Riflessione di don Massimo Naro* sulla liturgia della Parola
nella
XVI domenica del tempo ordinario (anno A)
Sap
12,13-16-19; Sal 85/86; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
L’odierna pagina
evangelica termina con la ripetizione del mashal – una sorta
di proverbio a uso didattico, tipico delle scuole rabbiniche – con cui Gesù
prima, nello stesso capitolo 13 del vangelo secondo Matteo da cui la pagina è
tratta, aveva concluso la parabola del seminatore: «Chi ha orecchi, ascolti».
La voce verbale greca akoúein, ascoltare, qui assume un senso
traslato: sta per intendere, capire, comprendere. Indica, cioè, un ascolto
attento, non superficiale, necessario per interpretare correttamente
l’insegnamento che si sta ricevendo sotto forma di parabola. Ascoltare in questo
modo è la disposizione principale del discepolo diligente, che vuole seriamente
apprendere come stanno le cose. È un’attitudine ermeneutica, che matura nella
capacità di fare un giusto discernimento.
Proprio sul discernimento
vertono le tre parabole raggruppate nel brano matteano. Il Regno dei cieli,
infatti, ha a che fare col discernimento. Esso è, inopinatamente, piccolo.
Anzi, piccolissimo. Se lo si paragona a un seme vegetale, assomiglia al «più piccolo
di tutti i semi» coltivati dentro un orto: il «granello di senape». Certamente
esso, germogliando e crescendo, diventa «più grande delle altre piante», un
arbusto robusto, un vero e proprio albero. Ma quest’esito finale è davvero
sorprendente, se si considera il suo stato di partenza: chi l’avrebbe
immaginato? Il Regno, che dal cielo di Dio mette le sue radici nel mondo degli
esseri umani, è giustappunto così: non irrompe nella storia comune e nelle
vicende personali di ognuno sgomitando, incutendo paura, rivendicando spazi
riservati, imponendosi subito con una mole ingombrante. Va crescendo insieme
alle altre piante dell’orto, senza rubare nulla a nessuno, piuttosto offrendo
ombra rinfrescante con la sua chioma e riparo sicuro tra i suoi rami. In tal modo
trasforma l’orto in un equilibrato ecosistema di varie forme di vita, a
cominciare dagli uccelli che su quell’albero inatteso e provvidenziale
costruiscono i loro nidi. L’ortolano che ne aveva interrato il seme, tuttavia,
a suo tempo avrà certamente scelto, con previdente lungimiranza, il posto più
adatto per la crescita di quel seme e degli altri semi attorno a esso: avrà
fatto un buon discernimento. Un divino discernimento. Che s’accompagna
nondimeno al discernimento umano, affinché il Regno di Dio sia riconosciuto e
accolto, senza timore, con fiducia, con gratitudine.
Inoltre, il Regno è
discreto, lavora senza far baccano, con pacatezza, con apparente lentezza e
senza forzare i tempi, senza strafare, dosandosi nella giusta misura,
rispettando le pur asimmetriche proporzioni tra kairós e chrónos nel
suo rapportarsi con la storia e mantenendovi una posizione di minoranza,
accettando persino di perdervisi dentro. Appunto come il pizzico di lievito,
che serve a dare spessore all’impasto di farina sciogliendosi totalmente. Il
discernimento, qui, interviene per indovinare il dosaggio, per capire le
inconsuete proporzioni, per dar adito al kairós di innestarsi
nel chrónos e, di converso, per indurre la storia ad aprirsi
alla grazia.
A spiccare maggiormente,
rispetto alle parabole del semino di senape e del lievito, è però la parabola
della zizzania e del buon grano. Anche questo racconto, al pari della parabola
del seminatore, è corredato da una spiegazione, riservata ai discepoli, a fine
giornata, allorché il Maestro finisce di predicare in pubblico e si ritira a
casa. Nella parabola un tale, col favore del buio notturno, sparge semi di
zizzania in un campo coltivato a frumento, appartenente a un contadino nei cui
confronti quel tale è animato da cattivi sentimenti d’inimicizia («Un uomo
nemico – echthròs ánthrōpos – ha fatto questo»). Nessuno se ne
accorge e la zizzania attecchisce assieme al grano, quasi indistinguibile da
esso. Gli operai, a un certo punto, se ne rendono comunque conto e chiedono
direttive sul da farsi al padrone del campo. Il quale li invita a non
intervenire frettolosamente e drasticamente, aspettando che il grano maturi con
la sua corposità dorata fino a distinguersi nettamente dalla zizzania: solo
allora questa potrà essere estirpata senza rischiare di sradicare con essa il
buon grano.
La spiegazione della
parabola si propone alla stregua di un midrash rabbinico. E
svela che il seminatore del buon grano è «il Figlio dell’uomo», figura
messianica con cui Gesù si identifica, presentandosi come l’inviato di Dio e
come colui che impersona l’avvento del Regno celeste. Il nemico che mira a
rovinare il raccolto finale è, invece, «il diavolo» (ho diábolos),
termine che in greco significa – curiosamente – “il divisore”, colui che
pretende di separare. E la zizzania da lui sparsa nel «campo del mondo»
rappresenta coloro che si mettono al suo servizio, «i figli del Maligno», ossia
di quell’essere malvagio (ho ponērós) da cui – sempre nel vangelo
secondo Matteo – la preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, il Pater
noster, invoca la liberazione. Il momento della mietitura è proiettato in
prospettiva escatologica, «alla fine del mondo», motivo – questo – per il quale
gli esegeti dei nostri giorni attribuiscono la spiegazione all’evangelista e
alla cerchia redazionale cui egli dava voce, in una congiuntura critica in cui
la primitiva comunità ecclesiale – ancora ai suoi inizi – si trovava già
esposta a pericolose incomprensioni e a dolorose persecuzioni.
Nel loro complesso la
parabola e la spiegazione insegnano che il Regno tollera chi compete con esso,
chi pretende di essergli alternativo, chi si mimetizza con esso spacciandosi
per esso e invadendone l’orizzonte. Il Regno sopporta l’impostura, ne regge umilmente
l’urto subdolo e distruttivo. Ma il discernimento dev’essere, per i discepoli,
il sapiente antidoto all’impostura. E il discernimento più importante è quello
che suscita in loro una lucida consapevolezza credente: colui al quale compete
il discernimento stesso è – innanzitutto e ultimamente – il Signore. Il
giudizio supremo non spetta agli uomini, ma al Figlio dell’uomo: gli uomini (hoi
ánthrōpoi, che in Mt 13,25 dormono, senza accorgersi che il nemico sta
seminando zizzania) non sono abili e quindi neppure abilitati a giudicare,
essendo intorpiditi e confusi, per un motivo o per l’altro non lucidi. Tutto
ciò – peraltro – riecheggia forse Mt 7,1-2: «Non giudicate, per non essere
giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la
misura con cui misurate sarete misurati», brano che continua con il confronto
tra la pagliuzza e la trave nell’occhio di chi ha la presunzione di condannare
gli altrui peccati ed errori.
Una lezione difficile,
finanche per discepoli dotatissimi come Paolo di Tarso, che scrivendo alla
comunità di Corinto incoraggerà il capovolgimento tra la disponibilità a
sopportare la confusione fra bene e male nella storia, consigliata tra le righe
della parabola, e la determinazione a estirpare senza indugio la zizzania non
appena se ne presenti l’urgenza: «Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si
dice fratello ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriaco o ladro
[…]. Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio (tòn ponērón)
di mezzo a voi» (1Cor 5,11.13). Un tale interventismo, alquanto vigoroso, nel
XIII secolo degenererà purtroppo nella violenza dei legati pontifici,
responsabili del massacro di Béziers, durante la crociata albigese, in barba
alla resa al malvagio (ponērós) e all’amore verso i nemici (echthrói)
che il Gesù raccontato da Matteo ha predicato: «Ma io vi dico di non opporvi al
malvagio. Ma io vi dico amate i vostri nemici» (Mt 5,39.44).
Queste contraddizioni ci
fanno intuire che l’obiettivo dell’enigmatica parabola è – ai tempi di Matteo,
ma anche oggi – di farne capire il messaggio a quelli “di dentro”, facendo però
il giro largo e riferendosi a quelli “di fuori”. Del resto la realtà ecclesiale
s’intreccia con la realtà del mondo: è “seminata” nel mondo. Bisogna
considerare quella che Dietrich Bonhoeffer definiva la «mondanità della
Chiesa». Secondo il teologo tedesco, la vita ecclesiale non può e non deve
cristallizzarsi in un «settarismo perfezionistico». Il destino della Chiesa è
di essere nel mondo sino a diventare un tutt’uno con esso, in coerenza con il
mistero dell’incarnazione: sta lì il senso cristologico della mondanizzazione
ecclesiale, che la teologia cristiana ha il compito di intendere e spiegare
correttamente. Come Bonhoeffer scriveva nel 1932, la Chiesa «è totalmente
mondo»: «Non può separare la zizzania dal grano». La sua vocazione è questa: «Rinuncia
alla purezza e ritorno alla solidarietà con il mondo peccatore!».
Forse il mashal conclusivo
– «chi può e deve, comprenda» – dischiude questa “morale” della parabola: per
intendere cosa sia il Regno e la sua ulteriorità rispetto alla Chiesa non meno
che rispetto al mondo, occorre una virtù eminentemente sapienziale, la
pazienza. Non tanto la pazienza umana, quanto quella divina. Si tratta di
quella che potremmo chiamare la «pazienza primordiale, la prima», quella che
consiste – come spiegava Romano Guardini nel suo libro sulle Virtù –
nel fatto che «Dio non si sbarazza del mondo, ma lo mantiene nell’essere, lo
tiene in onore; se così si può dire, gli resta fedele per sempre». Ma questo
non vuol dire che la pazienza debba rimanere solo di Dio. Riportandosi
esplicitamente alla parabola della zizzania, Guardini commentava: «Questa è la
pazienza di colui che potrebbe usare violenza, ma usa indulgenza, perché è
veramente Signore, nobile e buono. Ora l’uomo è immagine di Dio; lo deve dunque
essere anche in questo punto. Il mondo è stato consegnato alle sue mani: il
mondo delle cose, degli uomini e della sua propria vita. Deve ricavarne ciò che
Dio s’aspetta; e questo anche ora che la gramigna ha proliferato dappertutto.
La pazienza è la condizione per la crescita del grano». Come a dire che la
pazienza consiste nel «con-volere la volontà di Dio» (l’espressione è del
teologo Jürgen Werbick), non subendola supinamente quasi fosse un destino
fatale, ma condividendola fiduciosamente e fruendone come quando si approfitta
di una chance provvidenziale, di un vero e proprio kairós.
In definitiva, la
parabola parla del difficile riconoscimento del Cristo, del discernimento che
occorre fare nei suoi confronti. Essa dice ai farisei e agli scribi d’ogni
epoca, ma pure ai discepoli d’ogni tempo, ciò che si deve evitare: mietere
indiscriminatamente, rischiando di stroncare il virgulto da cui va germogliando
il Regno.
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