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mercoledì 26 agosto 2026

IO E GLI ALTRI


 Galimberti: “I bambini sono figli dell’educazione. 

Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”. 

Quando una presenza può cambiare una vita


Il filosofo Umberto Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le parole e le relazioni...

La Redazione

Siamo abituati a pensare che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due, l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.

Prima di sapere chi siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”

Prima ancora di poter pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con la nascita.

Un bambino viene al mondo affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza. Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli restituisca lentamente un’immagine di sé.

“Infatti i bambini possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”

È difficile leggere queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.

Ci sono gli incontri, le parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli dell’educazione.”

Dunque, per Galimberti, non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.

Ed educare, allora, non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.

Una parola può restare per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.

E poi c’è l'amore. La relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non bastare più a spiegare ciò che gli accade.

Galimberti parla di follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós: il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori dalla nostra misura.

E proprio lì può accadere qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo: quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro, riemerge rigenerato.”

C’è un paradosso bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.

Ed è proprio questo che significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante gli altri, ma anche attraverso gli altri.

La famiglia, gli amici, gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.

E allora, se “l’uno nasce dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.

Tecnica della Scuola

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lunedì 27 luglio 2026

NON STRAVISARE !

 


'Così si travisa 
il cristianesimo,

 basta con gli strafalcioni'

 

Franca Giansoldati 

Dopo aver corretto pubblicamente il filosofo Umberto Galimberti su alcune affermazioni attribuite a Gesù, invitandolo a una maggiore accuratezza nell'affrontare temi biblici, il vescovo e teologo Antonio Staglianò torna a intervenire contro un altro protagonista della divulgazione italiana. Questa volta nel mirino finisce lo storico Alessandro Barbero, reo, secondo il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, di avere attribuito a sant'Agostino una delle frasi più celebri – e più frequentemente travisate – della storia del pensiero cristiano. 

Staglianò sembra ormai aver assunto un ruolo preciso nel dibattito pubblico: quello del "correttore" delle semplificazioni con cui, a suo giudizio, filosofi, storici e intellettuali raccontano il cristianesimo a un pubblico vastissimo. 

Non si tratta, nelle sue intenzioni, di difendere un'ortodossia accademica fine a sé stessa, ma di evitare che errori ripetuti da figure autorevoli finiscano per trasformarsi in verità condivise. 

Lo scontro nasce da un video diffuso sui social nel quale Barbero, spiegando le ragioni del proprio ateismo, osserva che la fede appartiene a una dimensione che va «al di là di ogni dimostrazione» e richiama quella che attribuisce a sant'Agostino: «Credo perché è assurdo». È proprio questo passaggio a provocare la reazione del teologo. 

«Dinanzi a questa affermazione c'è da sobbalzare», scrive Staglianò in una lunga riflessione. «Come può uno storico del calibro di Barbero, e per di più uno dei maggiori esperti del Medioevo, attribuire a sant'Agostino la celebre massima Credo quia absurdum?». Per il presidente della Pontificia Accademia di Teologia l'errore non è marginale. Quella formula, ricorda, non appartiene infatti al vescovo di Ippona, ma deriva da Tertulliano e, già nella sua formulazione originaria, è molto diversa dalla versione entrata nell'immaginario collettivo. 

Secondo Staglianò, attribuire quella frase ad Agostino significa rovesciare il pensiero del grande Padre della Chiesa, che dedicò l'intera esistenza a mostrare come fede e ragione non siano mondi contrapposti, ma percorsi destinati a incontrarsi. Per questo il teologo parla di un «gigantesco equivoco teologico e filosofico», ben più grave di un semplice lapsus. 

Ma la replica va oltre la questione filologica. Staglianò contesta anche l'idea, espressa da Barbero, che la fede cristiana si collochi semplicemente «al di là di ogni dimostrazione». È qui che il confronto si sposta dal terreno della storia a quello della teologia. 

«Il cristianesimo – osserva – possiede una sua razionalità, anche se non è quella dei laboratori o delle equazioni matematiche». La prova della verità cristiana, sostiene, non consiste nell'assurdo, bensì nella testimonianza concreta della carità. Richiamando Hans Urs von Balthasar, ricorda che «solo l'amore è credibile»: il logos della fede si manifesta nella capacità di donare la propria vita, perfino per il nemico, e non nell'adesione irrazionale a ciò che appare impossibile. 

Da qui l'affondo finale rivolto allo storico: «Non le chiediamo di tollerarci come simpatici sognatori dell'assurdo». Una frase che sintetizza il senso dell'intervento: contestare una rappresentazione del cristianesimo ridotto a fede cieca e irrazionale. 

Al di là della polemica contingente, il confronto tra Staglianò e Barbero mette in luce una questione destinata a tornare sempre più spesso nel dibattito pubblico: fino a che punto la divulgazione può semplificare senza deformare? Quando a parlare sono studiosi seguiti da milioni di persone, una citazione inesatta o un riferimento approssimativo rischiano infatti di trasformarsi rapidamente in conoscenza condivisa. È su questo terreno, prima ancora che su quello confessionale, che il presidente della Pontificia Accademia di Teologia sembra aver scelto di combattere la sua battaglia.

Alzogliocchiversoilcielo

Il Messaggero 

 

 

venerdì 20 febbraio 2026

EDUCARE AI SENTIMENTI

 

 “Stiamo crescendo 

una generazione

 di psicopatici 

e vi spiego perché”



Di redazione

 

In un intervento su YouTube, Umberto Galimberti concentra la sua analisi su un punto: l’atrofia del sentimento nelle giovani generazioni. Non una diagnosi clinica, ma la descrizione di una tendenza culturale che investe educazione, tecnologia e mercato.

Assenza di risonanza

Richiamando un fatto di cronaca – un adolescente che, dopo un omicidio, tornò alla routine quotidiana – Galimberti distingue tra il delitto e ciò che definisce momento psicopatico: “Il momento psicopatico è subito dopo”. È l’assenza di percezione della gravità, la continuità emotiva tra prima e dopo.

Non sostiene che i giovani siano psicopatici, ma osserva una riduzione della sensibilità, l’incapacità di distinguere tra ciò che è grave e ciò che non lo è. Ricorda anche un colloquio in carcere con ragazzi che lanciavano sassi dai cavalcavia: alla domanda su cosa provassero, risposero che era un gioco. Nessuna risonanza interiore.

Troppi stimoli, meno desiderio

Una causa, secondo il filosofo, è l’infanzia iperstimolata: attività continue, oggetti in eccesso, assenza di noia. Eppure, sostiene, la noia è lo spazio della creazione: “È così pesante che ti viene da creare”.

L’eccesso produce angoscia o abbassamento della percezione psichica. Anche i regali non desiderati contribuiscono a spegnere il desiderio. Citando Deleuze, Galimberti ricorda che il desiderio è forza trasformativa: se si estingue, si affievolisce anche la spinta a cambiare il mondo. L’alcol, le droghe, il rifugio nel presente diventano forme di anestesia davanti a un futuro percepito come vuoto.

Tecnica e impoverimento emotivo

I media espongono a tragedie continue, ma la psiche reagisce solo a ciò che è prossimo. Davanti al dolore distante prevale l’impotenza e ci si distacca. Con Heidegger, Galimberti ricorda l’idea di uomo come essere-nel-mondo; oggi, osserva, i giovani sono immersi soprattutto in un mondo virtuale.

Riprendendo Günther Anders, avverte che il problema non è cosa facciamo con la tecnica, ma cosa la tecnica fa di noi. L’uso dei dispositivi favorisce un’intelligenza “convergente”, interna ai programmi, e mortifica quella “divergente”, capace di cambiare l’impostazione dei problemi.

Educare ai sentimenti

Il nucleo della riflessione riguarda la scuola. I sentimenti non sono naturali, ma culturali. Pulsioni ed emozioni appartengono alla natura; i sentimenti si apprendono attraverso miti, racconti, letteratura. “La scuola deve formare i sentimenti”, afferma, distinguendo educazione da istruzione.

Il sentimento è anche conoscenza: orienta le decisioni prima del calcolo razionale. Senza questa formazione, le competenze tecniche restano vuote.

Tra i 15 e i 30 anni, ricorda Galimberti, si concentra il massimo della forza biologica e ideativa. Se la società valorizza solo il corpo e non l’intuizione dei giovani, rinuncia a una risorsa decisiva. Il punto, conclude, è riattivare desiderio ed educazione sentimentale: senza di essi, la tecnica produce individui funzionali ma impoveriti interiormente.

 Orizzonte Scuola

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mercoledì 18 febbraio 2026

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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sabato 7 febbraio 2026

CREATIVI A SCUOLA

 


“I creativi vanno male

 a scuola, 

disturbano”

 

 

 Di redazione

 

In un intervento diffuso su YouTube, il filosofo Umberto Galimberti torna a interrogarsi sul rapporto tra scuola, intelligenza e democrazia, mettendo in luce una contraddizione strutturale del nostro sistema educativo.

 Secondo Galimberti, “la scuola richiede e premia prevalentemente un’intelligenza convergente”: quella capace di arrivare a una risposta corretta, unica, prevista. “Convergente è già l’intelligenza che richiede la scuola”, afferma, chiarendo come l’intero impianto educativo sia orientato verso l’uniformità del pensiero più che verso la sua apertura.

Da qui nasce, secondo il filosofo, la difficoltà dei soggetti creativi nel percorso scolastico. I creativi, spiega Galimberti, possiedono per natura un’intelligenza divergente: non cercano una sola risposta, ma molte possibili. Ed è proprio questo che li rende problematici all’interno della scuola. “I creativi vanno male a scuola, disturbano“, dice provocatoriamente, indicando come la creatività venga spesso percepita non come risorsa, ma come elemento di disturbo dell’ordine didattico.

Il problema, tuttavia, non riguarda solo la scuola. Galimberti osserva che con l’introduzione massiccia dell’informatica e delle tecnologie digitali si è ulteriormente rafforzato lo sviluppo dell’intelligenza convergente. I sistemi informatici, infatti, funzionano per procedure, algoritmi, risposte binarie: giusto o sbagliato. Questo modello finisce per plasmare anche il modo di pensare degli individui.

Ed è qui che il discorso assume una portata politica e civile. Galimberti avverte che un pensiero sempre più uniforme produce una società apparentemente ordinata, ma potenzialmente fragile. 

“Se tutti pensiamo alla stessa cosa, e se alla fine sentiamo tutti la stessa cosa, è una bella prospettiva“, osserva con ironia amara, aggiungendo subito dopo che lo è anche — e soprattutto — “in ordine alla democrazia”.

 Orizzonte Scuola

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venerdì 23 gennaio 2026

QUALE INTELLIGENZA ?

 


 “La scuola sviluppa solo 

un tipo di intelligenza,

 quella logico-matematica. 


Ma ne esistono molte altre”


Di Giuseppina Bonadies

Galimberti critica una scuola che privilegia l’intelligenza logico-matematica funzionale a una società maschile, trascurando le doti artistiche ed emotive che richiedono tempi diversi di apprendimento. Il filosofo sottolinea la superiorità cognitiva della donna, dotata anche di intuito e sentimento, qualità che l’uomo spesso etichetta come follia ma che potrebbe apprendere dialogando con la propria femminilità.

Umberto Galimberti interviene in un video sul tema dei modelli educativi e delle diverse tipologie cognitive presenti nelle aule scolastiche. Secondo il filosofo, l’istituzione scolastica attuale si focalizza su un unico binario formativo. “La scuola sviluppa un solo tipo di intelligenza, che è l’intelligenza logico-matematica”. Questo processo di indirizzamento inizia precocemente, “a partire dalla prima elementare, dove si impara a leggere, a scrivere e a far di conto”.

La pluralità delle intelligenze e i tempi di apprendimento

L’analisi evidenzia come esistano molteplici forme di talento spesso trascurate dai percorsi curricolari standard. Galimberti ricorda che “ce ne sono tante altre di intelligenza” , citando specificamente “l’intelligenza musicale, artistica, psicologica, linguistica” e persino “l’intelligenza somatica”.

L’ingresso nel mondo scolastico non avviene per tutti con le stesse dotazioni cognitive. “Quando uno viene a scuola, non è che vengono a scuola tutti con l’intelligenza logico-matematica”. Gli studenti che possiedono doti differenti, come quella artistica, devono compiere un percorso di adattamento verso il pensiero logico. In questo passaggio è necessario “dargli tempo” poiché l’alunno “non è un ritardato”. Si tratta piuttosto di “uno che sta facendo una strada dalla sua intelligenza naturale a quella che deve acquisire”. Riguardo alla preminenza della logica matematica, Galimberti precisa: “Che non è la più sublime di tutte, è la più utile”.

Un modello funzionale alla società maschile

Il filosofo spiega le ragioni dietro la scelta di questo metro di valutazione unico. “Sapete perché misuriamo solo quella? Perché l’intelligenza logico-matematica è quella che serve di più per intenderci in una società a sfondo maschile, perché è l’intelligenza dei maschi”. Secondo la sua visione, “i maschi tendenzialmente hanno solo quella”.

Diverso è il quadro delineato per l’universo femminile. “La donna, oltre all’intelligenza logico-matematica, ha anche un’intelligenza intuitiva” e possiede inoltre “un’intelligenza sentimentale”.

Il contrasto tra razionalità e intuizione

La complessità cognitiva femminile può generare incomprensioni nelle relazioni dominate dalla prospettiva maschile. “Quando una donna usa l’intelligenza intuitiva e quella sentimentale, cosa si sente a dire dall’uomo? Ma tu sei pazza!”. Questa etichetta viene attribuita perché la donna esce “dalla logica razionale a sfondo maschile”.

In conclusione, Galimberti indica una possibilità di evoluzione anche per gli uomini. “I maschi possono avere quella intuitiva e quella sentimentale”. Tale acquisizione diverrebbe possibile “se avessero una relazione con la loro controparte sessuale, ovvero con la loro femminilità”.


Orizzonte Scuola

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venerdì 2 gennaio 2026

UN PRESENTE ASSENTE

 


 “Ai giovani italiani 

è stato sottratto il futuro 

che attendeva 

le generazioni precedenti”. 

Quando il filosofo 

era studente il futuro

 lo aspettava, 

oggi i giovani vivono

 in un eterno presente 

senza obiettivi


Di Andrea Carlino

Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti individua nel nichilismo giovanile la conseguenza di una sottrazione operata dalle generazioni precedenti.

La sua analisi emerge da interviste rilasciate a testate nazionali nelle quali dichiara: “Ai giovani è stato tolto il futuro”. Il professore contrasta la retorica del confronto generazionale affermando che i padri e i nonni non possono invocare i loro tempi come modello, poiché “quelli erano tempi fortunatissimi”.

Gli adolescenti manifestano noia, assenza di stimoli e mancanza di prospettive. I giovani tra i 15 e i 30 anni possiedono la massima forza biologica, ideativa e sessuale, ma la società non li valorizza in ambito politico, sociale ed economico.

Galimberti sostiene che lo Stato fa a meno di loro proprio quando potrebbero esprimere il loro potenziale. Il filosofo riceve messaggi da coetanei e ragazzi più giovani che descrivono una condizione di vuoto esistenziale caratterizzata dall’impossibilità di individuare obiettivi o sogni.

Il confronto tra generazioni e il vuoto sistemico

Il filosofo racconta la propria esperienza biografica per illustrare il divario tra epoche storiche. Galimberti ha iniziato a insegnare filosofia in un liceo un anno prima di laurearsi perché mancavano professori nella disciplina. Il docente afferma: “Il futuro era lì ad aspettarmi”. La generazione attuale si trova in una situazione opposta, nella quale il futuro appare imprevedibile e non retroagisce come motivazione.

La società contemporanea manda i giovani all’università senza garantire loro il lavoro per cui hanno studiato. Il nichilismo rappresenta un terribile senso di vuoto e l’assenza totale di obiettivi, concetto già preconizzato dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche nel diciannovesimo secolo. Gli adolescenti convivono con sentimenti quali angoscia, paura, frustrazione e solitudine. Le sostanze anestetizzanti come alcol e droghe fungono da strumenti per non affrontare l’ansia derivante dal futuro. I giovani vivono in un eterno presente perché il domani non rappresenta più una promessa ma una minaccia.

Le conseguenze sociali e il peso dei dati economici

Il disagio giovanile produce conseguenze drammatiche che Galimberti definisce devastanti. Il filosofo cita i 400 suicidi in età scolare come dato allarmante di una crisi sistemica. La precarietà contrattuale riguarda stabilmente quasi il 30% degli occupati, con percentuali che per i lavoratori tra i 15 e i 34 anni superano il 30% nel 2024. Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 20,6% a settembre 2025, quasi quattro volte quello della fascia 50-64 anni.

Il 58,3% della ricchezza netta appartiene a famiglie con capofamiglia nato prima del 1980. I baby boomer detengono il 43,3% del patrimonio nazionale con una ricchezza media superiore ai 360.000 euro per nucleo familiare, mentre le famiglie guidate da Millennial o appartenenti alla generazione Z possiedono una media di appena 150.000 euro. L’INPS ha evidenziato durante l’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica che il Paese conserva opportunità di miglioramento investendo sui giovani, sulle donne e sui lavoratori anziani. La mobilità sociale garantita nei decenni passati è stata sostituita da una grave immobilità economica nella quale solo il 17,6% dei nati nel 1992 provenienti da famiglie con basso titolo di studio ha conseguito una laurea.

Orizzonte Scuola

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venerdì 17 ottobre 2025

SPAESATI

 


“È l’età della tecnica

che ha cancellato

 storia

 e memoria”

 

 

 

 

 

 


Viviamo in uno spaesamento etico e politico dove passato e futuro non hanno più senso. Un nuovo commento all’articolo di Baricco

 

- di Umberto Galimberti

 Alessandro Baricco ha posto su Repubblica una domanda fondamentale. È davvero finito il Novecento? Siamo davvero entrati in un’epoca nuova? La sua risposta è sì. Il Novecento è ormai un “animale morente”, ma subito aggiunge che non c’è niente di più pericoloso di un animale morente. Credere infatti che la guerra sia una soluzione, che la sofferenza e la morte dei civili è un prezzo tutto sommato accettabile, che imperialismo e colonialismo sono ancora in atto e da perseguire sia pure in altre forme, che nazionalismo e culto dei confini sono valori irrinunciabili, questi sono tutti tratti tipici della cultura novecentesca: le zampate dell’animale morente. Eppure qualcosa di nuovo si annuncia se solo consideriamo che i massacri di Gaza, la carestia indotta e la fame usata come arma di guerra hanno portato in piazza i giovani che non hanno conosciuto il Novecento e che, da nativi digitali, appartengono a una cultura che abbatte confini e territori facendo perdere la loro consistenza e, con essa, la ragione delle guerre del Novecento.

Io penso che la novità del nuovo secolo porti alla sua massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento dopo la fine della guerra mondiale. Questa novità si chiama “Spaesamento”, e consiste nell’assoluta impossibilità di reperire un senso del tempo, di un’epoca e perfino della propria vita. Una condizione che l’umanità occidentale, a quanto ne sappiamo, non ha mai vissuto. I Greci, infatti, avevano come orizzonte di senso la “Natura” che al dire di Eraclito è quello «sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece. Sempre è stata, è, e sarà». Contemplando la natura l’uomo può trarre le leggi per governarla e per costruire una città secondo natura e una conduzione della vita secondo natura.

La tradizione giudaico-cristiana, seconda radice dell’Occidente, ha come orizzonte di senso la “Parola di Dio” che iscrive il tempo in un disegno di salvezza. E quando il tempo è iscritto in un disegno nasce la “storia” che prevede il passato come male (peccato originale), il presente come redenzione e il futuro come salvezza. La scienza pensa allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Cristianesimo laicizzato. Anche Marx può essere considerato un cristiano dal momento che pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente chiede di far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro giustizia sulla terra. Anche Freud, che scrive un libro contro la religione (L’avvenire di un’illusione) pensa che traumi, nevrosi e psicosi abbiano la loro origine nel passato (l’infanzia), nel presente terapia e nel futuro guarigione. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo non è solo una religione, ma una cultura, un modo di pensare proiettato nel futuro, capace di portare rimedi ai mali del presente.

Nel Seicento con la nascita del metodo scientifico si inaugura l’età moderna che pone come orizzonte di senso la “Ragione” che si deve emancipare dalle superstizioni, dalla religione, dalle opinioni diffuse ma non fondate, fino all’invito di Kant, in epoca illuminista: “sapere aude”: abbi il coraggio di pervenire al sapere con gli strumenti della ragione. Il motto dell’età moderna è «chi pensa bene fa il bene», ma come ci ricorda Miguel Benasayag, «il nazismo ha dimostrato che si può pensare in maniera eccellente anche il male».

Fine dell’età moderna e nascita dell’età post-moderna che io chiamo “età della tecnica”, perché è proprio nella seconda metà del Novecento che la tecnica conferma quel teorema di Hegel secondo il quale quando un fenomeno aumenta quantitativamente non abbiamo solo un aumento quantitativo di quel fenomeno, ma anche un radicale mutamento qualitativo del paesaggio. Un terremoto di due gradi della scala Mercalli forse neppure lo avvertiamo, mentre un aumento quantitativo dell’intensità del terremoto trasforma qualitativamente il paesaggio in un cumulo di macerie.

Oggi la tecnica, per effetto del suo aumento quantitativo, non è più un “mezzo” a disposizione dell’uomo come comunemente si crede, ma è un “mondo”, e il concetto di “mezzo” è radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. Quando la tecnica era modesta, l’uomo si poneva dei fini e andava alla ricerca dei mezzi tecnici per realizzarli. Oggi, per effetto del suo aumento quantitativo, la tecnica non è più un “mezzo”, ma è il primo “fine” da raggiungere e perfezionare, perché tutti gli scopi che gli uomini possono proporsi non sono raggiungibili se non attraverso la mediazione tecnica. In questo modo la tecnica si sostituisce all’uomo perché l’uomo può scegliere i suoi fini solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili.

Parlo di “spaesamento” generato dall’età della tecnica perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario, occorre rivedere alla radice i concetti umanistici di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età pre-tecnologica e che ora dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.

La tecnica non visualizza la natura come nostra dimora, ma come materia prima da usare, come dice Heidegger, fino all’usura. O come diceva un secolo fa Max Weber: questo consumo incontrollato continuerà «finché non avremo consumato l’ultimo quintale di carbon fossile». Nell’età della tecnica l’etica diventapat-etica, perché come fa a impedire alla tecnica che può, di non fare ciò che può? Può invocare o ritardare di qualche tempo l’applicazione delle scoperte tecniche, ma in nessun modo impedirle.

La politica che Platone chiamava “tecnica regia” perché, mentre le tecniche sanno come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare, nell’età della tecnica non è più il luogo della decisione. La politica per decidere guarda l’economia, la quale a sua volta non è l’ultima istanza della decisione, perché per i suoi investimenti guarda le novità tecnologiche, per cui l’istanza decisionale passa alla tecnica, la quale, come abbiamo visto, non ha scopi. Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzschediceva della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole sé stessa». Cosa vuole la tecnica? Vuole unicamente il suo auto-potenziamento.

La tecnica ha reso, e sempre di più renderà, l’uomo “a-storico”, perché la storia è una narrazione dove gli accadimenti sono iscritti in una trama di senso, mentre, rispetto alla memoria storica, la memoria tecnica è solo “procedurale” e quindi traduce il passato nell’insignificanza del “superato” e accorda al futuro il semplice significato di perfezionamento delle sue procedure. I Greci, che avevano inaugurato l’etica del limite («chi conosce il suo limite non teme il Destino») avevano incatenato Prometeoche aveva portato la tecnica agli uomini rendendoli, come scriveEschilo, «da indifesi e muti in padroni delle loro menti». Noi invece, come dice giustamente Gadamer, l’abbiamo “scatenato”. E se per gli antichi l’imprevedibile che metteva angoscia era imputabile a un difetto di conoscenze, oggi per noi dipende dall’eccesso delle nostre capacità di fare enormemente superiore alle nostre capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo come a mosca cieca.

Questa condizione di spaesamento è stata preparata nella seconda metà del Novecento se è vero che Günther Anders, un allievo ebreo di Heidegger che, per sfuggire alle persecuzioni naziste si era trasferito in America, dove andò a lavorare alla Ford per guadagnarsi il pane, negli anni Quaranta scriveva al suo maestro: «Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere. Io qui alla Ford sono il pastore delle macchine, e le posso assicurare che nel rapporto uomo-macchina, la guida è già passata alla macchina».

Questa è la ragione per cui, coerentemente, Günther Anders nel 1956 pubblicherà su questo tema il primo volume intitolato L’uomo è antiquato a cui seguirà il secondo volume nel 1963, mentre il suo maestro Heidegger nel 1966, nell’intervista rilasciata allo Spiegel dirà: «Non c’è bisogno della bomba atomica per sradicare l’uomo dalla Terra. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive». Queste date che abbiamo riportato ci dicono che il primo secolo del nuovo millennio non ha fatto altro che portare alla massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento.

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 La Repubblica

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domenica 18 maggio 2025

IMPARARE AD AMARSI

 

Galimberti: bisogna imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all'altezza

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La Redazione

 Accettarsi per quello che siamo, con le nostre imperfezioni: come abbracciare la propria autenticità può liberarci dalla ricerca della perfezione e condurci alla vera felicità...

Il senso di disagio e di malessere sembra ormai dilagare tra i giovani: quest’ultimi, infatti, percepiscono sempre più un profondo senso di inadeguatezza, un po’ come se non fossero mai all’altezza della situazione e non ci fosse un posto per loro in questo mondo.

A tal fine una giovane ventiduenne, rivolgendosi al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, ha così espresso il suo pensiero:

“Mi trovo a scriverle senza sapere bene da dove cominciare. Ho dentro di me così tanti dubbi e conflitti, aggrovigliati e connessi tra di loro, da non essere in grado di individuarne un inizio né tantomeno una conclusione. Forse le sto scrivendo semplicemente per provare a dipanare questa massa. Quello che posso provare a raccontare è il forte senso di angoscia che frequentemente mi coglie, e che percepisco fisicamente, nel petto, a volte come un peso, altre volte come vuoto. Ho ventidue anni. Non riesco a sentirmi spensierata e in pace con me stessa. In ogni cosa mi trovo divisa tra il reale e l’ideale. Sono in bilico, ma non cado. Anzi, rimango immobile. Avverto allora un profondo disagio, la mancanza di un posto per me in questo grande mondo”, in tal modo la giovane ragazza si rivolge al filosofo in cerca di conforto, rassicurazione, e soprattutto di comprensione ed ascolto.

Allora ci si chiede cosa fare per superare questo disagio, per opporsi, così da ritornare a vivere serenamente, riassaporando la propria libertà senza vincoli o limiti di alcun genere.

“La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. Mi diverto come mi viene detto di divertirmi.

Sto zitta come mi viene detto di fare. Vorrei essere magra e bella. Vorrei essere sempre al massimo. Vorrei non avere debolezze. Ho idee precise, che non metto in atto. Credo nella lotta, ma non la applico. Credo nella conoscenza ma la tengo per me. Credo nell’amore, ma non amo. Credo nella forza del poter essere se stessi, ma provo vergogna. Rincorro con affanno un senso di appartenenza vero, di cui sento la mancanza, cercando allo stesso tempo di non conformarmi, ma fallendo ogni volta, ricadendo nel desiderio di essere come ‘loro’”, continua in tal senso la ventiduenne.

 Omologati e manipolati

Ecco allora che i giovanissimi si ritrovano ad essere omologati e manipolati, incapaci di mettersi in gioco, sempre in disparte, senza mai far sentire la loro voce, avendo paura di sbagliare, convinti di non poter mai essere felici, di non poter mai cambiare la situazione, vivendo la solitudine di chi chiede troppo a se stesso. Le nuove generazioni, idealizzando troppo se stesse, rischiano di vivere un’eterna insoddisfazione, un po’ come se non fossero mai abbastanza, ricercando una perfezione che non esiste, disconoscendo se stesse e trascurando la loro vera identità.

“Da questa guerra tutta interna a noi stessi che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti della nostra esistenza si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta e accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire ‘punti nel vivo’ quando qualcuno ce la svela”, queste le parole pregne di significato di Umberto Galimberti.

Per essere felici …

Per essere felici, dunque, occorre imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all’altezza e che determina spesso un profondo senso di vuoto e di tristezza.

“E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione”, in tal modo termina la sua disamina il filosofo. E allora, che risposta possiamo dare a quella giovane ventiduenne che scrive con il cuore colmo di domande, paure e silenzi?

 L’essere e il dover essere

La risposta a quella giovane ventiduenne, e a tutti i giovani che si sentono "fuori posto", tra l’essere e il dover essere, è che la felicità non risiede nella perfezione ma nell'accettazione di sé, anche nelle proprie fragilità. Galimberti ci invita a rinunciare all'ideale irraggiungibile e ad abbracciare ciò che siamo, con tutte le nostre imperfezioni.

Quella "massa aggrovigliata" di dubbi non è qualcosa da risolvere, ma da comprendere. La spensieratezza che cerca non è l’assenza di peso, ma la leggerezza di chi smette di giudicarsi, di chi smette di inseguire modelli imposti e comincia, pian pian, a costruire un proprio modo di stare al mondo. Forse la vera forza non sta nel silenzio, ma nella voce che, anche tremante, osa dire: “questa sono io, e vado bene così”.

E così la risposta non è un manuale da seguire ma un percorso da intraprendere: fatto di errori, di relazioni vere, di cadute e risalite. 

Pertanto solo accettando di essere imperfetti possiamo finalmente sentirci liberi di esistere, di essere davvero felici.

 ascuolaoggi

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