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giovedì 18 giugno 2026

SCUOLA SENZA ANSIA

 

La rivoluzione della valutazione descrittiva

Intervista a Vincenzo Arte*, insegnante e autore di “Crescere senza voti

 

Imparare non deve far soffrire i ragazzi. Per questo Vincenzo Arte, insieme ad alcuni colleghi del liceo Morgagni di Roma, ha deciso di lanciare nel 2016 la Scuola delle Relazioni e della Responsabilità. Addio ai voti come minaccia, più spazio a valutazioni descrittive e autovalutazioni, utilizzo massiccio della didattica cooperativa. Risultati? Meno emergenze per attacchi di panico, maggiore autonomia dei ragazzi e coesione nelle classi.

Come è arrivato all’insegnamento?

Mi sono laureato in ingegneria elettronica, indirizzo informatico, e ho iniziato subito a lavorare. Ero attratto però dal mondo della scuola, forse perché mia madre era insegnante. Così ho fatto la SSIS, Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, e ho abbandonato la carriera da ingegnere informatico, dove mi occupavo di formazione, per insegnare informatica ed elettronica. Ho fatto la mia esperienza da precario, per circa sette anni, vivendo una condizione di privilegio, dato che a poter insegnare quelle materie eravamo in pochi e quindi molto richiesti. Poi nel 2007 sono entrato di ruolo per matematica e fisica.

Perché è passato a matematica e fisica?

Per un motivo pratico, si poteva lavorare in molte più scuole. E poi perché mentre insegnavo negli istituti tecnici mi ero accorto che i miei alunni andavano bene nelle mie materie, ma in matematica prendevano voti bassissimi. Qualcuno arrivava alla sufficienza, ma con enormi sacrifici. Sembrava che fosse impossibile insegnare matematica senza far soffrire i ragazzi. Ecco la mia sfida: insegnare bene la matematica, facendo stare bene i ragazzi.

Dove insegna ora?

Al liceo scientifico Morgagni, a Roma, dove insieme ad altre colleghe ho ideato e seguito un progetto, che dura dal 2016 e si chiuderà nel 2028: la “Scuola delle Relazioni e della Responsabilità”.

Lei lo ha raccontato nel libro Crescere senza voti. Come è nato?

La mia indole mi ha sempre spinto a insegnare in un certo modo: nella tesi finale della SSIS avevo sostenuto che sarebbe stato bello insegnare facendo autovalutare i ragazzi. Mi dissero che era impossibile. Insegnando mi sono convinto sempre più che usare il voto in modo strumentale, a volte quasi come minaccia, non dà risultati e suscita nei ragazzi grande disagio. Al Morgagni c’erano spesso ragazzi con attacchi di panico. Poi c’erano i pianti nei bagni, le scene disperate prima o dopo le verifiche. Io e qualche collega ci siamo domandati perché la scuola fosse un luogo di tanta frustrazione e rabbia. Allora abbiamo pensato a come realizzare una scuola funzionale, che centrasse gli obiettivi didattici senza generare ansia. E nemmeno noia, l’altro grande problema dei ragazzi a scuola. Abbiamo studiato altri esempi e ci siamo ispirati al modello scolastico della Finlandia.

Perché l’avete chiamata scuola “di relazioni e responsabilità”?

Sono due termini cruciali. Il nostro obiettivo era di lavorare in classe in un clima sereno. La didattica non passa per la relazione: è relazione. Tra docenti e alunni, tra gli alunni stessi, e anche con i genitori. Tutti devono stare bene perché possa esserci un apprendimento sano. Responsabilità, in questo senso: non è il docente che deve ricattare o minacciare. Sono i ragazzi che si devono mettere in gioco e capire che sono a scuola per compiere un proprio percorso culturale, non per dare soddisfazione a genitori e professori prendendo un bel voto.

Che tipo di valutazione avete utilizzato nel vostro progetto didattico?

Durante l’anno sempre la valutazione descrittiva, cioè un giudizio che delinea competenze, progressi e punti di miglioramento, con il voto numerico soltanto in pagella a fine quadrimestre o al termine dell’anno. Diamo grande importanza alle valutazioni osservative, che non corrispondono ad alcuna prova, ma che ci permettono il monitoraggio di comportamenti, abilità e interazioni per valutare l’apprendimento. Io lavoro con i miei alunni e posso dare un feedback sul registro scritto, valutando le attività svolte dallo studente in un certo intervallo di tempo.

La didattica non passa per la relazione: è relazione. Tra docenti e alunni, tra gli alunni stessi, e anche con i genitori. Tutti devono stare bene perché possa esserci un apprendimento sano.

Avete dato spazio anche all’autovalutazione.

Si può chiedere a un ragazzo di autovalutarsi dopo una prova, oppure alla fine di un dato periodo. Si può chiedere loro di autovalutarsi sulla teoria o sullo svolgimento degli esercizi, così come sulle competenze trasversali, sul benessere a scuola, sulla responsabilità. Si può utilizzare l’autovalutazione anche per il voto finale in pagella, così emerge subito se siamo in sintonia o se c’è qualcosa che va chiarito.

Quali metodologie didattiche avete utilizzato?

Abbiamo cercato di mettere in pratica le indicazioni della pedagogia attiva. L’apprendimento è funzionale, efficace e quindi duraturo se i ragazzi sono attivi. La scuola italiana fa apprendere soprattutto a casa: in classe ascolti la lezione e a casa memorizzi o ti eserciti. Ma a casa non c’è il docente ad aiutarti. Le lezioni frontali le abbiamo ridotte al minimo, facendo svolgere le esercitazioni in modalità cooperativa, perché facilita l’apprendimento. Con il metodo jigsaw, ogni studente è responsabile di una parte e la condivide con il gruppo per formare l’insieme, mentre la didattica a stazioni, un altro metodo didattico cooperativo, permette ai ragazzi di compiere attività diverse con molta autonomia. Li posso invitare a guardare un video su un argomento, oppure a confrontarsi con un compagno, lasciandoli liberi di scegliere cosa fare e in che ordine farlo.

Come vi siete formati voi docenti per questo progetto?

Ci abbiamo lavorato molto. Per la didattica a stazioni abbiamo fatto riferimento a docenti già esperte, come Elena Conte e Annalisa De Stasi. Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’Educazione all’Università di Padova, ci ha tenuto un breve corso di psicologia dell’apprendimento. Un insegnante dell’Associazione Àpeiron, Mariella Colosimo, ci ha seguiti per un anno, stimolandoci a lavorare sull’osservazione senza giudizio. Giudicare sempre i ragazzi è una delle malattie professionali di noi docenti: lo facciamo in continuazione senza rendercene conto.

Come è stato accolto il vostro progetto di sperimentazione al Morgagni?

Chiamarla sperimentazione non è del tutto corretto. Di fatto, la normativa italiana non prevede in alcun modo i voti in itinere, si tratta di scelte didattiche di noi docenti. Ma noi eravamo consapevoli che la nostra fosse una relativa novità nel panorama italiano, e dunque abbiamo condiviso il progetto con le famiglie, mentre chi è convinto che usare il 4 sia utile per stimolare i ragazzi a studiare non si sognerebbe mai di chiedere il permesso ai genitori!


Siamo partiti con una classe, la prima G, abbiamo convocato ragazzi e genitori prima dell’inizio dell’anno scolastico, raccontando cosa volevamo fare. Soltanto dopo che tutti si sono detti d’accordo, siamo partiti. Dato il successo formativo di questa prima classe, i genitori hanno chiesto alla dirigente l’impegno di prolungare il progetto per tutti e cinque gli anni, fino al diploma. Così è stato, e ogni anno partiva una nuova prima. Dopo tre anni, su richiesta del collegio, è diventato un indirizzo vero e proprio, opzionabile dalle famiglie.

Si può chiedere loro di autovalutarsi sulla teoria o sullo svolgimento degli esercizi, così come sulle competenze trasversali, sul benessere a scuola, sulla responsabilità. 

Perché poi nel 2023 l’indirizzo è stato cancellato e il progetto abbandonato?

Per un solo voto contrario del collegio docenti, 37 contro 36. I motivi sono diversi: prima di tutto, alcuni insegnanti sono molto favorevoli ai voti e non considerano normale una scuola che ne faccia a meno. Io penso che nella decisione abbia influito negativamente anche il successo mediatico del progetto, che è stato semplificato e raccontato in maniera fuorviante: il Morgagni era diventato una “scuola senza voti”. Qualche collega si è arrabbiato per questo.

Qual è la situazione attuale?

Sono rimasti gli ultimi tre anni, mentre le prime due classi della G presentano didattica e valutazione tradizionali. Il progetto si sta spegnendo, nonostante molti genitori stiano chiedendo alla preside di riattivarlo. Oggi, comunque, ci sono molte scuole in cui si sta usando la valutazione descrittiva e c’è grande richiesta di insegnanti che la sappiano valorizzare.

Durante il progetto della Scuola delle Relazioni e della Responsabilità avete collaborato con l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. In che modo?

Abbiamo lavorato con Stefano Livi, che insegna Psicologia Sociale alla Sapienza e si occupa di adolescenza, e con Guido Benvenuto, professore in Metodologia della Ricerca Educativa alla Sapienza, uno dei docimologi più famosi in Italia, esperto di metodi, criteri e affidabilità delle valutazioni scolastiche, che avevo conosciuto negli anni della SSIS. Il monitoraggio prevedeva sessioni di osservazione della didattica e interviste ai primi diplomati della sezione G. Alcuni studenti, che a quel punto erano già all’università, hanno detto di sentirsi più preparati di altri perché cinque anni di lavoro cooperativo avevano insegnato loro a lavorare in gruppo. Il nostro progetto aveva stimolato la coesione del gruppo-classe, relazioni più sane, maggiore responsabilità e autonomia, riducendo l’ansia da prestazione.

Ha modificato i suoi criteri di valutazione da quando si è interrotto il progetto al Morgagni?

Io insegno sempre con il mio metodo. La legge italiana non solo non impone l’obbligatorietà del voto numerico in itinere ma prevede che la valutazione debba stimolare i ragazzi a sapersi autovalutare per incrementare la loro metacognizione. Inoltre, se si seguono le indicazioni della pedagogia attiva e della psicologia dello sviluppo, il voto numerico durante l’anno è sconsigliato.

Cosa dovrebbe cambiare la scuola perché il benessere e l’apprendimento siano realmente centrali?

Bisognerebbe, secondo me, fare a meno dei voti e modificare la disposizione di banchi, sedie e cattedra. Non serve rinunciare del tutto alle lezioni frontali, perché la spiegazione del docente è necessaria, ma fare in modo che i ragazzi siano sempre attivi in classe. E considerarli come persone. La Finlandia è stata esemplare: ha formato gli insegnanti, pagandoli durante la formazione. Si è trattato di un piano supportato da valutazioni pedagogiche, che ha permesso al suo modello scolastico di compiere uno spettacolare salto qualitativo.

 *Vincenzo Arte

Nasce a Reggio Calabria nel 1965, a diciotto anni si trasferisce a Roma per laurearsi in Ingegneria elettronica alla Sapienza. Dopo aver lavorato in aziende informatiche e un passaggio al «manifesto», inizia a insegnare a Rebibbia nel 2001. Oggi è docente di matematica e fisica in un liceo scientifico di Roma. Padre di due figli, eclettico e anticonformista, sa adattarsi ma anche rivoluzionare il contesto che ha intorno. Lo ha fatto più volte, lo ha rifatto nel 2016 con la scuola.

 

Before education

sabato 17 gennaio 2026

IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

mercoledì 20 agosto 2025

SPEGNI LA SCIMMIA


 ESCI DAL CIRCOLO 

DI ANSIA E PAURA 

PER TROVARE LA FELICITA'


Vi sembra di vivere respirando ansia? Prendere decisioni vi tiene svegli la notte? Vi arrovellate continuamente e vi sentite responsabili per tutto? Controllate cento volte se avete chiuso la porta? Persino il relax pare che vi stressi?

Non siete soli: sono condizioni che condividono più della metà dei nostri connazionali, tutti ostaggio della mente scimmia.

Si tratta di un concetto millenario che indica quella piccola parte del nostro cervello che reagisce istintivamente in caso di pericolo o minaccia.

La mente scimmia non ragiona, non media, non valuta: il suo scopo è salvarci la vita. Il problema è che, nelle persone ansiose, è sempre in allerta, anche in mancanza di grandi e veri pericoli. Il tizio che ci passa davanti al supermercato, il figlio che non risponde a un messaggio o la carica di un orso inferocito sono motivi ugualmente validi per far scattare l’allarme.

Come una scimmietta, è perennemente in movimento, vigile, sospettosa. E noi con lei, 24 ore su 24.

Ma, come spiega la nota psicoterapeuta Jennifer Shannon, uscire dal ciclo dell’ansia e dello stress è possibile. Con un approccio chiaro e scorrevole ed esplicative illustrazioni di supporto, questo illuminante manuale ispirato alla terapia cognitivo-comportamentale insegna innanzitutto a tenere a bada i tre cibi di cui la mente scimmia è ghiotta, che sono alla base di ogni forma di ansia: intolleranza all’incertezza, perfezionismo, iper-responsabilità.

Una volta trovato l’interruttore per spegnere la scimmia, non ci sono limiti a quanto la nostra vita possa ampliarsi e a quanta pace e felicità possano trovare spazio dentro di noi.

Spegni la scimmia. Esci dal circolo di ansia e paura per ritrovare la felicità 

di Jennifer Shannon (Autore), Francesca Sassi (Traduttore)

Libreria Pienogiorno, 2025

 

martedì 18 febbraio 2025

ADOLESCENTI FRAGILI


 Pellai: “Adolescenti i più fragili degli ultimi 60 anni”. 

L’allarme del pedagogista: “Genitori iperprotettivi crescono una generazione ansiosa”


Di redazione

“Gli adolescenti di oggi? I più fragili degli ultimi 60 anni”. Non usa mezzi termini il pedagogista Alberto Pellai, intervenuto ai microfoni di La Nuova Provincia, per descrivere la condizione emotiva dei giovani.

La causa principale? Un “allenamento alla vita” sempre più spostato dal reale al virtuale. L’uso precoce e pervasivo di dispositivi elettronici, spiega Pellai, ha sottratto ai ragazzi quelle esperienze fondamentali di gioco tra pari, di confronto diretto con le sfide quotidiane, che un tempo avvenivano “in cortile” e che erano cruciali per lo sviluppo di competenze emotive, cognitive e socio-relazionali.

Genitori “iperprotettivi” e la generazione dell’ansia

Il paradosso, sottolinea l’esperto, è che gli adulti, pur desiderando figli “vincenti”, li hanno resi incapaci di affrontare le difficoltà. L’iperprotezione genitoriale, l’intervento immediato al primo segno di fragilità, ha privato i ragazzi della possibilità di sperimentare, di “giocarsi le loro battaglie”, di apprendere dalle cadute. Il risultato è una generazione ansiosa, che guarda al futuro con timore, percependo più rischi che opportunità.

“Fare squadra” per un’educazione efficace

“Quando gli adolescenti guardano al futuro, invece che immaginare opportunità vedono rischi e pericoli”, afferma Pellai. Per invertire la rotta, il pedagogista lancia un appello ai genitori: riscoprire l’alleanza con le altre agenzie educative, in primis la scuola, e “fare squadra” con altre famiglie. Solo una comunità educante coesa, che accoglie e sostiene, può restituire ai giovani la fiducia in se stessi e la capacità di affrontare le sfide della vita.

La “generazione ansiosa” allo specchio: un libro per capire e agire

Il nuovo libro di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, non è una semplice analisi del disagio giovanile, ma un invito all’azione. Come uno specchio, riflette la realtà di una generazione alle prese con livelli di ansia senza precedenti, offrendo al contempo gli strumenti per cambiare il proprio destino. Haidt, forte della sua esperienza di psicologo sociale e autore di bestseller, unisce ricerca accademica e stile divulgativo per svelare il “grande riprogrammamento” che sta plasmando l’infanzia e l’adolescenza di oggi. Lungi dall’essere osservatori passivi, i lettori diventano partecipanti attivi, parte del problema e, soprattutto, della soluzione.

Un’analisi a 360° dell’ansia giovanile

I dati presentati sono allarmanti: tra il 2012 e il 2018, il tasso di adolescenti con disturbi d’ansia è cresciuto significativamente, con un impatto ancora maggiore su ragazze e gruppi stigmatizzati. L’autore non si limita a fotografare la situazione, ma esplora le radici del problema, analizzando le dinamiche sociali, tecnologiche e culturali che alimentano la pressione su una generazione già gravata da elevate aspettative. Il libro sottolinea anche le conseguenze a lungo termine dell’ansia non trattata in adolescenza, come l’aumento del rischio di dipendenze e depressione in età adulta.

Social media, iperprotezione e il ruolo delle Big Tech

L’autore non risparmia critiche alle grandi aziende tecnologiche, accusate di insabbiare i rischi psicologici dei loro prodotti, paragonando le loro strategie a quelle dell’industria del tabacco. Con un approccio rigoroso, supportato da una solida base scientifica, il libro invita a una riflessione profonda sul presente e a un’azione concreta per tutelare il futuro dei giovani.

Orizzonte Scuola

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lunedì 16 settembre 2024

GENITORI ELICOTTERO


Cos’è il fenomeno dei “genitori elicottero” 

e perché è sempre più diffuso

Per alcuni esperti americani, i genitori moderni sono sempre più iperprotettivi e ansiosi, un atteggiamento che seppur in buona fede rischia di compromettere la capacità dei ragazzi di crescere e diventare indipendenti.

A cura di Niccolò De Rosa

 Con l'inizio delle lezioni universitarie, molti genitori ansiosi condividono sui social le loro preoccupazioni su come gestire la transizione dei figli al mondo accademico. Post social e richieste sui forum online mostrano infatti una certa tendenza da parte dei genitori non solo a domandarsi se debbano intervenire su questioni come i conflitti tra coinquilini, ma anche a chiedersi se sia il caso di attivarsi in prima persona per aiutare  i propri figli a fare amicizia.

 Negli Stati Uniti, dove l'inizio del collage rappresenta per la stragrande maggioranza dei ragazzi l'abbandono del nido familiare, questo fenomeno appare particolarmente diffuso, tra genitori che passano la prima notte al campus con i figli e madri che chiamano la polizia se la figlia non risponde al telefono.

 Un gruppo di esperti contatti dal sito americano di Fox News ha quindi provato a delineare un quadro che ormai riguarda sempre più la società occidentale (Italia compresa): l'inesorabile avanzata dei genitori elicottero.

 Chi sono i genitori elicottero?

Come il nome stesso suggerisce, i genitori elicottero sono madri e padri iperprottettivi, la cui presenza incombe in modo costante e invadente sulla testa dei figli per organizzarne ogni aspetto del quotidiano e risolvere ogni tipo di problema.

 I genitori elicottero temono infatti che ogni insuccesso – anche il più piccolo – possa irrimediabilmente turbare l'equilibrio dei propri figli e comprometterne il futuro. Per questo spesso svolgono i compiti scolastici al posto dei ragazzi, stilano la loro agenda settimanale e scelgono per loro impegni e attività extra-scolastiche.

 Secondo Gail Saltz, psichiatra e docente alla NY Presbyterian Hospital Weill-Cornell School of Medicine, molti genitori elicottero si identificano profondamente con il successo dei loro figli, vedendolo come una conferma della propria competenza genitoriale. Tuttavia, il controllo eccessivo impedisce ai ragazzi di sviluppare la sicurezza necessaria per affrontare autonomamente le difficoltà della vita.

 Adulti impiccioni o ragazzi troppo fragili?

Secondo esperti come il psicoterapeuta Jonathan Alpert, questo comportamento non è più raro ed è più legato all'ansia dei genitori che a un'incapacità dei giovani adulti di gestire le proprie situazioni.

 Alpert, intervistato da Fox News Digital, ha spiegato come molti genitori si rivolgano a lui per organizzare appuntamenti terapeutici per conto dei loro figli, sintomo di un desiderio di mantenere il controllo. Secondo il terapista, tale comportamento può rivelarsi dannoso, poiché impedisce ai giovani di sviluppare l'indipendenza necessaria per affrontare il mondo universitario e, sopratutto la vita reale nel mondo adulto.

 Le radici dell'ansia genitoriale e l'uso della tecnologia

Un aspetto rilevante di questa tendenza è l'uso crescente di sistemi di monitoraggio – anche istituzionali, come il registro scolastico elettronico – che permettono ai genitori di seguire in tempo reale i movimenti dei propri figli. Ciò alimenta infatti una sensazione di controllo che, se da un lato rassicura, dall'altro limita l'autonomia dei ragazzi.

 Jennifer L. Hartstein, psicologa e consulente, ha osservato che molti genitori soffrono di "ansia per l'ansia" e tendono a iper-reagire ai normali processi di adattamento dei loro figli al college, come la tristezza o l'insicurezza. Intervenendo continuamente, i genitori rischiano di impedire ai figli di diventare resilienti e costruirsi una propria capacità di risolvere i problemi.

 Per Hartstein, è dunque essenziale che i genitori imparino a frenare le loro reazioni emotive e ad aiutare i figli a gestire le proprie difficoltà, piuttosto che risolverle per loro. Solo così i giovani possono imparare a fronteggiare autonomamente i problemi e crescere come adulti competenti.

 "Sebbene possa sembrare più facile per i genitori intervenire e alleviare l'ansia dei genitori, in realtà ciò arreca un vero danno ai ragazzi" ha spiegato.

 Serve una "riconversione emotiva"

Per modificare questo inquietante scenario, lo psicoterapeuta Alpert suggerisce ai genitori di cambiare prospettiva e provare di vedere l'ingresso dei figli alla scuola superiore o all'università come un segno positivo: la prova che hanno fatto un buon lavoro come genitori e che dunque occorre fidarsi dei ragazzi per il prosieguo della loro vita.

 Se l'ansia è troppo forte, sottolinea Alpert, piuttosto che rivalersi sui figli i genitori potrebbero cercare il supporto di altri genitori che condividono le stesse emozioni, creando una rete di supporto reciproco. Questo sì che sarebbe un uso intelligente dei social media.

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venerdì 26 luglio 2024

ADOLESCENTI, INTERNET, AMBIENTE

  

«Ambiente 

e internet 

incidono 

sul cervello

degli adolescenti»



La neuroscienziata: «Contano molto gli influssi sociali, 

anche in positivo»

- di Stefania Garassini 

«Un periodo unico di sviluppo biologico, psicologico e sociale»: definisce così l’adolescenza la neuroscienziata britannica Sarah-Jayne Blakemore, docente a Cambridge, che mette in evidenza le straordinarie potenzialità di questa fase della vita, nel corso della quale è in atto uno sviluppo cerebrale vorticoso, con ancora molti aspetti da approfondire. Blakemore, che è autrice di Inventare se stessi. Cosa succede nel cervello degli adolescenti (Bollati Boringhieri), di recente è stata ospite dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano per ritirare il Social Research Prize dell’associazione Ciao Table e tenere una lectio magistralis sul cervello sociale degli adolescenti. «Nel periodo in cui frequentavo l’università, la metà degli anni ’90, s’insegnava che il cervello umano smette di svilupparsi nel corso dell’infanzia – spiega -. Ma negli ultimi due decenni, grazie a nuovi e numerosi studi, si è visto che in realtà non è così: lo sviluppo continua fino ai 20-25 anni. Sono molte le funzionalità che si evolvono, da quelle cognitive a quelle che riguardano il comportamento sociale. È la fase in cui il nostro senso d’identità si trasforma più profondamente.

Quali sono i cambiamenti più rilevanti che caratterizzano il cervello adolescente?

«L’adolescenza è un periodo in cui il cervello è straordinariamente plastico, in continua trasformazione, e l’influsso dell’ambiente e delle relazioni sociali è molto rilevante. Un aspetto fondamentale è la predisposizione al rischio. Per un adolescente è cruciale essere accettati dal gruppo: e per ottenere questo obiettivo è disposto a correre rischi esponendosi a comportamenti pericolosi o dannosi per la salute (ad esempio fumo e alcol). Dai nostri studi risulta evidente l’influenza sociale: gli adolescenti sono più disposti a correre rischi quando si trovano in compagnia degli amici».

Quali altre conseguenze ha sulla vita adolescente questa grande plasticità cerebrale?

«Siamo abituati a dare valore soprattutto agli aspetti negativi del condizionamento sociale. Ma lo stesso meccanismo vale anche per i comportamenti positivi, come il desiderio di fare volontariato e aiutare gli altri. Gli adolescenti sono estremamente sensibili all’influenza dei loro pari in questo campo. Ed è una caratteristica che può avere effetti benefici nelle campagne di salute pubblica. È stato fatto uno studio sull’efficacia degli interventi contro il bullismo in un gruppo di scuole statunitensi: in metà degli istituti gli incontri erano tenuti da insegnanti, secondo un metodo tradizionale, mentre nell’altra erano stati i ragazzi dagli 11 ai 15 anni, opportunamente formati, a parlare con i loro coetanei. In questo secondo gruppo di scuole c’è stata una diminuzione di episodi di cyberbullismo del 25% più alta».

In che modo gli adulti possono instaurare una relazione sana con gli adolescenti?

«Gli adulti hanno un ruolo fondamentale: non è vero che gli adolescenti non li ascoltano, gli adulti fungono da modelli di comportamento e da supporto. Le ricerche che stiamo svolgendo possono aiutare gli adulti a comprendere meglio il comportamento adolescenziale anche quando sembra irrazionale o irresponsabile. Si tratta di atteggiamenti che hanno una fondamentale motivazione di adattamento, li riscontriamo anche negli animali. Saperlo può renderci più facile accettarli».

Quali sono a suo avviso le cause dell’attuale crisi di salute mentale tra i giovani?

«Il lockdown ha certamente avuto un effetto più rilevante per i giovani rispetto agli adulti. Per un adolescente la mancanza di rapporti sociali può influire direttamente sullo sviluppo cerebrale. Riguardo alla salute mentale nei giovani, abbiamo dati allarmanti: molte malattie come la schizofrenia e la depressione si manifestano per la prima volta in adolescenza. Va detto anche però che in molti casi i problemi si limitano a questo periodo e in seguito si risolvono»”

Si dibatte molto dell’impatto negativo dei social media sulla salute mentale degli adolescenti. È di queste settimane l’uscita negli Stati Uniti del libro dello psicologo sociale Joanthan Haidt The anxious generation, di prossima pubblicazione in Italia, che punta il dito contro i servizi digitali, principali responsabili a suo avviso di questo peggioramento dello stato di salute mentale. Lei cosa ne pensa?

«L’ambiente ha un influsso sulla mente adolescente e può modificarne l’evoluzione, dunque anche l’uso dei social media; sarebbe strano il contrario. È però difficile provare con certezza che i social siano la causa diretta del disagio mentale in adolescenza. Abbiamo assistito a un aumento parallelo dell’uso di internet e dei sintomi depressivi, ma i dati possono essere letti anche in senso inverso: ovvero le persone depresse tendono a fare un maggior utilizzo dei social. Dipende anche da come si usano i social, se ad esempio lo si fa di notte, compromettendo il sonno, cosa che ha certamente un impatto sulla salute mentale, o se se ne fa un uso esclusivamente passivo. In Gran Bretagna una vasta ricerca ha monitorato per 9 anni la situazione di 17.400 partecipanti tra i 10 e i 21 anni. Abbiamo studiato come l’aumento dell’uso dei social in un anno fosse legato alla soddisfazione della propria vita nell’anno successivo, riscontrando che ci sono due momenti in cui la relazione fra social e salute mentale si fa critica: il primo è per le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e per i ragazzi tra i 14 e i 15, il secondo è, per entrambi i sessi, a 19 anni. Si tratta di due periodi di grandi cambiamenti: il primo coincide con la pubertà e il secondo, in Gran Bretagna, è il momento in cui i ragazzi e le ragazze in genere lasciano la famiglia e vanno a vivere da soli: aumenta la vulnerabilità e l’impatto dei social è più evidente».

In quale direzione procederanno le sue ricerche nei prossimi anni?

«Attualmente mi sto concentrando sullo studio dell’isolamento e della solitudine tra i ragazzi e su come questo influenzi il loro cervello. Sappiamo che la solitudine è un rilevante fattore di rischio per i problemi di salute mentale. Nonostante la connessione continua i ragazzi sono molto soli e i social amplificano il senso di isolamento, mostrando situazioni di divertimento e condivisione da cui si è esclusi. A breve avrò anche modo di avviare ricerche che analizzeranno la struttura del cervello a livello cellulare, cosa che fino a oggi non è stata possibile. Abbiamo sempre studiato il cervello con strumenti, come la risonanza magnetica, che consentono un’analisi delle macrostrutture, ma sono in arrivo nuovi macchinari che consentiranno di arrivare al livello delle sinapsi. Lì cercheremo le risposte a molti dei quesiti insoluti sul funzionamento del cervello adolescente».

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lunedì 1 luglio 2024

DARE VOCE ALLE EMOZIONI


 “Se un bambino si sbuccia un ginocchio, per i genitori equivale alla frattura di un braccio. 
Rieduchiamo 
gli adulti alle emozioni”.

INTERVISTA a Matteo Lancini

Di Fabio Gervasio

Come possiamo imparare a conoscere e gestire le emozioni? Ne abbiamo parlato con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano.

 Professor Lancini, l’affettività nei più giovani cambia a seconda della fascia d’età. Quanto è importante l’educazione emozionale, in ragazzi che hanno sempre più difficoltà a gestire le proprie emozioni, a partire dai più piccoli?

 L’educazione alle emozioni o agli affetti in realtà non è una materia che si può insegnare. Credo che il tema dell’alfabetizzazione emotiva oggi non riguardi neanche prevalentemente le nuove generazioni ma piuttosto gli adulti, nel senso che noi abbiamo costruito una società dove l’espressione delle emozioni, soprattutto quelle più disturbanti come la tristezza, la rabbia o il dolore, vengono rimosse dallo sguardo di ritorno degli adulti che tende a negarle in una società che rimuove il dolore, come è ben noto in una società algofobica come dice un famoso studioso coreano. Detto ciò, ritengo che la tematica non sia un problema di mancata gestione delle emozioni dei ragazzi, ma di come intendiamo noi le emozioni, come interpretiamo ad esempio la rabbia, vista come se fosse necessariamente qualcosa di violento o da negare.

 La verità è che negli ultimi anni chiediamo ai nostri bambini di mettere a tacere fin dalla più tenera età l’espressione emotiva attraverso lo sguardo o i comportamenti che vengono sanzionati a scuola, a volte chiamati come violenti o come bullismo anche quando non rientrano in questi comportamenti. Quindi quella che giustamente lei richiama a un’educazione alle emozioni, o all’affettività, non passa attraverso delle lezioni, ma passa attraverso adulti che siano in grado di fare esprimere le emozioni e contenerle e non chiamare educazione, o punizione a scopo educativo, il mettere a tacere qualsiasi aspetto emotivo.

 Oggi è necessaria un’alfabetizzazione emotiva degli adulti che torni a tollerare il fatto che ci sono delle emozioni primitive, primarie, che i bambini devono esprimere e se non lo faremo allora sì che dopo avremo delle problematiche legate al fatto che non avendole potuto esprimere diventeranno azione e rabbia. È necessario partire da una nuova cultura degli adulti che tollerino le possibilità di esprimere queste emozioni e non chiedere di mettere a tacere in nome dell’angoscia o di modelli educativi adulti che poi dicono che i ragazzi sono particolarmente sregolati, mentre la verità è che le generazioni come la mia si potevano muovere ed erano molto più violente di oggi, erano molto più disregolate di quelle odierne, ma era la rappresentazione dell’adulto che era diversa, consentiva l’espressione mentre oggi non consentiamo ai nostri bambini di esprimersi.

 Basta sapere che il corpo è sotto sequestro e accade che se appena un bambino si arrampicano su un albero ecco che scatta l’angoscia dei genitori. Il dolore che oggi un genitore prova per la sbucciatura di un ginocchio o per un bernoccolo del proprio figlio, equivale allo stesso dolore dei nostri genitori nel caso in cui ci fossimo fratturati un braccio e magari in più punti. È cambiata la rappresentazione adulta sulle emozioni, non dei bambini.

 ANSIA

Un’emozione in particolare caratterizza la società attuale ed è l’ansia, tant’è che la riscontriamo anche nei più piccoli. Cosa ha determinato l’emergere in modo rilevante di questa emozione?

 Si collega a quello che dicevo prima, l’ansia è determinata dal fatto che fino a qualche anno fa la leggevamo come frutto di una società competitiva e individualista, quindi un’ansia da prestazione perché si deve essere sempre belli, popolari e di successo, la verità è che negli ultimi anni quest’ansia è determinata dagli aspetti legati all’impossibilità di esprimere parti autentiche emotive di sé. Lei pensi solo al fatto che oggi sentiamo parlare da ogni parte, in nome di un modo di sovraintendere la mente delle nuove generazioni, di dipendenza affettiva come se fosse la malattia del secolo della nostra società, quasi che se uno avesse una dipendenza degli affetti, nei modelli educativi che proponiamo, è un soggetto che ha dei problemi. Ci stiamo dimenticando che l’essere umano nasce con delle dipendenze affettive, anzi il bambino ha una dipendenza affettiva originaria e per questo bisogna avere degli atteggiamenti adulti anche sacrificali in nome della crescita del bambino, delle proprie emozioni e dei propri bisogni.

 Questo tipo di negazione delle emozioni, al punto di chiamare addirittura gli affetti qualcosa che segnala una dipendenza, in poche parole è il tema che affrontavo nella risposta alla prima domanda, ovvero che i più giovani non possono esprimere emozioni se non secondo quelli che sono i dettami della scuola e della famiglia, dove sono gli educatori che ti dicono che le emozioni tollerabili sono quelle che tollerano gli adulti. Questo tipo di questione sta creando una profonda ansia che esplode soprattutto in preadolescenza e in adolescenza e poi nella giovane età adulta. Anche se è vero che è sempre più precoce ma è lì che la vediamo ed è determinata da questo mandato paradossale di crescere essendo sé stessi a modo dei genitori, o della scuola, insomma sì te stesso a modo mio, non a caso ho intitolato così il mio ultimo libro.

 Così quando arriva l’adolescente ci troviamo di fronte ad un vuoto identitario, cioè che non si è potuto dare voce ai propri aspetti emotivi autentici, che erano chiamati dipendenza affettiva, oppure violenza quando invece era solo rabbia, era una tristezza che veniva vissuta come un affronto dagli adulti che dicevano al ragazzo di ascoltarlo. Se lei somma questo vuoto identitario con un’assenza di prospettive future legate ai comportamenti quotidiani degli adulti, quindi non solo disboscamento del pianeta, plastificazione lunari, guerre e una pandemia che ha certificato che la povertà educativa è la povertà digitale, e poi dopo gli impediamo di nuovo di andare in internet dicendo che ci stanno troppo e perdono tempo, tutto questo è una disassociazione dei modelli che fanno sì che si arrivi in adolescenza ad incontrare quotidianamente adulti che non ti pensano. Aggiungiamo inoltre genitori e insegnanti che sono lì a dirti che quello che gli serve per il futuro è sbagliato e lo devono usare solo gli adulti, vedi internet, si ha quella che oggi è in effetti il sintomo della generazione, non solo in Italia ma nel mondo, di un’ansia generalizzata che non è più l’ansia prestativa del narcisismo, ma è un’angoscia propria del post-narcisismo. Vuoto identitario e assenza di prospettive future creano angoscia, detta ansia pervasiva, in ogni dove, in ogni luogo.

 L’ansia ha  due facce, una positiva, quando stimola e attiva i processi attentivi, ed una patologica quando diventa bloccante. Recentemente è stato pubblicato “Buonanotte, Ansia – Inside Out 2” con la sua prefazione, a tal proposito come possiamo imparare a gestire questa emozione vissuta con tutte le altre?

 Innanzitutto non negandola, accettando che l’ansia fa parte di aspetti fisiologici, come diceva lei, che però quando diventa pervasiva blocca, e tollerando che l’ansia odierna deriva dal fatto di non aver potuto esprimere delle emozioni. Un conto è come aiutare i ragazzi che gestiscono un’ansia prestativa, un altro conto è accettare che esistono dei temi legati, ad esempio, alla tristezza, al dolore, a delle espressioni emotive che dovremmo legittimare. Quando queste espressioni emotive vengono accolte attraverso comportamenti che invece di essere sanzionatori sono relazionali, sono spiegati, allora sì che vengono accolte e poi non diventeranno più un comportamento problematico. Il modo migliore oggi è identificarsi con le nuove generazioni su cosa significa costruirsi un presente e un futuro in questa società e tollerare, appunto, che l’ansia è uno degli elementi, a volte anche con la necessità di essere integrata con la tristezza o con la rabbia, e non solo con i sentimenti meravigliosi che vorremmo per loro.

 ASCOLTO

Oggi pensiamo di avere un’attenzione maggiore all’ascolto da parte di famiglia e scuola, pensiamo di ascoltarli tanto e di essere più attenti, mentre in realtà abbiamo organizzato un dispositivo che non è per niente identificato con le espressioni emotive delle nuove generazioni, tant’è che anche la Walt Disney se n’è accorta e da lì nasce la realizzazione di un film, in proiezione nei cinema da pochi giorni, che parla di emozioni e che sta avendo un grande successo. Siamo convinti che dobbiamo alfabetizzare emotivamente i bambini non capendo che l’alfabetizzazione emotiva, la vera emergenza educativa, è la fragilità adulta e l’assenza di alfabetizzazione emotiva degli adulti.

RELAZIONI

 Un’ultima domanda. Le emozioni si allenano nelle relazioni, sia con gli adulti, ad esempio genitori e insegnanti, che con i pari, ovvero i propri coetanei. In una società dove gli spazi di aggregazione sono cambiati e sempre più ridotti e dove lo spazio virtuale si affianca e integra quello reale, come cambia l’imparare a gestire le proprie emozioni?

 Le emozioni sono costitutive dell’essere umano, esistono e, ci tengo a dire, sono emozioni che riguardano sempre il tema oggi grandemente rimosso del dolore, della tristezza, dei vissuti depressivi che fanno parte della vita. Abbiamo la necessità di comprendere, come giustamente dice lei, che se gli adulti quotidianamente non ascoltano, non sono identificati, ma sono più portati a chiedere ai bambini di provare delle emozioni funzionali alle esigenze degli adulti, ecco che durante la crescita il competitor principale che abbiamo, internet, diventa il luogo all’interno del quale i giovani vanno a risolvere queste tematiche.

 Quindi non è un problema di allenarle le emozioni, è un problema di dare voce alle emozioni che arrivano, e se viene ascoltata la voce non si è poi costretti ad alzare la voce ulteriormente o a renderla agito come succede in adolescenza. Credo che il compito degli adulti oggi sia di fare delle domande le più disturbanti che ci vengono in mente, altro che organizzare dispositivi privativi del cellulare o, come dico sempre, realizzare iniziative che sono volte solo a trovare nel cellulare, e quindi in internet, o nella pandemia, il male delle nostre generazioni per cui il loro disagio dipenderebbe da quello. Abbiamo necessità di fare delle domande disturbanti, ad esempio chiedere ai propri figli, dopo una certa età, se pensano al suicidio, chiederlo anche a scuola, accettare il fatto che oggi nessun ragazzo si vede bello e che molti di fronte a questa sensazione di inadeguatezza hanno più azioni violenti verso di sé, anche se poi fuori qualcuno le mette in atto.

 Capire che le nuove forme di violenza giovanile, erroneamente chiamate baby gang infantilizzando comportamenti di qualcuno che nome è più baby, è un modo oggi di farsi vedere, come ci dicono anche le ricerche che evidenziano che ci sono sempre meno furti e rapine e più violenza messa in atto. Abbiamo la necessità di cogliere i miti affettivi che governano i comportamenti degli adolescenti, che sono i comportamenti espressione di un’ansia, di una disperazione, di una paura di non avere un futuro, fortemente connesso al fatto che quando si prova ad esprimere le proprie emozioni, o le si mette in atto in ambito scolastico educativo, non ci sono interventi mirati ai ragazzi, ma interventi mirati a non far sentire gli adulti inadeguati e quindi a placare l’angoscia dei genitori.

 SMARTPHONE

Chi fa il mio mestiere suggerisce ai genitori di non regalare lo smartphone al figlio finché non sa decidere lui quando privarsi di questo strumento, oppure di chiedere al figlio se pensa al suicidio invece di sequestrare il cellulare a tavola per una mezz’oretta così per far finta di essere la famiglia felice. La scuola fa lo stesso ovviamente per non avere guai, per non avere denunce, e sta immobilizzando i nostri bambini che non possono esprimersi in niente e quindi le emozioni, che diventano anche azione e bisogno di contatto, oggi sono subito chiamate violenza con addirittura alcune interpretazioni drammatiche e di violenza di genere, mentre sappiamo che il conflitto è fisiologico a scuola, ma va gestito e non lasciato correre, va preso sul serio ma va anche compreso nei suoi significati.

 Mettere a tacere tutti i sentimenti che non ci piacciono, tutte le emozioni come la rabbia, la tristezza o il dolore, non ha portato bene in questi anni e poi succede che c’è internet. Se non puoi parlare di queste questioni con i tuoi genitori o i tuoi insegnati, se non ti puoi muovere, perché chiunque si muova oggi è visto come minaccioso del benessere del vicino e deve star fermo nel banco ad ascoltare, se ci permettiamo di dare delle note ai bambini piccoli perché quel bambino si muove, quando ai miei tempi per cose simili la dirigente scolastica avrebbe chiesto chiarimenti all’insegnate, anche perché i bambini si muovono e si muoveranno sempre, è chiaro che poi i ragazzi vanno in internet a cercare le risposte.

 Oggi la vicenda più drammatica, ai miei occhi, è quella che vede il cambiamento del mio pensiero su internet, quando ha iniziato a diffondersi pensavo che internet fosse il luogo della solitudine per le nuove generazioni, oggi mi sono reso conto, sempre di più, che internet è il luogo dove i ragazzi vanno ad esprimere emozioni e a cercare relazioni, in poche parole a lenire il dolore della solitudine che provano ogni giorno davanti ad adulti che dicono che sono in relazione con loro, ma che invece sono in relazione solo con i propri bisogni di adulti fragili.

Orizzonte Scuola

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