena valutazione delle cose. Quando un uomo o una donna è fuori posto in una foto, c’è sempre qualcosa che non va, e spesso si tratta di drammi o addirittura di grandi tragedie – come dimenticare l’immagine della bambina in fuga dall’attacco al napalm nella guerra in Vietnam? Ma in tempo di Covid, la foto del selfie degli scavi, richiama in maniera diretta l’ammonimento a non guardare il dito invece della luna, e cercare quindi di andare oltre l’inevitabile fuoco di fila delle condanne, per dire che anche la pandemia è un’immagine che coglie l’uomo fuori posto, e con un profilo tutt’altro che a fuoco. Si può pensare che, come la donna del selfie, l’umanità abbia tenuto poco conto delle sue fragilità e dei suoi limiti, e senza rendersene pienamente conto si sia avventurata in una sfida a senso unico, una sorta di selfie per autocompiacimento. Senza curarsi di mettere, però, i piedi sul tetto della casa comune. 
Come sull’infrazione della turista di Pompei vigilava l’onnipresenza dei telefonini acchiappa-immagini, così sulle nostre 'prepotenze' e sui nostri maltrattamenti all’ambiente era difficile pensare di poterla ancora fare franca. A trarre in inganno è stata forse la perfetta compatibilità degli ambienti tra la svolta digitale – al governo ormai della vita quotidiana – e la natura rarefatta dei virus, legati da una comune radice virtuale, che tuttavia stringe a tenaglia tutto il reale che ci circonda. In molti temevano che l’attacco dei virus potesse riguardare proprio il mondo digitale, e l’apprensione era forte poiché non si sarebbe trattato di un semplice scompiglio, ma di un vero e proprio sconquasso. Ma il virus non è poi uscito da un server: ha portato un attacco diretto all’uomo. E su vasta scala, mostrando il peggio di sé e sfigurando l’immagine di questa prima parte di secolo e di millennio, ora macchiata di sofferenza e di morte. La turista sulla terrazza degli scavi, certo senza volerlo, ha però reso evidente che la banalità di un selfie può non essere lontana dalla banalità del male che ha ampliato, nel frattempo, le sue forme di espressione, e soprattutto la sua capacità di connessione. Due elementi che, insieme, fanno salire il rischio di un assoggettamento – in pratica di una chiamata al servizio – delle nuove tecnologie e del mondo dei social. È un dato di cui tener conto soprattutto perché tocca i comportamenti individuali nella gestione di mezzi e strumenti di larghissimo uso comune.
Ciò alza di molto la soglia della responsabilità che non può più essere parametrata su un’oggettiva gravità dei fatti.
La leggerezza e l’incoscienza alla base di quella foto, indicano più di tutto un punto di non ritorno, il tempo finito di ogni zona franca dell’insignificanza. Quando tutto è connesso può bastare una scintilla per scatenare il grande incendio. Un selfie negli scavi fa pensare, di per sé, a un salto di secoli e di civiltà. Ma se, ancora più evidente è parso il salto di (ir)responsabilità, occorre prendere atto che nel codice del mondo digitale quasi non esiste più la distinzione tra piccoli e grandi eventi, tra piccole e grandi infrazioni e conta poco perfino la lunghezza dei passi falsi. C’è sempre
un virus in agguato, dal server o dalla vita, a scompaginare anche le antiche e collaudate gerarchie. 
Finire nella foto sbagliata, per l’uomo e per la donna rischia di diventare davvero troppo facile.
Angelo Scelzo





venerdì 3 aprile 2020

A CACCIA DI SELFIE E DI LIKE PER APPAGARE IL PROPRIO NARCISISMO

Per un pugno di “like”, la trappola del successo

La psicoterapeuta Versari: «Oggi la ricerca di potere, denaro e notorietà è una vera dipendenza. Social, reality e chirurgia estetica sono spie di una cultura narcisista.
 Donarsi agli altri aiuta a dare un senso anche alla sofferenza»

di Antonio Giuliano

Ci sono dipendenze e dipendenze. Quella più subdola non riguarda droghe, alcol o gioco, ma si annida spesso dentro di noi e facciamo fatica ad ammetterla. È la dipendenza dal successo, che si esprime per lo più sotto forma di ricerca di potere, denaro o notorietà. Una tesi sostenuta nel suo ultimo lavoro dalla psicoterapeuta Paola Versari, docente invitata all’Università Auxilium di Roma, formatasi alla scuola di Logoterapia e analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. Si chiama L’inganno del successo  (Ares, pagine 144, euro 15) il saggio che diventerà presto anche una performance coreografica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma. È un testo che fa riflettere visto che spesso basta un pugno di like per continuare a rimanere prigionieri di noi stessi, incapaci di trovare uno scopo e un significato alla nostra vita. Un rischio avvertito peraltro dallo stesso scrittore Dostoevskij secondo cui «il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere ma anche nel sapere per che cosa si vive».
Professoressa Versari perché è così diffuso l’inganno del successo?
Si va consolidando una cultura individualista e narcisista, ce ne accorgiamo da tanti comportamenti quotidiani: senso di grandiosità che porta a sentirsi senza motivo superiore agli altri; fantasie illimitate di fascino, bellezza, intelligenza; credere di essere “speciali” e richiedere eccessiva ammirazione; pretendere che tutto sia dovuto, usare le persone per i propri scopi, avere difficoltà a empatizzare con i sentimenti e le necessità degli altri; avere atteggiamenti arroganti e presuntuosi, provare rabbia alla presenza di critiche da parte degli altri…
I social network amplificano questo fenomeno?
Sono una straordinaria risorsa ma anche un inganno quando diventano veicoli per creare una falsa identità. Ci sono infatti quelli che tentano disperatamente di ispirarsi a un individuo “di successo”, mostrando una falsa immagine di sé. E non sono solo i nativi digitali, ma anche i meno giovani.
Non c’è il rischio di demonizzare i social?
Non vanno demonizzati ma usati con consapevolezza. Dovrebbero rappresentare un accessorio utile a favorire e consolidare le relazioni: ma non possono, però, sostituirsi alle vere relazioni, che non sono quelle esclusivamente virtuali, ma i rapporti reali. Quelli in cui le persone sono capaci “dal vivo” di mostrarsi e conoscersi per quello che realmente sono, anche nei loro limiti e nelle loro fragilità. Ma, a quanto pare, il bisogno di apparire come dei vincenti, come persone di successo, ha la meglio.
Oggi spopolano anche i reality show…
Sono la rappresentazione mediatica di questa cultura narcisista, in cui l’immagine di persona di successo nasconde spesso la desolazione di un vuoto interiore. Lo statunitense Jonathan Taplin, in un libro sui “sovrani” del nostro tempo, i social, rileva come negli ultimi dieci anni 21 ex concorrenti di reality show, dopo aver assaggiato il successo, si sono tolti la vita: una conferma della natura transitoria ed effimera della fama.
L’approccio di Frankl invece invita ad alzare lo sguardo.
Nel suo modello psicoterapeutico e anche educativo ciò che può dare un senso alla vita di una persona, è esattamente il contrario dell’autoattualizzazione. L’uomo di successo è chi, attraverso la dimenticanza di sé stesso, si dedica a uno scopo preciso: una causa alla quale dedicarsi, un “tu” al quale relazionarsi, un Dio da servire… Solo così è possibile realizzare una vita davvero significativa, e perciò di successo: addirittura trovando un senso alla sofferenza.
Ma oggi, nella società del selfie, siamo più portati a specchiarci in noi stessi.
Quella del selfie è l’ossessione più emblematica di questa tendenza all’ autoattualizzazione, di questo bisogno irrefrenabile di nutrire una immagine di sé da esibire per essere approvati, riconosciuti, apprezzati.
Cresce anche il ricorso alla chirurgia estetica…
Non solo tra i più adulti, ma anche tra i giovanissimi: l’immagine corporea perfetta da mostrare porta un numero crescente di ragazzine (e ragazzini) a chiedere a mamma e papà un ritocchino per festeggiare l’ingresso alla maggiore età…. Gli adolescenti che mostrano questo desiderio sono più spesso quelli che hanno un genitore che a sua volta è ricorso a questo tipo di chirurgia. Le veline o gli sportivi muscolosi che popolano la tv o i social divengono modelli da imitare. A tutti i costi.
Nel libro a proposito della mendacità del successo riflette in particolare sulle star dello spettacolo. Di recente Vasco Rossi sui social si è autodefinito un «emarginato di lusso»…
Mi ha molto colpito leggere le affermazioni coraggiose di Vasco Rossi che mettono il focus su quel senso di vuoto che opprime chi scommette su un falso successo. Tuttavia non basta riconoscere questo inganno, ma occorre trovarne l’antidoto: uscire da sé stessi per darsi a qualcosa o qualcuno. Non si tratta di demonizzare il successo esteriore per chi lo abbia raggiunto. Ma questo è solo la conseguenza di un compito riuscito, non dovrebbe essere cercato intenzionalmente.
Lei sostiene che un’ottima terapia è l’umorismo.
Sì, l’autoironia in particolare è uno dei più efficaci rimedi anti– narciso. È certamente più facile ridere di qualcuno o per qualcosa, piuttosto che ridere di sé stessi. Ma ridere di sé è una vera e propria ascesi, che può schiudere a guardare oltre noi stessi, l’unico orientamento in grado di garantire il successo. Un successo senza inganno.