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giovedì 11 giugno 2026

CALANO LE COMPETENZE

 

NON DIAMO 

LA COLPA

 AL COVID


Scuola, competenze alfabetiche in continuo calo: lo dicono le prove Invalsi.

Milano, i dati di Openpolis mostrano un livello sempre più ridotto

 per gli studenti lombardi

Competenze alfabetiche in calo negli ultimi cinque anni e, in alcuni capoluoghi lombardi, anche rispetto agli ultimi dieci anni: una zavorra per le migliaia di studenti e studentesse che, anche in Lombardia, si apprestano a sostenere le prove di maturità. Un passaggio fondamentale che va oltre il semplice rendimento scolastico, come evidenziato da Openpolis – con i bambini, che ha rielaborato i dati Istat (legati al punteggio medio ottenuto dagli studenti a cui sono stati somministrati i test Invalsi al termine del primo ciclo, che si riverberano, poi, sugli anni successivi).

Le prove Invalsi fanno emergere i profondi divari esistenti tra gli studenti

Valutare il livello delle competenze raggiunte infatti rappresenta un indicatore importante su almeno due fronti. Da un lato, avere un livello di competenze adeguato è fondamentale per i ragazzi, non solo per il prosieguo del loro percorso formativo e professionale ma anche per partecipare pienamente alla vita democratica del paese. Dall’altro, si tratta anche di un momento per riflettere su quanto il sistema educativo italiano nel suo complesso sia in grado di trasferire ai propri studenti le competenze di base necessarie, soprattutto in un contesto sociale ed economico sempre più segnato dall’innovazione tecnologica.

L’analisi di Openpolis

Cosa emerge dall’analisi? Se guardiamo al quinquennio 2019-2024, in tutti i capoluoghi lombardi il livello di competenza alfabetica si è ridotta. Mantova risulta, in particolare, tra i capoluoghi con il gap più elevato, perché si è passati da un punteggio medio di 208 a 192,9 (-15,1 punti). Anche Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Monza e Sondrio hanno visto un calo tra i 6 e i 7 punti percentuali.

Se ampliamo lo sguardo al decennio, nel confronto 2014-2024 si conferma un calo di competenze a Brescia, Cremona, Mantova, Sondrio. Anche le rilevazioni delle prove Invalsi, in particolare per quanto riguarda le competenze alfabetiche, ci dicono non si è ancora tornati ai livelli pre-Covid; anzi, il risultato del 2025 ha fatto registrare una preoccupante inversione di tendenza rispetto all’anno precedente in cui si era invece assistito a un parziale recupero. In Lombardia, ad esempio, alle medie gli studenti che raggiungono i traguardi previsti in italiano sono il 63%, dieci punti percentuali in meno rispetto al 2019; in matematica, nello stesso periodo, si è passati dal 71% al 64%. Se da un lato quindi è in netto miglioramento la quota di abbandoni scolastici, non stanno diminuendo gli studenti che arrivano in quinta superiore con competenze inadeguate (dispersione implicita).

La colpa non è della pandemia e del lockdown

"Innanzitutto – spiega Paolo Barabanti, docente dell’Università Cattolica e ricercatore Invalsi – le competenze alfabetiche misurate dalle prove Invalsi sono solo una parte delle competenze alfabetiche nel loro complesso. L’Invalsi, ad esempio, non valuta la scrittura, per cui i dati vanno letti tenendo presente di cosa stiamo parlando. Chiaro che i dati che abbiamo a disposizione ci dicono che c’è un calo, ma oggi possiamo dirlo con certezza proprio perché lo stiamo misurando. Anche vent’anni fa se ne parlava, ma solo a livello di percezione. Oggi abbiamo dei dati”. In quest’ottica, non si può imputare ogni colpa alla pandemia ed al lockdown. “Dopo sei anni, non possiamo più usare la pandemia come alibi. Piuttosto, quel periodo ha accelerato una dinamica già in corso, ma il problema è più complesso”. Tra le ragioni, ci sono anche motivi socio-economici, che condizionano l’andamento scolastico degli studenti a partire dalla scelta della scuola superiore. “Ribalterei, però, la questione. Ormai è assodato che lo stato socio-economico delle famiglie impatta sul percorso scolastico e poi lavorativo dei figli. Il problema, però, non è che chi vive in condizione di maggior benessere, economico e culturale, aiuti i propri ragazzi. Il problema è, semmai, che lo Stato dovrebbe intervenire per creare condizioni di equità anche nelle famiglie dove il benessere è minore”.

IL GIORNO

 

martedì 2 dicembre 2025

EQUITA' E INCLUSIONE

 


L’istruzione leva

 per l’uguaglianza 

di genere




Quando si parla di inclusione uno dei punti dolenti che emergono è quello delle disuguaglianze di genere e delle ingiustizie che a livello sociale si legano alla loro stereotipizzazione. Sono differenze dalle quali il sistema di istruzione è tutt’altro che immune, come mostrano gli esiti delle indagini nazionali e internazionali, con effetti che si riverberano inevitabilmente sulla crescita economica e sull’inclusione sociale, con conseguenze più sottili e pervasive di quanto a volte non appaiano.

Le disuguaglianze di genere in ambito educativo sono cambiate nel tempo, assumendo una complessità diversa per quanto riguarda il rendimento scolastico.

In molti Paesi, così come in Italia, l’accesso delle donne ai diversi livelli di istruzione formale è un risultato raggiunto e consolidato; tuttavia, permangono squilibri nella distribuzione per materie, nei tassi di abbandono e nella transizione scuola-lavoro.

Differenze di rendimento e scelte disciplinari                                 

Due esempi che le Rilevazioni sugli apprendimenti a livello nazionale e internazionale mettono in luce da tempo circa la disuguaglianza di genere nell’istruzione sono individuabili nel minore accesso da parte delle ragazze a percorsi di istruzione superiore e universitaria nelle discipline STEM (matematica, scienze e tecnologie) e una probabilità più alta che i ragazzi abbiano risultati più modesti in ambito linguistico e maggiori difficoltà scolastiche, dalle quali deriva un rischio più elevato di sotto rendimento o di abbandono.

Queste due dinamiche parallele – la sottorappresentazione femminile nelle discipline tecniche e la maggiore fragilità maschile nelle competenze di base – sono fattori che orientano la distribuzione delle preferenze disciplinari nel breve come nel lungo periodo, sottolineando quanto le questioni legate al genere in educazione siano un problema multidimensionale e multiforme.

Il concorso di molte cause

Le ragioni che determinano queste differenze e il loro persistere sono sicuramente molte e agiscono combinandosi tra loro in diversi modi, dei quali non sempre siamo consapevoli.

Uno di questi fattori sono gli stereotipi di genere, il cui peso influenza le aspettative dei docenti, delle famiglie e degli stessi studenti in quanto sono legati a opinioni sociali e culturali. Le ragazze possono essere indirizzate lontano dalle materie tecniche in base a convinzioni ingenue su attitudini “naturali” che sarebbero loro prerogativa in quanto appartenenti al genere femminile.

Sul fronte opposto i maschi possono ricevere minore supporto nelle competenze linguistiche, con una sottovalutazione immotivata delle difficoltà in lettura o comunque nell’area linguistica. A queste ragioni se ne aggiungono altre di tipo strutturale, come la qualità dell’offerta formativa locale, la presenza di modelli professionali visibili e le modalità di orientamento scolastico.

L’analisi delle disuguaglianze mette in luce anche ulteriori cause, come le differenze territoriali e generazionali, che amplificano gli effetti di genere, creando percorsi educativi e di vita molto diversi in base al contesto di appartenenza.

Conseguenze economiche e sociali delle differenze di genere

Le conseguenze delle diseguaglianze di genere nel rendimento e nel percorso scolastico non si limitano alla singola studentessa o studente; il persistere di differenze nelle competenze e negli accessi ai diversi settori disciplinari hanno infatti ricadute a livello economico e sociale.

Una presenza femminile ridotta nelle professioni ad alta innovazione ha ripercussioni negative sulla crescita economica e sulla capacità di un Paese di competere in settori strategici, come quelli collegati alle tecnologie; allo stesso modo risultati educativi più deboli tra i ragazzi possono generare maggiore disoccupazione giovanile e favorire la marginalizzazione.

In entrambi i casi si rischia la perdita di capitale umano, con l’inevitabile impoverimento che ne consegue in termini economici e di benessere, individuale e collettivo.

Uscire dal circolo vizioso

Affrontare efficacemente le disuguaglianze richiede un approccio strategico che combini più misure, quali:

  • Rafforzare l’orientamento e la promozione delle discipline STEM tra le ragazze con programmi didattici, mentoring e l’offerta di modelli femminili in questo settore
  • Intervenire precocemente per migliorare le competenze di lettura e linguaggio nei bambini, con attenzione specifica ai ragazzi a rischio e interventi di rete che coinvolgano scuola, famiglie e comunità
  • Favorire la formazione dei docenti con percorsi focalizzati sulle differenze di genere e sulle pratiche inclusive, per evitare che aspettative differenziate in base al genere portino al replicarsi di convinzioni di senso comune e si traducano di fatto nell’offerta di differenti opportunità formative
  • Sostenere politiche integrate scuola-lavoro che contrastino le discontinuità femminili nella carriera e facilitino la transizione verso professioni ad alto valore aggiunto, collegando istruzione, orientamento e mercato del lavoro.

Conclusioni

Per affrontare costruttivamente le disuguaglianze di genere nell’istruzione, e più in generale in ambito educativo, non basta promuovere l’accesso ai diversi percorsi scolastici. Occorre comprendere come e in quali aree si manifestano le differenze di rendimento, scegliere gli strumenti idonei per rimuovere barriere strutturali e culturali per favorire una reale inclusione.

La ricerca in campo educativo e scolastico è strumento essenziale per assicurare a ogni allieva e allievo l’offerta di pari opportunità disciplinari e il rafforzamento delle competenze di base, sottolineando una volta di più il ruolo di leva per l’uguaglianza e lo sviluppo sostenibile proprio dell’istruzione.

 

Approfondimenti



 

 

 

 

venerdì 12 settembre 2025

L'UNIONE FA LA FORZA


 Competenze, competenze digitali

 e

 apprendimento. 


 

·       Dati INVALSI

·       Educazione digitale

·       Prove INVALSI 2025


Roberto Ricci su X

Tweets by R_Ricci_INVALSI

Competenze, competenze digitali e apprendimento. L’unione fa la forza



Roberto Ricci su X

Tweets by R_Ricci_INVALSI

A pochi giorni dalla presentazione del Rapporto INVALSI il Presidente Roberto Ricci approfondisce in questa riflessione alcuni elementi cruciali emersi dalla Rilevazione 2025, che per la prima volta ha misurato anche le competenze digitali dei nostri studenti. Sono aspetti che hanno delineato un quadro della Scuola quanto mai ricco di indicazioni per lo sviluppo di linee progettuali per il futuro.

dati della Rilevazione nazionale 2025 hanno messo a fuoco, forse più che in passato, aspetti di grande complessità nella nostra Scuola. Tra le tante informazioni emerse sono sicuramene di grande interesse quelle relative alle competenze digitali dei giovani, rilevate per la prima volta con una somministrazione che, in questa prima fase, è stata circoscritta a un campione statisticamente significativo di studenti del secondo anno di Scuola secondaria di secondo grado.

Le ragioni che orientano l’attenzione della Scuola verso questo particolare repertorio di competenze sono esplicitate a livello europeo nella Raccomandazione del Consiglio sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente, in cui si sottolinea che

La competenza digitale implica l’uso sicuro, critico e responsabile delle tecnologie digitali e il loro impiego nell’apprendimento, nel lavoro e nella partecipazione alla società. Comprende l’alfabetizzazione all’informazione e ai dati, la comunicazione e la collaborazione, l’alfabetizzazione ai media, la creazione di contenuti digitali (compresa la programmazione), la sicurezza (compreso il benessere digitale e le competenze relative alla sicurezza informatica), le questioni relative alla proprietà intellettuale, la risoluzione di problemi e il pensiero critico.

Si tratta infatti di competenze chiave, essenziali per i cittadini per la realizzazione personale, uno stile di vita sano e sostenibile, l’occupabilità, la cittadinanza attiva e l’inclusione sociale.

La connessione forte delle competenze digitali con le altre competenze è messa in evidenza dalla Prova INVALSI. Come afferma il Presidente Ricci, siamo tra i primi a dotarci di un sistema di rilevazione di questo tipo e con esiti piuttosto interessanti come, ad esempio, sollecitare tantissime considerazioni che mettono in luce ciò che caratterizza positivamente la nostra scuola, come l’esercizio di compiti attivi […] e questa è un’attività fondamentale che la scuola esercita allo scopo di sollecitare, favorire e sostenere lo sviluppo delle competenze chiave, tutte complementari e strettamente interconnesse tra loro.

Ciò implica che essendo strettamente collegate, l’acquisizione di una competenza favorisce lo sviluppo delle altre, e questo vale anche per la competenza digitale.

DigComp 2.2 Il Quadro delle Competenze Digitali per i Cittadini

Se il contesto di provenienza è un fattore determinante nel promuovere, ostacolare o rallentare l’acquisizione di tali competenze, ancora una volta – asserisce Roberto Ricci – si evidenzia l’importanza dello spazio 0-6, poiché già a partire da una fase di sviluppo così precoce il sostegno degli apprendimenti si esercita lungo tante direzioni, che però sono molto coerenti tra loro.

I dati che le Rilevazioni ci permettono di raccogliere sono un capitale prezioso per identificare e definire la direzione da prendere per migliorare l’esistente. Con la loro oggettività consentono infatti di definire l’entità del fenomeno che ci interessa approfondire e  ci mostrano tendenze che diversamente non sarebbero chiare […] Sfruttare anche le competenze digitali come strumento alternativo – o meglio, complementare- per raggiungere quote sempre più ampie di giovani è una grandissima opportunità. Io credo si possa fare tantissima buona scuola – e questo i dati ce lo dicono – perseguendo obiettivi fondativi, e quindi molto antichi della nostra scuola, in una chiave moderna, attuale, futura.

  Approfondimenti

venerdì 15 agosto 2025

ISOLAMENTO DIGITALE

 Isolamento digitale dei giovani, l’allarme di Daniele Novara: abitudini notturne, video brevi e calo del rendimento spingono verso regole condivise e uso cooperativo dei device in classe

Di Andrea Carlino

Intervento denso e frontale quello di Daniele Novara a EduFest 2025, dove il pedagogista ha rilanciato il tema dell’“isolamento virtuale” degli adolescenti, collegandolo all’appello promosso con Alberto Pellai.

“Chiediamo al governo di impegnarsi perché nessun ragazzo o ragazza abbia uno smartphone personale prima dei 14 anni e un profilo social prima dei 16 ha ricordato, sottolineando la natura regolatoria e non proibizionista della proposta. L’intervento si è inserito nella Sessione “Equilibri in digitale” del programma ufficiale del festival, ospitato al Parco di Villa Ghirlanda, con focus su connessione e rischio di isolamento nelle nuove generazioni.

“Ragazzi agganciati agli schermi”: i dati e i rischi per la scuola

Novara ha richiamato le evidenze emerse dalle ricerche recenti, citando lo studio EYES UP dell’Università di Milano-Bicocca guidato da Marco Gui, che documenta l’effetto dell’accesso precoce a smartphone e social media sul rendimento scolastico e sulle disuguaglianze educative, con dati longitudinali su 6,609 studenti lombardi e correlazione con i risultati INVALSI. Dal report emergono abitudini diffuse: oltre il 50% dello smartphone “appena svegli”, il 22% anche “durante la notte”, il 98% su video brevi e il 51% a tavola, elementi che alimentano frammentazione attentiva e peggioramento degli esiti tra chi ha iniziato molto presto a usare i social.

Una cornice che, secondo Novara, interpella direttamente la scuola, già oggetto della stretta ministeriale sull’uso dei cellulari in classe fino alla terza media, misura che il ministro Valditara ha definito coerente con l’appello dei pedagogisti.

Linee operative: limiti d’età, notti “device free”, centralità del gruppo

Nel passaggio più operativo, Novara ha proposto una serie di indicazioni “di sopravvivenza educativa” in attesa di una cornice normativa uniforme: niente video nei primi tre anni; tempi video contenuti e progressivi nell’infanzia; stop allo smartphone fino alla prima superiore; “nessun dispositivo digitale di notte”; evitare l’uso “promiscuo” dello smartphone dei genitori; mantenere la possibilità di verifica dei device in età minorile; privilegiare carta e penna per la lectoscrittura nella primaria; uso delle tecnologie a scuola solo in modalità comune e cooperativa, non individuale.

“L’alternativa all’addiction digitale è il gruppo: stare insieme, fare compagnia” ha scandito, legando il contrasto all’isolamento virtuale alla ricostruzione di comunità educanti e a un’“alleanza” tra famiglie, scuole e istituzioni, in linea con il patto per il benessere digitale presentato dai Comuni dell’area Nord Milano nel contesto del festival.

Orizzonte Scuola

martedì 8 luglio 2025

OPPORTUNITA' EDUCAZIONE DIGITALE

 




In un contesto in cui la realtà virtuale è parte integrante della vita per persone di ogni età interrogarsi sulle disparità che possono esserci nell’educazione digitale e agire per contrastare la povertà educativa in questo ambito è un obiettivo che coinvolge tutti coloro che hanno responsabilità educative e formative, prime fra tutte scuola e famiglia.

Favorire l’educazione digitale vuol dire cogliere le opportunità di crescita e formative che gli strumenti digitali possono offrire, in particolare ai bambini e ai giovani tra i quali l‘uso delle tecnologie è sicuramente molto diffuso, come ci dicono i dati resi noti da Save the Children:  in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni (il 32,6%) usa lo smartphone tutti i giorni, una tendenza in costante aumento negli ultimi anni (nel 2018-2019 erano il 18,4%) e con una netta prevalenza al Sud e nelle Isole, dove la quota sale al 44,4%, oltre 20 punti percentuali in più rispetto al 23,9% del Nord. Il 62,3% dei preadolescenti (11-13 anni), oltre tre su cinque, ha almeno un account social: il 35,5% ne ha uno su più social e un ulteriore 26,8% soltanto uno.

Fonte: Save the Children, marzo 2025

La povertà educativa digitale non è legata alla mancanza di strumenti, ma alla carenza di opportunità per apprendere attraverso un uso responsabile e creativo di tali strumenti.

Affrontando questo problema di sicura rilevanza socioeducativa è opportuno quindi riflettere su come promuovere interventi capaci di condurre i giovani a un utilizzo corretto e consapevole delle tecnologie, permettendo loro di cogliere e utilizzare tutte le opportunità educative, formative e di sviluppo che questi strumenti possono offrire.

È facilmente intuibile come la carenza, o l’assenza, di azioni formative che vadano in questa direzione possano diventare fattori che aumentano il rischio di disuguaglianza sociale, poiché tolgono ai giovani importanti possibilità di sviluppo personale e di partecipazione alla vita collettiva.

Nel contrasto a questo rischio la scuola ha un ruolo di indubbia rilevanza, così come la famiglia.

Scuola e famiglia in prima linea

Spesso il dibattito sulla corresponsabilità della famiglia e della scuola nell’educazione a un uso costruttivo delle tecnologie si è fermato agli strumenti in sé e al tempo del loro utilizzo.

È una visione piuttosto parziale di un problema molto più ampio, al quale gli adulti di riferimento – in primis insegnanti e genitori – devono sapersi avvicinare offrendo essi stessi un modello di competenza.

La sfida educativa e di corresponsabilità che coinvolge scuola e famiglia non si limita infatti a fornire strumenti tecnologici o a definirne i limiti temporali di utilizzo.

Il vero obiettivo è aiutare bambini e ragazzi non solo a usare il digitale, ma favorire e sostenere lo sviluppo di competenze per comprenderne i linguaggi, per interpretarlo e utilizzarlo in modo sicuro e costruttivo, esprimendo le proprie idee nel rispetto di quelle degli altri ed esercitando i propri diritti di cittadinanza.

È la mancanza di tali competenze a generare quei fenomeni disfunzionali che, anche quando non diventano di pubblico dominio sotto forma di fatti di cronaca, possono incidere negativamente sulla vita dei giovani condizionandone la qualità.

I rischi maggiori di una carente educazione digitale sono:

  • il cyberbullismo, che colpisce soprattutto la fascia d’età 14-17 anni e che ha subito negli anni un preoccupante incremento
  • la pedopornografia e l’adescamento online, anche questi in preoccupante ascesa
  • un uso problematico dei social legato all’incapacità di regolare il controllo del tempo di utilizzo
  • i rischi connessi ai giochi online.

Il ruolo della scuola nell’educazione digitale

La scuola è certamente impegnata nella transizione digitale, che ha subito una accelerazione con le esigenze poste dalla recente pandemia. Ma, al di là delle disparita nella dotazione tecnologica, l’aspetto al quale prestare particolare attenzione in questo cambiamento epocale è la formazione degli insegnanti, chiamati come i loro allievi ad acquisire gli strumenti indispensabili per costruire la propria cittadinanza digitale.

È questa la direzione in cui si è mosso il progetto Connessioni Digitali di Save the Children, realizzato in 17 regioni coinvolgendo le scuole e la più ampia comunità educante.

Il progetto, inserito nelle ore di insegnamento di Educazione Civica, ha messo in luce incessanti risultati, come:

  • l’allestimento di aule didattiche innovative utili a sviluppare progetti e attività per l’educazione digitale
  • l’offerta ai docenti di  strumenti a supporto della valutazione delle competenze digitali richieste alla fine del primo ciclo di istruzione
  • la realizzazione di produzioni di comunicazione digitale (podcast, campagne di sensibilizzazione e storytelling multimediali), che hanno sollecitato in allievi  e docenti  la competenza di usare criticamente e consapevolmente il digitale per esprimere le proprie idee
  • l’offerta di strategie educative che hanno tenuto conto di stereotipi e disparità di genere in ambito STEM e nell’uso degli strumenti digitali, con risultati indubbiamente positivi sulla motivazione delle ragazze
  • il ruolo chiave dei docenti che, con l’aumento delle loro competenze e della loro motivazione hanno influito positivamente sulla disponibilità delle classi e sui risultati raggiunti.

Il progetto, oltre a dimostrare sul campo piste di lavoro possibili per colmare il divario digitale e offrire a bambini e giovani opportunità di apprendimento innovative, ha fatto qualcosa in più.

Il coinvolgimento nelle attività di famiglie e altre istituzioni presenti sui territori in cui si è realizzato il lavoro ha offerto un modello inclusivo, alla base del quale porre parole di valore sociale e formativo fondamentale, come apprendimento attivo e collaborativo.

Approfondimenti

 

INVALSI

mercoledì 21 maggio 2025

NUTRIRE LA VOGLIA DI STUDIARE


 Nutrire la voglia 
di studiare 

per favorire l’equità

 

La voglia di studiare, di imparare e fare meglio non è certo un patrimonio che resta stabile nel tempo. È piuttosto un bagaglio che occorre nutrire e la scuola ha un ruolo cruciale per accrescerlo valorizzando le occasioni di successo, un traguardo spesso più difficile da raggiungere per i ragazzi e le ragazze con maggiori svantaggi. Per uno scopo così alto la valutazione è senza dubbio uno strumento prezioso.

Lavorare a favore dell’equità significa anche stimolare in tutti i ragazzi la motivazione di cui hanno bisogno per affrontare l’impegno di formarsi.

Chi studia e impara davvero ci riesce perché ne ha voglia, perché prova gusto a fare qualcosa in cui ha fiducia di poter riuscire.

Si costruisce così un circuito virtuoso che favorisce il successo e sostiene la motivazione. Quando una cosa ci riesce, infatti, siamo spronati ad andare avanti e a investire sforzi anche in sfide difficili. Al contrario, quando si inizia a sperimentare l’insuccesso e magari questo si ripete perché poggia su uno svantaggio esistente già in partenza, la motivazione a fare per apprendere si perde più facilmente.

Dare senso, una carta vincente

La scuola è il primo posto in cui un allievo si confronta con le sue competenze cognitive, sociali e relazionali. Se già dall’inizio del percorso formativo si sentirà adeguato ad affrontare compiti sfidanti costruirà verso l’impegno che l’apprendere comporta un atteggiamento positivo, che molto probabilmente porterà con sé anche in altre situazioni della sua vita, nel presente e nel futuro.

Se la scuola invece è percepita come un ambiente faticoso, che dà poche soddisfazioni, è facile che il ragazzo entri in un’ottica di “lavoro in economia”; questo lo porterà a cercare di sopravvivere al compito di apprendere facendo il minimo indispensabile per evitare le conseguenze più spiacevoli, come la bocciatura.

Comincerà quindi a rendere meno di quanto è nelle sue possibilità, intraprendendo un percorso che potrebbe anche portarlo ad abbandonare la scuola prima del tempo.

Del resto, è noto da tempo che la motivazione è strettamente legata al rendimento scolastico e che i ragazzi imparano molto più facilmente quando sono interessati a ciò che apprendono, soprattutto perché capiscono l’utilità e l’applicabilità di ciò che gli viene chiesto di imparare.

Non c’è dubbio infatti che, per dare senso a quello che apprendono, gli allievi di ogni grado di scolarità devono poter stabilire collegamenti tra ciò che fanno in aula e l’esperienza fuori dalla scuola.

È questa una strategia didattica certamente applicata da un numero considerevole di docenti, come testimoniano i dati dell’Indagine TIMSS (Trend in International Mathematics and Science Study) della IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), nell’ambito del quale è stato chiesto agli insegnanti quanto spesso collegano le lezioni alla quotidianità dei ragazzi.

Le risposte dei docenti – per il TIMSS sono insegnanti di Matematica – rivelano che gli esempi di vita reale sono molto spesso utilizzati durante le lezioni. Gli insegnanti di matematica del 51,5% degli studenti di quarta primaria nell’UE hanno indicato che collegano quasi ogni lezione alla vita quotidiana degli studenti; il 30,9% ha riferito di farlo in circa la metà delle lezioni. Il 17,6% degli studenti di quarta primaria dell’UE riceve esempi di vita reale solo durante alcune lezioni. Quasi nessun insegnante ha detto di non mettere mai in relazione le lezioni con la vita degli studenti.

Costruire condizioni di successo

Proprio perché la motivazione è così legata alla percezione sia della significatività di quello che si sta facendo sia all’esperienza di successo o insuccesso che si vive da studenti, osservare la scuola attraverso dati valutativi validi e attendibili – come accade con le Rilevazioni nazionali e internazionali alle quali il Nostro Paese partecipa – è uno strumento chiave per sostenere lo sforzo di equità e inclusività che il sistema formativo compie nei confronti di ogni allievo.

Identificare le esigenze di apprendimento della popolazione scolastica è infatti il primo passo verso lo sviluppo di itinerari formativi capaci di costruire condizioni di successo fin dall’inizio del percorso formativo per ogni allievo, anche per coloro che provengono da situazioni di svantaggio, dovute a cause diverse. Le circostanze personali e sociali, infatti, non dovrebbero essere un ostacolo al successo scolastico.

L’obiettivo non è solo che l’allievo raggiunga un determinato risultato, ma anche che costruisca un rapporto positivo con l’apprendimento, dove ogni risultato positivo aumenta la sua motivazione a continuare.

Perché ciò accada, trasformando in realtà concreta un’istanza educativa di innegabile valore, occorre creare un ambiente dove ogni bambino o ragazzo abbia la possibilità di affrontare sfide per lui raggiungibili con il giusto supporto, fatto di feedback costruttivi e di riconoscimento dei progressi compiuti, fattori cruciali perché un giovane impari a credere nelle proprie possibilità e sia disponibile a fare la fatica di apprendere.

 

Approfondimenti

 

INVALSI

 

 

martedì 19 novembre 2024

COMPETENZE DIGITALI

 


Le competenze digitali dei giovani in ICILS 2023



L’indagine ICILS (International Computer and Information Literacy Study) è uno studio internazionale promosso dalla IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement) giunto alla terza edizione, dopo quelle del 2013 e del 2018. Il focus dell’indagine è posto sulle competenze digitali degli studenti del terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Vediamo quali sono gli aspetti che hanno caratterizzato l’edizione 2023.

 Dal 2013, anno in cui si è svolta la prima edizione di ICILS, sono oltre 30 i Paesi che hanno partecipato all’indagine, volta a raccogliere informazioni sul possesso da parte degli studenti di quelle competenze digitali e informatiche che li rendono capaci di partecipare attivamente ed efficacemente alla vita sociale.

La presentazione dei risultati di IEA ICILS 2023

Il 12 novembre 2024 sono stati presentati i risultati dell’Indagine ICILS 2023.

 video

VEDI I RISULTATI DI ICILS 2023

Cosa misura ICILS 2023

Lo scopo della rilevazione 2023 è stato valutare le capacità dei ragazzi di utilizzare le tecnologie in modo produttivo, andando oltre un uso di base, in relazione a scopi diversi e alle opportunità crescenti che la cittadinanza digitale apre ai giovani.

Gli aspetti della competenza informatica misurati sono in particolare due:

  • Literacy digitale (CIL – Computer and information Literacy), relativa alla capacità degli studenti di utilizzare il computer, di raccogliere e di produrre informazioni, di comunicare attraverso le nuove tecnologie
  • Pensiero computazionale (CT – Computational Thinking), circa la capacità dei ragazzi di utilizzare i processi mentali per definire le diverse operazioni necessarie per risolvere un problema su un computer o su un dispositivo digitale

La competenza digitale è una competenza chiave, strettamente legata alle altre competenze con le quali interagisce per creare un cittadino partecipe e responsabile: competenze linguistiche, scientifiche, civiche, per citarne solo alcune.

L’utilità dei dati

I risultati di questa indagine sono pertanto una fonte preziosa di informazioni per indirizzare le scelte dei diversi sistemi formativi nazionali che vi partecipano verso un miglioramento costante. Permettono infatti di:

  • monitorare il progresso dei Paesi verso l’Obiettivo 4 stabilito dall’UNESCO di garantire un’istruzione di qualità inclusiva ed equa e promuovere opportunità di apprendimento continuo per tutti
  • identificare i fattori che influenzano la dimestichezza con le tecnologie informatiche, come il contesto familiare e il clima scolastico e di classe
  • comparare realtà nazionali differenti per individuare relazioni tra queste competenze degli studenti e la struttura del sistema educativo

I dati sono raccolti attraverso più strumenti:

  • Prova di Competenze Digitali e Informative per gli studenti
  • Questionario Studenti, per valutare il contesto socioeconomico degli alunni e il loro utilizzo di tecnologie informatiche
  • Questionario Insegnanti, per esplorare l’utilizzo del computer nella didattica, a cura del Dirigente Scolastico
  • Questionario Animatore Digitale, per informazioni sull’infrastruttura informatica e l’assistenza a disposizione degli insegnanti
  • Questionario Dirigente Scolastico, per osservare le caratteristiche generali della scuola e gli orientamenti relativi all’uso delle tecnologie

ICILS permette quindi di raccogliere e mettere a distinzione delle scuole un patrimonio di dati ricco e articolato, indispensabile per non disattendere la responsabilità di accompagnare tutti gli studenti nell’acquisizione di questo repertorio di competenze fondamentale per il loro presente e per il loro futuro.

Approfondimenti