grande psicologo
della storia.
Perché, dopo oltre sette secoli,
continuiamo a leggere Dante?
Non perché sia il padre
della lingua italiana. Non perché la Divina Commedia sia il capolavoro della
nostra letteratura. Non perché sia un monumento della cultura occidentale.
Continuiamo a leggerlo
perché Dante ha compiuto qualcosa che pochissimi uomini nella storia sono
riusciti a fare. Ha guardato l’essere umano fino in fondo. Ha avuto il coraggio
di entrare nei luoghi più oscuri dell’anima e, una volta uscito, ci ha lasciato
una mappa.
Noi la chiamiamo Divina
Commedia. In realtà è la carta geografica della condizione umana. Ogni volta
che apriamo quel libro crediamo di leggere il viaggio di un uomo vissuto
settecento anni fa. Invece stiamo leggendo noi stessi. Dante non accompagna il
lettore attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Accompagna ciascuno di noi
dentro le nostre paure, le nostre passioni, i nostri errori, le nostre
speranze.
Per questo la Divina Commedia non invecchia.
Perché non racconta un’epoca. Racconta l’uomo. E l’uomo, pur cambiando vestiti,
tecnologie e linguaggi, continua ad avere lo stesso cuore.
Dante è il primo grande
psicologo della storia. Molto prima di Freud. Molto prima di Jung. Molto prima
delle neuroscienze. Aveva compreso che il male non nasce all’improvviso. Nasce
da una piccola scelta. Da un desiderio che lentamente prende il controllo. Da
una verità che decidiamo di non ascoltare. Da una coscienza che smette di
parlare.
Per questo l’Inferno non
è popolato da mostri. È popolato da uomini. Uomini che, un poco alla volta,
hanno lasciato che una parte di sé prendesse il sopravvento su tutte le altre.
L’avaro non è soltanto un uomo che ama il denaro. È un uomo che ha smesso di
vedere tutto ciò che il denaro non può comprare. Il superbo non è semplicemente
arrogante. È un uomo incapace di guardare negli occhi un altro essere umano
senza sentirsi superiore. L’invidioso è condannato ad avere gli occhi cuciti.
Perché aveva guardato tutta la vita soltanto la felicità degli altri senza
riuscire a vedere la propria. Che intuizione straordinaria.
La pena non è una vendetta. È la fotografia
dell’anima. Paolo e Francesca. perché ancora oggi ci fanno piangere. Francesca
non accusa nessuno. Non impreca. Non cerca giustificazioni. Parla con una
dolcezza che commuove perfino Dante. «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…»
«Amor, ch’a nullo amato amar perdona…» «Amor condusse noi ad una morte.» Tre
versi. Tre volte la parola “Amore”. È straordinario. Francesca continua a
chiamarlo amore anche quando quell’amore l’ha condotta alla rovina. Ed è qui
che Dante ci obbliga a riflettere. Esiste un amore che libera. Ed esiste un
amore che imprigiona. Esiste un amore che fa crescere. Ed esiste un amore che
divora. Quanto è moderno tutto questo? Quante relazioni, ancora oggi, vengono
confuse con l’amore quando sono soltanto dipendenza, possesso, paura della
solitudine?
Dante aveva già visto
tutto. E poi arriva Ugolino. Qui la poesia raggiunge un’altezza quasi
insopportabile. Dante non descrive. Fa vedere. Sentiamo il rumore della porta
che si chiude. Vediamo gli occhi dei bambini. Ascoltiamo il silenzio. Poi il
padre racconta: «Io non piangeva, sì dentro impetrai.» Non piangevo. Ero
diventato pietra. Basterebbero queste poche parole. Esiste un dolore così
grande da togliere persino le lacrime. Poi uno dei figli gli dice: «Padre,
assai ci fia men doglia se tu mangi di noi.» È uno dei momenti più
terribili della letteratura universale. Il figlio offre il proprio corpo al
padre. L’amore supera persino l’istinto della sopravvivenza. Infine, arriva il
verso che da sette secoli divide studiosi, filosofi e lettori. «Poscia, più che
’l dolor, poté ’l digiuno.» Che cosa significa davvero?
La fame uccise Ugolino?
Oppure la fame lo spinse a nutrirsi dei corpi dei figli? Dante non risponde.
Lascia la domanda sospesa. Perché sa che esistono dolori davanti ai quali
nessuna parola è sufficiente.
Poi compare Ulisse. Ed è
forse il personaggio che più mi affascina. Perché Dante lo ammira. Lo ammira
profondamente. Gli affida il discorso più bello dell’Inferno. «Considerate
la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e
canoscenza.» Ogni volta che leggo questi versi ho l’impressione che Dante
stia parlando direttamente a noi. Non accontentatevi. Non smettete mai di
imparare. Non rinunciate alla conoscenza.
Ma subito dopo arriva
l’altra lezione. La conoscenza non basta. Ulisse fallisce non perché vuole
conoscere. Fallisce perché vuole sostituirsi a Dio. Perché crede che il genio
possa fare a meno della sapienza. Quanto è attuale questa domanda? Oggi siamo
capaci di modificare il patrimonio genetico. Creiamo intelligenze artificiali.
Mandiamo sonde ai confini del sistema solare. Ma ci stiamo chiedendo con la
stessa intensità se tutto ciò che possiamo fare sia anche giusto farlo? Dante
aveva intuito sette secoli fa il dilemma etico che oggi accompagna ogni grande
conquista scientifica.
E poi, lentamente, il
paesaggio cambia. L’Inferno lascia il posto al Purgatorio. Qui non si urla più.
Si spera. È forse la cantica più vicina alla nostra vita. Perché tutti noi
siamo incompiuti. Tutti sbagliamo. Tutti possiamo cambiare. Nel Purgatorio Dante
scopre una verità immensa: nessuno è definito per sempre dai propri errori.
Finché c’è vita, c’è possibilità di rinascere. È un messaggio di una modernità
sconvolgente. Infine il Paradiso. Molti lo considerano difficile. Io credo che
sia semplicemente troppo alto. Lì Dante tenta l’impossibile. Raccontare ciò che
le parole non riescono a contenere. E quando arriva davanti al mistero ultimo
dell’universo comprende che l’intelligenza, da sola, non basta più. È allora
che conclude con quello che considero il verso più bello mai scritto da un
essere umano: «L’amor che move il sole e l’altre stelle.»
Non la forza. Non il potere. Non il denaro.
Non la paura. L’Amore. Con una sola parola Dante capovolge ogni concezione
della storia. Ci dice che l’universo non è governato dal caso, ma da un
principio che unisce, crea e dà significato. Forse è questo il segreto della
Divina Commedia. Non ci insegna come raggiungere il Paradiso dopo la morte.
Ci insegna come
attraversare la vita prima della morte. Per questo, dopo oltre sette secoli,
Dante continua a parlarci. Perché il suo viaggio non è terminato il giorno in
cui pose l’ultima parola del poema. Continua ogni volta che un uomo, smarrito
nella propria selva oscura trova il coraggio di rialzarsi, di guardarsi dentro
e di riprendere il cammino verso quella luce che, da sempre, abita il cuore
dell’umanità.
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