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giovedì 29 gennaio 2026

ALLA RICERCA DI LIKE

 


"Per essere felici 
non dovete piacere 
agli altri. 

Non siamo prodotti da pubblicizzare e vendere

  •  

La Redazione

 Il bisogno di piacere, le maschere che indossiamo e le ferite emotive che ci portiamo dietro: la riflessione della psicologa Gabriella Tupini sulla ricerca di approvazione e sul coraggio di guardarsi dentro...

 Siamo spesso concentrati sull’immagine di noi stessi che riflette all’esterno, sui giudizi degli altri, sul cercare in tutti i modi di piacere. Come se l’approvazione dell’altro fosse l’ unico passaporto sulla finestra del mondo, ma quando cerchiamo a tutti i costi di ottenere consensi inevitabilmente ci troviamo ad indossare maschere che non ci rappresentano.

A tal proposito interviene la psicologa Gabriella Tupini che ci pone una domanda semplice, queste le sue parole: “La domanda non è perché vi sentite giudicati, ma perché dovete piacere agli altri? Questo lo posso capire di una società che vende un prodotto che deve piacere, oppure di un attore che deve piacere al pubblico? Perché c'è una ragione, perché lo pagano per quello”. La società nella quale viviamo non ci risparmia di certo commenti e giudizi, anzi, i social hanno sempre più amplificato questo nostro pensare, questa nostra ricerca di consensi.

Ma se ci fermiamo un attimo e poniamo a noi stessi la domanda dell'esperta, possiamo accorgerci di come il voler a tutti i costi un'approvazione esterna non è altro che un cerotto usato che mettiamo su una o più su ferite emotive antiche. 

 Una carezza mancata, esser stati messi da parte più e più volte, essere protagonisti di un continuo confronto in famiglia, queste situazioni rappresentano ciò che più comunemente abbiamo vissuto, in tempi e circostanza diverse, ma in qualche modo siamo stati tutti protagonisti di un tempo che non ci è piaciuto vivere e che inevitabilmente ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi con aspetti negativi e positivi, pregi e difetti. Continuando il suo intervento la psicologa ci pone sempre la medesima domanda: “Ma perché dovete piacere agli altri? Perché, se piaccio agli altri tutti mi applaudono? Perché ho bisogno dell'applauso? Di cosa mi devo convincere? Devo smontare qualcosa di negativo…”.

 È nelle parole dell’esperta che troviamo il senso della nostra sete di consensi. È sempre il passato che guida le nostre scelte, le nostre idee soprattutto quando siamo ancora alla ricerca di una risposta. Quando il nostro sé bambino non si è sentito amato, protetto e difeso e cerca in tutti i modi un posto sicuro nel quale abitare. Ed erroneamente questo posto sicuro è spesso rappresentato per noi dal consenso, dall’approvazione altrui.

Un altro aspetto importante sta proprio nella parola “smontare”, in quanto non è cercando di rimuovere pezzi del passato che ci hanno fatto soffrire che troveremo le risposte, anzi, è proprio il contrario. Le risposte arrivano quando troviamo il coraggio di guardare in faccia quel passato, quando capiamo che l'unica persona da fare felice nella vita siamo noi stessi. Perché una vita passata alla ricerca del consenso inevitabilmente non può renderci felici.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quante volte hai cercato l’approvazione degli altri mettendo da parte ciò che sentivi davvero?

Quante maschere hai indossato per essere accettato, applaudito, riconosciuto?

 Ascuolaoggi

domenica 20 luglio 2025

LA BANALITA' DEL BENE

 

Il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere "messo in vetrina", mostrato, comunicato, perché vive nella carne, nel sangue, nelle ossa e non nell’immagine, nei likes, nelle autocelebrazioni.


-di Luca Farruggio

Hannah Arendt, nel suo celebre saggio La banalità del male, racconta come il male più atroce, quello del nazismo, potesse manifestarsi attraverso gesti ordinari, compiuti da uomini apparentemente normali. Non demoni assetati di sangue, ma burocrati che, senza riflettere, eseguivano ordini e regolamenti. Il male si faceva così banale, quotidiano, impersonale.

Ma oggi viviamo in un tempo in cui anche il bene rischia di essere banalizzato. Non perché sia diventato ordinario e fondamentale, ma perché viene esibito e svuotato completamente della sua essenza silenziosa. È quella che si può chiamare “banalità del bene”: una versione superficiale, sbiadita, in cui il gesto buono serve più a costruire un’immagine, una rappresentazione, che a rispondere a un bisogno reale e necessario.

Infatti, viviamo nell’era della comunicazione disumana, della visibilità a tutti i costi, del racconto continuo di sé. Il bene è così recitato, messo in scena. Donazioni riprese con il cellulare e atti di gentilezza urlati sui social. Non si tratta di giudicare le intenzioni, ma di notare come il Bene (quello con la maiuscola), quello che trasforma le persone e costruisce comunità, viene spesso compiuto nel silenzio, lontano dai riflettori, senza spettatori.

Il Vangelo, in questo senso, nel suo essere sempre paradossale, è sorprendentemente moderno: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.”  
(Matteo 6,1).

 E ancora: “Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dalla gente […] Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra.” (Matteo 6,2-3).

Infatti, Gesù non condanna l’elemosina in sé, ma l’intenzione dietro il gesto quando diventa spettacolo. Resta emblematico il gesto compiuto da una umile donna: “Sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»”. (Marco 12,41-44).

 Lo stesso vale per la preghiera: “E quando pregate, non siate come gli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. […] Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto.” (Matteo 6,5-6).

 Quindi il Vangelo ci invita a un bene nascosto, essenziale, vitale, non mediato dallo sguardo altrui. Un bene che non cerca like, condivisioni o applausi, ma che nasce dalla compassione autentica e veritiera, dalla scelta di servire e condividere anziché apparire.

Ecco perché la banalità del bene è un rischio tanto quanto quella del male: entrambi svuotano di senso l’azione umana. Uno la rende meccanica, priva di capacità critica, l’altro la rende spettacolare, visibile, troppo visibile. In entrambi i casi, il cuore - che nel Vangelo e per i padri della Chiesa è il centro dell’essere umano - è assente.

 Forse oggi il vero atto rivoluzionario è proprio questo: fare il bene senza dirlo, senza mostrarlo. Offrire tempo, ascolto e aiuto senza documentarlo. Pregare nel silenzio, donare senza cercare riconoscimento.

Non per moralismo, ma perché il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere mostrato, comunicato, perché vive nella carne, nel sangue, nelle ossa e non nell’immagine. E allora, contro la banalità del bene esibito, c’è bisogno di un bene silenzioso, umile e radicale. Insomma, di un Bene che non fa rumore, ma trasforma e trasfigura il mondo in vista del Regno.

 Il blog di Enzo Bianchi



 

 

sabato 17 maggio 2025

PRESENZIALISMO

 Apparire o essere? 


Essere presenti 

o essere efficaci?



 Preṡenzialismo s. m. [der. di presenza, con accostamento a presenziare]. – Tendenza ad essere sempre presente ad avvenimenti di qualche importanza, a intervenire a manifestazioni pubbliche, a incontri mondani, a dibattiti televisivi, a partecipare a iniziative culturali, e sim., per lo più per far parlare di sé, per esibizionismo o snobismo, per vanità (soprattutto quando si tratti di personalità della politica e della cultura): ministri e personaggi pubblici peccano spesso di eccessivo p. televisivo. Treccani.

L'autoreferenza e l'onnipresenza

 come tentazioni ammalianti e costanti.

 Nel web, in particolare, sussiste una forma strumentale di persuasione in cui il sensazionalismo individuale è trattato al pari di nuova tendenza sociale.

 Di Marco Managò

 La visibilità a tutti i costi rappresenta un’aspirazione molto diffusa che, nell’era del web e dei social, punta alla vetrina nazionale (e internazionale) attraverso condivisioni e like, per influenzare morale e costumi.

Il web, spesso, produce “contenuti vuoti” che, in nome del puro raggiungimento del protagonismo, non si basano su credibilità. Tale contraddizione anziché essere stroncata in modo naturale (poiché senza appigli e valori), risulta oltretutto potenziata, senza cura per la fondatezza della notizia.

La società attuale, infatti, galleggia fra un complottismo severo, anche dinanzi all’evidenza, e un’ingenuità acritica, sensoriale, robotica.

Le conseguenze, spesso gravi e negative (bullismo, violenza, ignoranza, superficialità, divisione), sono ben note ma, al momento, ancora ardue da estirpare.

Un tempo erano le minoranze, nel bene o nel male, a cercare una visibilità mediatica, ora si aggiungono casi isolati (che utilizzano le nuove frontiere di Internet e dei social) disposti a tutto, pur di ottenere fama. Tale assoluta disponibilità sconfina nel perdere anche la propria dignità pur di raggiungere l’agognato obiettivo.

Occorre responsabilità, anche da parte del singolo utente, nel non concedere troppa enfasi e spazio a notizie senza senso, introdotte solo per ricevere notorietà. Molte hanno di mira il matrimonio. Fra queste, a esempio, un anonimo navigatore del web che dichiara di sposarsi con se stesso, oppure un altro con un albero, con un animale, con il proprio piumone/coperta, con una mucca, con una bambola, anche gonfiabile. A tali “esche” non bisogna abboccare. Si tratta, infatti, di notizie assurde e montate ad arte da alcuni sconosciuti per ottenere visibilità nel web, quella che non avrebbero ottenuto anni fa, quando sarebbero stati ignorati o derisi.

Papa Francesco, nel Messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù, l’11 febbraio 2018, affermò “E voi giovani, quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo? Una paura ‘di sottofondo’ che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete. Oggi, sono tanti i giovani che hanno la sensazione di dover essere diversi da ciò che sono in realtà, nel tentativo di adeguarsi a standard spesso artificiosi e irraggiungibili. Fanno continui ‘fotoritocchi’ delle proprie immagini, nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un ‘fake’. C’è in molti l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di ‘mi piace’. E da questo senso di inadeguatezza sorgono tante paure e incertezze. Altri temono di non riuscire a trovare una sicurezza affettiva e rimanere soli”.

La professoressa Gabriella Taddeo è l’autrice del volume “Social. L’industria delle relazioni”, pubblicato da “Einaudi” il 27 febbraio 2024. Parte dell’estratto recita “I social negli anni sono diventati sempre più mezzi di informazione, di intrattenimento e di crescita personale. Allo stesso tempo, con pari o maggiore intensità, li interpretiamo come zone franche, in cui allentare la morsa sociale per lasciarci andare al divertimento infantile, al narcisismo, all’esaltazione tribale o alla semplice apatia. Essi sono, oggi, una vera e propria ‘industria delle relazioni’. In questa industria, i mezzi di produzione appartengono a pochi, ultrapotenti monopolisti mondiali, che concepiscono e dettano le regole del gioco. Con la conseguenza, spesso, di farci sentire succubi, se non vittime, di dinamiche costruite per noi e allo stesso tempo senza di noi”.

Il 21 febbraio scorso è stata pubblicata una ricerca realizzata da Ipsos, Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Parole O_Stili. L’Istituto Toniolo, al link https://www.istitutotoniolo.it/giovani-e-fake-news-il-51-utilizza-whatsapp-instagram-e-tiktok-come-fonti-di-informazione/, offre una serie notevole di dati della ricerca. Fra questi, si legge “Nell’indagare la relazione tra studenti di medie e superiori e le fake news, la ricerca ha rilevato che, in media, il 31% dei giovani utenti mette like alle fake news presentate, mentre una percentuale molto minore pari al 7% le condivide, suggerendo una netta distinzione tra engagement passivo e attivo. Delle 10 fake news proposte, il 73% degli studenti non ne condivide nessuna, mentre il 5% è responsabile di quattro o più condivisioni. Per i like, la distribuzione è più uniforme: il 35% non ha mai messo like, mentre il 34% ne ha messi quattro o più. Sull’approccio alle fake news emergono, inoltre, alcune differenze significative sia relativamente al genere, le ragazze condividono il 61% in più di notizie non verificate, sia geografiche, con gli adolescenti delle regioni del sud del Paese che, mostrano tassi più elevati sia di condivisioni sia di like rispetto ai giovani del centro e nord Italia. Tra i fattori che influenzano maggiormente la possibilità di contribuire al diffondersi delle fake news, il principale è il tempo che si trascorre sui social media: infatti, chi usa i social 3-4 ore al giorno condivide 5,5 volte più fake news e mette 12 volte più like rispetto a chi invece li usa meno di un’ora”.

Essere protagonisti. L’aspirante protagonista deve selezionare gli argomenti che possono catturare la curiosità del pubblico della Rete.

La cultura non è fra questi: implica uno sforzo, può divenire noioso e, al massimo, interessare una nicchia di fruitori. Tutti gli argomenti che richiedono impegno e attenzioni, peraltro per parecchi minuti, sono condannati all’isolamento.

I post devono essere leggeri e superficiali, immediati, arrivando alla pancia delle persone senza codificazioni e interpretazioni di rilievo.

In una discussione politica, interna o internazionale, non conviene snocciolare la cronistoria o gli eventi: si arriva dritti al dunque, con una conclusione a effetto, a esempio “è tutta colpa di…”.

La massa dei navigatori predilige emozioni classiche, risate o, al contrario, argomenti commoventi, purché percepibili, sensorialmente, in breve tempo.

Messaggi, immagini, video di carattere umoristico o che evocano esplicitamente la bellezza femminile o maschile, sono tra i più seguiti.

I sondaggi hanno molto seguito purché molto diretti e volti a scatenare l’opinione, a schierarsi radicalmente, a delimitare il proprio recinto, il proprio autorevolissimo parere.

Uno spazio a parte, considerevole, è riservato alle notizie “bomba”, quelle ritenute più ridicole, sensazionali, strane, impossibili o che urtano la (residua e presunta) morale. In tal caso, non è necessario approfondire la validità e la fondatezza dell’informazione: si assimila e si condivide il più possibile, cavalcandone la notorietà, senza filtro.

L’esigenza smodata di visibilità stravolge l’onestà intellettuale, piega la persona a non essere autentica, a veicolare messaggi capziosi, a plagiare, a catturare l’altrui benevolenza, a rendere tendenza sociale una (eventuale) personale opinione.

L’obiettivo è quello, subdolo, di cambiare gli atteggiamenti e di lavorare, in un’ottica di “finestra di Overton”, attraverso una persuasione graduale, lenta ma crescente, fino ad accettare alcuni presunti valori. Creare tendenza e rendere accettabile ciò che, in realtà, non lo è.

Molte volte si introduce la notizia “inopportuna” cercando di alleviarne il peso, come frutto di goliardia, di eccentricità positiva. Raramente (solo nei casi gravi) la notizia disdicevole riceve un commento e una risposta di condanna. Il limite dell’annosa questione dello spazio mediatico è, ora, più sottile: la pubblicazione di notizie e comportamenti sconcertanti può avere, nell’ottica contemporanea dei social, un’accettazione controversa ma progressiva nel tempo.

La realtà (e la storia), del resto, insegna come la notizia cattiva o falsa attiri più attenzione di quella buona e vera.

L’insicurezza, la mancanza di identità e personalità si scambiano con l’esigenza di essere “qualcuno”, attraverso un riconoscimento mediatico. La tribuna, un tempo, era riservata al circolo sotto casa o al bar dello sport e lì rimaneva, anche nelle conseguenze e negli effetti; ora, con i social, travalica confini e arriva ovunque, rischiando di lasciare esiti gravi.

Il limite è elastico poiché lo scandalo è ritenuto un elemento essenziale e quasi fisiologico della società, soprattutto se funzionale a trasmettere messaggi.

Un caso singolo non può essere esteso all’intera popolazione attraverso un processo di generalizzazione, peraltro non fondata da evidenza scientifica.

Si tratta di una visibilità funzionale che, oltre a veicolare l’immagine personale, tende a instaurare una letteratura dominante, imposta, unica, da accettare senza alternativa.

La censura mediatica è un’arma utilizzata a scopo propagandistico: offusca, silenzia principi per veicolare, attraverso filtri volutamente più flessibili, un anticonformismo apparentemente innocuo, ma con sostanziale “verità”, da dosare e somministrare gradualmente.

La pazzia (finta o vera) diventa funzionale ma, al di là dello stupore, è saggio non offrire risalto a notizie idiote: un pessimo esempio, peraltro, per bambini e ragazzi che leggono o ascoltano “informazioni” così fuorvianti. Occorre impedire (rinunciando a inviare, a esempio, meme e link di tale bassezza), che possa divenire virale ogni messaggio negativo, violento e anche subdolamente stupido ma in grado di trasmettere, scavando passo passo, contenuti distorti sulla sessualità, sulla personalità e sui valori. Questi ultimi non galleggiano su instabile scalpore e tendenza: godono di assolutezza.

 In Terris

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venerdì 11 aprile 2025

GLI ANTICORPI DELLA DEMOCRAZIA

Sono gli “anticorpi” della democrazia cioè le difese che essa può mettere in campo per opporsi ad ogni tentativo di corruzione dei propri valori se non di annullamento dell’ intrinseco significato cui il termine riconduce.

 

-         di Luigi Sanlorenzo

 

 
Platone l’esecrava e Aristotele non l’amava.

Occorrerà attendere lo storico Polibio e poi Marco Tullio Cicerone, un avvocato del Foro di Roma, per avere della democrazia una descrizione positiva che poi si farà strada nel pensiero filosofico e politico.

In tempi non lontani è stata invocata, ottenuta, ridimensionata, oltraggiata, negata, perduta e riconquistata.

Winston Churchill ne coglieva i limiti ma ammetteva di non avere idea di una forma migliore di convivenza e ne diventò il campione nell’Europa funestata dai fascismi.

Tra le due epoche ed oltre, esiste una bibliografia sterminata che il lettore potrà facilmente reperire e che, pertanto, ometterò.

Tralasciate le definizioni scolastiche, l’etimologia della parola e le declinazioni peggiorate da aggettivi non sempre appropriati, più utile può essere ragionare su quegli elementi che possono preservarla e se, del caso, estenderla e migliorarla.

Sono gli “anticorpi” della democrazia cioè le difese che essa può mettere in campo per opporsi ad ogni tentativo di corruzione dei propri valori se non di annullamento dell’ intrinseco significato cui il termine riconduce.

I tempi che viviamo ci hanno reso familiare il lessico della biologia e della medicina e mai come oggi si parla di anticorpi, di sistema immunitario, di difese dell’organismo e di barriere, naturali o chimiche, contro l’attacco quotidiano che virus e batteri sferrano ogni giorno contro tutti gli esseri viventi.

Risulterà così più facile analizzare il processo mediante il quale la democrazia si difende, sopravvive, supera momenti drammatici o, per converso, si indebolisce, vacilla e soccombe.

Il primo e più immediato riferimento è l’analisi del termine “anticorpo” che sta a significare come ad un’ entità sia pure microscopica si oppone a difesa un’altra di segno contrario e portatrice di un contenuto cellulare diverso.

Perché ciò avvenga è necessario che quest’ultima esista, in base al principio logico di non contraddizione che distingue A da non A.

Applicato a ciò che ci occupa in questo scritto, vuol dire essenzialmente che il principale anticorpo di cui la democrazia dispone è la conoscenza e la consapevolezza di ciò che essa è e delle potenzialità che possiede.

Se in una società gli individui partecipano di una definizione, generica, vaga e imprecisa, si è già in presenza di un forte deficit immunitario e il corpo estraneo troverà facile breccia per farsi strada, assumendo due principali caratteri: il populismo che fa leva sulle emozioni profonde e sulle pulsioni istintive abilmente evocate e provocate e l’egalitarismo che azzera competenze, meriti e valore, tradendo di fatto il termine “democrazia” specifico contesto sociale e politico in cui non si è affatto tutti uguali, se non davanti alle leggi contenenti diritti e doveri che autonomamente e liberamente essa ha prodotto con il contributo di tutti e a tutela di ciascuno.

I migliori e i peggiori

In ogni società esistono i “migliori” per eredità genetica, capacità personali, inclinazioni naturali, livello culturale, abilità nel fare le cose o nel farle accadere.

Si tratta di elementi che troppo spesso si vogliono far risalire al censo o alle opportunità offerte dall’ambiente familiare e sociale; spesso non è così, come dimostrano le biografie di personalità eccellenti provenienti da condizioni sociali svantaggiate, contesti culturali carenti, situazioni familiari devastanti.

Allo stesso modo, esistono, senza giri di parole, i “peggiori” portati naturalmente a negarsi ad ogni opportunità di migliorare se stessi e di confidare, in modo parassitario, sull’assistenza da parte degli altri, pretesa come un diritto.

Essi adducono quale esimente del proprio destino il “sistema” quale entità astratta cui attribuire le proprie sventure.

Avvinti da bisogni crescenti ed incapaci di emanciparsi, perché non educati ed aiutati a farlo, costituiscono il milieu in cui si sviluppano le peggiori tentazioni antidemocratiche alimentate da quanti sanno come costruirvi sopra il proprio successo personale.

L’anticorpo di cui la democrazia dispone al riguardo è il concetto di pari opportunità quale condizione di partenza offerta a tutti in egual misura e consistenza, lasciando poi a ciascuno la libertà, ma anche la responsabilità, di farne tesoro in ogni parte del mondo.

Istruzione, formazione e internazionalizzazione agevolate, se non gratuite, per i meritevoli meno abbienti sono i suoi migliori alleati e non mancano mai, quando ben gestiti, di dare i propri frutti.

Spesso gli ingenti fondi a ciò destinati sono stati stornati altrove o restituiti, con vergogna, all’Unione Europea che ancora aspetta di capire come mai l’Italia meridionale (cui si sono aggiunte nel 2020 anche Sardegna e Molise) sia ancora tra le aree meno sviluppate del continente.

Un argomento inoppugnabile che abbiamo regalato ai “paesi frugali” che di quei fondi hanno fatto tesoro per decenni.

Tra i “migliori” e i “peggiori” si estende il mare interno dei mediocri in cui prevalgono la difesa di privilegi illegittimamente acquisiti, l’appartenenza acritica a partiti o movimenti, il qualunquismo più cinico, il perseguimento di interessi particolari, familiari o personali, messi davanti a tutto ciò che può sapere di collettivo, di civile, di comunitario.

Denunciano ogni appartenenza come deviata, ogni competenza come potere e, mentre attendono di salire sul carro del vincitore di turno, pretendono di calpestare secoli di cultura e di progresso scientifico esprimendo giudizi apodittici quanto banali, che in altri tempi non avrebbero oltrepassato la soglia dell’osteria.

Oggi essi hanno a disposizione i social media su cui “pubblicano” rutti in forma scritta o video, con cui intendono mettersi in pari con quanti fino ad allora hanno invidiato e snobbato e che oggi odiano.

La democrazia dei like

Forse sarebbe meglio insistere sulla differenza tra “pubblicare” e “postare” per ridimensionare il fenomeno e ricondurlo nell’alveo di opinioni che, con i limiti invalicabili dell’insulto e della palese e morbosa oscenità, tali sono e rimangono, se non suffragate da studi adeguati, faticosi approfondimenti, antiche e recenti letture, concrete esperienze professionali e di vita.

E’ la democrazia dei “like” come qualcuno ha voluto connotare la nostra epoca.

E dai “like” alle piattaforme digitali che hanno sostituito il processo di selezione delle classi dirigenti oggi magna pars nel governo del Paese, il passo è breve.

Medesimo ragionamento può essere fatto su influencer di vario genere e personaggi televisivi che avrebbero solo l’imbarazzo della scelta se volessero candidarsi a ruoli cruciali per la vita democratica del Paese.

La chiamano “democrazia diretta” e su tale altare vengono sacrificati secoli di elaborazione critica, di riflessione filosofica o religiosa, di testimonianze concrete del ruolo svolto dalle Idee nel progresso dell’Umanità.

Dal mancato rispetto del già citato principio di non contraddizione che impone di distinguere tra ciò che è e ciò che non è, spesso accompagnato da un ruolo non sempre obiettivo e trasparente dell’informazione, origina l’assenza del principale anticorpo posto a difesa della democrazia.

Il bastione è stato demolito e i nemici della democrazia possono procedere nella propria strategia di attacco.

Una seconda famiglia di anticorpi è costituita dai cosiddetti “valori non negoziabili” posti a fondamento di ogni democrazia e quasi sempre fissati in carte costituzionali su cui si innestano ogni successiva attività legislativa, la legittimità dei comportamenti individuali e sociali, i limiti del potere, i contrappesi istituzionali.

Va detto chiaramente che l’evoluzione della società, il mutamento dei costumi, l’emergere di nuove soggettualità politiche e di nuove aspirazioni ideali hanno il proprio limite invalicabile nel rispetto dell’integrità fisica e spirituale di ciascun individuo e nel suo diritto a difenderla direttamente nei limiti consentiti e, in ogni altro caso, a vederla difesa dallo Stato democratico.

In quanto strettamente legato alla dignità di tutti gli esseri umani, l’elenco dei valori non negoziabili contiene tutto ciò che fa crescere una società in tale direzione ed espelle con determinazione tutto ciò che limita e minaccia tale spinta vitale tesa verso il miglioramento della condizione umana, come correntemente intesa nei paesi democratici.

I valori non negoziabili

Fermi i valori non negoziabili, contenuti in Italia nella parte iniziale della Costituzione repubblicana del 1948 i cui primi dodici articoli sono immodificabili, la dinamica legislativa si esprime senza ulteriori condizionamenti ed ha lo scopo di attualizzare nella forma e mai nella sostanza quei principi fondamentali per renderli fattuali e misurane nel tempo l’efficacia sull’evoluzione della vita comunitaria.

Qui entra in gioco ancora una volta la dialettica democratica che, garantita dalla citata permanenza dei valori fondamentali, è tenuta ad applicare il principio della legittimità degli atti legislativi e regolamentari, secondo la volontà espressa dalla società in libere elezioni in cui si sono confrontate forme diverse di attuazione dei diritti e di rispetto dei doveri.

Forme attuative, ribadisco, e non modificative dei valori fondativi.

Tale vigilanza è affidata, com’è noto, al vaglio del Presidente della Repubblica nel momento della promulgazione e in un’ultima istanza alla Corte Costituzionale, se adita nelle forme previste da chi ne ha titolo.

Tuttavia tale sofisticata architettura voluta dai Padri Costituenti spesso viene aggirata da interventi legislativi o di decretazione d’urgenza ad opera del Governo.

Va detto una volta per tutte che anche tali decisioni, che vogliamo credere essere sempre urgenti, indifferibili e nell’interesse supremo del Paese, non possono oltrepassare i confini costituzionali né sospendere le libertà individuali garantite dalla Repubblica. Qualsiasi cedimento in tale direzione fa cadere come birilli una serie di anticorpi essenziali per la vita democratica e consente l’avanzamento di parecchi metri a chi sta scavando una galleria di mina sotto i bastioni.

E’ a tale punto che intervengono altri anticorpi che, impossibili da fissare sul vetrino del microscopio legislativo, rappresentano l’ultima barriera all’infezione.

Si tratta della vasta gamma dei comportamenti individuali assunti da ciascuno come parte integrante dell’identificazione nel contesto sociale.

Non potendo essere regolati né, grazie al cielo, controllati o sanzionati dall’impianto normativo, essi sono espressione dei principi di autonomia e di responsabilità e del grado di civismo raggiunto e praticato dalla cittadinanza.

Volendo essere estremamente chiari, significa che una collettività che rispetta le leggi per timore delle sanzioni mentre le aggira con furbizia ed espedienti è la più esposta al rischio del tramonto della democrazia.

A maggior ragione se assume tali comportamenti come protesta verso disposizioni che non ritiene le appartengano perché espresse da una maggioranza politica rispetto alla quale si percepisce come oppositrice.

Il crollo della democrazia

E’ il crollo dell’architrave democratica che si regge proprio sul riconoscimento della volontà della maggioranza, cui può e deve opporsi il dibattito politico e il diritto di manifestazione pubblica ma mai l’inosservanza o la violazione della legge, finchè la medesima è in vigore.

Ci fu chi bevve volentieri la cicuta per non contraddire tale profondo convincimento.

I comportamenti individuali sono dunque l’ultima spiaggia della democrazia, quella più esposta ai frangenti dell’umore popolare, all’azione di erosione da parte di persuasori più o meno occulti e dei mestatori di caos e disinformazione.

Da cosa sono dettati i comportamenti individuali in una democrazia in buona salute?

Innanzitutto dal pieno convincimento dell’esistenza di un patto che, oltre a quelli scritti, fonda la convivenza civile e la mette al riparo dal diritto del più forte, delle menzogne del più furbo, dalle seduzioni del più convincente.

Il paradosso è che mentre tale logica viene accettata e pretesa ad ogni livello sociale dalla stragrande maggioranza dei tifosi sportivi, è rifiutata da molti nella vita di tutti i giorni.

La ragione non è arcana: lo sport si fonda sulla passione ed è amato e rispettato, la democrazia non è ancora, nel nostro paese, oggetto di tali sentimenti e viene percepita da molti più come una tecnicalità politica che come un valore, più come uno strumento che come un fine ideale in progressiva realizzazione.

Come ogni amore ha nell’ affidamento al partner il proprio principale anticorpo per la tenuta del rapporto, anche nell’esercizio della democrazia la fiducia non è solo un sentimento ma anche una tappa formalizzata per l’esercizio del potere e il collante tra le istituzioni chiamate in solido a perseguire lealmente, ai diversi livelli territoriali ogni miglioramento.

Il fenomeno della sottovalutazione della democrazia non riguarda tutti ma trova manifestazione laddove sin dall’atto originario, l’espressione del voto, tale esperienza è vissuta all’insegna della superficialità e spesso con il ricatto sui bisogni primari, scientemente mantenuti tali in molte aree geografiche, perché unico modo di nascondere l’incompetenza e l’inadeguatezza di singoli e di partiti sostituendovi forme di protezione di questo o di quell’interesse particolare.

Quanto vale un singolo consenso in alcune periferie italiane?

In media, secondo le indagini svolte dalle Forze dell’Ordine nei casi conclamati di voto di scambio, una ventina di euro, spesso anche meno.

Ed è gratis davanti a promesse di piccoli o grandi vantaggi assicurati al singolo, magari in danno della collettività.

Troppo ampia è la casistica per trarne alcuni esempi, ma mi colpì a suo tempo l’indignazione di un noto politico che in anni non troppo lontani ebbe a dire «Quanti parroci hanno venduto il proprio voto ed impegnato la propria influenza per vedere realizzato un campetto di calcio?»

L’ultima serie di anticorpi della democrazia è costituita dal complesso degli atti ricompresi nella categoria della solidarietà universale ed è ciò per cui ciascuno riconosce kantianamente nell’altro l’intera Umanità, quindi se stesso, e come tale agisce senza bisogno di una legge, di un regolamento, di una sanzione che lo costringa a qualcosa che non percepisce come valore.

Quando la casa brucia non sono solo i Vigili del Fuoco a salvare le persone ma anche coloro che, nell’attesa, immediatamente si lanciano tra le fiamme per aiutare chi è in difficoltà. Quale molla scatta in un giovane immigrato, magari considerato clandestino, per farlo tuffare in un canale traendone un bambino che sta annegando o per consegnare ad un poliziotto un portafogli smarrito?

Cosa induce una nazione in piena emergenza sanitaria a non negare assistenza in mare a chi fugge verso un futuro migliore?

Cosa può portare un popolo ad osservare le regole, a collaborare con la giustizia, ad essere guardiano della legalità, ad autoimporsi limitazioni alla libertà individuale nel superiore convincimento di fare la cosa giusta, innanzitutto per la comunità di cui si sente parte viva ed attiva?

Soltanto il possesso di una profonda spiritualità civile e la democrazia è una religione laica che non conosce chiese, sinagoghe o moschee ma solo la dimensione della solidarietà tra esseri consapevoli della propria e dell’altrui finitudine.

Fortificare gli anticorpi

Esiste una cura per fortificare gli anticorpi della democrazia?

Un complesso vitaminico che somministrato costantemente rafforzi le difese immunitarie insidiate dagli egoismi, dai particolarismi, dall’ignavia e dall’indifferenza nei confronti degli altri?

Bastano alcune alte autorità morali a ricordare che tra gli scartati dalla società fanno proseliti i principali nemici della democrazia?

Basterà quell’esercito di maestri elementari invocato da Gesualdo Bufalino, se poi i migliori insegnamenti verranno rinnegati in famiglia tra le mura domestiche?

Abbiamo abbastanza guide che accompagnino in età adulta la crescita della consapevolezza democratica ? Nel dubbio ne ho scritto qualche tempo fa.

https://www.linkiesta.it/.../italia-intellettuali.../

Nel gorgo della pandemia, come in un gigantesco maelstrom, si è corso il rischio che emergessero i fantasmi del passato, trascinando sul fondo i vecchi ritenuti inutili, i disabili considerati costosi, i giovani lasciati preda di cattivi maestri sin dalla più tenera età.

Un tempo, almeno, nel corso di un naufragio risuonava il grido “Prima le donne e i bambini!“ quasi rassegnandosi a salvare la generatività futura, sacrificando il passato.

Quasi mai succedeva e tutti tranne i più coraggiosi si accalcavano sulle scialuppe.

La verità è che non esistono alternative a salvarsi tutti insieme.

O meglio, ne esiste solo una ed è quella di perdersi tutti insieme.

In tale drammatica prospettiva l’unica arca a disposizione è la difesa della democrazia, rafforzandone la paratie perché resistano ad abbietti demolitori e alle onde suscitate dal vento panico di una società smarrita che sull’orlo della disperazione potrebbe anche accettare di vendere la propria anima al primo diavolo di passaggio che sa come illudere la fragilità della natura umana.

In caso contrario a naufragare sarà l’intera umanità per come ci è stata raccontata https://www.linkiesta.it/.../robinson-crusoe-naufragio.../

In un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 13 ottobre del 2006, sir Ralph Dahrendorf, il politologo di estrazione liberale scomparso nel 2009 e autore di “Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e libertà politica” scrisse: “Bisogna poi stare attenti alla falsa democrazia i cui rappresentanti in realtà non danno ascolto alla voce della gente.

La repubblica di Weimar è stata correttamente definita come una democrazia senza democratici ed è questa una delle ragioni per cui non è durata.

Il suo contrario offre forse maggiori speranze.

Anche se non possiamo avere una democrazia mondiale e neppure europea, almeno abbiamo i democratici: persone coscienti dei propri diritti che prendono sul serio la responsabilità di difenderli attivamente“

La democrazia è un’idea filosofica venuta da lontano e, nonostante abbia sulle spalle duemilacinquecento anni, affascina ancora il mondo, può salvarlo dagli errori che esso stesso ha commesso e riaprire il sentiero, pur costellato di dolori individuali e sociali, verso quella cima che abbiamo imparato a chiamare resilienza e che con nomi diversi ha salvato i superstiti nel corpo e nello spirito di altri tremendi riti di passaggio tra un’epoca e un’altra della storia.

Se con determinazione, la democrazia e la solidarietà diventeranno per tutti sentimenti profondi e istinti perfino più potenti di quello della sopravvivenza, allora anche la prova che stiamo affrontando avrà avuto il significato di un insegnamento profondo in grado di generare una nuova umanità.

 

Nuovi approdi



 

 

martedì 18 febbraio 2025

L'IMPORTANZA DI NON PIACERE

 


 Liberarsi dalle aspettative altrui 

e trasformare 

le fragilità in salvezza 



di Thomas Leoncini (Autore)

 

Sapete qual è uno dei grandi, nuovi mali del nostro secolo? La convinzione di dover piacere a tutti, e a tutti i costi. Piacere per non sentirsi esclusi, per essere come gli altri, gratificati e «normali».

Troppo spesso fatichiamo a comprendere che ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene non lo troveremo negli sguardi esterni, ma dentro di noi: solo noi possiamo tracciare la nostra strada verso la serenità. E chi ci accetterà per ciò che siamo potrà camminare al nostro fianco.

Dobbiamo liberarci dalla dipendenza e dalla paura del giudizio se vogliamo arrivare a esprimere pienamente il nostro potenziale.

Prendendo le mosse da queste considerazioni, il nuovo libro di Thomas Leoncini è un prezioso alleato per dire «basta!» Basta vivere la vita che gli altri vorrebbero per noi, ma che non ci appartiene e per questo ci rende infelici. Basta omologarsi alla società, se non è quello che desideriamo. Basta basare le nostre giornate sul tentativo di strappare un like o un'approvazione che ci confermi che stiamo facendo bene.

Attraverso un sorprendente ribaltamento dei luoghi comuni e grazie ad alcuni autotest semplici, intuitivi e chiarificatori per comprendere quali emozioni ci condizionano la vita, lo psicologo e autore del bestseller

L'ansia del colibrì accompagna i lettori in un nuovo e rivoluzionario viaggio alla scoperta del proprio mondo interiore, per conquistare la libertà di diventare, finalmente, sé stessi.

All'interno, rivoluzionari autotest per misurare rapidamente la nostra indipendenza emotiva e il nostro livello di autostima, paura, vergogna e magia.

lunedì 2 ottobre 2023

IL SELFIE, UNA TRAGEDIA

Fotografiamo la vita

 mentre lei se ne va

 da un’altra parte


 Il filosofo Umberto Galimberti lo aveva già ben spiegato qualche mese fa ai lettori della Stampa. L’articolo si intitolava: «L’autoritratto è indecente» e lì spiegava come la dittatura dell’immagine e, segnatamente, del selfie rappresenti una tragedia della società attuale.

 Secondo il filosofo, l’autoscatto è il punto più alto del narcisismo umano: si tende a volersi rappresentare da soli «per paura che l’altro possa dire qualcosa di sbagliato o di male nei propri confronti». E continua: «Quando si va per musei – definiti da Galimberti “la tomba dell’arte” – si tende più a fotografare le opere e condividerle sui social, piuttosto che “godersi” la visita: così si finisce per appiattire l’intera esperienza riducendola alla visione di uno schermo».

 Aggiunge: «Io mi faccio un selfie, tutti si fanno un selfie, io sono tutti»: con questo sillogismo aristotelico giochiamo a riassumere la società di oggi, dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. E precisa: «Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro».

 Ma oggi, intervistato dalla fotografa Silvia Camporesi per Artribune, il filosofo è andato oltre, paragonando il selfie a una tragedia. E la sua analisi è stata ripresa da molti giornali stranieri. «Siamo passati dall’era dell’homo sapiens a quella dell’homo videns che, spostandosi dall’essere all’avere, soggiace alla necessità di fotografare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, creando una forma di compulsione del possesso delle immagini». E così ci illudiamo, fotografando la vita, di vivere frapponendo fra noi e la realtà, una protesi che si chiama telefonino, congelando così una vita che non abbiamo mai davvero vissuto.

 Fotografiamo tutto - spiega - noi stessi nello specchio dell’ascensore, un tramonto, un’alba, una nascita, di fatto non vivendo mai in modo diretto la realtà, ma pensando all’inquadratura, a frapporre fra noi e la vita che sta accadendo, un congelatore di immagini e sensazioni, che accumuleremo in una memoria digitale destinata a non essere consultata mai, perdendoci così il sapore vero della vita».

  Il selfie, una proiezione evanescente di sé

«Il selfie poi, – prosegue – come simulacro di perfezione è null’altro che una proiezione evanescente di sé: ma del resto non è autentica. Aristotele diceva che “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono»

 Il fotografare se stessi selfie rappresenta dunque un’ iperbole mediatica priva di fondamento. Sono le ombre proiettate all’interno della caverna nel racconto platonico. Bisogna uscire dunque uscire dalla doxa (opinione superficiale e variabile) data dall’immaginario evanescente del selfie, quindi delle ombre sulle pareti della caverna per trovare la verità nella spontaneità.

 Come aveva già scritto sulla Stampa, Galimberti continua a preferire l’isolamento piuttosto che la socialità di persona. «C’è anche – precisa – una sostanziale differenza tra cercare gli altri e farsi vedere da questi ultimi: il selfie ha proprio quest’ultima funzione, quindi qualcosa di puramente egocentrico».

 Il monito di questa lezione potrebbe essere «instagrammisti di tutto il mondo lasciate il telefonino ed entrate nella vita. Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità».

 Alzogliocchiversoilcielo