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giovedì 13 agosto 2026

L'ETA' MINIMA

 


Accesso ai social

 Telefono Azzurro

«L’età minima 

non basta»


«Una soglia anagrafica può rappresentare uno strumento importante di protezione, soprattutto per i più piccoli, ma non può costituire da sola una politica per l’infanzia», dice il fondatore e presidente, Ernesto Caffo, «la domanda non è soltanto a quale età consentire l’accesso ai social, ma quali caratteristiche debba avere un ambiente digitale per essere sicuro e appropriato allo sviluppo di bambini e adolescenti»

di Giampaolo Cerri

 

Nel dibattito sull’accesso ai social network, rinforzato in questi giorni delle notizie che arrivano dall’Estero di nuovi divieti, torna il fondatore di Telefono AzzurroErnesto Caffo. È infatti crescente il numero di Paesi che introducono o discutono limiti di età per l’accesso dei minori ai social network segna un cambiamento importante: dopo anni di autoregolamentazione, la protezione dei bambini nell’ambiente digitale sta diventando una responsabilità pubblica e un obbligo per le piattaforme.

Sull’ipotesi di limitare l’accesso ai social network agli under 15, il fondatore di Telefono Azzurro invita però a non ridurre una questione complessa alla sola scelta dell’età minima.

«Una soglia anagrafica può rappresentare uno strumento importante di protezione, soprattutto per i più piccoli, ma non può costituire da sola una politica per l’infanzia», afferma Caffo, «la domanda non è soltanto a quale età consentire l’accesso ai social, ma quali caratteristiche debba avere un ambiente digitale per essere sicuro e appropriato allo sviluppo di bambini e adolescenti».

Per Telefono Azzurro cioè, la responsabilità deve ricadere innanzitutto sulle piattaforme: «Profili privati e impostazioni protettive per default, limiti alla geolocalizzazione e ai contatti indesiderati, maggiore tutela rispetto agli algoritmi di raccomandazione, alla profilazione e alle tecniche progettate per massimizzare l’engagement», dicono alla Fondazione che sostiene inoltre «sistemi di age assurance efficaci ma rispettosi della privacy, capaci di verificare la fascia di età senza determinare una raccolta generalizzata di documenti e dati personali».

Secondo Caffo particolare attenzione deve essere dedicata all’intelligenza artificiale, tema di cui lui stesso si è occupato tra i primissimi in Italia, in relazione all’infanzia e all’adolescenza. «Regolamentare soltanto i social network rischia di significare intervenire sul problema di ieri», sottolinea il professore. «Chatbot Ai companions possono costruire con un adolescente relazioni continuative e apparentemente empatiche. Servono garanzie specifiche contro manipolazione emotiva, sessualizzazione, dipendenza relazionale e rischi legati ad autolesionismo e suicidio».

Telefono Azzurro chiede inoltre «che qualsiasi futura normativa garantisca sempre ai minori l’accesso ai servizi di emergenza, ascolto, salute mentale e tutela dell’infanzia, compresi 114 Emergenza Infanzia, 116000 Minori Scomparsi e 19696».

La Fondazione propone infine un Child Digital Safety Framework italiano ed europeo, che integri social media, Ai, age assurance, privacy, salute mentale, educazione digitale, responsabilità delle piattaforme e servizi di aiuto.

«Dobbiamo superare l’alternativa tra lasciare i ragazzi soli nel mercato digitale e tenerli semplicemente fuori dalla tecnologia», conclude Caffo. «La sfida non è costruire un mondo senza tecnologia per i bambini. È costruire una tecnologia degna dei bambini».

VITA


mercoledì 29 luglio 2026

VOLONTARI PER CRESCERE

 


Il volontariato, scuola 
di relazioni


TEMPO DONATO 

PER CRESCERE


-         di STEFANO VICARI

Molti adolescenti oggi raccontano di sentirsi soli. Non sempre usano questa parola. A volte lo dicono con il ritiro, con l’insonnia, con l’irritabilità, con la fatica a uscire o con il bisogno continuo di essere rassicurati. È una solitudine che può convivere con centinaia di contatti, messaggi continui e una presenza digitale permanente. Si può essere sempre raggiungibili e sentirsi raramente cercati. Avere molti contatti e non sapere a chi rivolgersi quando si sta male.

Le ragioni sono molte. Ma un punto appare evidente: molti adolescenti sono poco aiutati a costruire relazioni nella vita reale. Le loro giornate sono spesso piene di attività, ma molte seguono una logica competitiva. Riuscire, emergere, dimostrare, ottenere risultati. Così anche la relazione rischia di trasformarsi in confronto, esposizione e ricerca di conferme.

L’estate, con la chiusura della scuola e la sospensione dei ritmi abituali, può offrire uno spazio diverso. Non per riempire ogni momento con nuovi impegni, ma per domandarci quali esperienze proponiamo ai ragazzi per stare con gli altri. Non basta chiedere loro di spegnere il telefono. Occorre offrire alternative credibili, luoghi in cui la relazione non passi attraverso un profilo, un’immagine, un voto o un like; luoghi in cui si possa essere presenti senza esibirsi, collaborare senza dover vincere, sentirsi parte senza essere continuamente valutati.

Il volontariato può essere uno di questi luoghi. Non una terapia contro la solitudine, non un dovere morale o un titolo da spendere nel curriculum. Il suo valore sta nell’offrire ai ragazzi e alle ragazze uno spazio in cui la relazione si sperimenta, non si predica.

Chiede di esserci per qualcuno, di donare tempo, di incontrare una realtà diversa dalla propria.

Donare tempo significa uscire, almeno per un momento, dalla logica del rendimento. Significa fare qualcosa che non produce subito un vantaggio personale e non si misura in voti, follower o riconoscimenti. In una fase della vita in cui l’identità è ancora in costruzione, sentirsi utile a qualcuno diventa una forma concreta di riconoscimento. Non quello fragile dello sguardo digitale, che approva e dimentica in pochi secondi, ma quello più profondo di una relazione reale, di qualcuno che ti aspetta, che ha bisogno della tua presenza e che si accorge se non ci sei.

Anche lo sport, il teatro, la musica e la vita associativa possono costruire legami. Nel volontariato, però, la relazione nasce intorno a un compito condiviso. Nel confronto con i bisogni, i tempi e le fragilità dell’altro, un ragazzo può scoprire capacità che non sapeva di avere e limiti con cui imparare a fare i conti.

Il volontariato permette inoltre di sottrarsi alla frammentazione continua.

Molti adolescenti vivono giornate interrotte da notifiche, messaggi e video brevi. Donarsi agli altri richiede invece continuità nello stare, ascoltare, aspettare, tollerare la fatica e la lentezza.

Anche da qui passa la crescita. La libertà non coincide con l’assenza di legami, ma con la capacità di scegliere a che cosa dedicare tempo, attenzione ed energie.

Bisogna però evitare ogni strumentalizzazione. Non si entra in una casa di riposo, in un doposcuola o in un’associazione soltanto perché “fa bene” agli adolescenti. Il volontariato è prima di tutto un gesto gratuito verso persone e bisogni reali. Proprio per questo educa, perché chiede rispetto, discrezione, continuità e responsabilità.

L’altro non è uno strumento per sentirsi migliori, ma una persona da incontrare.

Non tutti i ragazzi sono pronti nello stesso modo. Un adolescente molto chiuso, ansioso o depresso non va spinto bruscamente in un’esperienza a cui non è preparato. Non si cura la solitudine imponendo socialità.

Servono gradualità, ascolto e adulti capaci di accompagnare. Le possibilità, del resto, sono molte: bambini, anziani, persone con disabilità, tutela dell’ambiente, cura degli animali, doposcuola, associazioni sportive, iniziative civiche o parrocchiali. Ciò che conta è che l’esperienza sia autentica e non sia, invece, trasformata in una nuova prestazione da fornire. Ai genitori si chiede allora non di “imporre” il volontariato, ma di aprire possibilità. Gli adulti hanno il compito di proporre ai figli incontri, responsabilità e occasioni in cui misurarsi con il mondo reale. Scuola, associazioni, parrocchie, società sportive e istituzioni locali possono creare contesti seri e continuativi, nei quali i ragazzi siano accompagnati a comprendere il senso di ciò che fanno. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di meno schermi. Hanno bisogno di più mondo. Di adulti che li aiutino a incontrarlo. Di esperienze che insegnino loro che il tempo non è soltanto qualcosa da consumare, riempire o perdere.

 Il tempo può essere donato. E quando viene donato, smette di essere vuoto per diventare relazione, responsabilità e libertà.

www.avvenire.it

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sabato 13 giugno 2026

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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martedì 12 maggio 2026

COMPETENZE SCOLASTICHE

 


Competenze

 scolastiche in Italia: 

solo il 57% 

dei quindicenni 

raggiunge 

i livelli di base

 in matematica

 e lettura.


Di Giuseppina Bonadies

 Il Rapporto Innocenti 20 dell’Unicef, dal titolo “Unequal Chances”, lancia un allarme inequivocabile sulle condizioni di vita dei minori.

 L’analisi prende in esame 44 nazioni ad alto reddito, dimostrando come il divario di ricchezza finisca per schiacciare le opportunità di crescita individuale fin dalla prima infanzia. La povertà infantile colpisce ancora più di 1 bambino su 10 in queste società considerate prospere.

Esiste un problema strutturale profondo: l’accumulo di risorse al vertice della società fatica a tradursi in benefici concreti per le fasce più vulnerabili, creando ostacoli difficili da superare senza interventi legislativi mirati.

Salute fisica e mentale legate al reddito

I ricercatori dell’Unicef forniscono prove chiare su quanto vivere in contesti svantaggiati peggiora la salute fisica e psicologica. I bambini e i ragazzi che crescono all’interno di famiglie con scarse risorse economiche affrontano rischi maggiori fin dai primi anni di vita, registrando tassi più alti di mortalità e obesità infantile.

Scavando nelle statistiche fornite dall’indagine, emerge che oltre il 25% dei giovani risulta in sovrappeso. Tale fenomeno deriva spesso da un accesso limitato a cibi sani, frequentemente sostituiti da alimenti ultra-processati a basso costo, e da una ridotta possibilità economica di praticare sport con regolarità.

Il peso delle preoccupazioni finanziarie della famiglia si scarica inesorabilmente sulla serenità quotidiana dei figli. La tensione legata alla fatica di arrivare a fine mese genera un forte stress nei genitori, che finisce per alterare le dinamiche domestiche. Gli adolescenti costretti a vivere in ristrettezze materiali mostrano livelli inferiori di soddisfazione per la propria esistenza, sentendosi spesso emarginati rispetto ai coetanei provenienti da ambienti privilegiati.

Le conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni

L’indagine dell’agenzia ONU sposta poi l’attenzione sulle competenze accademiche e sociali, portando alla luce uno scenario preoccupante per l’intero sistema d’istruzione. Arrivati all’età di 15 anni, oltre 1 studente su 3 risulta del tutto privo delle competenze di base in lettura e matematica. Le nazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza di reddito tendono, di fatto, a registrare risultati didattici inferiori nella media della popolazione studentesca. Il background familiare continua a pesare in maniera decisiva sul profitto scolastico.

La mancanza di stabilità economica plasma inevitabilmente anche le dinamiche relazionali. I giovani meno abbienti patiscono un accesso ridotto a risorse educative adeguate, come libri o dispositivi digitali, e sono spesso tagliati fuori dalle attività ricreative extrascolastiche.

Questo limite strutturale restringe le loro occasioni di pura socializzazione. Il risultato è un deterioramento dei rapporti tra pari fin dalla tenera età, un fattore che alimenta l’isolamento e blocca sul nascere le possibilità di stringere legami duraturi.

La voce dei ragazzi: discriminazione e bullismo

Il documento Unicef sceglie di dare spazio alle testimonianze dei giovani, raccolte attraverso diversi focus group organizzati in 6 Paesi. I partecipanti individuano l’esclusione per motivi economici come una consuetudine diffusa tra i banchi di scuola. I ragazzi vivono sulla propria pelle il peso delle differenze di classe sociale nella loro quotidianità, percependo barriere invisibili eppure invalicabili.

I giovani intervistati denunciano la presenza di severi episodi di bullismo scatenati dall’aspetto fisico o dalla disabilità, dinamiche in cui il disagio emotivo raggiunge picchi insopportabili. Durante le interviste, un ragazzo italiano ha confessato: “Mi metto in un angolo e piango.

Raccontando la vita in classe, un altro adolescente del nostro Paese ha spiegato che un suo compagno autistico viene continuamente preso in giro a scuola, aggiungendo subito dopo con coraggio: “Cerco di difendere i miei compagni che vengono trattati ingiustamente.

Altri ragazzi hanno puntato il dito contro le spietate aspettative estetiche imposte dalla comunità. Un giovane italiano ha infatti riferito come, passeggiando in centro città, chi è privo di una specifica fisicità venga sistematicamente isolato dal gruppo. In Cile, un intervistato ha spiegato con estrema lucidità che l’appartenenza a un ceto meno abbiente condiziona in modo irreversibile le scelte lavorative e il futuro dei cittadini, limitando le possibilità di riscatto.

Focus Italia: tutti i numeri e le percentuali del nostro Paese

Esaminando le tabelle del report, la penisola italiana ottiene il 12° posto nella classifica generale del benessere infantile, calcolata su 44 nazioni. Analizzando le specifiche dimensioni di indagine, il nostro Paese si piazza al 17° posto per la salute fisica e al 10° posto per il benessere mentale. Scivola invece al 25° posto per le competenze dei ragazzi.

I numeri sulla condizione finanziaria tratteggiano una situazione severa. Il tasso di povertà infantile si attesta al 23,2%, un valore allarmante che richiede un profondo ripensamento del welfare. La disuguaglianza di reddito segna un rapporto di 5,35 tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione.

Sul fronte della salute fisica, il tasso di sovrappeso calcolato tra i 5 e i 19 anni coinvolge ben il 27,9% dei giovani italiani. Il tasso di mortalità registrato nella fascia di età compresa tra i 5 e i 14 anni si ferma allo 0,81 per mille.

Passando al benessere mentale e alle abilità sociali, la percentuale di ragazzi di 15 anni che dichiara un’alta soddisfazione per la propria vita raggiunge il 73%. Il delicato indicatore relativo ai suicidi giovanili, misurato tra i 15 e i 19 anni, segna un tasso del 2,8 su 100.000 ragazzi.

In ambito prettamente scolastico, le statistiche confermano le difficoltà già accennate in precedenza. Solo il 57% degli studenti italiani di 15 anni possiede una competenza accademica di base in matematica e lettura. Nelle relazioni interpersonali all’interno degli istituti, il 76% degli intervistati della stessa età dichiara fortunatamente di riuscire a stringere amicizie in modo facile e spontaneo.

Il rapporto Unicef

Orizzonte Scuola

 

giovedì 30 aprile 2026

CONNESSI E DIFFIDENTI

 

L’analisi del Censis
Sempre più connessi, 
sempre più diffidenti.


Il rapporto Censis racconta un’Italia che vive dentro gli schermi ma cerca disperatamente un’informazione di cui fidarsi.

di LELIO CUSIMANO

Gli italiani consumano sempre più “media”, ma si fidano sempre meno dell’informazione. È questo il paradosso che emerge dal 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il nostro è un Paese permanentemente connesso, immerso nella dimensione digitale, ma allo stesso tempo stanco, diffidente, spesso tentato dalla fuga davanti al flusso incessante di notizie, opinioni, allarmi e contenuti che scorrono sugli schermi senza sosta. La televisione resta il grande focolare nazionale: la utilizza il 93% degli italiani. Ma è una tv che cambia pelle. Cala quella tradizionale, cresce invece la televisione via internet, con la web tv ormai arrivata al 62% dell’utenza. Resiste anche la radio, ascoltata dal 78% della popolazione. 

L’autoradio continua a dominare, ma soprattutto aumenta l’ascolto attraverso il telefono cellulare: oltre il 90% degli italiani usa quotidianamente la rete e il proprio telefono intelligente. Più che crescita, è una condizione di saturazione: siamo arrivati al punto in cui essere online non rappresenta più una scelta, ma l’ambiente naturale dentro cui si svolge la vita quotidiana. Nel frattempo, continua la lunga crisi della carta stampata. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al minimo storico del 21%, praticamente dimezzati rispetto al 2007. 

Ma il dato più significativo è un altro: si sta indebolendo l’intero sistema dell’informazione.Lo si vede nel rapporto sempre più tormentato degli italiani con le notizie. I telegiornali restano la principale fonte informativa, ma arretrano. Facebook perde terreno, così come i siti giornalistici. In compenso avanzano le forme di comunicazione più rapide, frammentate ed emotive: sette italiani su dieci, tra quelli che utilizzano i social, si informano attraverso i “reel”, i brevi video pensati per essere consumati in pochi

UNA INFORMAZIONE RAPIDA. PIÙ EMOTIVA CHE RAZIONALE

È un’informazione rapida, istintiva, più emotiva che razionale. Non sorprende che quasi un quarto degli utenti la consideri superficiale. Eppure, c’è anche chi la apprezza perché più immediata, più accessibile, più coinvolgente. Dietro questi comportamenti emerge una crisi di fiducia profonda. 

Quasi il 60% degli italiani dichiara di cercare deliberatamente di evitare i media più diffusi ed afferma di essere interessati ad approfondire temi trascurati dai grandi mezzi di comunicazione. È il segno di un pubblico meno passivo rispetto al passato, ma anche più spaesato dentro quella che il Censis definisce efficacemente una “palude mediatica”. A tutto questo si aggiunge la fatica da iperconnessione. 

Oltre un terzo degli italiani sente il bisogno di prendersi una pausa dai social network: per recuperare tempo, ridurre le distrazioni, difendere la privacy o semplicemente respirare fuori dalla pressione continua della rete. Il “social detox” non appare più come una moda, ma come una forma di autodifesa. In questo scenario irrompe infine l’intelligenza artificiale (IA). 

La maggioranza degli italiani dice di non sentirsi a proprio agio con l’informazione prodotta interamente dall’IA. A preoccupare è la convinzione che il lavoro umano conservi un valore insostituibile nella costruzione del racconto giornalistico.

 Forse il dato più duro del rapporto, però, è quello che ricorda quanto l’informazione reale sia chiamata a pagare un prezzo altissimo: mentre guerre e conflitti occupano stabilmente la scena mediatica globale, solo nel 2025 sono morti 129 giornalisti. 

Un numero che pesa come un monito; dietro il rumore dei contenuti digitali, esiste ancora qualcuno che rischia e perde la vita per cercare la verità.

https://www.giovannipepi.it/inpaggina-cusimano/

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sabato 4 aprile 2026

RAGAZZI CHE PENSANO TROPPO


 Il libro "Ragazzi che pensano troppo" è descritto come un'opera fondamentale per genitori ed educatori, che unisce storie vere a ricerche scientifiche. 

"Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel (2026) esplora la crisi di salute mentale adolescenziale, evidenziando alti tassi di ansia e la necessità di supportare una generazione fragile ma resiliente. Gli adolescenti vivono un'epoca di stress elevato, spesso legato a insicurezze e sfide sociali, che richiede attenzione da parte di educatori e genitori. 


Libreria PienogiornoLibreria Pienogiorno 

Ecco i punti chiave legati al tema dei giovani che "pensano troppo" (overthinking) e all'omonimo libro:

  • Il contesto del libro: Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer e giornalista del New York Times, indaga la crisi di salute mentale adolescenziale, esplorando il connubio tra fragilità e resilienza negli adolescenti di oggi.
  • Dati sulla salute mentale:

 Oltre il 51% degli adolescenti in Italia dichiara di soffrire di ansia o tristezza prolungata. A livello globale, uno su sette vive con un grave disagio psicologico.

  • Cause dell'overthinking:
    • Rifiuto sociale: L'esclusione da parte degli amici è un fattore critico che manda in crisi il "cervello emotivo" dei giovani.
    • Fallimento individuale: La pressione per il successo provoca forte stress.
    • Pressione digitale e sociale: Un ambiente in continua evoluzione, dove i punti di riferimento tradizionali sono venuti meno.
  • Conseguenze: L'eccesso di pensieri (overthinking) si trasforma in loop mentali, logorando il corpo e causando ansia e difficoltà di concentrazione.
  • Risposta educativa: È necessaria una maggiore comprensione da parte degli adulti, che spesso vivono anch'essi una fase di fragilità. 

In un mondo di grandi mutamenti e sfide esistenziali, chiedersi perché gli adolescenti pensano troppo è come chiedersi perché i ragazzi di un tempo avessero le ginocchia sbucciate.

Sono il 51,4 per cento in Italia gli adolescenti che dichiarano di soffrire di ansia o tristezza prolungate, mentre nell’intero pianeta uno su sette convive con un serio disagio psicologico e quasi la metà si rivolge all’AI per trovare risposte ai propri affanni. Il mondo che muta alla velocità della luce e le sfide inedite e ardue che la realtà – fisica e virtuale – pone sono all’origine di un malessere pervasivo per ragazze e ragazzi. E il confronto continuo con i social, poi, li espone perennemente a un eccesso di “ruminazione” che può diventare l’anticamera di forme ansiose più profonde. Ma comprendere, aiutare e valorizzare quella che il premio Pulitzer Matt Richtel definisce «la generazione più preziosa» non può che essere la priorità di tutti, perché gli adolescenti non sono che gli esploratori di cui l’evoluzione ci ha dotato per aprire gli orizzonti, allargare i confini, infondere nuove idee e nuova linfa alla società. È un’impresa ardua la loro, irta di incognite e rischi, soprattutto in un’epoca in cui i punti stabili su cui potevano contare i ragazzi di un tempo si sgretolano. Ma è anche una sfida entusiasmante e, ora più che mai, indispensabile.

Con la sapienza di un grande narratore e divulgatore, basandosi sulle più accurate ricerche scientifiche e un gran numero di storie vere, Matt Richtel ha scritto non solo un’opera che ogni genitore ed educatore dovrebbe tenere sul comodino, ma un’autentica dichiarazione d’amore per una condizione che è al tempo stesso resilienza e fragilità, immaginazione e con- traddizione, paura e speranza. Un inno a una stagione della vita il cui supremo valore supera tutti i disagi che comporta.

 Autore

Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer, è uno scrittore bestseller e si occupa di salute e scienza per il New York Times . Ha trascorso quasi due anni a indagare la crisi di salute mentale degli adolescenti durante la pandemia per l’acclamata e pluripremiata serie giornalistica «Inner Pandemic». Ragazzi che pensano troppo è stato nominato come libro migliore dell’anno dal prestigioso New Yorker 

 

 

mercoledì 1 aprile 2026

COLTELLO IN MANO


 UN  TREDICENNE ACCOLTELLA L'INSEGNANTE



«Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età nemmeno mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso.

 Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

 


Alessandro D’Avenia

 «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».  

 Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.  

 Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.  

 Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.  

 Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? 

 Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. 

 Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.  

 Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.  

 Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).  

 Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. 

 La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.  

 Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?  Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. 

 Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.  

 Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.  In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.  Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». 

 Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».  

 Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.  

 Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. 

 Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. 

 Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. 

 La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».  

 La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza."

 

Alzogliocchiversoilcielo

sabato 14 marzo 2026

ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

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