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martedì 3 dicembre 2024

ADOLESCENTI e SMARTPHONE

 

Smartphone agli adolescenti? 
Riduce concentrazione, rallenta la memoria, compromette il sonno, causa isolamento. Giusto limitarne l’uso”.


Intervista alla dottoressa Angela Grassi


Di Fabio Gervasio

Il digitale tra opportunità e rischi. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Maria Angela Grassi, Pedagogista, Psicologa, Fondatrice e Direttrice della Rivista Professione Pedagogista, Pubblicista e Presidente di ANPE, l’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani, che opera nel settore dal 1990 e che ha promosso l’approvazione della legge 55/2024, riguardante Disposizioni in materia di ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative e istituzione dei relativi albi professionali.

Dottoressa Grassi, ultimamente si parla molto sull’opportunità di introdurre un divieto sull’utilizzo di smartphone e social media legati ad una specifica età, tanto da portare ad una petizione firmata da molti professionisti del settore educativo. Ci dice cosa ne pensa e se è utile introdurre delle limitazioni?

Inizialmente, ero piuttosto scettica riguardo all’idea di introdurre un divieto sull’utilizzo di smartphone e social media per determinate fasce di età, poiché ritenevo che un approccio restrittivo non fosse educativo e potesse essere percepito come una limitazione alla libertà dei giovani. Tuttavia, dopo aver approfondito il tema, ascoltando il parere di esperti del settore, in particolare medici e neurologi, ho cominciato a rivedere la mia posizione. Gli studi scientifici che analizzano gli effetti degli smartphone e dei social media sulla salute mentale e fisica dei bambini e dei ragazzi sono sempre più preoccupanti. Il loro uso eccessivo è associato a problematiche come l’aumento dei disturbi dell’umore, dell’ansia, e dei problemi legati al sonno, nonché a disturbi della concentrazione e al rischio di isolamento sociale.

Ma non sono solo la salute mentale e fisica a essere a rischio: l’utilizzo prolungato e senza regole di dispositivi tecnologici influisce anche negativamente sull’apprendimento e sul rendimento scolastico. Diversi studi hanno evidenziato come l’uso incontrollato degli smartphone e dei social media possa ridurre la capacità di concentrazione dei ragazzi, rallentare la memoria a breve termine e compromettere la qualità del sonno, un fattore cruciale per la memorizzazione e il recupero delle informazioni apprese durante il giorno. La continua distrazione causata dalla disponibilità di notifiche, messaggi e interazioni sui social impedisce loro di immergersi profondamente nelle attività scolastiche, rendendo più difficile lo studio e l’assimilazione delle informazioni.

Alla luce di queste evidenze, credo che sia opportuno intervenire con misure più forti, come l’introduzione di limitazioni sull’utilizzo di dispositivi tecnologici da parte dei più giovani. Queste misure non devono però essere percepite come un divieto fine a sé stesso, ma come un’opportunità per educare alla responsabilità digitale, proteggendo i nostri ragazzi da rischi che, se non correttamente gestiti, potrebbero compromettere non solo la loro crescita psicologica e sociale, ma anche il loro rendimento scolastico. È fondamentale, infatti, accompagnare queste restrizioni con un’educazione mirata sull’uso consapevole e salutare della tecnologia, affinché i ragazzi possano trarne il massimo beneficio senza esserne sopraffatti.

Per quanto riguarda la scuola il Ministro Valditara ha già approvato un provvedimento sul divieto, dall’altro lato sarebbero le famiglie a dover vigilare sui propri figli. In una società dove i genitori vivono grosse difficoltà, dovute ad un modello educativo in crisi e ad una cronica mancanza di tempo, è possibile realizzare questa alleanza?

Come pedagogista e Presidente dell’ANPE, credo fermamente che i pedagogisti possano e debbano svolgere un ruolo centrale nel facilitare e supportare l’alleanza tra scuola e famiglia, in particolare su temi complessi come quello del divieto d’uso degli smartphone e dei social media. È vero che oggi le famiglie si trovano ad affrontare difficoltà crescenti, legate sia ai modelli educativi in crisi che alla scarsità di tempo e risorse. Tuttavia, non credo che questo debba rappresentare un ostacolo insormontabile, ma piuttosto un’opportunità per creare soluzioni condivise.

La scuola e le famiglie sono chiamate a lavorare insieme per il benessere dei ragazzi, ma affinché questa alleanza sia efficace, è necessario che entrambe le parti ricevano un supporto adeguato. I pedagogisti, con la loro esperienza, sono in grado di facilitare questo dialogo, aiutando sia i docenti che i genitori a comprendere i bisogni dei ragazzi e a sviluppare strategie educative che possano essere messe in pratica concretamente, nonostante le difficoltà quotidiane.

Il nostro compito è quello di fornire strumenti pratici e supporto continuo, creando momenti di formazione e di confronto, affinché genitori e insegnanti possano collaborare in modo più consapevole ed efficace. La responsabilità educativa non può essere delegata esclusivamente alla scuola o alla famiglia: entrambe le istituzioni devono agire come partner in un progetto comune di crescita. I pedagogisti possono essere il ponte tra questi due mondi, favorendo una comunicazione aperta e promuovendo azioni che siano realistiche e sostenibili, tenendo conto delle reali difficoltà che le famiglie e gli insegnanti si trovano ad affrontare.

In Italia a scuola si consolida sempre più la figura dello psicologo ma manca quella specialistica del pedagogista, la prima cura il disagio, la seconda cerca di prevenirlo. Lei che guida un’associazione come l’ANPE, non ritiene che sarebbe importante dotare le scuole di questi professionisti soprattutto per educare i ragazzi anche su un uso corretto dei dispositivi digitali?

Condivido pienamente la sua osservazione: la figura del pedagogista nelle scuole è fondamentale e, sebbene lo psicologo svolga un ruolo importante nel supportare i ragazzi che affrontano situazioni di disagio, è altrettanto fondamentale che i pedagogisti siano presenti per affrontare il disagio in modo preventivo, lavorando a monte per educare i bambini e i ragazzi a un uso consapevole e corretto dei dispositivi digitali. La presenza dei pedagogisti nelle scuole, anche nell’ambito dell’educazione digitale, risponde a una necessità che oggi è sempre più urgente.

Il pedagogista non si limita a intervenire in situazioni già problematiche, ma si occupa di formare e sensibilizzare le nuove generazioni, proponendo percorsi educativi che li aiutino a comprendere l’importanza di un uso equilibrato della tecnologia. Attraverso attività di ascolto e supporto, il pedagogista è in grado di cogliere le difficoltà e i segnali precoci di disagio, prima che possano trasformarsi in problemi più gravi. Il lavoro preventivo è quindi essenziale per sviluppare la resilienza nei ragazzi e aiutarli a navigare il mondo digitale in modo sano e consapevole.

Inoltre, il pedagogista è un professionista in grado di collaborare con tutte le componenti scolastiche, contribuendo a creare un ambiente di apprendimento positivo e inclusivo. Insieme agli insegnanti, i pedagogisti possono promuovere un’educazione digitale che non si limiti solo all’insegnamento dell’uso della tecnologia, ma che affronti anche le problematiche legate all’isolamento, alla dipendenza digitale, e alla gestione delle emozioni e delle relazioni online.

Credo che investire nella presenza dei pedagogisti nelle scuole possa contribuire non solo ad arricchire l’offerta educativa, ma sia una risposta concreta e necessaria per affrontare le sfide del mondo contemporaneo, preparando i giovani a diventare cittadini digitali responsabili e a prevenire le varie forme di disagio prima che emergano.

Un’ultima domanda, abbiamo parlato di educare al buon uso di smartphone e social media, ma quant’è importante anche dare il buon esempio mettendo in pratica noi stessi le indicazioni che diamo ai nostri ragazzi?

Sono convinta che la frase di Paolo Borsellino, ‘Si educa con quello che si dice, ancor di più con quello che si fa, ma molto di più con quello che si è’, rappresenti una verità fondamentale, che si applica perfettamente anche al contesto educativo di oggi. Educare non significa solo impartire nozioni o imporre regole, ma soprattutto essere un modello per i giovani. Nel contesto digitale, questo principio è ancora più rilevante. I ragazzi, infatti, apprendono non solo dai discorsi degli adulti, ma soprattutto dal comportamento che questi ultimi adottano nelle loro interazioni quotidiane, anche nel mondo digitale.

Se vogliamo educare i giovani a un uso consapevole dei dispositivi digitali, dobbiamo essere i primi a dimostrare come utilizzare la tecnologia in modo equilibrato, responsabile e rispettoso. Il nostro esempio è fondamentale. Un adulto che vive la tecnologia come un’opportunità di crescita e non come una dipendenza, che sa fare un uso critico e riflessivo delle risorse digitali, diventa un modello di riferimento per i giovani.

In questo senso, il ruolo dei pedagogisti, così come quello degli insegnanti e dei genitori, è cruciale. Non si tratta solo di insegnare, ma di accompagnare i ragazzi in un percorso di consapevolezza che li aiuti a comprendere le potenzialità e i rischi della tecnologia. Si educa anche attraverso l’ascolto, la presenza, e soprattutto l’esempio. Solo così potremo sperare di formare una generazione in grado di affrontare il mondo digitale con consapevolezza, equilibrio e responsabilità.

Orizzonte Scuola

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martedì 9 luglio 2024

RAGAZZI. POCO SONNO E MOLTO SEXTING

 L'indagine IARD

Gli adolescenti italiani: 

poco sonno e molto “sexting”

 

-         di Ilaria Beretta

-          I ragazzi tra i 13 e i 19 anni sono consapevoli dei rischi della vita online, eppure oltre la metà manda foto intime al partner, esponendosi a gravi pericoli come estorsioni e "revenge porn"


Sono nati in un continente che da decenni conosce la pace, eppure la cosa di cui oggi hanno più paura gli adolescenti italiani è proprio la guerra. Balza all’occhio la notizia, leggendo i risultati dell’indagine nazionale sugli stili di vita dei ragazzi tra i 13 e i 19 anni, condotta su un campione di 3.427 studenti da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca Iard.

 Ben oltre la metà degli intervistati, circa il 63%, teme lo scoppio di un conflitto alle porte di casa, in Italia oppure in Europa, e non a caso i ragazzi si dicono preoccupati per il futuro, con i tredicenni solo un poco più ottimisti di chi ha 18 anni. Si sentono tristi soprattutto le ragazze: l’85% delle giovani registra frequentemente un mood demoralizzato e per il futuro non si aspetta nulla di buono. «È la prima volta – commenta Maurizio Tucci, presidente di Laboratorio Adolescenza che ogni anno registra i sentimenti dei ragazzi – che una generazione teme la possibilità di una guerra che ci coinvolga direttamente».

 Sui social pericolosi

 In risposta a questa paura, i ragazzi sembrano rinunciare a guardare al domani e invece concentrano gli sforzi nel crearsi un’identità personale che valga perlomeno per l’oggi: pazienza se si tratta di un’immagine poco ragionata e provvisoria. Sui social basta e avanza: qui i nativi digitali vivono la maggior parte delle giornate e, pur potendo contare su una solida consapevolezza dei rischi a cui ci si espone stando online, sottovalutano i pericoli. Il 15% delle ragazze e il 10% dei maschi ammette di aver postato foto o video personali dal contenuto sessualmente provocante (un fenomeno noto come sexting); una percentuale che cresce se ci spostiamo nella fascia di età 17-19 anni. Sono aumentate anche le iscrizioni a OnlyFans, la piattaforma che catalizza contenuti ad esplicito riferimento sessuale e a cui, in teoria, i minorenni non potrebbero accedere. I maschi lo usano soprattutto come fruitori, le ragazze invece con un ruolo attivo. In percentuali simili, invece, le ragazze e i ragazzi (55% le prime, 52% i secondi) mandano foto intime al partner. Alcuni sanno che non è prudente farlo ma ci si adegua alla prassi, altri invece sono convinti che basti avere fiducia nell’interlocutore al quale si invia la foto. «Dobbiamo accettare – commenta Loredana Petrone, psicologa e sessuologa dell’Università di Roma – che la rete oggi è un “luogo” dove la sessualità si esprime. Solo così avremo la serenità di parlare con gli adolescenti e possiamo evitare che si imbattano nel revenge porn o nell’estorsione sessuale che rappresentano rischi gravissimi». Le fa eco Marco Domizi della sezione lombarda della Polizia postale: «Ci piacerebbe non essere l’ultima spiaggia a cui accorrere quando non si sa più che fare. Dovremmo prevenire dialogando con i giovani».

 Notti in bianco

 E online gli adolescenti frequentano altri siti vietati legati al gioco d’azzardo dove approda circa il 20% dei maschi intervistati. Gli accessi avvengono anche di notte, visto che quasi la metà dei ragazzi va a letto oltre la mezzanotte e spesso, se non riesce a dormire, riaccende lo schermo bluastro che inibisce definitivamente il sonno. «I ragazzi riposano meno delle 8-10 ore raccomandate – dice Marina Picca, presidente della Società italiana cure primarie pediatriche – e questo può avere ripercussioni sulla salute fisica e psichica dei giovanissimi».

 Indigestione di alcol

 I disturbi del sonno sembrano correlati anche alla propensione all’abuso di alcol. Per i ragazzini bere non è un’abitudine controllata ma un’evasione che ha senso solo nell’ottica dell’indigestione e che diventa quasi un passaggio obbligato: tra i ragazzi di quarta e quinta superiore solo l’11% non si è mai ubriacato. Secondo la psicologa Giada Giglio Moro «c’è troppa disinformazione: solo il 33,9% considera l’eccesso di alcol un fattore di alto rischio per la salute».

 Fidarsi è bene...​

 Chi può affrontare queste problematiche con i ragazzi? Sicuramente i medici, una delle poche categorie che gode del rispetto dei giovani. Oltre a loro gli adolescenti ascoltano amici e genitori, tutti gli altri attori sociali – dagli insegnanti ai preti fino ai giornalisti e ai politici – non sono considerati punti di riferimento.

 Un porto sicuro resta la scuola, con appena l’8% dei giovani che la considera un incubo. «Confermo questi dati – ha detto Alessandra Condito, dirigente scolastico del Liceo scientifico Einstein di Milano –. I ragazzi mi chiedono di organizzare iniziative anche oltre le normali ore di lezione, perché per loro è un luogo insostituibile di socializzazione e confronto tra pari».

www.avvenire.it

 

INDAGINE IARD



martedì 3 ottobre 2023

QUANDO ARRIVA L'INSONNIA

 


Mi sono improvvisamente svegliato dal sonno che è l'allenamento all'eternità e alla fratellanza. Infatti, tutti insieme, nell'emisfero in ombra, sprofondiamo nel silenzio orizzontale, e la coscienza, finalmente sottratta ai travagli diurni, riposa in pace, non per morire, ma per avere più vita.

 -        di Alessandro D’Avenia

 Da questo silenzio che rende tutti semplici mi ha svegliato l'ansia dell'indomani che voleva impormi in anticipo le sue parole, obblighi e maschere. Tutto era immobile, e potevo sentire un solo rumore: quello del cuore della notte (del giorno, infatti, non diciamo che abbia un cuore). Persino la città lo ascolta, spegnendo rumori di corpi e macchine, di desideri e necessità. Nelle case accadevano poche cose essenziali: amori, solitudini e incontinenze, ma non riuscivo a distinguere le gioie dei primi, le richieste d'aiuto delle seconde, gli sciacquoni delle terze. Stavo a occhi aperti nel buio screziato dai fanali che filtravano dalle persiane, come le paure e i pensieri nella mente, e supplicavo che il sonno tornasse. Il problema di un'insonnia è la disfatta del giorno dopo: la stanchezza duplicata con cui dovremo affrontare proprio ciò che ci sta imponendo l'allerta e per cui dovremmo invece prepararci con un sonno ristoratore. Eravamo allora in tre: la notte, l'ansia e io. Chi avrebbe avuto la meglio?

 C'è stato un tempo in cui, bambino, ero all'altezza del sonno: senza incombenza altra che assecondare i ritmi del corpo, naturali come il giorno e la notte. Non c'erano schermi retroilluminati, lavoro diverso dal vivere, carriere da costruire, maschere da mostrare, burocrazie da sconfiggere, ma solo la pace dell'essere chi si è nel grande gioco del mondo, con l'unico desiderio di partecipare e trovare gioia nelle cose. Rimpiango quel sonno tutte le volte che vedo un neonato precipitare in pochi istanti in un sonno inscalfibile.

 Nella vita poi arrivò la necessità di illuminare la notte per interrogazioni e prove per le quali non mi sentivo mai abbastanza pronto. Fu allora che capii che diventare adulti è solo cominciare a perdere il sonno. E poiché il sonno perso è perso per sempre (forse la morte sopravviene per il troppo sonno perduto), ne deve valer la pena. Infatti, persi il sonno per il dolore di chi mi era vicino, un dolore che mi costringeva a rimanere sul chi vive.

 Poi non ho dormito quando mi sono innamorato, dicevo il nome di lei come una litania, quasi che la ripetizione potesse accorciare la distanza o l'attesa. Non c'erano ancora i cellulari ma solo i citofoni, e così il desiderio e l'azione erano ben allenati dall'assenza, mentre i messaggi li riempiono di pigrizia, ambiguità e malintesi. Non ho dormito anche perché ho letto (ho sempre pensato alla camera da letto come la stanza in cui si è molto a letto, ma anche in cui si è letto molto). Non ci sono libri più belli di quelli che strappano il sonno, e credo che dovremmo provare a ricordare quali ci sono riusciti perché, quando le parole sono più forti dell'istinto di sopravvivenza che ci chiede riposo, allora quelle parole rispondono a un istinto più radicale di quello di non volere morire, che è quello di voler nascere. Quando ero ragazzino fino a tarda notte leggevo i fumetti: storie di paperi in cerca di avventure, di Galli che difendevano il villaggio dall'invasore, di supereroi che salvavano qualcuno dal male, perché in fondo nel cuore di un uomo questi sono tre i verbi dell'essere vivi: avventurarsi, lottare, salvare. Crescendo sono diventati altri i libri notturni, di età in età, ma coniugavano sempre quei tre verbi strappa-sonno.

 Mi sono rammaricato quando le immagini del cellulare hanno cominciato a contendersi le pagine, ad accendere la notte con uno schermo retroilluminato, che ci eccita, al contrario della luce riflessa sulla pagina che prima o poi ci consegna alla pace. E poi non ho dormito per conoscere le lacrime, le carezze, le paure, gli abbracci, gli abbandoni e i ritrovamenti di corpo e spirito, mie e altrui. Ma l'insonnia di quella notte era solo l'ansia del futuro che si mostra nel frustrante rigirarsi al ritmo dell'inquietudine.

 E allora ho cercato di accogliere il presente: se il cuore della notte era lì, allora c'era qualcosa da ricevere. La notte più lunga della letteratura è quella che Ulisse e Penelope passano insieme dopo essersi ritrovati, hanno così tante cose da dirsi e darsi che la dea Atena interviene per allungare il corso delle tenebre. Questo è il cuore della notte: un momento di verità. E la verità è che di giorno respiriamo male e la vita che viviamo ci sta stretta. Nel cuore della notte non si può fare o dimostrare nulla, si è chi si è e si è costretti al faccia a faccia, non si può fuggire, a meno di accendere il cellulare (che ucciderà quel cuore). È il momento di riconoscere ciò che ci soffoca nella vita diurna, per accoglierlo o lasciarlo andare.

 La prima cosa che Ulisse confida a sua moglie in quella notte è ciò che gli pesa di più: sa come morirà. Deve dirlo a qualcuno, altrimenti come potrà dormire? E così le racconta tutta l'Odissea e dopo si concedono l'amore che li fa scivolare poi nel sonno. Per questo è fatto il cuore della notte, per trovare il proprio cuore e quello di chi ci ama, a cui confidare che cosa ci fa morire, l'odissea che stiamo attraversando, per poter ricevere e dare l'amore che vince la morte. E allora quelle ore di veglia non sono state sottratte al sonno, ma guadagnate alla semplicità della vita.

 Così ho scoperto il cuore della notte e non una notte senza cuore. Ero stanco, ma ero salvo.

 Alzogliocchiversoilcielo

mercoledì 28 settembre 2022

IL CELLULARE NEL CASSETTO

 La preside: così ho convinto prof e alunni a mettere i cellulari nel cassetto
Una positiva iniziativa per educare i ragazzi a non divenire schiavi dei cellulari: i cellulari degli alunni e degli stessi insegnanti  sono silenziati e riposti in un cassetto. Si insegna e si apprende con maggiore serenità e profitto. E... se c'é qualche emergenza? C'è il telefono della scuola! 
Lo stesso dovrebbero fare (con coraggio e costanza) i genitori a casa: niente cellulari mentre si studia o (peggio ancora) mentre si dorme. 
Il cellulare accanto al letto rende il sonno inquieto e fragile (quanti ragazzi arrivano a scuola assonnati perché la notte  hanno spesso vegliato a causa del cellulare!
Bisogna garantire ai ragazzi l'adeguato e sereno sonno almeno dalle ore 22 sino al mattino .... 
Gli stessi adulti debbono dare l'esempio se vogliono una serena e buona maturazione dei ragazzi.
Il buon esempio degli adulti (in particolare quello dei genitori !) educa e trascina.

 - di Paolo Ferrario

 «Tra il vietare l’utilizzo del cellulare in classe, per altro già previsto da un regolamento ministeriale del 2007 e responsabilizzare i ragazzi all’utilizzo degli smartphone, abbiamo scelto una terza via: aiutarci a vicenda a vivere e far diventare la scuola un luogo significativo, più bello e interessante per tutti».

Una settimana dopo l’inaugurazione dei cassetti dove studenti e insegnanti depositano gli smarphone all’arrivo a scuola e li ritirano quando suona l’ultima campanella della giornata, la rettrice degli istituti paritari “Malpighi” di Bologna, Elena Ugolini, traccia un bilancio positivo dell’iniziativa. E si stupisce del clamore mediatico che ha suscitato, visto che, come ricorda un sondaggio di Studenti.it, l’iniziativa è in atto in almeno il 26% delle scuole superiori italiane.

Come sono andati questi primi giorni “senza connessione”?

Bene. La differenza più rilevante, rispetto a prima, è stata vedere i ragazzi, ma anche i professori, parlarsi e guardarsi negli occhi durante l’intervallo. Tempo che, prima, tutti, giovani e adulti, passavano con lo sguardo fisso sullo schermo dello smartphone.

Perché avete voluto coinvolgere anche gli insegnanti?

Perché i primi a prendere consapevolezza che il cellulare inibisce le relazioni dobbiamo essere noi adulti. Io per prima, visto che, per lavoro, passo gran parte della giornata col telefono in mano e, per questo, sono a volte ripresa dai miei figli.

Non basterebbe tenerlo spento?

C’è poco da fare: una classe con i telefonini negli zaini o sulla cattedra è una classe che scivola inesorabilmente verso la distrazione. E i docenti sono educatori, non guardiani. Con questa iniziativa, per altro già sperimentata, con buoni risultati, l’anno scorso in una classe con problemi di bullismo, vogliamo aiutarci tutti a non essere distratti e ad avere uno spazio di lavoro in cui la presenza, il rapporto e la concentrazione siano facilitati. Aiutandoci tutti insieme a creare un rapporto fatto anche di silenzio e di presenza, per riempire di contenuto le mille ore che passiamo, ogni anno, a scuola con i nostri studenti.

I ragazzi come l’hanno presa?

Ci hanno dato fiducia perché hanno capito che in gioco non c’è il rispetto di una regola o di una circolare ministeriale, ma un aiuto reciproco, giovani e adulti insieme, per rendere più belle e intense le ore di lezione.

E come fate senza l’aiuto della tecnologia?

Chiudere gli smartphone in un cassetto non significa affatto rinunciare ad usare la tecnologia e Internet per la didattica. Le Lim funzionano ancora e la Rete è quotidianamente consultata durante le lezioni. Vogliamo che la tecnologia resti uno strumento per potenziare la nostra capacità di apprendimento e non una distrazione. E i primi a farcelo capire sono stati proprio gli studenti, quando, a precisa domanda, hanno risposto che lo smartphone non aiuta la concentrazione in classe. Se, come confermano tante ricerche, davvero il telefonino distrae e toglie energia al rapporto e alla relazione, togliamolo di mezzo.

E quali altre “scoperte” avete fatto questa settimana?

La principale è che si può vivere bene anche senza tenere costantemente lo sguardo fisso sullo schermo. L’altro giorno, al termine delle lezioni, ho incrociato una studentessa che aveva in mano lo smartphone spento. Mi ha stupito e le ho chiesto il motivo. Mi ha risposto che non se n’era nemmeno accorta. E mi ha sorriso, aggiungendo che, anche senza cellulare, a scuola non si annoia. Ecco, forse dovremmo chiederci perché, invece, tanti studenti a scuola si annoiano. Questa è la sfida vera: farli sentire coinvolti e protagonisti. E, invece, ci sono esperti psicologi, come Daniela Lucangeli, che ci dicono, dati alla mano, che il cellulare crea dipendenza e la sua sola presenza, anche se spento, riduce le capacità cognitive.

 

www.avvenire.it

 

martedì 9 marzo 2021

I RAGAZZI HANNO DIRITTO AL SONNO. LE RESPONSABILITA' DEI GENITORI


 I bambini e gli adolescenti 

dormono troppo poco. 

Niente Tv e smarthphone a letto. 

Le linee guida per garantire le ore di sonno “giuste”

 

di Marilynn Larkin


Negli Usa insonne fino a un adolescente su quattro e un bambino su tre. Nel primo anno di vita sarebbe bene che i bambini dormissero tra le 12 e le 16 ore. Da uno a due anni tra le 11 e le 14 ore. Per arrivare a una media corretta tra le 8 e le 10 ore tra i 13 e i 18 anni. Tutti i consigli degli esperti. E in Italia? 

Per il presidente dei pediatri italiani Giampietro Chiamenti queste linee guida servono anche a noi

LE LINEE GUIDA.

Gli esperti dell’American Academy of Sleep Medicine (SAMA) hanno aggiornato le linee guida sulle raccomandazioni per il sonno di bambini e adolescenti. Stuart F. Chan del Brigham and Women Hospital, di Boston, coautore delle nuove linee guida ha tenuto a puntualizzare che i bambini e gli adolescenti generalmente dormono troppo poco, a scapito di un corretto sviluppo di memoria e apprendimento

In particolare almeno il 25% dei ragazzi di 12 anni dorme meno delle nove ore di sonno notturne raccomandate.

Le nuove linee guida si basano su una valutazione più rigorosa della letteratura scientifica rispetto a quelle del passato. “La gamma di ore di sonno consigliate per ciascuna classe di età è più ampia rispetto al passato”, aggiunge Chan.

 Ore di sonno raccomandate

Ecco in sintesi quante ore bambini e adolescenti dovrebbero dormire regolarmente nell’arco di 24 ore, per una salute ottimale:

– Bambini dai 4 mesi a 1 anno di età: 12-16 ore, compresi i sonnellini;

– Bambini da 1 a 2 anni: 11-14 ore, compresi i sonnellini;

– Bambini da 3 a 5 anni: 10-13 ore, compresi i sonnellini;

– Bambini da 6 a 12 anni: 9-12 ore;

– Adolescenti 13-18 anni: 8-10 ore.

Chan ha sottolineato che i disturbi del sonno che non consentono di mantenere questi ritmi di sonno regolari sono causa di gravi problemi di salute. Per esempio, ha detto, “l’apnea del sonno è associata a uno scarso rendimento scolastico, problemi di comportamento e sbalzi di umore, a una diagnosi errata di ADHD e, nelle situazioni gravi, a problemi cardiaci”.

L’insonnia, che colpisce fino a uno su quattro adolescenti e uno su tre  bambini in età prescolare, è associata a “scarso rendimento scolastico, aumento dei problemi di salute e disordini dell’umore, con rischio di autolesionismo e di ideazione suicidaria”, ha aggiunto Chan. Inoltre, l’insonnia è associata ad un aumentato rischio di sviluppare un nuovo problema medico e all’uso di un nuovo farmaco psichiatrico. La sfida più grande è fare in modo che il bambino trascorra a letto un tempo sufficiente per la salute. “Spesso, un bambino o un adolescente tende ad andare a letto tardi e ad essere svegliato troppo presto. Le cause sono molteplici, ma ruotano intorno a dinamiche familiari, questioni sociali e, nel caso dei ragazzi, agli orari di inizio della scuola”.

Per aumentare la qualità del sonno. Ecco qualche semplice regola per i genitori per migliorare la qualità del sonno dei loro figli:

– Non permettere TV, telefoni cellulari, tablet o altri dispositivi elettronici in camera da letto; questi dispositivi emettono una luce che ritarda l’addormentamento.

– Evitare di programmare attività sociale ed extrascolastiche troppo impegnative.
– Limitare le attività impegnative nelle ore prima di coricarsi.

– Cercare di mantenere gli stessi orari regolari di sonno dei giorni feriali nel fine settimana e durante le vacanze scolastiche.

Queste nuove linee guida, in conclusione, sono state stilate perché i genitori possano avere un riferimento sicuro per la salute futura dei loro figli e perché possano osservare con attenzione se vi sono alterazioni del sonno, così da poter intervenire se necessario.
 
Fonte: American Academy of Sleep Medicine 2016 - Marilynn Larkin

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

 

Approfondimenti:

 I ragazzi italiani dormono poco; colpa delle cattive abitudini

 I pediatri italiani: “Linee guida americane utili anche per noi. Il sonno è essenziale per lo sviluppo mentale dei bambino”di Ester Marago'


Allegati:

  Le linee guida

 

lunedì 2 marzo 2020

RAGAZZI VITTIME DI TV E CELLULARI

Gli schermi rendono i bambini irritabili, depressi e svogliati: 
6 modi in cui agiscono negativamente sul cervello

Tv e cellulari sono strumenti utili, ma da usare con moderazione e intelligenza.
I genitori diano il buon esempio-


Bambini depressi, apatici, nervosi e irritabili: è sempre più frequente riscontrare nei più piccoli disturbi comportamentali, diagnosticati o meno. Una soluzione spesso prospettata dagli esperti è quella di un periodo "senza schermi", intendendo ovviamente quelli elettronici: ed ecco che senza troppi sforzi migliora la qualità del sonno, i bambini si dimostrano più tranquilli e solari, migliora la capacità di attenzione, quella organizzativa e aumenta anche l'attività fisica. Ma perché l'eliminazione drastica e prolungata (qualche settimana) è così efficace? Perché inverte la maggior parte delle disfunzioni fisiologiche causate proprio da un'assunzione giornaliera di schermi.
I cervelli in sviluppo dei bambini sono molto più sensibili agli stimoli dei dispositivi elettronici: ecco 6 modi in cui gli schermi producono di frequente disturbi dell'umore.

  • 1. Gli schermi interferiscono con i ritmi sonno veglia. I ritmi di sonno e di veglia sono regolati dalla melatonina, un ormone che comunica al corpo quando dormire e che è rilasciato nel buio. È stato osservato che la luce emessa dagli schermi agisce come soppressore della melatonina, interferendo con i cicli naturali di sonno e di attività. Solo qualche minuto di luce blu bastano a ritardare la secrezione dell'ormone anche di qualche ora. 
  • 2. Gli schermi desensibilizzano il sistema di ricompensa del cervello. Usare schermi elettronici fa rilasciare nel corpo alti livelli di dopamina, l'ormone responsabile della sensazione di benessere nel raggiungimento degli obiettivi. Quando però il sistema di ricompensa viene usato eccessivamente si desensibilizza, e sono necessarie esperienze sempre più stimolanti per provare piacere.
  • 3. Esistono collegamenti tra luce blu degli schermi e depressione. Diversi studi hanno dimostrato come l'esposizione giornaliera alla luce blu degli schermi elettronici sia collegata ad una maggiore insorgenza di depressione e disturbi collegati. 
  • 4. Gli schermi innescano reazioni di stress. Quando si sperimentano stress cronici, nel corpo si innescano alterazioni ormonali che possono determinare una irritabilità maggiore.
  • 5. Gli schermi sovraccaricano il sistema sensoriale e frammentano la capacità di attenzione, con il risultato che dietro un comportamento "esplosivo" c'è sempre una incapacità di attenzione: quando manca la capacità di concentrazione, viene intaccato il processo di elaborazione degli stimoli ambientali, col risultato che piccole questioni appaiono insormontabili. 
  • 6. Gli schermi diminuiscono il contatto con la natura e il movimento fisico. Stare a contatto con la natura, di contro, può ripristinare le capacità di attenzione e concentrazione, riduce lo stress e gli stati di aggressività. 

Source:


domenica 29 settembre 2019

GIOVANI: DEPRESSIONE IN AGGUATO ! PERDITA DI SONNO E ABUSO TECNOLOGICO PROVOCANO GRAVI DANNI

Aumentati in 10 anni tra i giovani 
i disturbi mentali
 come ansia e depressione

Il loro cervello più vulnerabile alle nuove tecnologie e alla carenza di sonno

 In crescita tra i giovanissimi i disturbi mentali, come ansia e depressione.
 Lo rivela una ricerca pubblicata sul Journal of Abnormal Psychology secondo cui nelle altre classi di età nello stesso periodo non si è invece riscontrato un trend in crescita.
 Lo studio è stato condotto da Jean Twenge, autrice del libro "iGen" e docente di psicologia presso la San Diego State University; ha coinvolto oltre 200.000 adolescenti di 12-17 anni tra 2005 e 2017, e quasi 400.000 adulti di 18 anni o più per un periodo che va da 2008 a 2017.
 Il tasso di individui che hanno riferito sintomi depressivi è aumentato del 52% negli adolescenti tra 2005 e 2017 (passando dall'8,7% al 13,2% dei teenager) e del 63% tra i giovani adulti di 18-25 anni tra 2009 e 2017 (passando dall'8,1% al 13,2%). C'è stato anche un aumento del 71% dei giovani adulti che hanno lamentato forte stress (dal 7,7 al 13,1%) e del 43% del tasso di giovani che hanno dichiarato di pensare al suicidio (dal 7 al 10,3% dei giovani).
    "Lo studio - spiega all'ANSA Graziano Pinna, neuroscienziato della University of Illinois a Chicago - suggerisce che condizionamenti culturali (come l'abuso tecnologico e la carenza di sonno che ne deriva) possono avere effetti devastanti sul cervello in via di sviluppo dei teenager. I disturbi mentali possono sfociare proprio dall'incapacità del cervello di adattarsi alla velocità dei cambiamenti imposti dallo sviluppo tecnologico e dai nuovi trend culturali". 
"Il problema ha dimensioni pandemiche - afferma - e sarà necessario sviluppare interventi mirati e capire meglio come la comunicazione digitale favorisca i disturbi dell'umore o addirittura l'ideazione al suicidio".
 Bisogna reintrodurre i tradizionali canali di socializzazione faccia-faccia limitando l'uso degli smartphone, evitando che interferiscano con il sonno, preziosissimo per il cervello in sviluppo dei giovani (e non solo!), conclude Pinna. No quindi a telefoni o tablet in camera da letto durante la notte e spegnerli almeno un'ora prima di andare a letto".(ANSA)