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mercoledì 14 gennaio 2026

BARRIERE INVISIBILI

*A Napoli la povertà educativa

 lascia gli adolescenti senza futuro*

Immagine che contiene vestiti, persona, muro, interno

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 

I dati della ricerca “Barriere invisibili” condotta dall’Università “Federico II” di Napoli e il polo ricerche di Save the Children. L’indagine evidenzia che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso è tra le “barriere invisibili” più rilevanti che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati. Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro

di Redazione

La povertà educativa nell’area metropolitana di Napoli trae origine principalmente dal contesto familiare e da quello sociale. Lo conferma la ricerca “Barriere invisibili”, nata dalla sinergia tra il dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’Università di Napoli “Federico II” e il polo ricerche di Save the Children, che aveva l’obiettivo di esaminare in profondità il fenomeno nel territorio napoletano. La ricerca, coordinata dalla docente federiciana Cristina Davino, è stata realizzata con il supporto del progetto Grins (Growing resilient, inclusive and sustainable), finanziato dal ministero dell’Università e della ricerca nell’ambito del Pnrr con il sostegno dell’assessorato alla Scuola, politiche sociali e politiche giovanili della Regione Campania e dell’assessorato all’Istruzione del Comune di Napoli. L’indagine ha potuto contare sulla partecipazione di 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo settore e servizi sociali: ha coinvolto 3.800 studenti, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, e 300 ragazzi che sono usciti dal circuito scolastico.

L’indagine evidenzia che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso è tra le “barriere invisibili” più rilevanti che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati, con un 5% che ha affermato di vivere in condizioni di grave deprivazione materiale, situazione che si rileva in particolare nelle periferie della città di Napoli (Scampia, Chiaiano, Piscinola, Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio) e nei comuni di Casoria, Afragola, Caivano, Cardito, Crispano, Acerra.

I dati dell’indagine

Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro. A ridurre il tempo dedicato allo studio, anche la necessità di doversi occupare di familiari e/o della casa in generale (12%). Per quanto riguarda il giudizio sulla scuola, Il 59,4% del campione giudica favorevolmente la disponibilità di servizi offerti quali, ad esempio, corsi di recupero e attività culturali, mentre è negativo il giudizio relativo alle infrastrutture scolastiche come palestre, strumenti digitali, biblioteche, ritenute dal 43,3% del campione insoddisfacenti. Mura scolastiche entro le quali, il 12% degli intervistati dichiara di avere subito atti di bullismo.

Quasi la metà dei ragazzi e delle ragazze intervistati (esattamente il 46,5%) non ha letto alcun libro nell’ultimo anno, al di fuori dei testi scolastici, mentre il 33,4% afferma di essere connesso a dispositivi online per più di cinque ore al giorno e il 54,9% da una a cinque ore al giorno. Il 42,8 % non fa attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione.

Lo studio ha adottato un approccio metodologico misto, combinando la raccolta di dati su vasta scala con interviste qualitative rivolte a esperti e operatori del settore. Grazie al sostegno delle istituzioni locali, la ricerca ha mappato capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono. E proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%).

Tra speranza e ansia

La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%) sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani. Dal campione analizzato, emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro appagante se dovessero restare in Italia o comunque nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo che possano proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %). L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali. Le “Barriere invisibili” rappresentano, dunque, quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori.

«Abbiamo affrontato un tema importante, con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti», spiega Cristina Davino, coordinatrice della ricerca. «Un aspetto interessante e anche innovativo della ricerca è stato valutare non solo le opportunità fornite da famiglia, scuola e territorio, ma comprenderne anche gli esiti, le future aspirazioni, i sogni dei nostri studenti. C’è un notevole gap tra aspirazione e aspettativa, e c’è sempre la voglia di andare a cercare altrove un futuro migliore. La mancanza di opportunità ha un impatto non solo sul rendimento scolastico ma sulla vita dell’individuo dal punto di vista delle capacità emozionali, relazioni, di gestione dello stress. Abbiamo fatto un lavoro con le studentesse e gli studenti, ascoltato la loro voce perché solo misurando un fenomeno si può conoscerlo realmente e si possono intraprendere delle azioni in merito».

«Prima nel suo genere in Italia, questa indagine così capillare non sarebbe stata possibile senza il protagonismo delle scuole, delle istituzioni locali e del Terzo settore», dichiara Raffaela Milano, direttrice della ricerca di Save the Children. «E, soprattutto, grazie ai ragazzi e alle ragazze che ci hanno guidato ad individuare quelle barriere invisibili che ostacolano il loro futuro. Insieme all’Università Federico II, vogliamo mettere questo patrimonio di dati e di analisi a disposizione di tutta la comunità educante. Con l’auspicio che quella di oggi sia solo una prima tappa di confronto e di approfondimento e che questa ricerca possa orientare in modo sempre più mirato le strategie di contrasto della povertà educativa».

VITA

 

mercoledì 20 agosto 2025

ALLARME HIKIKOMORI

 


Ragazzi che scompaiono 
dalle aule:

 70mila giovani italiani non escono più di casa, 

la scuola in prima linea 

per intercettare i segnali di ritiro sociale

 

-       di Andrea Carlino

 La cooperativa Stripes ha dato vita a “Segmenti consapevoli”, un’iniziativa pionieristica finanziata dalla Fondazione Cariplo attraverso il bando “Attentamente”. L’acronimo del nome identifica la filosofia d’intervento: Studio-ricerca-intervento-pedagogia extrascolastica, un approccio multidisciplinare rivolto a ragazzi dagli 11 ai 19 anni che vivono condizioni di disagio e ritiro sociale volontario.

 Come spiega Dafne Guida, presidente e direttrice della cooperativa, a Sky TG24, “siamo partiti due anni fa e abbiamo intercettato, fino ad oggi, circa 800 tra ragazzi e ragazze e, di questi, ne abbiamo presi in carico una settantina accompagnandoli lungo un percorso educativo, psicologico e creativo”. 

La rete operativa copre quattro territori della provincia  milanese: LegnanoAbbiategrassoMagenta e Castano Primo, con base operativa a Rho. L’intercettazione avviene attraverso le segnalazioni delle scuole, delle neuropsichiatrie e del terzo settore.

Metodologie d’intervento e segnali di allarme

L’approccio metodologico del progetto non prevede forzature ma costruisce ponti relazionali attraverso gli strumenti digitali“Costruiamo momenti di contatto in contesti protetti: supporto psicologico online, corsi da remoto di arte, fumetto e scrittura creativa”, precisa Guida. Al ragazzo viene affiancato un educatore domiciliare, figura chiave che cerca di entrare in relazione con il giovane e la famiglia, coinvolgendo anche i servizi sociali e la scuola.

Le radici familiari e sociali dell’isolamento giovanile

L’origine del disturbo Hikikomori affonda le radici in dinamiche familiari compromesse e pressioni sociali eccessive. Gli esperti hanno identificato nell’iperprotettività genitoriale uno dei fattori scatenanti principali, accompagnata dal peso dell’idealizzazione e dal timore costante di deludere aspettative familiari, scolastiche e sociali.

“La paura di fallire è una componente necessaria nella coscienza dell’uomo; lo sprona a fare sempre di più, a migliorarsi”, ha osservato il presidente dell’associazione Hikikomori Italia, Marco Crepaldi. Tuttavia, quando questo timore supera una “soglia critica” diventa paralizzante: “Gli adolescenti si paralizzano, si nascondono”. L’ansia sociale rappresenta un ulteriore elemento determinante nel deterioramento del benessere psico-fisico dei giovani, compromettendo la loro capacità relazionale e di integrazione nel tessuto sociale.

I primi campanelli d’allarme si manifestano attraverso il rifiuto saltuario di frequentare la scuola per sottrarsi al confronto sociale. Paradossalmente, spesso colpisce ragazzi con alto funzionamento cognitivo e ottimi voti scolastici, che però non riescono a gestire l’ansia da prestazione e le relazioni interpersonali. Episodi di bullismo e cyberbullismo rappresentano ulteriori fattori scatenanti. Il fenomeno riguarda prevalentemente il genere maschile e può protrarsi per anni se non adeguatamente intercettato.

Estate critica e welfare comunitario

Il periodo estivo rappresenta una fase particolarmente delicata per le famiglie coinvolte. “L’estate è per tutti sinonimo di vita sociale e libertà. Per questi ragazzi e per le loro famiglie è ancora più difficile affrontarla”, sottolinea la responsabile del progetto. Molte famiglie rinunciano completamente agli spostamenti per non lasciare il figlio solo, coinvolgendo nel ritiro sociale l’intero nucleo familiare.

L’importanza dell’intervento precoce emerge chiaramente: agire entro i sei mesi dall’inizio del ritiro sociale risulta fondamentale per il successo del percorso riabilitativo. Solo attraverso un approccio vigile e coordinato è possibile garantire una presenza costante e contrastare efficacemente questo fenomeno in crescita.

 Orizzonte scuola

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venerdì 27 giugno 2025

CRESCE LA VIOLENZA DIGITALE


 Bullizzati e cyberbullizzati 

68 adolescenti su 100.

 Telefono Azzurro:

 «Dati parziali, 

cresce la violenza digitale»


L'Istat presenta i dati del bullismo e del cyberbullismo ma relativi al 2023. La fondazione presieduta da Ernesto Caffo, citando il dato della linea di ascolto 114, gestita per conto del dipartimento Politiche della famiglia della presidenza del Consiglio, 120 segnalazioni nel 2024, spiega che il fenomeno è purtroppo più ampio.

di Giampaolo Cerri

 I dati sul bullismo e il cyberbullismo tra i giovani presentati oggi da Istat presentano un fenomeno allarmante, ma parziale. La rilevazione – infatti – si riferisce al 2023, ma è evidente che sono in fortissimo aumento tutte le forme di cyberbullismo e di violenza digitale in Rete. Tutto questo, rende lo scenario molto più complicato rispetto a quello analizzato dal report, dal momento che si assiste ad un forte spostamento del fenomeno sul digitale», a dirlo è Ernesto Caffo, presidente e fondatore di Telefono Azzurro. Secondo il neuropsichiatra «occorre considerare che molto dipende dalle capacità di rilevazione che vengono attivate. Ci sono contesti, infatti, dove la paura di segnalare episodi di bullismo è ancora molto alta. Di conseguenza esistono fenomeni sommersi e nascosti che fanno fatica a trovare riscontro nei numeri».

Caffo si riferisca i dati del report dell’Istat Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi presentato stamane a Palazzo Chigi alla presenza dei ministri Eugenia Roccella e Giuseppe Valditara e con il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli e la direttrice del Dipartimento per le Statistiche sociali e demografiche. Cristina Freguja.

L’Istat ha infatti spiegato che «nel 2023 il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di essere rimasto vittima di almeno un comportamento offensivo non rispettoso e/o violento, sia online sia offline, nei 12 mesi precedenti la rilevazione». Ben 21 su 100 hanno detto di aver subito simili comportamenti in maniera continuativa, vale a dire più volte in un mese, e nell’8% dei casi più volte a settimana.

Telefono Azzurro invece, riferendosi, alle segnalazioni arrivate alla linea d’ascolto del 114 – Emergenza Infanzia, il servizio di pubblica utilità istituto e promosso dal dipartimento per le Politiche della Famiglia – presidenza del Consiglio dei Ministri e gestito da Telefono Azzurro, ha sottolineato come soltanto nel 2024, sono stati gestiti ben 104 casi di bullismo e 14 casi di cyberbullismo. Tra i minori coinvolti i più piccoli avevano soltanto 5 anni, con una maggioranza di richieste d’aiuto arrivate dal Lazio, Toscana, Sicilia e Veneto.

«Tutto questo deve farci riflettere ma soprattutto deve spingere le istituzioni e il Parlamento a impegnarsi maggiormente per affrontare queste grandi sfide», rimarca Caffo, secondo il quale «quello che percepiamo attraverso il nostro servizio di ascolto è che i ragazzi hanno bisogno di un aiuto tempestivo, risposte qualificate e che sappiano essere vicine a loro. Coordinare azioni di aiuto alla vittima e di intervento sugli autori è prioritario. Un intervento che passa inevitabilmente attraverso il coordinamento tra pubblico e sociale e attraverso un sistema organico capace di affrontare il tema costruendo reti altamente formate e di qualità. Scuola e sport sono i due contesti principali da monitorare, perché è proprio quì che si verificano le principali situazioni di bullismo. È quindi importante promuovere programmi di formazione per lo sviluppo delle competenze per docenti, ragazzi, educatori sportivi e genitori in modo da strutturare misure di supporto per ragazzi e genitori».

 VITA

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sabato 8 febbraio 2025

UN CUORE PIENO DI SASSI


 Giornata contro il bullismo

Dall’empatia alla riparazione: 

dieci strategie 

per affrontare il bullismo

 

I "consigli d'autore" di Stefano Rossi, lo psicopedagogista più famoso d'Italia: attività pratiche per insegnanti, genitori e ragazzi per aiutare sia chi compie atti di bullismo sia chi ne è vittima

 

-di Rossana Certini

 Il bullismo è un fenomeno complesso che richiede un intervento attento e consapevole da parte di tutti gli attori coinvolti. Per capire quali azioni concrete insegnanti, genitori e ragazzi possono mettere in atto quando si trovano di fronte a un episodio di bullismo, abbiamo chiesto a Stefano Rossi, psicopedagogista con oltre vent’anni di esperienza nel supporto agli adolescenti, di fornirci esempi di attività pratiche da fare con i ragazzi per affrontare situazioni di prevaricazione. L’obiettivo è aiutare adulti e ragazzi a riconoscere e adottare i comportamenti più efficaci per prevenire o affrontare il bullismo nella vita quotidiana.

Nel suo lavoro guida adulti e ragazzi nell’arte di coltivare l’intelligenza affettiva e racconta come accompagnare i giovani nei complessi labirinti dell’adolescenza. Nei suoi libri Sentimenti malEducati e Lezioni d’amore per un figlio, porta anche tanti esempi pratici. Come gli insegnanti possono affrontare in modo costruttivo il bullismo con i loro studenti?

Per prima cosa è importante dire che per affrontare adeguatamente il fenomeno, gli insegnanti devono essere in grado di riconoscere tre elementi distintivi del bullismo: la ripetizione nel tempo, lo squilibrio di potere e l’intenzionalità. Infatti, mentre un singolo episodio di prepotenza può essere un conflitto occasionale, il bullismo si manifesta quando un comportamento negativo si ripete nel tempo, creando un impatto emotivo e psicologico sulla vittima. Quella che può sembrare una semplice “battuta” può trasformarsi, nel tempo, in un atto di bullismo, capace di “avvelenare” la mente e il cuore di chi lo subisce.

Il secondo elemento da considerare è lo squilibrio di potere. In questi casi, uno o più bulli agiscono contro una vittima che, per vari motivi, si trova in una posizione di svantaggio. Questo squilibrio può manifestarsi in vari modi: un gruppo che prevarica un singolo, l’atteggiamento dei “più grandi” verso i più piccoli, o il comportamento dei ragazzi più esperti nei confronti dei nuovi arrivati a scuola. La dinamica di prevaricazione si amplifica quando la vittima è costretta a vivere in una situazione di isolamento sociale o esclusione ripetuta.

Il terzo e ultimo elemento distintivo è l’intenzionalità. La psicosociologia ci dice che si parla di bullismo, quando c’è veramente un intenzionalità crudele in qualche modo malvagia. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, i ragazzi che compiono atti di bullismo non sono consapevoli del danno psicologico che causano. Spesso, dietro questi comportamenti c’è il desiderio di appartenere a un gruppo, di acquisire un potere o di trovare una forma di compensazione per difficoltà personali. Gli insegnanti, quindi, devono considerare queste motivazioni più profonde, e intervenire in modo educativo per far comprendere ai ragazzi l’effetto devastante delle loro azioni.

Cosa può fare un insegnante per spiegare ai ragazzi queste differenze? Può coinvolgere il gruppo classe in attività che aiutino gli studenti a comprendere le ricadute psicologiche causate da un atto di bullismo?

Un approccio utile per spiegare ai ragazzi la differenza tra un semplice conflitto e il bullismo è quello di proporre attività pratiche, come discussioni di gruppo e drammatizzazioni. Per esempio, si potrebbe dividere la classe in piccoli gruppi e assegnare a ciascun gruppo un tipo diverso di bullismo da esplorare: quello verbale, fisico o cyberbullismo. Ogni gruppo potrebbe poi realizzare una breve rappresentazione animata che rappresenti il tipo di bullismo analizzato dal gruppo. Questo tipo di attività non solo stimola la riflessione sui diversi comportamenti di prevaricazione, ma consente anche di esplorare le emozioni e i pensieri della vittima, mettendo in evidenza come si sente chi subisce bullismo.
Inoltre, ogni gruppo potrebbe creare una definizione creativa del tipo di bullismo di cui ha parlato, oppure un piccolo slogan che esprima l’effetto emotivo devastante che questi atti hanno sulla vittima. L’obiettivo non è solo sensibilizzare i ragazzi sul fenomeno, ma anche stimolare una riflessione profonda e consapevole, che vada oltre una visione superficiale del bullismo.

I ragazzi che si comportano da bulli potrebbero avere un “cuore pieno di sassi”, come se cercassero di scaricare il loro malessere emotivo verso il mondo e i compagni, nella speranza di alleggerirsi. Questo non giustifica il comportamento, ma è importante non ridurre il bullo a un semplice “cattivo” da punire

Ci sono altre azioni che gli insegnanti possono fare per affrontare episodi di bullismo?

Quando un ragazzo o una ragazza agisce bullismo, è necessario affrontare il problema su due piani: quello della comprensione e quello della riparazione. Prima di tutto, bisogna aiutare il bullo a riflettere sul perché ha agito in questo modo. In molti casi, dietro il comportamento di chi fa bullismo c’è una richiesta di aiuto, spesso mascherata da un atteggiamento aggressivo. I ragazzi che si comportano da bulli potrebbero avere un “cuore pieno di sassi”, come se cercassero di scaricare il loro malessere emotivo verso il mondo e i compagni, nella speranza di alleggerirsi. Sebbene questo non giustifichi il comportamento, è importante non ridurre il bullo a un semplice “cattivo” da punire, ma cercare di capire le motivazioni che lo spingono a comportarsi in questo modo.


Un intervento educativo può partire da attività che stimolino una riflessione più profonda. Interessante potrebbe essere chiedere agli studenti di analizzare un aforisma. Questo tipo di lavoro aiuta i ragazzi a riflettere sul contrasto tra il comportamento aggressivo e quello empatico, facendo emergere i vantaggi emotivi e relazionali che derivano dall’essere gentili.

Accanto alla riflessione intellettuale è fondamentale, anche, un lavoro sul “cuore intelligente”, ovvero sulla sfera emotiva dei ragazzi. Questo tipo di lavoro può essere fatto attraverso un’attività pratica: chiedere agli studenti di scrivere o disegnare due esperienze significative nella loro vita. L’importante in questa attività non è solo la descrizione dell’accaduto, ma anche la riflessione su come si sono sentiti in entrambi i casi. Cosa hanno provato quando sono stati feriti o quando hanno mostrato gentilezza? Come si sono sentiti dopo aver ferito qualcuno e dopo aver fatto un atto gentile? La condivisione di questi pensieri con il gruppo può portare a una riflessione collettiva sul valore delle azioni positive e sull’impatto che hanno sugli altri. In questo modo, si fa emergere la consapevolezza che ogni atto di bullismo non solo danneggia la vittima, ma anche chi lo compie, mentre gli atti di gentilezza possono portare benessere sia a chi li riceve che a chi li dona.

L’azione di riparazione è fondamentale perché mostra ai ragazzi che non sono definiti solo dai comportamenti che hanno messo in atto, ma che hanno sempre la possibilità di cambiare e di migliorare. Anche chi ha agito male ha la possibilità di evolversi

Una volta che il ragazzo ha compreso la portata del suo comportamento, è importante che venga stimolato a intraprendere un’azione riparativa che non deve essere vista solo come un atto che aiuta la vittima ma, anche, come un’opportunità per chi ha agito da bullo di riconnettersi con il proprio senso di responsabilità e valore. La riparazione può assumere diverse forme: ad esempio, scrivere una lettera di scuse al compagno preso di mira o facilitare un chiarimento tra le parti coinvolte. L’azione di riparazione è fondamentale perché mostra ai ragazzi che non sono definiti solo dai comportamenti che hanno messo in atto, ma che hanno sempre la possibilità di cambiare e di migliorare. Questo è un concetto molto importante da trasmettere: anche chi ha agito male ha la possibilità di evolversi e di prendere decisioni più positive in futuro.

Se ora guardiamo il fenomeno dal punto di vista dei genitori, cosa dovrebbero fare nel caso in cui scoprissero che il proprio figlio è vittima di bullismo?

La prima cosa che i genitori devono fare è ascoltare attentamente le emozioni del ragazzo. La vittima di bullismo vive un’esperienza di solitudine, paura, rabbia e dolore che non sempre riesce a esprimere adeguatamente. È fondamentale che il genitore crei uno spazio sicuro dove il bambino o il ragazzo possa dare voce alle sue difficoltà, senza timore di essere giudicato. Dare parola alla paura, al dolore e al senso di esclusione è il primo passo per iniziare a comprendere la profondità del vissuto emotivo del figlio. Molto spesso, i ragazzi vittime di bullismo, possono avere difficoltà nelle relazioni sociali e, in alcuni casi, anche sul piano emotivo. Non si tratta di problematiche patologiche, ma di una difficoltà a connettersi con gli altri, a relazionarsi con sicurezza. In questi casi, è importante incoraggiare il figlio a partecipare ad attività che possano aiutarlo a sviluppare l’intelligenza relazionale e sociale. Un’attività particolarmente utile è il teatro. Una palestra fantastica per lavorare sulla consapevolezza del corpo, sulla gestione della voce e delle emozioni, e può essere un’ottima occasione per aumentare la fiducia in sé. Molti bulli tendono, infatti, prendono di mira proprio chi si sente insicuro, chi non è a suo agio nel proprio corpo e nelle proprie emozioni. Offrire a un figlio la possibilità di esplorare se stesso attraverso attività creative e sociali può essere un prezioso strumento per rinforzare la sua autostima.

I genitori, e gli adulti in generale, possono allenare i ragazzi a diventare un “radar” empatico. L’empatia infatti è un radar che ci permette di leggere gli occhi degli altri, e quindi di intuire ciò che c’è nel cuore dell’altro, è un passo importante per sviluppare una comprensione profonda delle dinamiche interpersonali. Insegnare a un ragazzo a osservare gli altri e a leggere le emozioni attraverso i loro occhi è fondamentale per evitare fraintendimenti e migliorare la qualità delle sue relazioni sociali.

Il lavoro sull’empatia non si limita a una semplice lettura delle emozioni altrui, ma implica anche una pratica concreta: quella dei gesti di empatia. I genitori possono aiutare il figlio a imparare a usare questi piccoli gesti – il sorriso aperto, lo sguardo luminoso o il sapersi mettere nei panni dell’altro – per connettersi più facilmente con gli altri, per trasformare le relazioni in opportunità di amicizia anziché di conflitto.

Gli altri compagni devono essere educati a non rimanere indifferenti. È importante educare gli studenti a non essere spettatori passivi, ma a prendere posizione contro il bullismo, anche solo offrendo supporto alla vittima

Invece tra pari? Che cosa dovrebbero fare i ragazzi nel caso si trovassero ad assistere a un atto di bullismo?

Anche se il comportamento del bullo è il punto focale su cui lavorare, non bisogna dimenticare che il contesto sociale in cui il bullismo avviene è altrettanto cruciale. Gli altri compagni, che assistono all’episodio, devono essere educati a non rimanere indifferenti. Spesso, chi assiste a un episodio di bullismo non interviene per paura di diventare anch’esso un bersaglio o per timore di esporsi. In questo senso, è importante educare gli studenti a non essere spettatori passivi, ma a prendere posizione contro il bullismo, anche semplicemente offrendo supporto alla vittima o segnalando l’incidente. Quando si assiste a un episodio di bullismo, è fondamentale comprendere il comportamento dei ragazzi coinvolti, in particolare quello dell’aggressore, per intervenire in modo efficace e costruttivo. Il ruolo di chi assiste a un episodio di bullismo è determinante: non si tratta solo di fermare l’atto, ma di comprendere e aiutare tutti gli studenti coinvolti.

Stefano Rossi incontra durante un incontro con gli studenti

Se si volessimo racchiudere in dieci consigli quello che ci ha spiegato per prevenire e gestire i casi di bullismo, quali sarebbero?

Per gli adulti, il primo passo è promuovere una collaborazione costante tra scuola e famiglia, creando una comunicazione aperta e una cooperazione reciproca, essenziale per un intervento coordinato. Allo stesso tempo, è fondamentale che i genitori non accusino la scuola e che la scuola non accusi i genitori, ma che entrambe le parti lavorino insieme per affrontare il problema. Ascoltare e aiutare il bullo a dar voce alle proprie emozioni, spesso, infatti, sono ragazzi che hanno difficoltà ad esprimere le proprie emozioni. È fondamentale aiutarli a comprendere le ragioni che sono dietro i loro comportamenti aggressivi, per affrontare e risolvere il loro malessere emotivo. Infine chiedere aiuto a un esperto per comprendere i significati affettivi del comportamento dei ragazzi e agire come adulti empatici perché i bambini e i ragazzi tendono a imitare ciò che vedono nel loro ambiente.


Per quanto riguarda le azioni da parte dei ragazzi, è fondamentale che imparino a esercitare il pensiero critico, valutando le azioni del gruppo e riconoscendo comportamenti che possono nuocere agli altri. Devono imparare a dire di no ai bulli, ovvero a sviluppare quella che chiamo “giusta disobbedienza”, un atto di coraggio che impedisce che il bullismo si perpetui. Inoltre, è necessario che i ragazzi imparino ad ascoltare e dare voce alle proprie emozioni, per sé e per gli altri, sia che si tratti della vittima che del bullo.

 VITA

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martedì 5 novembre 2024

SCUOLA e COLTELLI

 


Lo psicoanalista: «Con i giovani ripristinare l’autorità pre ’68 è impossibile, occorre invece ripensarla. 

Bisogna ripartire dalla parola.

 Un Paese si giudica da come tratta la scuola e il nostro la tratta male»


-         di Francesco Rigatelli

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«Gli episodi di violenza sempre più frequenti nella scuola sembrerebbero dare ragione a chi vorrebbe ripristinare la severità precedente al ’68, ma non è così semplice». Lo psicoanalista Massimo Recalcati, 64 anni, milanese, interviene al Social Festival Comunità Educative alle Gallerie d’Italia di Torino definendo «follia il pensiero nostalgico, perché intanto la scuola e la famiglia prima del ‘68 non funzionavano. Il padre decideva per tutti e la scuola prolungava questo modello fuori di casa con lo spegnimento di ogni pensiero critico e fantasia. Il ’68 ha dato diritto di parola alle donne e ai giovani, poi non siamo ciechi e sappiamo che si è buttato via il bambino con l’acqua sporca per cui ora si tratta di riequilibrare ma senza idealizzare il passato». 

L’autorità

Anche perché, spiega Recalcati, «ripristinare l’autorità è impossibile, ma bisogna ripensarla. La risposta breve è quella reazionaria invocando Dio, patria e famiglia come in tutti i fondamentalismi. L’Occidente invece ha il compito di riempire l’autorità in modo nuovo senza tornare indietro. Ma come faccio a farmi ascoltare se il mio ruolo simbolico di insegnante non è più sufficiente? Bisogna ripartire dalla parola, dall’interesse, dalla sfida allo smartphone per mostrare con la propria azione quotidiana, con una semina di lungo periodo, che questa vita può essere vissuta con desiderio». 

Lo psicoanalista sfida i profeti del nichilismo: «Non è che se non c’è più l’idea di futuro allora manca il desiderio. Esattamente il contrario. Quando un figlio viene vaccinato con la potenza del desiderio, diceva Pasolini, allora gli si apre il futuro. Altrimenti ci accasciamo tutti in un nichilismo indistinto. Ai giovani, alla generazione Covid che non esiste, offriamo psicologi, antidepressivi, viagra, ma invece bisogna dare loro il ricambio generazionale, responsabilità, non il lamento di Cassandra». 

Il Paese e la scuola

Stimolato dalle domande del vicedirettore de La Stampa Gianni Armand Pilon, che ricorda l’ex assessore e insegnante Fiorenzo Alfieri, critico sull’abbassamento del livello scolastico per raggiungere gli strati popolari, Recalcati chiarisce che «un Paese si giudica da come tratta la scuola e il nostro la tratta male. Ci sono stati tentativi di riforma, ma di fatto il mestiere dell’insegnante gode di poco prestigio. Viviamo una proletarizzazione e un disconoscimento di questa professione, come per gli operatori sanitari. Detto ciò, devo dire che io farei una selezione meritocratica per allontanare quegli insegnanti indecenti che anche i miei figli hanno avuto. Bisognerebbe affrontare un certo conservatorismo anche sindacale. E quando c’era il governo Renzi si perse l’occasione di una riforma che coinvolgesse gli insegnanti con degli stati generali». Per la stessa ragione lo psicoanalista si dice favorevole al voto in condotta: «Viene sostenuto dal ministro Valditara, che non gode di particolare mia stima e ammirazione, ma è giusto. Il rispetto deve avere un valore. Un pensiero di destra? No, ovvio. È sufficiente a considerare Valditara illuminato? Neppure. Un sindaco che si occupa di sicurezza è di destra? Neanche, per esempio a Milano c’è un problema enorme con Sala che io ho votato e che non si assume completamente la responsabilità di questo problema. Se si vede l’esercito in strada è militarizzazione? No, solo sicurezza. Eppure, meritocrazia e sicurezza sono ancora tabù per parte della sinistra». 

Si parla di scuola e non si può non toccare il tema del bullismo. Secondo Recalcati «abbiamo perso di vista la differenza tra il senso della legge e il rispetto delle regole. Tutti invochiamo il secondo, ma senza il primo non funziona. Moltiplichiamo le regole perché non c’è il senso della legge, e cioè del limite, del non tutto: non si può fare o essere tutto. Dal passare col rosso in su. Il bullismo si diffonde nonostante le regole perché non c’è senso della legge nelle famiglie e nelle istituzioni. E anche qui non serve un bastone per riportarlo, ma un incentivo. La violenza, non solo per le guerre ma in generale, ha preso il posto della parola. Dove c’è violenza c’è sempre debolezza della parola, della politica, della democrazia. La scuola dovrebbe imporre la legge della parola e la rinuncia della violenza. La democrazia non a caso è il lutto dell’uno, è fatta di continui passaggi attraverso il discorso degli altri, è fatica». 

Il ruolo del maestro

Recalcati ragiona anche sul ruolo del maestro: «Nel film Parthenope di Sorrentino, che ho amato molto, il professore interpretato da Silvio Orlando alla domanda su cosa sia l’antropologia risponde con il verbo “vedere”. Ma per vedere ci vuole la luce. Il presupposto di ogni conoscenza è la luce, che dimentichiamo quando parliamo di scuola a partire dall’azienda. L’autorevolezza di un maestro non dipende dall’esercizio di un potere, ma dalla sua capacità di illuminare. L’altro significato della scuola è accendere il desiderio, fuochi o il fuoco del desiderio. Non è dispensare nozioni, ma mettere in movimento la vita, renderla viva. Possiamo fare l’elogio di un maestro quando la sua azione non si limita a trasmettere sapere, bensì mette in moto la vita». Ma come fa la vita dei nostri figli, si chiede lo psicoanalista, ad acquisire una forma, una formazione singolare? «Accade quando il desiderio diventa un dovere, superando la tradizionale separazione dal piacere. E se provassimo a pensare che il vero dovere sarebbe vivere coerentemente col nostro desiderio».

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

mercoledì 16 ottobre 2024

IL BULLISMO PER RIEMPIRE IL VUOTO

  



Bullismo, gesto estremo

 per riempire 

vuoti interiori


Che ruolo abbiamo nel percorso di crescita dei nostri ragazzi? Quali sono le radici del bullismo? Quali sono gli effetti di questi comportamenti sui ragazzi più fragili? Domande a cui, dopo il suicidio del ragazzo di Senigallia, provano a dare risposta Ivano Zoppi, direttore di Fondazione Carolina e Antonella Brighi, autrice insieme a Annalisa Guarini del libro “Cyberbullismo a scuola. Percorso di prevenzione per muoversi consapevolmente in rete

 

Leonardo, 15 anni, non c’è più. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre si è tolto la vita in un casolare nelle campagne di Senigallia, in provincia di Ancona. Aveva confidato ai genitori di essere oggetto di vessazioni da parte di alcuni coetanei. Ma neanche il sostegno della famiglia è bastato a evitare che arrivasse a compiere un gesto così estremo.

 Davanti a Leonardo, e ai tanti ragazzi come lui, è inevitabile interrogarsi sul ruolo che, come adulti, abbiamo nel percorso di crescita dei nostri ragazzi. Su quali sono le radici del bullismo, del bisogno di prendere di mira un coetaneo senza comprendere le conseguenze. Sugli effetti di questi comportamenti.

 «Con il loro gesto questi ragazzi riempiono dei vuoti interiori», spiega Ivano Zoppi, direttore di Fondazione Carolina che aiuta i ragazzi che, sempre più in tenera età, si fanno del male tra loro usando la rete in maniera distorta e inconsapevole. «Sono ragazzi che hanno bisogno di affermarsi e di essere considerati. Credono che attraverso il loro gesto possano essere visti dagli altri. La nostra esperienza ci fa dire che il comportamento di questi ragazzi riflette un fallimento della comunità educante che non è più in grado di trasmettere loro il valore di quello che sono, nella loro unicità, a prescindere dal giudizio degli altri. Come adulti abbiamo il dovere di ricominciare a educare i ragazzi a gestire le emozioni a cominciare dalla rabbia che non sanno più elaborare».

 Reale e virtuale come vasi comunicanti

La vita relazionale dei ragazzi è sempre più vissuta in maniera fluida tra gli spazi reali e quelli virtuali e questa condizione sta cambiando la percezione delle loro emozioni. Secondo Antonella Brighi, autrice insieme a Annalisa Guarini del libro “Cyberbullismo a scuola. Percorso di prevenzione per muoversi consapevolmente in rete” edito da Erickson: «la comunicazione sui social non permette di vedere le reazioni del nostro interlocutore alle nostre azioni. Viene meno il vissuto empatico, non ci identifichiamo più nell’altra persona. Invece, nella vita reale percepiamo immediatamente cosa le nostre azioni provocano nell’altra persona. Nella rete si ha quasi la sensazione di poter fare le cose senza dover tener conto delle conseguenze. Possiamo dire che il mondo online genera una sospensione dalle regole morali che normalmente ci dovrebbero essere. Il problema è che questo modello di comportamento viene trasferito dai ragazzi anche nella vita reale».

 Dunque, i contesti reali e virtuali diventano come dei vasi comunicanti non distinti nella mente degli adolescenti. È così che la vittima senza accorgersene rischia di ritrovarsi schiacciati da «una moltitudine di persone che gli rimando l’immagine di fallito, sbagliato e che è meglio che “si tolga dalla faccia della terra”», prosegue Brighi, «tutto questo è devastante per la mente di un ragazzo sia che questo accada nella vita reale che in rete. A schiacciare è spesso la vergogna dell’esposizione del sé a un’audience praticamente infinita».

 Bullismo: il ruolo di chi guarda

Le dinamiche di bullismo o cyberbullismo non coinvolgono solo la persona che agisce e quella che subisce. Fondamentale è il ruolo di chi assiste perché spiega Brighi: «chi è spettatore di un atto di sopraffazione su un amico, sia esso nella vita reale o in rete, può avvisare l’insegnate, bloccare un’immagine che circola nelle chat e essere vicino alla vittima. Gli spettatori possono avere un ruolo importante per fermare questi atti di violenza».

 Il ruolo della scuola e della comunità educante

Per prevenire il bullismo è importante che le scuole sappiano offrire percorsi di insegnamento flessibile, spazi di ascolto e figure di riferimento specializzate. Come spiega Brighi: «la letteratura in materia ci dice che gli interventi che funzionano bene sono quelli sistemici ossia quelli che coinvolgono tutte le figure presenti a scuola. Non sono sufficienti gli interventi fatti per risolvere il singolo episodio. Servono strategie a lungo termine».

 Ma per affrontare fattivamente il fenomeno del bullismo, e in generale degli atti di violenza tra coetanei, la nostra società deve rendere prioritario il tema educativo. Lo ribadisce più volte Ivano Zoppi che conclude: «dobbiamo metterci in ascolto dei ragazzi. Dobbiamo imparare a chiedergli come stanno, come si sentono. Queste sono domande che ci responsabilizzano come adulti ossia ci impongono di ascoltare e dedicare tempo ai ragazzi. Invece spesso abbiamo già la risposta da dare senza ascoltare il bisogno che ci manifestano».

 www.vita.it 

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martedì 10 ottobre 2023

ADOLESCENTI, GIOCO E WEB

Dipendenza da gioco (e da web) 

A rischio 330mila giovanissimi

 L’età più difficile è quella dei 15 anni, i comportamenti più pericolosi riguardano chi fa abuso di videogiochi, secondo i dati Cnr. Lo psicologo Grosso: l’altra faccia del problema è il ritiro sociale

 

-         di ILARIA SOLAINI

 Hanno trascurato gli amici o perso ore di sonno, pur di rimanere collegati online a “videogiocare”, dicono di sentirsi di cattivo umore, se non possono connettersi a Internet. Quasi 330mila studenti dai 15 ai 19 anni (pari al 14%) mostrano queste fragilità nell’utilizzo del web. «Il gaming si configura come una vera e propria dipendenza» ha spiegato Leopoldo Grosso, psicologo e presidente onorario del Gruppo Abele fondato da don Luigi Ciotti. L’età più a rischio è quella dei 15 anni, mentre i rischi si abbassano dopo i 18 anni. Sono questi alcuni dei dati emersi nell’ambito del Cybersecurity Day – all’Internet Festival 2023 di Pisa, elaborati dal Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica. I dati raccontano delle nuove dipendenze causate da Internet e dal gaming anche attraverso alcune installazioni di data visualization, visibili da chiunque fino a domani all’Internet festival, dove si incontrano esperti di robotica, tecnologia e innovazione, umanisti, rappresentanti delle istituzioni, artisti e personaggi del mondo della cultura e dell’arte.

 Tra gli studenti con un profilo di utilizzo di Internet “a rischio” c’è una quota maggiore di altri comportamenti potenzialmente pericolosi, come l’assunzione di sostanze psicoattive o come l’avere un profilo di gioco d’azzardo “problematico”. Al contrario, essere impegnati in attività sportive e l’amore per la lettura sembrano avere una valenza “protettiva” nello sviluppo di comportamenti di gaming problematico.

 Dal cyberbullismo alla dipendenza da social al gaming, i comportamenti a rischio legati all’utilizzo di internet hanno comunque forme e modalità diverse. «Quando il tempo speso a giocare diventa eccessivo, il gaming può risultare pericoloso, influendo negativamente sulle relazioni sociali o sul rendimento scolastico» ha sottolineato lo psicoterapeuta Grosso. Il gaming è molto più diffuso fra gli adolescenti maschi (86%) rispetto alle ragazze (49%): nel 2022 il 7% e il 13% hanno videogiocato più di 4 ore al giorno nei giorni scolastici ed extrascolastici, con percentuali triple tra i ragazzi (9% e 17%). Ma Internet è il vero problema sempre? «Sento spesso i genitori dire mio figlio sta rintanato a casa collegato a Internet: in quei casi, dobbiamo riuscire distinguere quale sia la causa dell’isolamento. 

Il Covid-19 in alcuni casi ha fatto sperimentare come positiva l’esperienza di non avere contatti sociali, e in questo senso è stato un detonatore» ha spiegato Grosso che ha messo la luce su quell’1,6% di studenti intervistati che si è autodefinito Hikikomori, ossia una persona che evita il coinvolgimento sociale, non frequenta praticamente più alcun amico e passa tantissimo tempo davanti a un monitor, isolato nella propria camera. Si stima che in Italia siano circa 38mila: «Il 32% non lascia mai la propria stanza se non per andare a scuola, un quinto esce al massimo una volta alla settimana per uscire con gli amici o praticare attività sportive» ha aggiunto il presidente onorario del Gruppo Abele. 

«Quando ci troviamo di fronte a un ritiro sociale volontario la difficoltà va ricercata nella relazione con i propri compagni di scuola, nel senso di emarginazione e discriminazione che il ragazzo prova. Ed è causa di una grandissima sofferenza» ha spiegato lo psicologo, che ha sottolineato come invece Internet, in questi casi, rimanga «una risorsa, una finestra sul mondo e non la causa diretta della sofferenza. La Rete diventa lo strumento per una socializzazione compensativa che rende più lieve questo ritiro sociale».

Quasi 55mila studenti (2,2%) si sono volontariamente isolati per un periodo di tempo superiore ai 6 mesi, ascoltando la musica (58%), stando sui social network (47%) e giocando online (44%). Il 30% degli studenti ritirati per oltre 6 mesi non ha mantenuto alcun contatto con amici o conoscenti. Tra questi, il 49% ha spiegato di sentirsi escluso o non capito dagli altri, il 44% di non aver amici stretti e il 42% di essere solo. Viene da chiedersi da adulti cosa si possa fare per aiutare i ragazzi in queste condizioni, considerando che un terzo degli Hikikomori ha raccontato che i propri genitori hanno accettato la cosa senza porsi domande. Il 17% non l’ha saputo e solo l’11% si è preoccupato e ha chiamato il medico o la scuola.

«Dietro alle assenze da scuola possono esserci situazioni di sofferenza scolastica, episodi di bullismo, non denunciati né a scuola né ai propri genitori per paura di essere derisi o trattati male » ha denunciato ancora Grosso che è convinto del ruolo centrale della scuola di fronte alle assenze prolungate. Secondo lo psicoterapeuta «è importante che i genitori abbandonino l’atteggiamento morale e moralistico che colpevolizza il ragazzo che non va a scuola. Serve comprensione per capire dove e come aiutarlo».

www.avvenire.it

 

venerdì 25 agosto 2023

SOCIAL e DEMOCRAZIA


 Crepet “Social sembrano una democrazia, 
ma lo sono in parte”

 Perché i social sembrano una democrazia, ma in realtà lo sono solo in parte secondo Paolo Crepet. “Contano le competenze”, avverte lo psichiatra e sociologo.

 

-        di Silvana Palazzo

 

Tra i tanti mali del presente c’è senza dubbio la continua violenza dei giovani. Per lo psichiatra Paolo Crepet c’è una spiegazione: sono degli impotenti. «Ogni bullo è un impotente nel senso che, non avendo altri strumenti di idee, comportamenti o di interessante nella vita, si adatta a demolire l’altro». In quella demolizione degli altri ipotizza una crescita che in realtà non c’è. Ne parla a La Nazione, prendendo posizione anche sull’uso dei social, uno strumento democratico solo all’apparenza. «Con i social tutti possono avere voce. Sembrerebbe una vera democrazia. Ma la democrazia è davvero far parlare tutti? In parte sì – spiega Crepet -. Ma allora vuol dire che tutti hanno le stesse competenze? Evidentemente no».

 All’alba di una nuova trasformazione digitale, rappresentata dall’intelligenza artificiale, bisogna allora interrogarsi. «D’ora in poi, chi dirà la verità, un algoritmo? Io credo che, prima di tutto, si debba tener fermo il principio delle competenze». Nell’intervista Crepet spiega anche il motivo per il quale alle sue conferenze il tutto esaurito è la normalità: «Io non pettino le persone per il verso del pelo, non le consolo».

 CREPET “IL PERICOLO È NELLA RASSEGNAZIONE”

 Alle conferenze di Paolo Crepet ci sono genitori che hanno bisogno di consigli per educare meglio i figli e chi scopre di aver sbagliato tutto. «E quindi è un momento catartico», riflette lo psichiatra e sociologo a La Nazione. Incontra così tanta gente, questo lo porta a pensare che abbiano bisogno di una guida e che siano alla ricerca di una speranza, «forse perfino una luce che accenda i cuori di giovani e meno giovani». Per Crepet c’è sete e fame di parole e pensiero. Il suo consiglio è di cercare la propria unicità, di essere ambiziosi e sognare. «Il pericolo è nella bonaccia delle emozioni, nella rassegnazione, è in chi semina accidia e smarrimento come se fosse la regola del più aggiornato marketing dell’esistenza».

Opporsi a questo è la sua missione. «Mi sbalordisco dell’imbecillità della gente quando pensa che, se i figli non hanno fatto le 7 di mattina ubriachi, non sono “à la page”, che costruirsi un futuro è faticoso, come se l’unica cosa sensata della vita fosse dilapidare un capitare ereditato. Tutto questo non ha un senso».

A tutto questo Crepet si ribella come uomo, professionista e intellettuale.

 

Il Sussidiario

lunedì 3 luglio 2023

PER UNA CULTURA DEL RISPETTO

 Valditara: 

le riforme contro 

il bullismo a scuola

 Su iniziativa del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, al termine di un incontro con i tecnici del Ministero, e tenuto conto della relazione conclusiva dei lavori del tavolo ministeriale di esperti sul tema del bullismo, sono stati stabiliti interventi sui criteri di valutazione del voto di condotta nelle Scuole secondarie, sulla misura della sospensione e sull’istituzione di attività di cittadinanza solidale. Questi interventi daranno vita ad una revisione normativa che riguarderà il D.P.R 22 giugno 2009 n.122, relativo alla valutazione degli apprendimenti e del comportamento, e del D.P.R 24 giugno 1998 n. 249, che reca lo Statuto delle studentesse e degli studenti.

 “Al fine di ripristinare la cultura del rispetto, di contribuire ad affermare l’autorevolezza dei docenti e di riportare serenità nelle nostre scuole abbiamo deciso di intervenire su tre direttrici”, ha dichiarato il Ministro Valditara. Le direttrici e i loro contenuti sono i seguenti:

 Prima direttrice:

 - Si precisa che il voto assegnato per la condotta è riferito a tutto l’anno scolastico e che nella valutazione dovrà essere dato particolare rilievo a eventuali atti violenti o di aggressione nei confronti degli insegnanti, di tutto il personale scolastico e degli studenti.

 - Nelle scuole secondarie di I grado si ripristina la valutazione del comportamento, che sarà espressa in decimi e farà media, modificando così la riforma del 2017.

 - La valutazione del comportamento inciderà sui crediti per l’ammissione all’Esame di Stato conclusivi della scuola secondaria di secondo grado.

 - La normativa attuale, che presenta varie criticità e ambiguità, prevede che la bocciatura, a seguito di attribuzione di 5 per la condotta, sia attuata esclusivamente in presenza di gravi atti di violenza o di commissione di reati. Con la riforma si stabilisce invece che l’assegnazione del 5, e quindi della conseguente bocciatura, potrà avvenire anche a fronte di comportamenti che costituiscano gravi e reiterate violazioni del Regolamento di Istituto.

 - L’assegnazione del 6 per la condotta genererà un debito scolastico (nella scuola secondaria di secondo grado) in materia di Educazione civica, che dovrà essere recuperato a settembre con una verifica avente ad oggetto i valori costituzionali e i valori di cittadinanza.

 Seconda direttrice:

 - Si ritiene che la misura della sospensione, intesa come semplice allontanamento dalla scuola, sia del tutto inefficace e, anzi, possa generare conseguenze negative sullo studente. Si prevede pertanto che la sospensione fino a 2 giorni dalle lezioni in classe comporti più scuola, più impegno e più studio. Lo studente sospeso sarà coinvolto in attività scolastiche -assegnate dal consiglio di classe- di riflessione e di approfondimento sui temi legati ai comportamenti che hanno causato il provvedimento. Questo percorso si concluderà con la produzione di un elaborato critico su quanto è stato appreso, che sarà oggetto di opportuna valutazione da parte del consiglio di classe.

 - Qualora la sospensione superi i 2 giorni, lo studente dovrà svolgere attività di cittadinanza solidale presso strutture convenzionate. La convenzione conterrà le opportune coperture assicurative.

 Terza direttrice:

 - Nel caso di sospensione superiore ai 2 giorni, se verrà ritenuto opportuno dal consiglio di classe, l’attività di cittadinanza solidale potrà proseguire oltre la durata della sospensione, e dunque anche dopo il rientro in classe dello studente, secondo principi di temporaneità, gradualità e proporzionalità. Ciò al fine di stimolare ulteriormente e verificare l’effettiva maturazione e responsabilizzazione del giovane rispetto all’accaduto.

Le decisioni che riguardano queste misure saranno adottate dalle singole scuole, nello specifico dai consigli di classe, nel rispetto dell’autonomia scolastica.

 

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