Visualizzazione post con etichetta immagine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immagine. Mostra tutti i post

domenica 28 dicembre 2025

QUALE REALTA' ?

 

 


L'erosione della realtà: la crisi dell'autenticità visiva causata dall'AI



-     Marco Giacalone

-          

L'intelligenza artificiale generativa ha innescato una crisi ontologica, erodendo lo statuto di verità dell'immagine e rendendo l'occhio umano un rilevatore inaffidabile. Questo editoriale analizza il fallimento percettivo come minaccia alla coesione sociale, la strategia di certificazione del vero e le implicazioni democratiche di un mondo popolato da immagini orfane di verità.

Per secoli, l'immagine ha svolto il ruolo di testimone silenzioso della storia, l'ancora di prova fattuale che sosteneva la cronaca e il dibattito pubblico. Quel ruolo è finito. La democratizzazione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, i modelli di diffusione, le reti GAN, non ha solo migliorato la grafica digitale; ha inferto un colpo mortale allo statuto di verità dell'immagine stessa. Il mondo sta assistendo al crollo del suo rivelatore più fidato: l'occhio umano.

Questo non è un problema tecnico, ma una crisi ontologica. L'autenticità visiva, un tempo garantita dalla percezione, è stata delegata all'algoritmo. Le creazioni sintetiche hanno raggiunto una risoluzione e un realismo tali che l'uomo non è più in grado di distinguere il genuino dal fabbricato. Quando la differenza tra verità e menzogna richiede una verifica computazionale, si è già perso qualcosa di fondamentale nel rapporto con la realtà. Si è verificato un vero e proprio fallimento percettivo su scala globale.

Le implicazioni di questo fallimento sono devastanti per la sfera pubblica. La proliferazione di contenuti visivi manipolati non è casuale; è una collateralità politica studiata. Immagini generate per diffamare, destabilizzare o ingannare possono influenzare elezioni, alterare mercati finanziari e corrodere il consenso in tempo reale. L'incapacità di un cittadino di fidarsi di ciò che vede si traduce inevitabilmente in un contagio di cinismo radicale. La sfiducia non colpisce solo il singolo medium, ma si estende alle istituzioni mediatiche e, per estensione, a quelle governative. L'AI ha armato l'arte dell'inganno.

È una beffa che i sistemi di rilevamento AI (i detector) nati per contrastare i deepfake siano per loro stessa natura destinati a fallire. I modelli generativi evolvono in modo esponenziale, rendendo obsoleto qualsiasi strumento di difesa non appena viene rilasciato. L'industria ne è consapevole e sta, giustamente, invertendo la rotta: si sta abbandonando l'utopia della detection per concentrarsi sulla provenienza digitale (provenance).

L'obiettivo non è più identificare il falso, ma certificare il vero. Standard di autenticità come C2PA rappresentano un tentativo cruciale di costruire una catena di fiducia crittografica per il contenuto digitale, dotando ogni file di un certificato di nascita che ne traccia l'origine e la storia delle manipolazioni. Ma la loro efficacia è subordinata all'adozione universale da parte di tutti i produttori di hardware e software, una missione titanica che è in ritardo rispetto all'inondazione di immagini generate e non etichettate. Finché questo non accadrà, il mondo sarà popolato da immagini orfane di verità.

L'aspetto più inquietante risiede, in ultima analisi, non nel danno arrecato alle macchine fotografiche, ma in quello inflitto alla cognizione umana. La costante esposizione alla menzogna visiva di massa non rende gli individui più scettici in senso critico, ma semplicemente più propensi a rifiutare ogni fatto scomodo. Questa dinamica distrugge la base di realtà condivisa necessaria per il dibattito pubblico e la coesione sociale.

Se l'intelligenza artificiale ha irrevocabilmente distrutto l'affidabilità di ciò che vediamo, la domanda che resta appesa è la più urgente ed è su quali basi fattuali si potrà ancora costruire la politica, la storia e la democrazia stessa.

L'epoca della verità garantita è finita.

 

Terza Notizia

 

domenica 15 dicembre 2024

APPAIO, DUNQUE SONO !

 

APPARIRE 

PER ILLUDERSI 

DI ESSERE




Galimberti, oggi per esistere

 bisogna mettersi in mostra,

 pubblicizzando la propria immagine, 

ed è per questo che nella nostra società

è più complicato "essere" che "apparire"

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai..."

Nella società odierna l'apparenza sembra aver completamente preso il sopravvento sull'essenza all'insegna di un'esistenza priva di significato in cui i più giovani stentano a trovare una loro identità, omologandosi a stereotipi privi di senso, determinando ciò sicuramente degli effetti deleteri nel loro processo evolutivo di crescita.

Ed è proprio per tal motivo che una ragazza di ventun anni, Chiara, si rivolge al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per trovare delle risposte ad alcuni suoi interrogativi.

Le parole della ragazza celano, in realtà, le difficoltà e le insicurezze dei giovanissimi alle prese con un mondo che pretende di plasmare ogni soggetto a suo piacimento, trasformandolo e facendolo diventare diverso da ciò che è realmente. L'influenza che subiscono è così forte ed incontrollabile che inconsapevolmente le nuove generazioni si comportano non come vorrebbero ma come la società ritiene più corretto ed opportuno, sottostando a delle rigide regole che presuppongono l'approvazione degli altri per poter sentirsi bene con se stessi, mostrando la propria immagine o meglio la maschera che, giorno dopo giorno, si finisce con l'indossare, dimenticando chi si è realmente.

In tale prospettiva il confine è labile e si finisce col perdersi, non distinguendo più ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, i colori diventano sbiaditi e la confusione predomina incontrastata, senza valori che svolgano una funzione guida.

Da ciò deriva la profonda solitudine e tristezza che connota i più giovani, spesso disorientati ed incapaci di scegliere consapevolmente e responsabilmente, insicuri e privi di una personalità forte.

A tal fine Umberto Galimberti coglie l'occasione per sottolineare come oggi sia più complicato "essere" che "apparire" all'interno di una società in cui l'uomo stesso si è degradato al livello di merce e perciò si può esistere solo mettendosi in mostra, pubblicizzando la propria immagine.

Di conseguenza chi non si espone, chi non si mette in mostra, non viene riconosciuto, quasi neppure ci si accorge di quella persona.

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai moti della nostra anima che abbiamo perso e probabilmente mai conosciuto, ma dal "mi piace" o "non mi piace" espresso dagli altri, a cui ci siamo consegnati con la nostra immagine, che, per non aver mai conosciuto noi stessi, è l'unica cosa che possediamo e che vive solo nelle mani degli altri. Ci siamo espropriati e alienati nel modo più radicale, perdendo ogni traccia di noi", così sottolinea Galimberti.

Pur di metterci in mostra abbiamo perso la nostra intimità, interiorità, essenza, il nostro pudore. La spudoratezza diviene una virtù e viene meno la vergogna. Di intimo è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri.

Ecco dunque l'importanza per i giovani di riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere per non perdersi mai e che illuminano il cammino come un faro nella notte così da permettere loro una crescita sana, all'insegna dell'essenza e non dell'apparenza.

Scuola Oggi

Immagine

sabato 31 agosto 2024

TANTO NON SI VEDE

 


Ventiduesima domenica del T.O. anno B

1 settembre 2024

 

Dt 4,1-2.6-8   Sal 14   Giac 1,17-18.21-22.27   Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

«Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi;

e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato?

In questa maniera, siccome tu non vuoi temere,

non ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei».

Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 118, Discorso 2, 1

 

Commento di Gaetano Piccolo*

L’apparenza inganna

 La storia e l’esperienza ci insegnano a non fidarci delle apparenze. Lo avevano imparato bene gli abitanti di Troia, che si erano fatti ingannare da un cavallo lasciato alle porte della loro città come un regalo. In realtà, all’interno, il cavallo nascondeva i nemici greci che facilmente, con questo stratagemma, penetrarono nella città per espugnarla. Nonostante ciò, continuiamo a investire ampiamente sull’immagine esteriore, come se fosse la cosa più importante. Il motivo è da ricercare forse proprio nel piacere di essere ingannati. In fondo ci piace nascondere, siamo contenti di vivere in un mondo dove quello che conta è quello che appare in superficie.

 L’interiorità inutile

 L’interiorità è faticosa da curare e comunque nessuno la vedrebbe. Sarebbe difficile essere apprezzati e riconosciuti e quindi non vale la pena investire su qualcosa che gli altri non possono valorizzare in modo immediato. Meglio seguire le mode e cercare di distinguersi in quello che è socialmente riconosciuto come un valore. In alcuni ambenti, preservare l’immagine è l’unico modo per fare carriera e per essere accettati dal gruppo. Anche a questo scopo, occorre giocare d’anticipo e andare a caccia di chi non rispetta i canoni formali per appartenere al gruppo, in modo da poter facilmente eliminare un possibile avversario. Siamo in fondo una società di ipocriti, persone con poco giudizio, come dice il termine, che si accontentano di una esteriorità superficiale.

 La pretesa di giudicare

 La domanda che gli scribi e i farisei, paladini della correttezza formale, rivolgono a Gesù, va proprio in questa direzione: i discepoli non rispettano una prassi legalistica e non stanno dentro le norme. Purtroppo, questi ragionamenti li sentiamo spesso anche all’interno del contesto ecclesiale, che si rivela tante volte più farisaico che evangelico, pretendiamo infatti di giudicare chi può stare dentro la comunità solo alla luce di una prassi esteriore non rispettata secondo alcuni canoni prescritti. Ma è davvero quello il peccato che ci rende indegni? E, soprattutto, se per Gesù quello che conta è l’interiorità, come possiamo avere la pretesa di conoscerla e di giudicarla?

 Ipocriti contemporanei

 Si vedono in giro molti tromboni che con le loro labbra si dicono fedeli e osservanti. E attraverso le loro parole riescono a comunicare un’immagine costruita e falsa di se stessi. Ma dal loro cuore escono invece invidia, maldicenza, pettegolezzo, odio e rancore. Formalmente però sono a posto. Anzi, molte volte sono proprio quelli che si ergono a giudici degli altri e vanno a caccia dell’imperfezione esteriore per eliminare il presunto peccatore. È il loro modo per acquisire una patente esteriore di correttezza che li preserva da qualunque accusa.

 Fare verità

 Le parole di Gesù sono per ciascuno di noi un invito a chiederci a cosa stiamo prestando maggiore attenzione, dove stiamo investendo le nostre risorse. Possiamo chiederci se siamo più preoccupati di quello che si vede o di quello che c’è veramente nel nostro cuore. Possiamo chiederci se stiamo lavorando alla costruzione di un’immagine esteriore di correttezza o se ci stiamo prendendo cura della nostra vita interiore. Spesso le mele lucide del cesto del fruttivendolo sono quelle che all’interno sono marce. Al contrario le mele che hanno più difetti all’esterno, sono probabilmente senza conservanti, sono più vere e hanno un sapore migliore.

 Leggersi dentro

 Quanto sono preoccupato della mia immagine?

Che cosa c’è nel mio cuore?

 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

*Gesuita, professore ordinario di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana

 

lunedì 2 ottobre 2023

IL SELFIE, UNA TRAGEDIA

Fotografiamo la vita

 mentre lei se ne va

 da un’altra parte


 Il filosofo Umberto Galimberti lo aveva già ben spiegato qualche mese fa ai lettori della Stampa. L’articolo si intitolava: «L’autoritratto è indecente» e lì spiegava come la dittatura dell’immagine e, segnatamente, del selfie rappresenti una tragedia della società attuale.

 Secondo il filosofo, l’autoscatto è il punto più alto del narcisismo umano: si tende a volersi rappresentare da soli «per paura che l’altro possa dire qualcosa di sbagliato o di male nei propri confronti». E continua: «Quando si va per musei – definiti da Galimberti “la tomba dell’arte” – si tende più a fotografare le opere e condividerle sui social, piuttosto che “godersi” la visita: così si finisce per appiattire l’intera esperienza riducendola alla visione di uno schermo».

 Aggiunge: «Io mi faccio un selfie, tutti si fanno un selfie, io sono tutti»: con questo sillogismo aristotelico giochiamo a riassumere la società di oggi, dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. E precisa: «Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro».

 Ma oggi, intervistato dalla fotografa Silvia Camporesi per Artribune, il filosofo è andato oltre, paragonando il selfie a una tragedia. E la sua analisi è stata ripresa da molti giornali stranieri. «Siamo passati dall’era dell’homo sapiens a quella dell’homo videns che, spostandosi dall’essere all’avere, soggiace alla necessità di fotografare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, creando una forma di compulsione del possesso delle immagini». E così ci illudiamo, fotografando la vita, di vivere frapponendo fra noi e la realtà, una protesi che si chiama telefonino, congelando così una vita che non abbiamo mai davvero vissuto.

 Fotografiamo tutto - spiega - noi stessi nello specchio dell’ascensore, un tramonto, un’alba, una nascita, di fatto non vivendo mai in modo diretto la realtà, ma pensando all’inquadratura, a frapporre fra noi e la vita che sta accadendo, un congelatore di immagini e sensazioni, che accumuleremo in una memoria digitale destinata a non essere consultata mai, perdendoci così il sapore vero della vita».

  Il selfie, una proiezione evanescente di sé

«Il selfie poi, – prosegue – come simulacro di perfezione è null’altro che una proiezione evanescente di sé: ma del resto non è autentica. Aristotele diceva che “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono»

 Il fotografare se stessi selfie rappresenta dunque un’ iperbole mediatica priva di fondamento. Sono le ombre proiettate all’interno della caverna nel racconto platonico. Bisogna uscire dunque uscire dalla doxa (opinione superficiale e variabile) data dall’immaginario evanescente del selfie, quindi delle ombre sulle pareti della caverna per trovare la verità nella spontaneità.

 Come aveva già scritto sulla Stampa, Galimberti continua a preferire l’isolamento piuttosto che la socialità di persona. «C’è anche – precisa – una sostanziale differenza tra cercare gli altri e farsi vedere da questi ultimi: il selfie ha proprio quest’ultima funzione, quindi qualcosa di puramente egocentrico».

 Il monito di questa lezione potrebbe essere «instagrammisti di tutto il mondo lasciate il telefonino ed entrate nella vita. Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità».

 Alzogliocchiversoilcielo

martedì 15 marzo 2022

SLIDE: CIO' CHE NON DICONO


 -         di Carlo Fedeli*

-          

Una riflessione sull’utilizzo di PowerPoint approfondisce le implicazioni di questa didattica, oggi diffusamente praticata a scuola, nell’esperienza sia dell’insegnante sia dello studente.

L’uso delle slide è attualmente una pratica didattica molto diffusa a scuola. L’autore guarda in profondità sia l’esperienza del docente che le concepisce, le costruisce e le utilizza come strumento principe della comunicazione con gli studenti sia l’esperienza dello studente che osserva, ascolta e su di esse studia per imparare. Analizza poi i molti aspetti problematici che da questa forma di didattica derivano in ordine alla perdita dell’oralità e della relazione docente-studente. «Oralità, relazione personale e tempo» sono i fattori costitutivi della narrazione, esperienza fondamentale e irrinunciabile per l’insegnamento grazie alle valenze conoscitive ed educative in essa implicate.

Questo contributo intende proseguire la riflessione avviata ne La serietà ontologica dell’ora di lezione, concentrandosi su uno degli interrogativi emersi in alcuni intensi dialoghi con la redazione e diversi collaboratori della rivista.

 Le cifre sintetiche della didattica prevalente nella scuola italiana, già prima del COVID

Se ci domandassimo attorno a quali principi ideali e pedagogici ha preso forma – nel corso degli ultimi venticinque anni, attraverso il combinarsi di molte spinte culturali, accademiche, politiche ed economiche – la didattica oggi prevalente nella scuola italiana, potremmo rispondere indicando i due costrutti teorici della «competenza» e delle «competenze chiave di cittadinanza». Entrambi affondano la loro ideazione e legittimazione in una visione dell’istruzione e della formazione che si vuole sempre più funzionale alle trasformazioni in corso: più nello specifico, a quanto richiesto dai mondi del lavoro, della comunicazione e della governance della società e delle istituzioni. Tale visione ha trovato la sua massima espressione nelle teorie formulate dal movimento della School Effectiveness Research, largamente diffusesi dagli Stati Uniti agli altri paesi a economia avanzata, e ha ispirato in larga misura i disegni di trasformazione dei sistemi scolastici e formativi, non solo su scala internazionale ma anche nel nostro Paese, a partire dalle riforme avviate dai ministri Berlinguer e Moratti e poi ridimensionate dai governi successivi.

Non posso in questa sede entrare nel dettaglio in tali processi, per la ricostruzione dei quali rinvio all’ampia letteratura disponibile2. Mi limito a evidenziare la conseguenza principale che essi hanno avuto sulle modalità d’intendere e di praticare l’insegnamento e l’apprendimento:

«Il progressivo spostamento del lavoro formativo a scuola verso un apprendimento centrato sulle competenze si riflette inevitabilmente anche sulle metodologie di insegnamento. L’espressione «didattica laboratoriale» sintetizza un insieme di proposte metodologiche orientate verso la costruzione attiva del proprio apprendimento da parte dell’allievo, in sintonia con gli orientamenti più recenti della ricerca psico-pedagogica. Prendendo a prestito un’espressione affermatasi in campo internazionale possiamo sintetizzare gli attributi chiave del paradigma socio-costruttivista con l’espressione CSSC learning (De Corte, 2000), per sintetizzare i caratteri che lo contraddistinguono: costruttivo (constructive), autoregolato (self-regulated), situato (situated) e collaborativo (collaborative3.

Una riflessione critica su tale evoluzione, sui suoi guadagni e sulle sue aporie e, più in là, da un lato sul paradigma socio-costruttivista, dall’altro sulla traslazione del baricentro della formazione scolastica dall’insegnamento all’apprendimento richiederebbe molto spazio. Vorrei brevemente enunciare due dei principali focus attorno ai quali, a mio giudizio, essa va sviluppata.


Vai al PDF per l’INTERO articolo

 *Carlo M. Fedeli - (Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino)

Il Sussidario


 

sabato 8 agosto 2020

INFORMAZIONE. DALLA PAROLA ALL'IMMAGINE


L’informazione 

dal linguaggio verbale

 a quello 

delle immagini

-         di Giuseppe Savagnone*

Della tragica esplosione di Beirut a molti resteranno solo le immagini di episodi “curiosi”: la sposa in bianco travolta dall’onda d’urto mentre faceva le foto di rito; il prete che fugge dalla chiesa; l’anziana che suona il piano tra le macerie della sua abitazione…
È il modo più efficace di fare informazione, dirà qualcuno. E in effetti oggi le persone abbandonano i giornali cartacei a favore di quelli online perché sulle prime pagine di questi ultimi trionfano le fotografie e i filmati, riducendo spesso ai margini i commenti scritti. La gente vuole sempre meno leggere opinioni e cerca rappresentazioni immediate, che danno l’impressione di entrare più profondamente nella dinamica dei fatti.
Ma è veramente così? Davvero un rapporto con la realtà che “salta” il linguaggio verbale e il momento dell’elaborazione concettuale, ad esso strettamente connesso, e si fonda sulle impressioni emozionali suscitate direttamente dalle scene viste, dà luogo a una conoscenza più veritiera?
Il grande spettacolo delle guerre del Golfo
Ricordo ancora la “prova generale” di questo nuovo tipo di informazione, le due guerre del Golfo, scatenate prima dal presidente americano George Bush sr e poi da suo figlio George Bush jr, contro l’Iraq di Saddam Hussein. La popolazione di tutto il pianeta assistette in diretta, per giorni, a un succedersi ininterrotto di esplosioni, di crolli, di incendi. Come davanti a un immenso spettacolo pirotecnico, con la differenza che i “missili intelligenti” (così li aveva battezzati la nomenclatura ufficiale di guerra) non erano petardi, ma uccidevano uomini e donne in carne ed ossa. E ci furono immagini che commossero il mondo, come quella del cormorano impregnato di petrolio, che tutti i giornali e le televisioni mostrarono, in occasione della prima guerra, a riprova del disastro ambientale.  
Che cos’è un “fatto”?
Solo dopo qualcuno cominciò a far notare che tutte quelle immagini non avevano affatto consentito di “vedere”, in entrambi i conflitti, che cosa stava accadendo in realtà. Si era trattato di una grandiosa rappresentazione che, sulla linea del “giornalismo-spettacolo”, aveva appagato la curiosità più epidermica senza aiutare minimamente a rendersi conto del significato dei fatti.
Perché un puro fenomeno fisico non è un “fatto”, se non se ne coglie il significato. Strizzare materialmente un occhio può essere un invito erotico, un tic nervoso, un’ intesa tra spie, un’ imitazione teatrale, tutti fatti molto diversi. Vedere senza capire non è assistere a un fatto.
Inoltre, poiché in questo modo di informare ciò che conta è colpire il pubblico, gli stessi fenomeni materiali possono essere manipolati senza scrupoli – come in uno spettacolo! – a questo scopo. Come la foto del cormorano imprigionato nel petrolio, che più tardi si è scoperto essere stata scattata durante la guerra Iraq-Iran di dieci anni prima, anche perché in quel periodo dell’anno non vi erano cormorani nel Golfo persico.
Le vetrine dei social
Quello delle guerre contro l’Iraq è solo un caso esemplare. Al di là del problema dell’informazione giornalistica, è nel costume che il primato dello spettacolo sulla riflessione si è sempre più affermato come modalità normale di comunicazione, anche grazie al diffondersi dei social. L’avvento di Facebook già segnava il progressivo spostamento verso la sostituzione dell’immagine alle parole. Ma era solo l’inizio. Instagram e Tik Tok, che, soprattutto fra i giovani, hanno in larga misura soppiantato Facebok, sono delle vetrine. E milioni di persone vivono in funzione della visibilità che potranno avere mostrandosi su queste vetrine, da cui è possibile trarre successo, notorietà e denaro.
«Esistere è essere visti»
Un tempo si parlava di “immortalare” un momento importante della vita facendo una foto. Oggi sembra quasi che il rapporto si sia invertito e che un momento della vita sia davvero importante solo se viene fotografato o filmato. Non si è più colti dall’obiettivo mentre si compiono i gesti quotidiani dell’esistenza: ci si mette in posa, si vuole stupire o almeno far sorridere l’immaginario spettatore. È come se si avesse bisogno di qualcuno che ci guarda, per essere confermati nell’esistenza. Un filosofo del Settecento sosteneva che «esse est percipi», esistere significa essere visti. Solo che lui pensava allo sguardo di Dio, mentre oggi, per assicurarci che esistiamo davvero, bastano gli anonimi “amici” di Facebook o gli altrettanto sconosciuti frequentatori degli altri social.
La ricerca di uno sguardo che non c’è stato
C’è qualcosa di tragico in questa disperata ricerca di attenzione. Non è un caso che i primi a viverla siano i giovani, molti dei quali spesso ne hanno avuto molto poca dai loro indaffarati genitori. Si cresce, da esseri umani, sotto lo sguardo benevolo di un padre e di una madre che ci prendono sul serio. Il bambino gridava «Guarda mamma!», mentre faceva le sue prime, più semplici esperienze. Oggi che quello sguardo purtroppo è diventato più rado e più frettoloso, si recupera, nell’adolescenza o anche più avanti negli anni, ricorrendo al surrogato dei social.
L’incapacità di incontrare se stessi…
Solo che questa sostituzione delle immagini virtuali alla realtà non giova a ristabilire le relazioni, non dico con Dio, ma neppure con se stessi e con gli altri. Ci si abitua a vivere alla superficie di se stessi. Per quanti selfie ci si possa fare, per metterli poi in rete, alla fine la soddisfazione di un’immagine di sé che attira più like non può sopperire all’incapacità intima di ritornare alla propria intimità e di accettarsi. Le immagini a volte ci difendono dalla verità di ciò che siamo.
…e gli altri
Ma anche gli altri diventano immagini. È dei giorni scorsi il penoso fatto di cronaca di una donna, sembra malata di mente, che, a Crema, si è cosparsa di un liquido incendiario e si è data fuoco. Un passante ha cercato di soccorrerla soffocando le fiamme con una coperta, ma invano. La poveretta è morta. Ma, forse ancora più terribile del suo dramma, è stata la reazione di molti astanti che non solo non si sono mossi, ma hanno tirato fuori i cellulari per filmare la scena.
Il soccorritore, sconcertato, ha scritto alla sindaca Bonaldi che, d’accordo con lui, ha pubblicato un post su Facebook con il suo racconto, poi confermato ai poliziotti. «Comprendo», ha scritto la sindaca, «che non tutti possano avere il sangue freddo e la prontezza per intervenire quando una persona si dà fuoco». Ma «se gli spettatori di questa tragedia hanno avuto la freddezza di prendere il telefonino ed immortalare la scena anziché correre in aiuto, allora dobbiamo farci delle domande. Cosa può renderci così insensibili?».
Dietro il problema morale c’è quello culturale
Una risposta a questa domanda sta in quello che si è detto fin qui. Coloro che hanno reagito da spettatori erano stati abituati da lungo tempo a esserlo davanti a una vita trasformata in spettacolo. Certo, il singolo può reagire a questo e, consapevole che ciò che si sta svolgendo sotto i suoi occhi non è solo una immagine da “postare” sui social, può fare del proprio meglio per soccorrere la persona che muore. Ma, dietro il problema morale, ce n’è uno culturale. Lo stesso per cui noi, ai discorsi che ci aiuterebbero a capire la realtà, preferiamo le immagini del giornalismo-spettacolo, che fa di questa realtà un grande gioco di fuoco.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo



venerdì 3 aprile 2020

A CACCIA DI SELFIE E DI LIKE PER APPAGARE IL PROPRIO NARCISISMO

Per un pugno di “like”, la trappola del successo

La psicoterapeuta Versari: «Oggi la ricerca di potere, denaro e notorietà è una vera dipendenza. Social, reality e chirurgia estetica sono spie di una cultura narcisista.
 Donarsi agli altri aiuta a dare un senso anche alla sofferenza»

di Antonio Giuliano

Ci sono dipendenze e dipendenze. Quella più subdola non riguarda droghe, alcol o gioco, ma si annida spesso dentro di noi e facciamo fatica ad ammetterla. È la dipendenza dal successo, che si esprime per lo più sotto forma di ricerca di potere, denaro o notorietà. Una tesi sostenuta nel suo ultimo lavoro dalla psicoterapeuta Paola Versari, docente invitata all’Università Auxilium di Roma, formatasi alla scuola di Logoterapia e analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. Si chiama L’inganno del successo  (Ares, pagine 144, euro 15) il saggio che diventerà presto anche una performance coreografica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma. È un testo che fa riflettere visto che spesso basta un pugno di like per continuare a rimanere prigionieri di noi stessi, incapaci di trovare uno scopo e un significato alla nostra vita. Un rischio avvertito peraltro dallo stesso scrittore Dostoevskij secondo cui «il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere ma anche nel sapere per che cosa si vive».
Professoressa Versari perché è così diffuso l’inganno del successo?
Si va consolidando una cultura individualista e narcisista, ce ne accorgiamo da tanti comportamenti quotidiani: senso di grandiosità che porta a sentirsi senza motivo superiore agli altri; fantasie illimitate di fascino, bellezza, intelligenza; credere di essere “speciali” e richiedere eccessiva ammirazione; pretendere che tutto sia dovuto, usare le persone per i propri scopi, avere difficoltà a empatizzare con i sentimenti e le necessità degli altri; avere atteggiamenti arroganti e presuntuosi, provare rabbia alla presenza di critiche da parte degli altri…
I social network amplificano questo fenomeno?
Sono una straordinaria risorsa ma anche un inganno quando diventano veicoli per creare una falsa identità. Ci sono infatti quelli che tentano disperatamente di ispirarsi a un individuo “di successo”, mostrando una falsa immagine di sé. E non sono solo i nativi digitali, ma anche i meno giovani.
Non c’è il rischio di demonizzare i social?
Non vanno demonizzati ma usati con consapevolezza. Dovrebbero rappresentare un accessorio utile a favorire e consolidare le relazioni: ma non possono, però, sostituirsi alle vere relazioni, che non sono quelle esclusivamente virtuali, ma i rapporti reali. Quelli in cui le persone sono capaci “dal vivo” di mostrarsi e conoscersi per quello che realmente sono, anche nei loro limiti e nelle loro fragilità. Ma, a quanto pare, il bisogno di apparire come dei vincenti, come persone di successo, ha la meglio.
Oggi spopolano anche i reality show…
Sono la rappresentazione mediatica di questa cultura narcisista, in cui l’immagine di persona di successo nasconde spesso la desolazione di un vuoto interiore. Lo statunitense Jonathan Taplin, in un libro sui “sovrani” del nostro tempo, i social, rileva come negli ultimi dieci anni 21 ex concorrenti di reality show, dopo aver assaggiato il successo, si sono tolti la vita: una conferma della natura transitoria ed effimera della fama.
L’approccio di Frankl invece invita ad alzare lo sguardo.
Nel suo modello psicoterapeutico e anche educativo ciò che può dare un senso alla vita di una persona, è esattamente il contrario dell’autoattualizzazione. L’uomo di successo è chi, attraverso la dimenticanza di sé stesso, si dedica a uno scopo preciso: una causa alla quale dedicarsi, un “tu” al quale relazionarsi, un Dio da servire… Solo così è possibile realizzare una vita davvero significativa, e perciò di successo: addirittura trovando un senso alla sofferenza.
Ma oggi, nella società del selfie, siamo più portati a specchiarci in noi stessi.
Quella del selfie è l’ossessione più emblematica di questa tendenza all’ autoattualizzazione, di questo bisogno irrefrenabile di nutrire una immagine di sé da esibire per essere approvati, riconosciuti, apprezzati.
Cresce anche il ricorso alla chirurgia estetica…
Non solo tra i più adulti, ma anche tra i giovanissimi: l’immagine corporea perfetta da mostrare porta un numero crescente di ragazzine (e ragazzini) a chiedere a mamma e papà un ritocchino per festeggiare l’ingresso alla maggiore età…. Gli adolescenti che mostrano questo desiderio sono più spesso quelli che hanno un genitore che a sua volta è ricorso a questo tipo di chirurgia. Le veline o gli sportivi muscolosi che popolano la tv o i social divengono modelli da imitare. A tutti i costi.
Nel libro a proposito della mendacità del successo riflette in particolare sulle star dello spettacolo. Di recente Vasco Rossi sui social si è autodefinito un «emarginato di lusso»…
Mi ha molto colpito leggere le affermazioni coraggiose di Vasco Rossi che mettono il focus su quel senso di vuoto che opprime chi scommette su un falso successo. Tuttavia non basta riconoscere questo inganno, ma occorre trovarne l’antidoto: uscire da sé stessi per darsi a qualcosa o qualcuno. Non si tratta di demonizzare il successo esteriore per chi lo abbia raggiunto. Ma questo è solo la conseguenza di un compito riuscito, non dovrebbe essere cercato intenzionalmente.
Lei sostiene che un’ottima terapia è l’umorismo.
Sì, l’autoironia in particolare è uno dei più efficaci rimedi anti– narciso. È certamente più facile ridere di qualcuno o per qualcosa, piuttosto che ridere di sé stessi. Ma ridere di sé è una vera e propria ascesi, che può schiudere a guardare oltre noi stessi, l’unico orientamento in grado di garantire il successo. Un successo senza inganno.