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lunedì 12 ottobre 2026

EDUCAZIONE AMBIENTALE

 

Educazione ambientale: 

perché la sostenibilità si impara a scuola


Come si formano cittadini capaci di affrontare 
la crisi climatica 
e guidare la transizione ecologica? 

Le ricerche internazionali indicano nella scuola 
uno dei luoghi decisivi 
per sviluppare conoscenze, competenze e responsabilità verso il futuro.

Che cosa serve davvero perché i giovani non si limitino a conoscere i problemi ambientali, ma imparino ad affrontarli? Di fronte alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità e alla crescente pressione sulle risorse naturali, l’educazione ambientale è oggi considerata a livello internazionale una leva strategica per promuovere comportamenti sostenibili e formare cittadini consapevoli, capaci di comprendere la complessità del presente e partecipare attivamente alla costruzione del futuro.

Dalla sensibilizzazione all’azione

Negli ultimi decenni l’educazione ambientale ha ampliato progressivamente il proprio campo di intervento. Se in passato era prevalentemente orientata alla trasmissione di conoscenze sui fenomeni naturali e sull’inquinamento, oggi viene interpretata come un processo educativo più ampio, finalizzato a sviluppare la capacità di comprendere la complessità delle questioni ambientali e di agire in modo responsabile.

Le principali organizzazioni internazionali, dall’UNESCO all’OCSE, sottolineano come le sfide ambientali richiedano non soltanto informazioni scientifiche, ma anche competenze trasversali quali:

  • pensiero sistemico
  • capacità di valutare criticamente le informazioni
  • collaborazione
  • assunzione di responsabilità individuale e collettiva.

L’obiettivo non è soltanto conoscere i problemi ambientali, ma anche acquisire gli strumenti per partecipare attivamente alla loro soluzione.

Una sfida educativa per il XXI secolo

L’educazione ambientale è quindi molto più di un ambito specialistico dell’istruzione. Costituisce una dimensione essenziale della formazione dei cittadini in una società chiamata a confrontarsi con trasformazioni ambientali, economiche e sociali senza precedenti. Per questo è necessario sviluppare una nuova cultura della sostenibilità, capace di orientare comportamenti individuali e scelte collettive.

Contribuire alla costruzione di futuri sostenibili significa preparare le nuove generazioni a comprendere i cambiamenti e la loro dinamicità, fornendo strumenti cognitivi, relazionali ed etici adeguati ad affrontare l’incertezza. In questo senso, la sostenibilità non è soltanto un contenuto da insegnare, ma una prospettiva educativa che attraversa l’intero percorso scolastico.

Cosa ci dicono gli studi più recenti

Di fronte a una questione che attraversa confini geografici e settori della vita sociale, la ricerca internazionale sottolinea che la sola acquisizione di conoscenze ambientali non è sufficiente a modificare i comportamenti. Numerosi studi mostrano infatti che il passaggio dalla consapevolezza all’azione dipende da più fattori, tra cui:

  • senso di efficacia personale
  • esperienza diretta
  • possibilità di sperimentare forme di partecipazione concreta.

Emerge inoltre il ruolo centrale delle green competences, un insieme di conoscenze, abilità, valori e atteggiamenti che permettono alle persone di comprendere come i sistemi naturali, economici e sociali siano tra loro interdipendenti e di contribuire alla transizione ecologica.

In questa prospettiva si collocano sia GreenComp, il quadro europeo delle competenze per la sostenibilità pubblicato dalla Commissione europea, sia altri documenti internazionali che identificano aree di competenza come la valorizzazione della sostenibilità, il pensiero critico, la visione del futuro e l’azione trasformativa. La sostenibilità viene così considerata una competenza da esercitare nella vita quotidiana e nelle scelte personali, sociali e professionali.

Il ruolo strategico della scuola

Nello sviluppo della cultura della sostenibilità la scuola occupa indubbiamente una posizione privilegiata. È infatti uno dei pochi contesti in cui tutti i giovani possono entrare in contatto con saperi scientificamente fondati e sperimentare forme di cittadinanza attiva.

L’educazione ambientale non può però essere circoscritta a una disciplina specifica né limitata a iniziative occasionali. Gli studi, del resto, parlano chiaro: per essere efficaci, le questioni ambientali non vanno isolate. Devono invece dialogare con le scienze, la tecnologia, l’economia, la storia e la geografia, coinvolgendo anche la dimensione etica e civica.

In questa prospettiva, i temi della sostenibilità diventano occasione per sviluppare competenze trasversali, favorendo la capacità di leggere fenomeni complessi, individuare connessioni e valutare le conseguenze delle proprie azioni.

Imparare attraverso l’esperienza

Uno degli aspetti maggiormente valorizzati dalla letteratura scientifica riguarda l’apprendimento esperienziale. Attività di osservazione sul territorio, monitoraggi ambientali, progetti di cittadinanza scientifica, orti scolastici e percorsi di educazione alla sostenibilità permettono agli studenti di collegare le conoscenze teoriche a situazioni reali.

Le esperienze che coinvolgono direttamente gli studenti risultano particolarmente efficaci nello sviluppare senso di responsabilità e partecipazione. Quando i giovani percepiscono di poter incidere concretamente sul contesto in cui vivono, aumenta la probabilità che adottino comportamenti coerenti con gli obiettivi della sostenibilità.

Anche il rapporto con le comunità locali assume un’importanza crescente. La collaborazione tra scuole, enti territoriali, università, associazioni e imprese può trasformare l’educazione ambientale in un’esperienza autentica di apprendimento e di cittadinanza.

Conclusioni

L’educazione ambientale è oggi riconosciuta dalla ricerca internazionale come una componente essenziale della formazione dei cittadini. Le evidenze mostrano che preparare i giovani alle sfide della sostenibilità significa andare oltre la trasmissione di conoscenze e promuovere competenze critiche, partecipative e orientate all’azione.

Per la scuola, la sfida è tradurre questi obiettivi in esperienze di apprendimento integrate nei curricoli e nella vita scolastica. È qui che gli studenti possono sviluppare gli strumenti necessari per comprendere i problemi ambientali contemporanei e partecipare, come cittadini, alla costruzione di soluzioni sostenibili.

Approfondimenti

Invalsi

giovedì 8 ottobre 2026

BAMBINI E NUOVE TECNOLOGIE


Bambini e adolescenti di oggi crescono in un mondo ibrido, dove la tecnologia non è più solo uno strumento di svago, ma una vera e propria infrastruttura che fa da sfondo alla vita quotidiana. Ma in che modo questa costante connessione influisce sul loro benessere fisico e mentale?

A cercare di fare chiarezza su uno dei temi più dibattuti della salute pubblica è un nuovo, imponente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica The Lancet. La ricerca non si limita a puntare il dito contro il tempo trascorso davanti agli schermi, ma cambia completamente prospettiva, analizzando il problema attraverso la lente dei "determinanti digitali della salute".

Cosa sono i "Determinanti Digitali della Salute" (DDoH)?

Per comprendere a fondo la ricerca, è fondamentale chiarire un concetto chiave su cui si basa l'intera analisi. I Determinanti Digitali della Salute (DDoH) sono, come definiti dai ricercatori, le condizioni strutturali che influenzano la nostra salute attraverso infrastrutture digitali mediate, modelli di business, scelte di design e ambienti informativi.

In altre parole, il "digitale" viene inteso come un vero e proprio ordine socio-tecnologico in cui le tecnologie e i sistemi sociali si intrecciano, plasmando le condizioni globali e le attività umane che, a cascata, producono effetti sulla salute.

Gli obiettivi dello studio

L'obiettivo principale della ricerca (che rappresenta il secondo capitolo della suddetta Serie di The Lancet) è applicare il framework dei DDoH per rispondere a una domanda complessa: come l'uso dei media digitali modella la salute e il benessere dei giovani (dai 0 ai 24 anni)?

Invece di concentrarsi unicamente su "quanto" i ragazzi usano i dispositivi, i ricercatori hanno voluto esplorare cosa rende questo utilizzo dannoso o benefico, portando alla luce i meccanismi invisibili (come gli algoritmi o il design delle piattaforme) che la ricerca tradizionale ha spesso trascurato, limitandosi a misurare il semplice "tempo di utilizzo" (il cosiddetto screen time).

 I punti salienti e le scoperte

Analizzando una mole enorme di dati (una "umbrella review" di 121 revisioni sistematiche che ha coinvolto nove milioni di giovani), gli studiosi hanno delineato un quadro molto chiaro. Sebbene l'uso dei media digitali possa offrire dei benefici (come il supporto tra pari o l'accesso a informazioni utili), esso è molto più costantemente associato a esiti avversi.

Ecco le evidenze principali emerse dallo studio:

  • Salute mentale e fisica sotto pressione: l'uso eccessivo o problematico dei media digitali è correlato negativamente alla salute mentale (maggior rischio di depressione, ansia e comportamenti autolesionistici), alla qualità del sonno, allo sviluppo cognitivo e all'attività fisica (connessa al rischio di obesità infantile).
  • L'età fa la differenza: l'impatto varia in base alla fase di sviluppo. Nei bambini (0-10 anni), i problemi derivano principalmente dal tempo totale passato davanti allo schermo. Negli adolescenti (10-24 anni), a pesare sono i modelli d'uso problematici, legati in particolar modo ai social media, in una fase della vita in cui il cervello è particolarmente sensibile alle ricompense sociali e ai confronti.
  • Il ruolo "invisibile" degli algoritmi e del design: la ricerca evidenzia come sia riduttivo colpevolizzare solo l'utente. Meccanismi come lo scorrimento infinito (infinite scroll), l'iper-personalizzazione dei contenuti tramite algoritmi e la continua richiesta di attenzione attraverso le notifiche sono progettati commercialmente per trattenere i ragazzi online il più a lungo possibile, minando la loro capacità di autoregolazione.
  • Vulnerabilità disuguali: i rischi non sono distribuiti in modo uniforme. I giovani con fragilità pregresse (minore alfabetizzazione digitale, contesti familiari complessi o problemi preesistenti di salute mentale) sono sproporzionatamente più esposti agli effetti tossici degli ambienti digitali, come il cyberbullismo, la disinformazione o l'esposizione a standard estetici irrealistici.

Le conclusioni: oltre la responsabilità individuale

La conclusione a cui giungono i ricercatori rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma per la salute pubblica. Fino ad oggi, i consigli si sono concentrati sul far cambiare comportamento ai singoli: limitare le ore di schermo o impostare il "parental control".

Secondo lo studio, per proteggere concretamente bambini e adolescenti è invece necessaria una risposta strutturale e precauzionale. Non si può chiedere ai giovani e alle famiglie di difendersi da soli contro infrastrutture tecnologiche gigantesche e modelli di business basati sull'estrazione dei dati e dell'attenzione.

Occorre un intervento sulle regole del gioco: riforme dei sistemi digitali, normative più stringenti (come la verifica rigorosa dell'età o il divieto di design persuasivi rivolti ai minori) e una governance che metta finalmente la tutela della salute pubblica davanti agli interessi commerciali delle grandi piattaforme.

Studio di riferimento e fonti

  • Louise Holly, Rebecca Raeside, Alec Morton, Jovin Shi, Natarajan Padmapriya, Falk Müller-Riemenschneider, The public health challenges of children's and adolescents' digital media use: applying the digital determinants of health as an interpretive framework, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01611-9.
  • James Shaw, Nicole Gross, Abril Saldaña-Tejeda, Caesar Atuire, Barbara Prainsack, Louise Holly, Ilona Kickbusch, The digital determinants of health: a new era for global public health, The Lancet, 2026, ISSN 0140-6736, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(26)01292-4.

The lancet htlm

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giovedì 4 giugno 2026

L'ERA DELLA RESPONSABILITA'

 


Al cospetto dei potenti di oggi, è la cultura a salvarci dalla sudditanza.


-di Vito Mancuso 

Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi». 

Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza. 

 C'è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c'è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò "Le origini del totalitarismo" da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell'orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero panem et circenses, l'anti-cultura con cui nell'antica Roma l'Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all'attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l'anniversario della nostra Repubblica. 

 

La risposta l'affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio "valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca. 

Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica", laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia, l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini. 

Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.

“La Stampa” 

venerdì 1 maggio 2026

GIOVANI E FRUSTRAZIONE

 


UNA 

GENERAZIONE

 DISORIENTATA

Lo psichiatra Paolo Crepet offre un’analisi diretta sul rapporto tra giovani, frustrazione e crescita, mettendo in luce alcune criticità del sistema educativo tra scuola e famiglia. Secondo Crepet, l’eccessiva protezione degli adulti e l’abitudine alle gratificazioni immediate, tipiche del digitale, rischiano di rendere i ragazzi più fragili, insicuri e meno pronti ad affrontare le difficoltà reali.

Al centro della riflessione c’è il valore dello sforzo e della fatica, elementi fondamentali per lo sviluppo personale. Errori, brutti voti e delusioni non sono fallimenti da evitare, ma esperienze necessarie per imparare a gestire l’ansia, conoscere i propri limiti e costruire una maggiore autonomia.

Per Crepet, è proprio il confronto con la frustrazione che permette ai giovani di sviluppare resilienza emotiva e diventare adulti più consapevoli. Eliminare ogni ostacolo, come spesso accade con genitori troppo protettivi, può invece ostacolare questo processo.

Il messaggio è chiaro: non si tratta di lasciare soli i ragazzi, ma di accompagnarli senza semplificare tutto. Solo affrontando le difficoltà possono imparare a superarle, dare valore ai risultati raggiunti e costruire basi solide per il futuro.

Paolo Crepet e i giovani: il ritratto di una generazione disorientata

Quando Paolo Crepet osserva i giovani di oggi, non vede una generazione priva di potenziale, ma una schiera di individui profondamente disorientati e, per certi versi, "anestetizzati". Il sociologo denuncia una tendenza sociale pericolosa: la propensione degli adulti a neutralizzare le emozioni dei ragazzi, appiattendo sia i grandi entusiasmi che le profonde tristezze. Si cerca costantemente di riempire ogni loro vuoto, ogni momento di noia, con stimoli continui e soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, come sottolinea l'esperto nei suoi interventi nei teatri di tutta Italia, è proprio nel vuoto e nel silenzio che nascono il pensiero critico e la creatività. Senza noia non c'è invenzione, e senza la mancanza di qualcosa non può nascere il vero desiderio. Abbiamo trasformato i giovani in recettori passivi di una felicità artificiale e immediata, dimenticando di insegnare loro che la vera soddisfazione richiede tempo, impegno e dedizione. Crepet invita a smettere di assecondare la cultura del "tutto e subito", per restituire ai ragazzi la fame di vita, la passione autentica e, soprattutto, il sacro diritto di compiere i propri errori.

L'epidemia dei "figli fragili": la dura critica ai genitori moderni

Una delle espressioni più ricorrenti e incisive nell'analisi di Paolo Crepet è quella dei figli fragili. Ma da dove nasce questa fragilità? La risposta dello psichiatra non lascia spazio ad alibi: la responsabilità principale risiede in un modello genitoriale distorto. I padri e le madri di oggi, spesso mossi da un malinteso senso di amore e protezione, si adoperano quotidianamente per rimuovere qualsiasi ostacolo dal cammino dei propri figli, credendo di fare il loro bene.

Questo atteggiamento, definito comunemente "iperprotezione", si traduce in una sistematica sottrazione di esperienze formative. Un genitore che dice sempre di "sì", che evita ogni forma di conflitto per non risultare antipatico o per fare l'amico del proprio figlio, non sta educando, ma sta creando dipendenza. I ragazzi che crescono in questo ecosistema artificiale, privo di "no" e di limiti strutturati, si ritrovano totalmente disarmati quando, inevitabilmente, si scontrano con il mondo reale, un mondo che non fa sconti e che non è disposto ad assecondare ogni loro capriccio.

Crepet usa un'immagine molto forte per descrivere le famiglie moderne: i genitori si sono trasformati nei "sindacalisti dei propri figli". Invece di allearsi con le istituzioni educative, le madri e i padri odierni tendono a difendere a priori i ragazzi di fronte a qualsiasi richiamo, nota o brutto voto. Se un insegnante assegna un compito in più o un provvedimento disciplinare, viene immediatamente contestato dalla famiglia, che interviene per giustificare e scagionare l'alunno.

Questo cortocircuito relazionale distrugge l'autorevolezza della scuola e trasmette al giovane un messaggio devastante: tu non sei responsabile delle tue azioni, la colpa è sempre degli altri. Secondo Crepet, ripristinare i ruoli è vitale: i genitori devono stare al proprio posto, accettando che le punizioni e le valutazioni negative facciano parte di un sano processo di crescita.

La gestione della frustrazione nello studio e l'elogio della fatica

Al centro del pensiero pedagogico di Paolo Crepet c'è una massima tanto semplice quanto rivoluzionaria: "Tutto quello che è comodo è stupido". Questa frase racchiude il senso del suo convinto elogio della fatica, un concetto che trova la sua massima applicazione nell'ambito scolastico. Oggi, la gestione della frustrazione nello studio è diventata un tabù. Si tende a facilitare i percorsi, a invocare scuole senza voti e a edulcorare i giudizi per non "traumatizzare" gli studenti.

Eppure, Crepet ricorda che l'apprendimento è, per sua natura, fatica. Scontrarsi con un concetto incomprensibile, passare ore su un libro di testo, prendere un'insufficienza e dover recuperare: sono tutti esercizi intellettuali ed emotivi fondamentali. La frustrazione è la benzina dei neuroni. Se priviamo i ragazzi della difficoltà, impediamo loro di sviluppare il talento e la genialità. Non c'è reale autostima che non derivi dal superamento di un ostacolo che sembrava insormontabile. Restituire le difficoltà ai giovani significa, in definitiva, dotarli degli anticorpi necessari per affrontare le sfide dell'età adulta.

 Ansia a scuola: il cortocircuito di chi non sa affrontare il fallimento

L'ansia a scuola è uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi anni. Sempre più studenti manifestano attacchi di panico, rifiuto scolastico e forte disagio psicologico in concomitanza con le verifiche o le interrogazioni. Sebbene le istituzioni cerchino risposte nella moltiplicazione di figure di supporto psicologico, Crepet offre una prospettiva diversa, denunciando quello che definisce un vero e proprio "marketing dell'ansia".

Secondo lo psichiatra, l'eccessiva medicalizzazione del disagio giovanile porta a etichettare come "malattia" quella che, in molti casi, è semplicemente un'incapacità cronica di gestire l'insicurezza e la paura del fallimento. Poiché questi ragazzi sono stati protetti fin dall'infanzia da ogni piccola delusione, non hanno mai allenato i "muscoli emotivi" necessari per tollerare l'errore. L'ansia esplode perché il fallimento scolastico viene percepito come un crollo identitario, un evento inaccettabile in una società che esige una perfezione ignobile e modelli di successo rapido. La vera cura non è abbassare l'asticella delle richieste scolastiche, ma insegnare ai giovani che sbagliare non solo è normale, ma è l'unico vero modo per imparare.

Il ruolo della tecnologia: smartphone vietati e solitudine digitale

Un capitolo fondamentale delle riflessioni di Paolo Crepet riguarda l'impatto devastante della tecnologia sulle nuove generazioni. L'esperto non usa mezzi termini: gli smartphone rappresentano un mutamento antropologico in atto e i social network sembrano essere stati progettati appositamente per "asocializzare" le persone. Di fronte all'isolamento crescente, ai casi di cyberbullismo e alla dipendenza dagli schermi, la proposta di Crepet è netta e radicale: l'uso dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono molteplici:

  • Appiattimento cognitivo: Affidare ogni ricerca a Google o all'Intelligenza Artificiale, ottenendo risposte in tre secondi, uccide la profondità del pensiero. L'intelletto si allena sfogliando vocabolari, leggendo libri complessi e prendendosi il tempo per elaborare le informazioni.
  • Isolamento emotivo: I social media offrono una connessione permanente, ma superficiale. Sostituiscono le relazioni autentiche e i conflitti reali (indispensabili per maturare) con interazioni basate su approvazione fittizia (i "like").
  • Iper-controllo genitoriale: Lo smartphone illude i genitori di avere il controllo totale sui figli tramite la geolocalizzazione o i registri elettronici, ma li allontana dalla reale conoscenza dei loro stati d'animo.

In risposta ai recenti e drammatici episodi di cronaca che hanno visto protagonisti giovanissimi in atti di violenza all'interno degli istituti scolastici, Crepet critica severamente le soluzioni puramente repressive, come l'installazione di metal detector agli ingressi. Il problema, sostiene lo psichiatra, non si risolve all'ultimo secondo, quando il danno è ormai compiuto. La prevenzione vera si fa alla radice: togliendo i dispositivi elettronici dalle mani dei bambini fin dai primi anni di vita e sostituendoli con libri illustrati. Educare alla lettura, alla fantasia e al rispetto delle regole fin dall'infanzia è l'unica via per disinnescare la rabbia sociale e l'aggressività ingiustificata.

Come crescere giovani forti: consigli pratici per le famiglie

Dalla diagnosi lucida e implacabile di Crepet, emergono indicazioni chiare e pratiche per le famiglie che desiderano invertire la rotta e crescere adulti forti, resilienti e consapevoli. L'educazione, ricorda l'autore, non è un atto di compiacimento, ma un atto di coraggio che richiede prese di posizione scomode.

  • Lasciare spazio al fallimento: I genitori devono fare un passo indietro e permettere ai figli di cadere, di prendere brutti voti e di sperimentare l'amarezza della sconfitta, restando presenti per supportarli nella ripartenza, ma senza sostituirsi a loro.
  • Insegnare il valore dell'attesa: È fondamentale smettere di esaudire istantaneamente ogni richiesta materiale. L'attesa genera il desiderio, e il desiderio è il vero motore della vita.
  • Stabilire regole e confini: I "no" sono pilastri educativi. Aiutano i ragazzi a comprendere l'esistenza dei limiti altrui e delle regole sociali, favorendo lo sviluppo dell'empatia e del rispetto.
  • Dare il buon esempio: Gli adulti non possono pretendere che i figli si stacchino dagli schermi se loro stessi vivono in uno stato di connessione permanente. L'autorevolezza genitoriale passa in primo luogo dalla coerenza dei comportamenti.

"La felicità non è un regalo, è una conquista."

Questa celebre frase di Paolo Crepet riassume perfettamente il suo testamento educativo. Se continuiamo a illudere i giovani che la serenità sia un diritto acquisito da esigere senza sforzo, li condanneremo a crollare al primo soffio di vento. 

Restituire ai ragazzi il peso della responsabilità, il sudore dello studio e la bellezza della fatica è il più grande gesto d'amore che la società degli adulti possa compiere oggi per salvare il loro futuro.

Studenti.it

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venerdì 20 marzo 2026

SVEGLIARSI DAL TORPORE

 

Abbiamo davanti a noi uno scenario preoccupante. Davvero siamo nell’“età selvaggia, del ferro e del fuoco” di cui parla il Censis. 
Ai tanti conflitti che già insanguinavano il pianeta si è aggiunto quello che incendia il Medio Oriente. 

E se già la guerra in Ucraina sembrava in grado di innescare pericolose escalation, ancor più drammatiche sono le incognite che accompagnano il braccio di ferro iniziato il 28 febbraio scorso.

       -di MARCO IMPAGLIAZZO

Guerra chiama guerra, barbarie chiama barbarie. Intanto oscure narrazioni – lo denuncia Tommaso Greco – certificano che «il diritto internazionale è superato», potenti interessi spingono verso «un nuovo ordine basato esclusivamente sui rapporti di forza», «l’informazione si è accodata al bellicismo della classe politica adoratrice della forza». Su tutto domina un impasto di propaganda e di tifo da stadio, una grande ignoranza della storia e delle sue lezioni, la raffigurazione del nemico come altro da noi, la rappresentazione della guerra come via per la pace, finanche la benedizione delle armi con un linguaggio parareligioso. E su questo punto è stato chiaro il cardinale Pizzaballa: « Dio non c’entra con giustificazioni pseudoreligiose alla guerra, è invece tra coloro che stanno morendo, che soffrono».

In questa temperie la Chiesa è, come sempre nei tempi recenti, un’arca di umanità e di ragionevolezza. Papa Leone parla di pace, «disarmata e disarmante», dall’inizio del suo ministero. A Chicago ha fatto scalpore la dissociazione del cardinale Cupich dal modo di raccontare l’aggressione all’Iran, e su Avvenire se n’è parlato ampiamente.

Come la guerra in Ucraina, il nuovo conflitto mediorientale è uno spartiacque cruciale nelle relazioni internazionali, i suoi effetti si ripercuoteranno su di noi per decenni. Ma ce ne rendiamo conto solo parzialmente. Sul Corriere della Sera , Carlo Verdelli ha scritto: «Assistiamo, spettatori incuranti, come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine di un mondo, e il caos che precede l’inizio di un altro. Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni. Ma a furia di distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel giardino. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social, “ The world burns while we scroll”, “Il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino)”. Il selfie perfetto su quello che siamo o che siamo diventati».

È così. L’Italia ha vissuto gli ultimi decenni da “sonnambula”, senza farsi toccare più di tanto dal cambiamento d’epoca, sperando di cavarsela come se l’è sempre cavata nella storia (almeno finora). Ma tutto ciò non è più possibile, mentre si vive «una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità» (Leone XIV). In un mondo impazzito, in cui nessuno pare in grado di governare nulla – ma, d’altra parte, l’ordine precedente era più apparente che reale, e si è disgregato per hybris e insipienza di chi avrebbe potuto governarlo –, si tratta di svegliarsi dal torpore, smettere di camminare verso l’abisso, prendere un’altra direzione, facendo emergere il meglio da noi e dagli altri, ritornando a coltivare quell’umanesimo, quella tensione unitiva, quella capacità di andare incontro all’altro, che hanno regalato all’Europa il più lungo periodo di pace della sua storia. Nella lettera del cardinale Cupich cui si è accennato c’è qualcosa che parla anche a noi. Quando dice che «viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta».

È vero. Il caos è qui, è già alle porte di casa. Ma possiamo evitare che ci annebbi la mente, che ci oscuri la vista, che ci paralizzi il pensiero. Non dimenticando che, come disse Kennedy nel giugno 1963, nel suo famoso peace speech, «i nostri problemi sono stati causati dall’uomo, e dunque possono essere risolti dall’uomo». Un discorso realista e al tempo stesso di speranza, la leva che può e deve muovere i cuori non solo dei credenti ma di ogni uomo e donna a cui sta a cuore le sorti del mondo.

Pensando anche a quale eredità potremo lasciare ai tanti giovani che cercano, nell’inquietante nebbia dell’oggi, un principio di futuro.

www.avvenire.it

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lunedì 9 marzo 2026

FEDELTA' E VITA ASSOCIATIVA

 

Come essere fedeli alla nostra storia proiettandoci verso il futuro 



Ne parliamo con Mauro Magatti, 

docente di Sociologia all’Università Cattolica 

del Sacro Cuore di Milano.

Intervizia di L. Malucchi e A. Vai

– Professor Magatti, sgombriamo il campo dagli equivoci… Oggi ha senso parlare di Fedeltà o è un concetto fuori moda?

�«Diciamo che per la sensibilità contemporanea la parola fedeltà non gode proprio di una buona reputazione.

Se si pensa che essere liberi voglia dire poter scegliere sempre e avere continuamente nuove possibilità, allora la fedeltà diventa un problema, perché rappresenta un limite allo scenario di nuovi e diversi orizzonti e di infinite prospettive possibili».

- Eppure, quando pensiamo agli aspetti importanti della vita la parola fedeltà è sempre presente…

�«Sì, la parola fedeltà ha origine dalla parola latina fides, che è la stessa per fede, affidamento, fiducia, fidanzamento. Una delle attribuzioni etimologiche a cui è ricondotta è l’immagine di una corda, non intesa come un laccio che blocca i movimenti, quanto di una corda che sostiene, dà sicurezza».


- Questa è un’immagine molto chiara per chi va in montagna…
� «La fedeltà è appunto quella fune da intrecciare giorno per giorno, con cura e pazienza, così da sperare che possa sorreggerci quando ci troveremo tra i passaggi stretti e impervi della vita.

Vivere la fedeltà significa lavorare perché questa corda, i cui fili sono la nostra storia, i nostri valori, le relazioni che viviamo ogni giorno, resista alla trazione degli impegni che abbiamo preso, delle promesse che ci siamo scambiati. Fedeltà è assolutamente una parola positiva».

- Qual è la relazione fra fedeltà e libertà?

� «Vedete, la libertà ha un piccolo problema. Noi donne e uomini contemporanei vogliamo vivere senza impegnarci in vincoli e legami troppo forti, e alla fine ci perdiamo.

La libertà da sola non tiene una direzione, vuole andare a sinistra, a destra, avanti… in sé medesima la libertà porta dentro questo morbo, questo nucleo di autodistruzione. Assieme a fedeltà e responsabilità, invece, la libertà costruisce un trittico che ci permette di condurre una vita pienamente libera e di non cadere nel non senso».

- Questo rischio è più forte nella “società liquida”?

� «Il principio fondante della società liquida è la continua disponibilità alla novità e questo ha un lato positivo, perché la vita è esattamente questa apertura al nuovo, all’inedito.
L’antitesi che contrappone il nuovo al passato, che ci è spesso proposta, non sussiste nella realtà.

La fedeltà non è conformismo, non è appiattimento su quello che c’è, la fedeltà è quell’inquietudine che riporta sempre i nostri legami alla loro origine, quindi è una spinta di provocazione: essere fedeli non significa essere piatti. In questo senso, la fedeltà è la connessione tra il nostro passato e il nostro futuro.
Essere fedeli significa tornare sempre a quel desiderio che ci ha portato a quella situazione, a quell’incontro, a quell’impegno e spingere avanti quel legame, a quell’appartenenza.
La fedeltà è un impulso di rinnovamento e di desiderio, altrimenti non è fedeltà, sarebbe una tomba».

- Quando e come si costruisce la fedeltà?

� «Sempre stando all’immagine della corda, la fedeltà è un tessuto che si intreccia poco alla volta, che si rafforza nel tempo prendendosene cura.

Rafforza i legami e le relazioni che danno significato all’esistenza.

Per questo lavoro artigianale è necessaria tutta una vita. Quando si è giovani si guarda alla fedeltà sempre con una certa cautela, ma la cosa bella è che questa fune ci tiene ma non si oppone affatto all’esplorazione, all’avventura».

- Ha parlato di relazioni. Come viviamo la fedeltà in questo ambito?

� «Abbiamo detto che la parola fedeltà ha la stessa etimologia di fiducia, affidamento, fidanzamento.

La scelta della convivenza a sfavore del matrimonio è uno dei risultati della confusione rispetto ai temi che stiamo affrontando.

Perché devo promettere fedeltà a un’altra persona, a cui pure voglio bene, e chiudermi così alla possibilità di incontrare in futuro qualcun altro più attraente e più stimolante?
Si rimane quindi in questo dubbio giorno per giorno, e si passa insieme tutta la vita così.
Ciò non rappresenta un peccato nel senso morale del termine, ma ci blocca sempre al punto di partenza.

Stiamo sempre sulla soglia della libertà. Varcare questa soglia vuol dire invece riuscire a dare forma alle cose.

È come se ciascuno di noi si trovasse di fronte alla tela, ancora bianca, della propria vita. Un pasticcione inizierebbe con qualche linea incerta qua e là e poi butterebbe tutto, per ricominciare da capo chissà quante volte. Un artista porta invece a termine il quadro con un’idea precisa del suo progetto, utilizza la fantasia rimanendo fedele al suo talento e al suo stile».

- Cosa vuole dire essere fedeli per un’associazione cattolica?

� «Citando una frase del compositore Gustav Mahler, vivere la fedeltà non vuol dire conservare con cura le ceneri quanto “alimentare il fuoco” che sta all’origine di un’associazione, essendo capaci di una continua ricerca.

Vivere il trittico fedeltà, libertà e responsabilità, e saper leggere in maniera propositiva il rapporto innovazione – tradizione sono atteggiamenti fondamentali anche per un’associazione.
Permettono di rinnovare continuamente le forme, ritornando all’origine ma slanciandosi verso il domani. Il termine che noi usiamo è “generatività” che è la capacità primaria della vita di darsi forme nuove».

Proposta Educativa


martedì 9 dicembre 2025

L'ARTE DEL PRENDERSI CURA

 


Il Piccolo Principe

 e la lezione 

della sua rosa: 

il vero amore 

nasce dalla cura

 

Per Antoine de Saint-Exupéry, la lezione della Rosa ne "Il Piccolo Principe" insegna che le relazioni importanti richiedono cura e responsabilità.

 

-         di Saro Trovato

-          

Una delle più grandi lezioni sul valore delle persone a cui si vuole bene che Il Piccolo Principe dona ai suoi lettori è sorprendentemente semplice e, al tempo stesso, rivoluzionaria: una relazione diventa unica solo quando qualcuno sceglie di averne cura. Antoine de Saint-Exupéry affida questa verità a una Rosa fragile e alla saggezza silenziosa della Volpe, mostrando che il vero amore, e qualunque legame profondo, non nasce dalla perfezione dell’altro, ma dal tempo, dall’attenzione e dalla responsabilità investiti nella relazione.

È solo comprendendo questa legge che il Piccolo Principe riesce a cogliere ciò che gli occhi non avevano saputo mostrargli. La sua Rosa non era speciale per natura, ma lo era diventata grazie alla storia costruita giorno dopo giorno attraverso gesti di cura.

Questa intuizione risiede nel cuore di uno dei testi più significativi del Novecento. Pubblicato nell’aprile del 1943, Il Piccolo Principe è l’opera più celebre di Antoine Saint-Exupéry e uno dei libri più tradotti e amati al mondo. La sua grandezza non dipende dalla forma fiabesca, ma dalla capacità di trasformare un racconto breve in una meditazione universale sulle relazioni, sull’unicità e sulla responsabilità affettiva.

In questo quadro, la lezione della Rosa svela il suo valore più profondo: ciò che rende una persona insostituibile non è ciò che è, ma ciò che si sceglie di costruire con lei attraverso la cura.

I 5 punti della lezione della Rosa che Antoine de Saint-Exupéry dona sulle relazioni

Il percorso del Piccolo Principe con la sua Rosa diventa una guida preziosa per comprendere che cosa renda davvero unico un legame. Attraverso cinque momenti chiave, Saint-Exupéry mostra come il valore di una relazione nasca dalla cura, dal tempo condiviso e dalla responsabilità affettiva.

Sono lezioni che riguardano l’amore, l’amicizia e ogni relazione profonda della vita.

1. La crisi del valore: quando l’unicità sembra svanire

La grande svolta narrativa e simbolica arriva quando il “Piccolo Principe” scopre un intero roseto simile alla sua Rosa. Ciò che fino a quel momento era stato percepito come unico, improvvisamente appare comune, replicabile, sostituibile.
Da qui nasce la delusione che lo spinge a mettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere sull’amore:

Credevo di essere ricco perché avevo un fiore unico al mondo, e invece non sono che il proprietario di una rosa qualsiasi.

La sua crisi rivela una verità che riguarda ogni relazione umana. Finché non viene costruita una storia condivisa, una persona è una tra molte, non una tra le poche. Saint-Exupéry mette in scena il crollo dell’illusione estetica per mostrare che l’unicità non è qualcosa che si trova, ma qualcosa che si costruisce nel tempo.

E questa è la prima grande intuizione: senza cura, nessun rapporto può dirsi speciale.

2. La rivelazione della Volpe: l’unicità nasce dal tempo donato

È la Volpe a trasformare la crisi del Piccolo Principe in consapevolezza. Il suo insegnamento contiene la chiave interpretativa dell’intera opera:

È il tempo perso per la tua rosa che rende la tua rosa così importante.

Quel “tempo perso” non è tempo sprecato, ma tempo donato, sottratto alla produttività e al calcolo, dedicato alla costruzione di un legame.
Il “Piccolo Principe” ripensa allora a tutto ciò che ha fatto per la sua Rosa. L’ha protetta sotto una campana di vetro nelle giornate di vento, l’ha annaffiata ogni mattina con pazienza, l’ha ascoltata quando si lamentava o quando si vantava, e ha accolto anche i suoi silenzi.

Sono questi gesti, ripetuti e spesso invisibili, che trasformano un rapporto in qualcosa di unico.

L’unicità non è un dono naturale, ma la conseguenza del tempo donato, dell’attenzione e della responsabilità che si decide di assumere.

3. La verità dell’essenziale: il cuore vede ciò che sfugge agli occhi

La Volpe offre poi la frase più celebre dell’opera:

Si vede bene soltanto col cuore. L’essenziale non lo vedono, gli occhi.

Non è un invito al sentimentalismo, ma una riflessione sulla percezione del valore. Gli occhi vedono solo ciò che è replicabile: le cinque mila rose del roseto. Il cuore vede ciò che è insostituibile: la storia vissuta, i gesti, la cura.

Quando il Piccolo Principe si rivolge alle rose del giardino, afferma:

Voi non siete affatto uguali alla mia rosa, voi non siete ancora niente… Siete belle ma siete vuote.

Questa frase racchiude una verità universale, ovvero che la bellezza senza legame non crea valore e che la cura senza bellezza crea invece un legame inestimabile.

4. La responsabilità del legame: la prova definitiva dell’amore

L’insegnamento si compie nella frase più adulta e impegnativa dell’intera opera:

Tu sarai per sempre responsabile di ciò che hai addomesticato.

Qui Saint-Exupéry introduce la dimensione etica dell’amore: un legame non è soltanto sentimento, ma responsabilità. Chi diventa parte della nostra vita merita continuità, presenza, fedeltà emotiva.

Il legame non è un evento, ma una scelta rinnovata, un impegno che nasce dal riconoscere la vulnerabilità dell’altro e la nostra capacità di influire sulla sua felicità.

5. Una lezione universale: vale per l’amore, l’amicizia e ogni relazione significativa

La cura che rende unica la Rosa non è solo metafora dell’amore romantico. È la legge che regola ogni legame profondo, dall’amicizia agli affetti familiari, fino alle persone con cui si costruisce un rapporto importante.

Ogni volta che qualcuno investe tempo, ascolto, attenzione, un legame prende forma. Ogni volta che si accettano le imperfezioni dell’altro, quel legame si rafforza. Ogni volta che si sceglie di restare, nasce l’unicità.

Il Piccolo Principe non invita a cercare persone perfette, ma a riconoscere la bellezza che nasce dalla cura reciproca.

La cura come fondamento di ogni legame umano

Nel percorso de Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry non offre semplicemente una metafora poetica, ma un principio che riguarda da vicino ogni persona: la qualità di un legame dipende dalla cura che gli viene dedicata. È questo il punto in cui la fiaba si trasforma in un’analisi lucida delle relazioni umane.

Il Piccolo Principe comprende troppo tardi che la Rosa non chiedeva perfezione, ma presenza. Non pretendeva di essere capita senza sbavature, ma desiderava che qualcuno restasse accanto alla sua fragilità. Questa intuizione, frutto di rimpianto e consapevolezza, rivela la dinamica più profonda delle relazioni contemporanee. Spesso si confonde la facilità con il valore, la bellezza con la verità, la novità con l’unicità.

Eppure, come insegna il libro, una relazione non diventa importante perché appare straordinaria, ma perché qualcuno sceglie di attraversarne le imperfezioni con continuità.
La cura è ciò che trasforma un incontro in una storia, una conoscenza in amicizia, una presenza in amore.

Comprendere questa legge significa riconoscere che nessun legame può reggersi sul desiderio immediato, sulla spontaneità o sull’emozione passeggera. Tutto ciò che è umano vive di attenzione ripetuta, di gesti piccoli ma costanti, di responsabilità che non si impone, ma che nasce naturalmente dal valore che l’altro acquisisce nella nostra vita.

Saint-Exupéry sembra ricordare che oggi, più che mai, il rischio maggiore non è soffrire per qualcuno, ma non concedere a nessuno il tempo necessario per diventare importante. Chi non investe cura resta circondato da “rose belle ma vuote”, relazioni superficiali, legami senza profondità.

Il Piccolo Principe, invece, scopre che l’essenziale non è la perfezione della Rosa, ma il rapporto che ha costruito con lei. E che ciò che si cura, ciò che si protegge, ciò per cui si resta, diventa inevitabilmente unico.

Questa è, in ultima analisi, la lezione che attraversa il libro di Antoine de Saint-Exupéry e continua a parlare agli adulti.

 L’unicità non si eredita, si crea.

E ciò che si crea con cura merita di essere custodito.

 Libreriamo

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