Visualizzazione post con etichetta comunità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comunità. Mostra tutti i post

martedì 8 settembre 2026

SCUOLA-COMUNITA'

 


La scuola 

come 

luogo

 di comunità




-di Silvia Landi

La società odierna ci pone di fronte a nuove sfide educative, spesso complesse, talvolta disorientanti. In questo scenario, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile costruire legami autentici, formare coscienze, generare senso. Ma perché ciò avvenga, è necessario ripensare il ruolo dell’insegnante, della famiglia e delle relazioni che tengono insieme la Comunità scolastica. Quello che segue è il mio sguardo personale su questo mondo in cambiamento: un percorso fatto di esperienze vissute, di difficoltà incontrate, e soprattutto di convinzioni profonde sulla forza educativa della relazione e sull’urgenza di ritrovare un orizzonte condiviso di responsabilità, ascolto e presenza reciproca.

Insegno lingue e letterature straniere da qualche anno e in questi anni di insegnamento ho avuto modo di vivere la scuola da molteplici prospettive: come docente, come formatrice e , soprattutto, come madre. Ogni ambiente mi ha insegnato qualcosa e in tutti ho ritrovato una verità semplice e potente: l’aula è un microcosmo, un piccolo mondo dove si cresce insieme. Ma ciò che davvero ha dato profondità al mio essere insegnante è stata la maternità. Crescere due figlie da sola mentre portavo avanti il mio percorso di studi e professionale è stata una sfida enorme, fatta di notti insonni, rinunce e sacrifici. Ed è proprio in quella fatica che ho scoperto il significato profondo del mio lavoro: accompagnare i ragazzi nella costruzione del loro mondo, con amore e responsabilità.

Inoltre, questo intreccio di ruoli mi ha portato a riflettere profondamente su cosa significhi oggi educare in un’epoca segnata da cambiamenti rapidi, da relazioni fragili e da una crescente disconnessione emotiva. Sento che, più che mai, la scuola deve riscoprire la propria vocazione più autentica: essere luogo di comunità. E intendo “comunità” non come uno slogan, ma come una realtà concreta che si costruisce ogni giorno nella relazione con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie. Una comunità fatta di ascolto, presenza, pazienza e responsabilità condivisa.

Oggi, educare significa affrontare sfide complesse, strettamente intrecciate tra loro. La prima è, senza dubbio, la frammentazione delle relazioni. La comunicazione è diventata istantanea e al contempo superficiale, e anche dentro le scuole si percepisce spesso un clima di distanza: tra studenti, tra docenti, tra scuola e famiglia. Un tempo, il legame tra docente e studente si costruiva nella lentezza e nella fiducia. Oggi, invece, l’insegnante rischia di diventare una figura marginale, vista solo come “erogatore di contenuti”.

La scuola, però, non può essere ridotta a questo. Insegnare è un gesto profondamente umano, è costruire ponti tra mondi diversi, è accompagnare ogni ragazzo nella scoperta di sé e degli altri. Un’altra sfida è data dall’aumento delle fragilità che incontriamo quotidianamente: emotive, cognitive, linguistiche, familiari. La scuola è sempre più un luogo di accoglienza di storie complesse. E spesso, come docenti, ci troviamo soli ad affrontare situazioni che richiederebbero invece una rete educativa forte e coesa.

Uno degli episodi che più mi ha colpita è accaduto recentemente nella scuola in cui insegno. Un ragazzo ha spruzzato uno spray al peperoncino nei corridoi, forse per gioco, forse per una sfida tra pari. Per me, quell’atto ha avuto conseguenze abbastanza importanti: due accessi in ospedale e difficoltà respiratorie per qualche giorno. Tuttavia, al di là dell’impatto fisico, ciò che mi ha fatto più male è stata la disconnessione emotiva che quel gesto ha rivelato. Non credo si sia trattato di cattiveria, ma di inconsapevolezza. E allora mi sono chiesta: che cosa stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi? Come possiamo aiutarli a comprendere l’effetto delle loro azioni sugli altri? Credo che ogni episodio critico sia anche un’opportunità educativa. E che il nostro compito, oggi più che mai, sia quello di formare coscienze responsabili, non solo studenti preparati. Dobbiamo tornare a parlare di rispetto, empatia, responsabilità condivisa. Pertanto, sono fermamente convinta che la scuola da sola non basti. Ogni giorno incontro ragazzi che portano dentro ferite, silenzi, fatiche che non sempre riescono a esprimere.

In questi casi, il mondo adulto deve saper fare rete. La scuola non può essere vista come antagonista della famiglia, ma come una sua alleata. Solo insieme possiamo davvero costruire un percorso educativo efficace. Lo dico anche da madre: so bene quanto sia difficile, nel vortice delle giornate, mantenere sempre la lucidità, la coerenza, l’energia necessaria per educare. So cosa significa lasciar correre, pur sapendo che in quel momento si sta rinunciando a un’occasione educativa. Ma proprio per questo dobbiamo smettere di giudicarci e iniziare a sostenerci. Educare non significa proteggere i figli da tutto, ma aiutarli ad affrontare le difficoltà, a riconoscere gli errori, a chiedere scusa. E questo lo si può fare solo se si lavora insieme, scuola e famiglia, fianco a fianco. Quando parlo di “comunità” penso a una scuola che torni ad essere un luogo di incontro vero. Dove ogni persona (studente, docente, genitore, dirigente) viene riconosciuta nella propria unicità e nel proprio valore. 

Ricostruire la Comunità significa rimettere al centro le relazioni, anche quelle imperfette, fragili, quotidiane. Significa accettare che educare non è un percorso lineare, ma fatto di inciampi, ripartenze, ascolti reciproci. Serve coraggio, serve tempo, serve umiltà educativa. Nessuno educa da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se c’è un messaggio che sento di voler condividere con chi mi legge è questo: non perdiamo la speranza nella scuola. Non smettiamo di credere che ogni relazione autentica possa generare cambiamento. Ogni volta che un adulto e un ragazzo riescono a capirsi, anche solo per un attimo, lì nasce una Comunità. E da lì possiamo ricominciare.

Educare è, in fondo, un gesto di fiducia quotidiana nel futuro. E la scuola può ancora essere il luogo dove questo futuro si costruisce insieme, passo dopo passo.

Educare.it

Immagine

mercoledì 2 settembre 2026

ENZO BIANCHI



𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 
𝗗𝗘𝗟 𝗩𝗔𝗡𝗚𝗘𝗟𝗢

𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗕𝗼𝘀𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗠𝗮𝗱𝗶𝗮: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼, 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

È morto ieri, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e, negli ultimi anni della sua vita, della fraternità monastica Casa della Madia.

Ma chi era veramente Enzo Bianchi? Per comprenderlo non basta ricordare che fu il fondatore di Bose, né è sufficiente fermarsi alla controversa vicenda che lo portò, nel 2020-2021, a lasciare quella stessa comunità alla quale aveva dedicato più di mezzo secolo della propria vita.

La sua storia è molto più complessa.

È la storia di un uomo che, ancora giovane, sentì il desiderio di cercare Dio attraverso una forma radicale di vita evangelica; di un laico che scelse la vita monastica; di una piccola esperienza nata nel silenzio e diventata, nel corso dei decenni, una realtà conosciuta in tutto il mondo cristiano; di uno studioso della Scrittura che fece della Parola di Dio il centro della propria esistenza; di un uomo che dedicò una parte enorme della propria vita al dialogo ecumenico e all’ospitalità.

Ma è anche la storia di una grande frattura: quella con la comunità da lui fondata e con la Santa Sede.

E proprio perché tutte queste dimensioni appartengono alla sua vicenda, raccontare Enzo Bianchi significa tenere insieme luci e ombre, riconoscimenti e difficoltà, entusiasmo e sofferenza.


𝗟𝗘 𝗢𝗥𝗜𝗚𝗜𝗡𝗜: 𝗨𝗡 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢

Enzo Bianchi nacque il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nel Monferrato, in provincia di Asti.Dopo gli studi intrapresi alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, la sua vita prese progressivamente un’altra direzione. Alla fine del 1965, nell’anno stesso della conclusione del Concilio Vaticano II, si recò a Bose, allora una piccola frazione abbandonata del Comune di Magnano, sulla Serra di Ivrea.
Non arrivò in quel luogo con un progetto già compiuto e con una comunità alle spalle.
Arrivò praticamente solo. L’intenzione era quella di dare vita a una comunità monastica nella quale cercare di vivere il Vangelo in modo radicale, attraverso la preghiera, il lavoro, la solitudine, l’ascolto della Scrittura e la fraternità.

Era una scelta profondamente segnata dal clima del Concilio Vaticano II.

Non si trattava semplicemente di riproporre un monastero tradizionale.
Bianchi cercava una forma di vita monastica capace di tornare alle fonti: la Scrittura, la preghiera, la fraternità, la povertà, il lavoro e l’ospitalità.

E soprattutto cercava una comunità nella quale il Vangelo non fosse soltanto studiato o proclamato, ma diventasse una forma concreta di vita.


𝗕𝗢𝗦𝗘: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗜𝗖𝗖𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔̀ 𝗗𝗜𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢̀ 𝗨𝗡𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗘𝗦𝗣𝗘𝗥𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗘𝗖𝗖𝗟𝗘𝗦𝗜𝗔𝗟𝗘

Nel 1968 arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle. La Comunità di Bose crebbe lentamente.

Uomini e donne, appartenenti inizialmente anche a differenti confessioni cristiane, cominciarono a condividere la preghiera, il lavoro e la vita quotidiana.
Era una realtà certamente particolare nel panorama cattolico italiano.
Bose divenne progressivamente un luogo di incontro tra cattolici, ortodossi, protestanti e appartenenti ad altre tradizioni cristiane.

Ma divenne anche un luogo dove potevano incontrarsi credenti e non credenti, persone in ricerca, giovani, studiosi, uomini e donne desiderosi semplicemente di fermarsi, pregare, ascoltare o parlare.

Bianchi rimase priore della comunità dalla fondazione fino al 25 gennaio 2017.
Nel 1983 fondò inoltre le Edizioni Qiqajon, attraverso le quali vennero pubblicati testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monasticaIl suo lavoro intellettuale fu enorme.
Scrisse libri, articoli, commenti biblici, meditazioni e testi spirituali.

Ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente uno scrittore religioso. Per Bianchi la scrittura nasceva dalla vita e doveva ritornare alla vita.

𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢 𝗔𝗟 𝗖𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢Forse il modo più semplice per comprendere la spiritualità di Enzo Bianchi è partire da una parola:

𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮.
La Scrittura non era per lui un oggetto di studio riservato agli specialisti.
Era il luogo nel quale il credente viene continuamente chiamato ad ascoltare Dio.
Da qui l’importanza della lectio divina, della meditazione, del silenzio e della preghiera.
La Bibbia doveva essere letta non soltanto per sapere qualcosa in più su Dio, ma per lasciarsi interpellare da Dio. 
La vita monastica diventava così una scuola di ascolto. Ascoltare la Parola.  Ascoltare Dio. Ascoltare l’altro. Ascoltare anche il grido dell’uomo contemporaneo.

E questo spiega perché Bose non fu mai semplicemente un luogo di clausura spirituale.
Fu anche un luogo di accoglienza.


𝗟𝗢𝗦𝗣𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀: 𝗔𝗖𝗖𝗢𝗚𝗟𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗟𝗔𝗟𝗧𝗥𝗢

L’ospitalità rappresentò uno degli elementi più importanti della spiritualità di Bianchi.
A Bose potevano arrivare persone molto diverse tra loro: credenti, non credenti, persone in ricerca, giovani, persone ferite, uomini e donne desiderosi di trascorrere un tempo di silenzio o di confronto.


Questa dimensione fu riconosciuta esplicitamente anche da Papa Francesco.


L’11 novembre 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità monastica di Bose, Francesco scrisse personalmente a Enzo Bianchi.

È un documento di grande importanza per comprendere il giudizio che il Papa aveva allora sull’esperienza di Bose.

Francesco parlò di una presenza “feconda” nella Chiesa e nella società e riconobbe alla comunità il merito di aver favorito il rinnovamento della vita religiosa nel solco del Concilio Vaticano II.

Ma soprattutto indicò tre aspetti particolarmente significativi: l’unità delle Chiese cristiane, il dialogo e il ministero dell’ospitalità.


Il Papa espresse apprezzamento per l’accoglienza riservata a tutti, credenti e non credenti, per l’ascolto delle persone in ricerca e per il servizio offerto ai giovani.
Non è un particolare secondario.

Perché dimostra che il rapporto tra Enzo Bianchi e Papa Francesco non può essere raccontato semplicemente come un rapporto di opposizione.

Al contrario: ci fu un periodo nel quale Francesco guardò con evidente favore all’esperienza di Bose e al suo fondatore.


𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢

Negli anni del pontificato di Francesco, Bianchi fu una figura conosciuta e ascoltata in ambito ecclesiale.

Nel 2018 fu scelto come uditore al Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani.


Il suo pensiero era particolarmente vicino ad alcuni temi molto cari a Francesco: l’attenzione alle periferie esistenziali, il dialogo, la fraternità, l’ascolto, l’accoglienza e il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo.

Per questo, quando si racconta la successiva vicenda di Bose, è necessario evitare una semplificazione.
Papa Francesco non fu sempre distante da Enzo Bianchi. 
Anzi, nel 2018 gli scriveva una lettera di apprezzamento.

Ma pochi anni dopo sarebbe stato proprio il pontificato di Francesco ad approvare il provvedimento che avrebbe portato Bianchi fuori dalla comunità. È una delle contraddizioni più dolorose di questa storia.

𝗟𝗔 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗗𝗜 𝗕𝗢𝗦𝗘

Per comprendere quello che accadde bisogna tornare agli anni precedenti.
Nel 2017 Bianchi lasciò l’incarico di priore.

Gli succedette Luciano Manicardi. Ma il passaggio di consegne non fu semplice.
All’interno della comunità emersero tensioni relative al governo, all’esercizio dell’autorità e ai rapporti fraterni.

La situazione divenne progressivamente più difficile.

Il 1° dicembre 2019, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dispose una visita apostolica alla Comunità di Bose.

La motivazione ufficiale parlava di “serie preoccupazioni” giunte alla Santa Sede e di una situazione definita “tesa e problematica” riguardo all’esercizio dell’autorità, alla gestione del governo e al clima fraterno.

La visita apostolica si svolse dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020.

I visitatori ascoltarono i membri della comunità e presentarono successivamente la loro relazione alla Santa Sede.

𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗖𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝟭𝟯 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝟮𝟬𝟮𝟬
Il momento decisivo arrivò il 13 maggio 2020. 
La Santa Sede dispose, attraverso un decreto firmato dal cardinale Pietro Parolin e approvato in forma specifica da Papa Francesco, l’allontanamento di Enzo Bianchi dalla Comunità di Bose. 
Il provvedimento riguardava anche altri tre membri: Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi. 
La motivazione ufficiale era collegata soprattutto alla situazione interna della comunità, all’esercizio dell’autorità del fondatore, alla gestione del governo e al clima fraterno.

La Santa Sede aveva ritenuto necessario intervenire perché Bose potesse continuare il proprio cammino ecclesiale ed ecumenico superando le tensioni che la stavano attraversando.

È importante sottolineare un punto che spesso viene raccontato male:

Enzo Bianchi non fu scomunicato.

Non fu dichiarato eretico. Non venne espulso dalla Chiesa cattolica. Non si trattò di una condanna dottrinale.

Il provvedimento riguardava la sua permanenza nella Comunità monastica di Bose e il suo ruolo all’interno di essa. 
Il decreto dispose che Bianchi lasciasse la comunità e decadesse dagli incarichi.

𝗨𝗡𝗔 𝗙𝗘𝗥𝗜𝗧𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔

Per capire quanto fosse dolorosa quella decisione bisogna ricordare che Bianchi aveva vissuto a Bose per circa cinquantacinque anni.

Non era semplicemente un membro della comunità.

Era l’uomo che l’aveva iniziata. 
Era arrivato in quella frazione abbandonata quando praticamente non esisteva nulla.

Aveva scritto la Regola. Aveva accompagnato la crescita della comunità. 
Aveva vissuto lì per decenni. 
E ora gli veniva chiesto di andarsene.

È probabilmente difficile immaginare una prova più dolorosa per qualcuno che aveva identificato la propria vocazione con una determinata comunità.

𝗜𝗟 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗟𝗘𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢𝗕𝗕𝗘𝗗𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔

La vicenda non terminò con il decreto del 2020. L’esecuzione del provvedimento incontrò difficoltà.

La Comunità di Bose riferì che alcuni destinatari avevano manifestato il rifiuto dei provvedimenti e che ciò aveva creato ulteriore confusione e disagio.

Nel marzo 2021, dopo nuovi passaggi, Papa Francesco confermò l’operato del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto del 13 maggio 2020.

Qui si trova uno dei punti più delicati dell’intera vicenda.

Da una parte c’era la Santa Sede, che chiedeva obbedienza a una decisione presa dopo una visita apostolica e un lungo discernimento.

Dall’altra c’era Bianchi, che contestava soprattutto alcune modalità concrete dell’allontanamento e chiedeva che venissero rispettate la propria dignità e le proprie ragioni.

È necessario raccontare entrambe le posizioni senza trasformare il testo in un processo. 
Perché la storia di Bose non è una favola nella quale esiste necessariamente un “buono” e un “cattivo”.

È una storia ecclesiale dolorosa.  E nelle vicende ecclesiali dolorose spesso le persone coinvolte portano ferite, convinzioni e responsabilità differenti.

𝗟𝗘𝗦𝗜𝗟𝗜𝗢

Nel giugno del 2021, Enzo Bianchi lasciò definitivamente Bose. Per un uomo di quasi ottant’anni significava ricominciare praticamente da capo.

Aveva perso la comunità alla quale aveva dedicato la maggior parte della propria vita.

Negli anni successivi parlò della propria condizione anche come di un “esilio”. 
Ma non smise di considerarsi monaco.

Ed è forse qui che la sua storia assume una dimensione spirituale particolarmente interessante.

Perché avrebbe potuto ritirarsi. Avrebbe potuto smettere di scrivere.

Avrebbe potuto vivere semplicemente gli ultimi anni della propria vita nella solitudine.

Invece scelse di ricominciare.

𝗔 𝗢𝗧𝗧𝗔𝗡𝗧𝗔𝗡𝗡𝗜, 𝗨𝗡 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗜𝗡𝗜𝗭𝗜𝗢: 𝗟𝗔 𝗖𝗔𝗦𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗗𝗜𝗔

Nacque così la Casa della Madia, ad Albiano d’Ivrea.  Non voleva essere una nuova Bose. Lo disse lo stesso Bianchi.

Il progetto non nasceva dalla volontà di “rifare” ciò che era stato perduto, ma dal desiderio di continuare la propria vocazione monastica.

In una delle presentazioni della nuova fraternità Bianchi spiegò di non voler fondare una nuova comunità religiosa canonicamente riconosciuta, ma di voler continuare a vivere “da monaco cenobita e non eremita”.

Voleva continuare a vivere insieme ad altri, nella semplicità, nella preghiera, nel lavoro e nell’accoglienza.

Il nome stesso è bellissimo: Casa della Madia. La madia è il luogo nel quale, tradizionalmente, si impasta e si prepara il pane.

Una casa dove si prepara il pane. Una tavola. Una fraternità.Una nuova possibilità di ricominciare.

𝗟𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗧𝗘𝗥𝗡𝗜𝗧𝗔̀

Se dovessimo scegliere una parola per riassumere gli ultimi anni della sua vita, probabilmente sarebbe: 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀. Non una fraternità teorica; Non una parola da usare nei convegni.

Ma una fraternità concreta, fatta di persone differenti, di caratteri differenti, di ferite, di incomprensioni, di perdono e di ricominciamenti.

La Casa della Madia ha continuato a vivere proprio su questa idea.
I membri stessi della fraternità hanno spiegato di voler rimanere fedeli alla propria vocazione monastica e alla Regola di Bose scritta nel 1972 da Bianchi, continuando 
una vita di preghiera, lavoro e fraternità.

E nel 2025 è nata anche la Comunione della Madia, un’esperienza pensata per coinvolgere più stabilmente amici, laici e persone legate spiritualmente alla fraternità, senza creare un gruppo chiuso o esclusivo.


𝗨𝗡𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗥𝗜𝗧𝗨𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗙𝗘𝗥𝗠𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔

Bianchi è stato un grande divulgatore della Bibbia. Ma la sua spiritualità non può essere ridotta alla lectio divina o ai suoi libri.

La sua idea di vita cristiana 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼, 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮, 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼, 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲, 𝗹𝗼𝘀𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, comprendeva: 𝗹𝗲𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗹𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶.

 È una spiritualità profondamente incarnata. Il Vangelo non deve rimanere sulle pagine.
Deve diventare pane. Deve diventare ospitalità.  Deve diventare ascolto.
Deve diventare fraternità. Deve diventare servizio.


𝗜𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢

Ed è interessante anche il rapporto con san Francesco d’Assisi. Bianchi non apparteneva alla famiglia francescana. Non era un frate francescano. Era un monaco laico e il suo cammino nasceva da una tradizione monastica diversa.
Eppure Francesco d’Assisi fu una figura da lui profondamente considerata.
In particolare, Bianchi guardava alla radicalità evangelica francescana, alla fraternità, alla povertà, al rapporto con la creazione e alla capacità di Francesco di fare del Vangelo una forma concreta di vita. Non è difficile trovare un punto di contatto tra questa sensibilità e la sua stessa esperienza. Anche Bianchi partì da qualcosa di estremamente semplice: una persona, un luogo abbandonato, la preghiera, il lavoro, la Parola, e il desiderio di vivere il Vangelo.

 𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗧𝗧𝗥𝗔𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗧𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔𝗗𝗗𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

Ed è proprio qui che la storia di Enzo Bianchi diventa particolarmente umana. Perché colui che aveva dedicato la propria vita alla fraternità visse anche una drammatica frattura con i propri fratelli.

Colui che aveva parlato tanto di ascolto dovette affrontare una situazione nella quale le diverse parti non riuscirono più ad ascoltarsi fino in fondo. Colui che aveva costruito una comunità si ritrovò fuori dalla propria comunità. Colui che aveva parlato di obbedienza e discernimento si trovò personalmente davanti alla difficile questione dell’obbedienza ecclesiale. Questa contraddizione non va nascosta. Ma non deve neppure cancellare tutto ciò che è venuto prima.

𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗦𝗔𝗡𝗧𝗢, 𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗘𝗥𝗘𝗧𝗜𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗨𝗢𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗦𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔
È importante anche essere molto chiari. Enzo Bianchi non è stato proclamato santo, né esiste una causa di canonizzazione che lo presenti come modello ufficiale di santità della Chiesa. Non è nemmeno corretto definirlo un eretico o un uomo “fuori dalla Chiesa” a causa della vicenda di Bose.

Il provvedimento del 2020 riguardò la sua permanenza e il suo ruolo nella Comunità di Bose. La sua storia ecclesiale fu invece segnata da una grande influenza spirituale e culturale, ma anche da una vicenda disciplinare molto seria e dolorosa.
Per questo, raccontarlo in maniera equilibrata significa non nascondere nulla. Né le sue grandi intuizioni. Né le sue difficoltà. Né il riconoscimento ricevuto. Né la sofferenza degli ultimi anni.


𝗜𝗟 𝗣𝗔𝗥𝗔𝗗𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢

Forse uno dei punti più sorprendenti della sua vicenda rimane proprio il rapporto con Papa Francesco. Nel 2018, Francesco scriveva a Bianchi per il cinquantesimo anniversario di Bose, definendo quella comunità una presenza feconda nella Chiesa e nella società e lodandone il servizio all’unità dei cristiani, il dialogo e l’ospitalità.
Nel 2020, lo stesso pontificato approvò in forma specifica il decreto che disponeva il suo allontanamento da Bose. Nel 2021, Francesco confermò l’operato del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto. Questi fatti non possono essere cancellati né l’uno né l’altro. Ed è proprio questo che rende la vicenda così complessa.

Non si può dire semplicemente: “Papa Francesco era vicino a Bianchi” come se la vicenda successiva non fosse mai avvenuta.

Ma non si può nemmeno dire: “Papa Francesco era contro Bianchi”
come se prima non ci fosse stato quel riconoscimento pubblico e significativo.
Le due cose sono vere e appartengono alla stessa storia.


𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗜 𝗔𝗡𝗡𝗜


Forse, alla fine, la parte più difficile da comprendere non è la nascita di Bose. È ciò che avvenne dopo. Perché fondare una comunità è certamente difficile.
Ma forse è ancora più difficile perderla. Bianchi aveva quasi ottant’anni quando si trovò a ricominciare. Eppure non smise. Non rinunciò alla sua vocazione monastica.
Non scelse semplicemente una vita privata. Ricominciò con una casa, alcuni fratelli e sorelle, la preghiera, il lavoro della terra, l’ospitalità. La Casa della Madia nacque proprio come un nuovo inizio.

 𝗘 𝗢𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘̀ 𝗠𝗢𝗥𝗧𝗢

Oggi, davanti alla sua morte, sarebbe facile scegliere una sola immagine. Quella del fondatore di Bose. Oppure quella dell’uomo allontanato da Bose. Oppure quella del grande scrittore spirituale. Oppure quella del monaco della Casa della Madia. Ma nessuna di queste immagini, da sola, basta. Enzo Bianchi è stato tutte queste cose.
È stato il giovane che nel 1965 arrivò in un luogo abbandonato della Serra di Ivrea.
È stato l’uomo che trasformò quella solitudine in una comunità. È stato il monaco che mise la Scrittura al centro della propria vita. È stato lo scrittore che portò la spiritualità biblica nelle case di moltissime persone. È stato il promotore dell’ecumenismo e del dialogo.
È stato l’uomo al quale Papa Francesco, nel 2018, riconosceva pubblicamente il valore dell’esperienza di Bose. È stato anche l’uomo che, pochi anni dopo, dovette lasciare quella comunità per decisione della Santa Sede. È stato l’uomo che visse quella separazione come una ferita profonda. Ed è stato, infine, l’uomo che a ottant’anni decise di ricominciare.


𝗥𝗜𝗖𝗢𝗠𝗜𝗡𝗖𝗜𝗔𝗥𝗘
Forse questa è la parola con cui possiamo consegnare Enzo Bianchi alla memoria. Non perché la sua vita sia stata perfetta. Non perché tutte le sue scelte debbano essere condivise. Non perché la vicenda di Bose abbia avuto una sola interpretazione possibile. Ma perché, dopo una perdita enorme, egli scelse di non considerare conclusa la propria vocazione. Casa della Madia è nata da questa convinzione.
Una casa. Una tavola. Il pane. La terra. La preghiera. La Parola.
L’ospitalità. La fraternità. Sono gli elementi semplici con i quali Bianchi aveva iniziato molti decenni prima. E con questi stessi elementi, ormai anziano, ha cercato di ripartire.

𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗗𝗔 𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗟 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗢𝗥𝗘

Ora che la sua vita terrena è terminata, il giudizio ultimo non spetta a noi. Spetta a Dio.  noi rimane la possibilità di ricordare, con onestà, ciò che è stato. Un uomo con una vocazione forte. Un uomo che ha avuto intuizioni importanti.
Un uomo capace di parlare a moltissime persone della Parola di Dio.
Un uomo che ha costruito. Un uomo che ha anche attraversato una grande frattura.
 
Un uomo che ha conosciuto la solitudine. Un uomo che ha ricominciato.
E soprattutto un uomo che ha cercato Dio. Per questo, davanti alla sua morte, più che pronunciare giudizi definitivi, forse possiamo fare ciò che egli stesso ha insegnato tante volte: tornare alla Parola. E pregare.  Per lui. Per la Comunità di Bose. Per la Casa della Madia. Per tutti coloro che gli hanno voluto bene. E anche per le ferite che questa lunga storia ha lasciato. Perché alla fine, oltre le nostre letture, oltre le controversie, oltre le nostre ragioni e le nostre interpretazioni, rimane una sola cosa:
𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼.

Riposa in pace, Enzo. E il Signore, che hai cercato per tutta la vita nella sua Parola, nella preghiera e nella fraternità, ti accolga nella sua misericordia.

Immagine




 


domenica 23 agosto 2026

L'UMANITA' DEL SACERDOTE

 


Un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? 

Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi

… e un grande grazie. 

 di Chiara D’Urbano 

Fonte: Città Nuova 

 Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che fino ad un recente passato il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e di conseguenza anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni. 

Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere “diversi” dalla comune umanità. 

Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie al di fuori del “lavoro”. 

Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede. 

Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però, condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano. 

Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente-“bolla” che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato. 

Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche. 

Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere. 

Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali. 

Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione. 

C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.

La responsabilità 

La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento

La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo. 

La responsabilità è dell’istituzione: quale “format” di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale “modello sacerdotale”? 

L’integrazione e la comunità

Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua Diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché alla lunga la sola “immagine” non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo. 

Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire “il prete in vacanza”, o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?». 

Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura. È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo “stare a posto per sempre”. 

L’equilibrio

È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose

La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente “allenati” alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità. 

Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta. 

 A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto. 

Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine