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martedì 14 aprile 2026

MI FIDO DI TE

 


La missione degli astronauti di Artemis.

 A chi e cosa puoi dire: io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita?»


-di Alessandro D’Avenia

"Lunedì (giorno dedicato alla Luna) scorso, detto Lunedì dell'Angelo (Pasquetta per intendersi), camminavo su un sentiero di montagna. E l'angelo era lì: nessuna allucinazione, era l'evidenza delle cose. 

Era nel sentiero che incastonava tutte le stagioni. Alcuni tratti erano coperti di neve o di ghiaccio vivo, altri stendevano già un tappeto asciutto fatto di aghi di pino, altri erano così fradici che gli scarponi affondavano lasciando impronte che il Sole avrebbe reso calchi perfetti. 

Ai bordi cespugli piegati e ingrigiti da mesi di neve erano interrotti dall'invincibile verde del ginepro e dai timidi bottoni rosa dell'erica, e rari, i primi crochi, viola o bianchi, sbucavano su aiuole ritagliate dal caso, a segnalare con cocciuta gentilezza che la primavera avrebbe avuto ancora una volta la meglio. Profumi congelati lentamente evaporavano da tronchi, licheni, barbe, radici e muschi. 

Poco sopra i 2.000 m, obbedienti al legame armonico tra tutte le cose, gli alberi, che poco sotto sgranchivano al Sole cortecce e rami, affidavano il sentiero all'essenziale: l'intrico di radici lasciava il passo a rocce e neve, tutto era vero e bello, due dei tre nutrienti di cui necessita l'anima per non morire. Il terzo è il buono, ed era mia moglie accanto. E qualche viandante da salutare come si fa in montagna. Senza questa trinità terrena si è infelici, senza dover neanche indagare il perché. 

 L'angelo era poi in cima, sotto il Blu Maiuscolo (Pantone 2027?): compatto, inesauribile, privo di fumi. Rare folate di vento freddo e improvvisi fischi di invisibili marmotte facevano parte del silenzio, qualche aereo rompeva invece quiete e cirri. All'orizzonte una corona di cime che un tempo erano fondali oceanici ribadiva che cosa ci sarebbe ancora stato tra millenni. E io? E noi? 

Mi sono chiesto commuovendomi. Si vede veramente solo con le lacrime, di dolore o di gioia, perché non ci permettono di mentire: il dolore ci spoglia, la gioia ci abbraccia. Le lacrime sono preghiere, quelle di dolore perché il dolore passi, quelle di gioia perché la bellezza non passi, in entrambi i casi chiediamo: Qualcuno si occupa di me, del mio destino, o siamo gettati qui a caso? L'angelo era lì tra le cose che avevo sotto gli occhi: l'affidabilità del cosmo e delle relazioni sono il primo credo (fede, fiducia), le crepe di mente e cuore provengono dall'inaffidabilità di queste relazioni primarie. 

Guarda il cosmo, è affidabile, e infatti gli astronauti della spedizione Artemis II (Artemide, gemella di Apollo) hanno aggirato la Luna con una danza millimetricamente dettata dalla forze di gravità terrestre e lunare. Proprio loro, i Lunatici, avevano più fede nella Terra di noi, i Terrestri, come ha detto il pilota della navicella, Victor Glover, a Pasqua: «Siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, la prospettiva che ho quassù è vedere la Terra come un tutt’uno. E sapete, quando leggo la Bibbia e guardo tutte le cose incredibili che sono state fatte per noi che siamo stati creati... Avete questo posto incredibile, questa astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nel cosmo. Forse la distanza che ci separa da voi vi fa pensare che ciò che stiamo facendo sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi: siete voi ad essere speciali. In tutto questo vuoto che chiamiamo universo, avete quest'oasi, un posto meraviglioso dove possiamo esistere insieme. Penso che a Pasqua - che festeggiate o meno, che crediate in Dio o meno - questa sia un’occasione per ricordarci dove siamo, chi siamo, che siamo tutti uguali e che dobbiamo superare tutto insieme». 

Anche io, in fondo, godevo dello stesso sguardo. Dall'astronave Orion hanno osservato la faccia che la Luna, data la perfetta sincronia di rotazione attorno a se stessa e di rivoluzione attorno alla Terra (27 giorni circa), non mostra mai. Novità: ha colori inattesi, perché «affidabile» non significa ripetitivo, grigio, noioso, ma tanto certo quanto inesauribile. L'angelo dice che c'è sempre da scoprire qualcosa in ciò a cui presti attenzione, a patto che ti alzi e con cura (da cui curiosità) ci giri intorno (ricerca dal latino «circa», intorno, preceduto da ri-, significa «girare intorno ancora e ancora» come i pianeti), per questo una vita senza ricerca si spegne, perché non presta attenzione a niente, non ama nulla, e per questo dobbiamo proteggere la nostra attenzione dall'estrazione violenta e continua che ne fanno le trivelle dei social

E poi il barattolo di una nota crema spalmabile ha fluttuato per qualche secondo nella cabina di Orion (nessuno spot potrà mai fare altrettanto) rendendo tutto «familiare», come i biscotti con cui gli astronauti hanno festeggiato. Casa e avventura, dice l'angelo, le due dimensioni della vita felice, i due bisogni del Sapiens: appartenere ed esplorare, Itaca e il viaggio. Alla domanda su come erano stati i 43 minuti in cui la connessione radio con la navicella era impossibile perché nascosta dalla Luna, gli astronauti hanno risposto: «Bello!». Ci saremmo aspettati sentimenti di paura provocati dalla buia solitudine lunare. 

E invece bello era stato proprio il silenzio affidabile e disconnesso dal casino che combiniamo quaggiù, dove il 40% dei Paesi ha innalzato le spese militari al 2% del PIL, cifra mai raggiunta dalla Seconda Guerra mondiale. Segnali anche questi, dice l'angelo. Lassù invece c'era tutto: la fiducia nelle leggi della fisica e nella compagnia fisica di chi deve muoversi per e insieme agli altri con perfezione da orchestra. Il male che l'uomo fa all'uomo e al creato è mancanza di questa fede primaria nella vita che ci è data. 

 Nel mio Lunedì, dice l'angelo, infatti tutti avete cercato un posto bello, cibo buono e amici veri: ancora loro, bello-buono-vero, trinità terrena. E quel lunedì si chiama così proprio perché lunedì è il giorno più faticoso e perché è stato l'angelo (parola greca che significa semplicemente messaggero) a dire alle donne al sepolcro che il morto non è lì: «È risorto, vi aspetta in Galilea», la regione a nord della Palestina dove tutto era cominciato. 

Una storia scritta meglio avrebbe previsto un trionfo a reti unificate, a Gerusalemme, dove tutto era finito, invece il messaggero dà appuntamento con il risorto in periferia, nel silenzio, sulle sponde tranquille del lago di Tiberiade, dove i discepoli vivevano e lavoravano. Il messaggero dice: svegliati, ricomincia da dove sei, altrimenti stai solo sognando o solo soffrendo. Il luogo per risorgere non è lo straordinario, è il quotidiano, risorgere significa rialzarsi tante volte quante sono le cadute, più una. La resurrezione non cambia il «mondo» ma il «modo» di guardarlo, anche il lunedì. 

Casa e avventura, appartenere senza spegnersi, esplorare senza perdersi. Un circolo virtuoso di «Bentornato!» e «Buon viaggio!»: il «per sempre» nel «di sempre», il «nuovo» nel «di nuovo». Questo dice l'angelo, che non ha le ali (neanche il testo gliele attribuisce) ma gliele diamo perché la notizia può raggiungerci ovunque se cerchiamo: certo nelle cose della festa (bello-buono-vero) è più facile, ma solo così tutte le cose solite, spente, grigie, morte rinascono. Se rinasci tu. Come fare? 

Proprio in Galilea, prima di sottrarsi definitivamente alla loro vista ascendendo in cielo (che non è quello esplorato da Artemis ma il modo per dire «ovunque»: «che sei nei cieli» non è tra le nuvole, ma dappertutto), il Cristo risorto lo rivela: «Andate in tutto il mondo e date la bella notizia a ogni creatura. Chi crederà sarà salvo». Bisogna darla a ogni creatura! Alla Luna, alle piante in balcone, al gatto, al vicino di casa, allo studente, al collega, al coniuge... Che notizia? 

Che il segreto è credere, cioè fidarsi. Credere non è, come si pensa, una consolatoria e irrazionale adesione a una favola, un'autosuggestione per chi non sopporta la vita, ma cercare tra tutto e tutti, visibile e invisibile, ciò che non viene meno, come il naufrago cerca prima l'aria e poi il salvagente. A chi e cosa puoi dire (mi chiede l'angelo): io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita? Chi o cosa ti sostiene? 

Dalla risposta dipende la resurrezione che ti (a)spetta, e ognuno si sceglie la sua. Qui sulla Terra, mica sulla Luna... La Luna serve solo a ricordartelo, anche di lunedì. Dice l'angelo."

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

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domenica 12 aprile 2026

INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

www.avvenire.it

Rapporto giovani

sabato 15 novembre 2025

FIDARSI DI DIO

 


Di fronte alle insidie della storia 

occorre fidarsi 

della promessa di Dio. 


Commento al Vangelo nella XXXIII domenica del Tempo ordinario - Anno C

di Padre Gianpiero Tavolaro, Comunità Monastica di Ruviano

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19


Quando l’evangelista Luca compone la sua opera si mostra molto attento a cogliere la vita della comunità dei credenti in Cristo all’interno del ben più vasto orizzonte della storia. Diversi sono gli eventi ai quali, in modo più o meno esplicito, egli fa riferimento: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (e questo è un segno potente della novità che è Cristo e del “salto” che egli realizza rispetto alla prima economia della salvezza); la vita della Chiesa è fiorente, ma esposta a delle minacce; il sangue dei primi testimoni è stato versato (come, in Atti, attestano le morti violente di Stefano e di Giacomo). È dentro questo quadro di riferimento che si inserisce il discorso che Gesù fa, al capitolo 21, sollecitato dall’ammirazione di alcuni per la grandiosità del Tempio e per le sue bellezze: alla cosiddetta piccola apocalisse del capitolo 17 (riguardante il “destino” personale), segue ora la grande apocalisse (riguardante il corso della storia tutta). Si tratta di una rivelazione che riguarda le ultime cose: non tanto la fine della storia, quanto piuttosto il suo fine.

Di fronte alle paure, alle derive e ai possibili inganni degli uomini sull’attraversamento della storia, Gesù afferma, in modo inequivocabile, che la storia ha un senso, cioè una direzione, per cogliere la quale, senza indulgere a facili e banali allarmismi, occorrono la fedeltà e la perseveranza, attraverso cui si manifesta la disponibilità ad attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio. Per quanto difficile e segnato da contraddizioni interne ed esterne, il camminare della Chiesa nella storia richiede che tutto vada assunto con verità, ma anche nella lucida consapevolezza che tutto è “relativo” a un più grande progetto di Dio, non perché “le cose di quaggiù” non abbiano valore, ma perché, al contrario, in Dio può acquisire senso anche ciò che può sembrare non averne: solo così è possibile sottrarsi al rischio di vivere in un’illusione che anestetizza i credenti, facendoli vivere “fuori” dalla storia, o in una delusione che, producendo smarrimento, li trasforma in uomini disperati, prigionieri dei non-sensi dell’oggi. 

l cammino del credente, secondo Luca, è esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere e Gesù ne individua tre attraverso cui il male cerca di aggredire chi crede. La prima trappola è costituita dalla menzogna e dall’inganno, che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio. Gesù che, fin dal principio dell’evangelo, ha chiamato alla sequela (cf. Lc 5,11.27; 9,59; 14,27), qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, che portano morte. Tremendo, a tale proposito, è l’uso del suo nome: il credente può essere intrappolato perfino da chi si serve del nome di Cristo, invece di farsene servo. Per questo, più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati «a causa del mio nome».

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla comunità dei credenti è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro. Se la Chiesa pronunzierà parole di mondano “buon senso”, essa avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo e non patirà persecuzione; se, al contrario, annuncerà con forza e parresía la parola scomoda del Vangelo («la parola della croce», 1Cor 1,18), allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione, però, in maniera paradossale, sperimenterà la potenza della presenza del Signore, che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia. La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è quella della divisione, che penetra nelle relazioni più sacre che l’uomo può vivere: «Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici». L’odio del mondo per le vie che lo contraddicono può arrivare fino a questo punto, dal momento che il mondo non tollera chi gli si oppone, in qualunque modo.

Di fronte a tutto questo occorre perseverare, essere pazienti: questa è stata la via percorsa da Gesù di fronte al rifiuto del mondo e questa è la via che egli propone ai suoi. La storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto, capace di resistere agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni: un piccolo resto capace di pagare di persona. Questa è parola di speranza e di consolazione, che dà ai passi dei credenti la forza e il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla, ma vivendola portando in essa la bellezza del Vangelo.

Clarusoonline

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lunedì 11 agosto 2025

GIOVANI, OSATE I SOGNI


 I giovani di oggi sono molto diversi da quelli di ieri, perché repentino è stato il cambiamento sociale degli ultimi decenni. 
Agli adulti spetta la responsabilità di non sottrarre loro la dimensione della generatività, senza la quale non c’è futuro.

Luciano Manicardi

Mentre parlava dei giovani come coloro che «in se stessi rappresentano la speranza», papa Francesco puntava il dito sulla responsabilità degli adulti nei loro confronti: «Non possiamo deluderli… prendiamoci cura delle giovani generazioni» (Spes non confundit, 12). La speranza dei giovani è anche responsabilità degli adulti. E ciò di cui gli adulti devono anzitutto prendere coscienza, e che devono conoscere, è quella che Michel Serres, parlando appunto dei giovani, ha chiamato la «nascita di un nuovo umano». 

Quelli di oggi sono giovani che, rispetto ai loro padri, hanno diversa attesa di vita, diversa famiglia, diversa sofferenza, diversa formazione – ormai monopolio dei media –, diverso spazio in cui vivere grazie alla «onniconnettività», diverso linguaggio, diverso modo di pensare e relazionarsi alla realtà, diversa temporalità, diverso rapporto con il lavoro, diversi legami dovuti alla precarizzazione delle appartenenze (nazionali, politiche, religiose, di genere). Prima responsabilità degli adulti è ascoltare, conoscere, comprendere

Solo ora cominciamo ad avere una certa conoscenza degli effetti che la familiarità quotidiana – praticamente fin dalla culla – con gli smartphone, può avere sui bambini e sugli adolescenti. Jonathan Haidt, studiando la generazione Z (i nati dopo il 1995), ha notato la crescita di fenomeni di ansia, angoscia, depressione, comportamenti autolesionistici, suicidi. Crescere avvolti nel cosiddetto mondo virtuale non aiuta certo ad affrontare il mondo reale e influenza pesantemente lo sviluppo sociale e neurologico dei bambini. Nel suo libro La generazione ansiosa, dopo aver notato che da un’infanzia fondata sul gioco si è passati a un’infanzia fondata sul telefono, l’autore sostiene che l’iperprotezione nel mondo reale e la scarsa protezione nel mondo virtuale sono alla base dell’«ansietà» di questa generazione

Ma, soprattutto, agli adulti spetta di dare fiducia e fare spazio al giovane, non di istituire paragoni e giudicare. Solo dando fiducia si crea speranza. Responsabilità sociale e culturale, oggi, è recuperare la dimensione della generatività senza la quale i giovani vengono derubati del futuro: se il mondo del lavoro, l’economia, la politica si appiattiscono sul presente, investendo e puntando su obiettivi solo di breve e brevissimo termine, le giovani generazioni ne pagano le conseguenze. Senza fiducia nel futuro viene tolta speranza ai giovani. Il deficit di generatività è connesso alla scomparsa dell’iniziazione nelle società occidentali. Le iniziazioni sono ritualizzazioni dei passaggi dell’esistenza umana che insegnano all’iniziato il prezzo del vivere, inculcando l’antico principio del «muori e divieni». 

Purtroppo, ormai in Occidente mancano (o sono in grave crisi) istituzioni deputate ad accompagnare la crescita umana del giovane. Vi è necessità di una educazione emotiva che dia strumenti al giovane per riconoscere, nominare e governare le proprie emozioni. Altrimenti succederà sempre più spesso che emozioni non riconosciute di rabbia vengano disregolate in aggressività, portando a violenze; o che emozioni non riconosciute di tristezza vengano disregolate in depressione. Così come sarebbe fondamentale una formazione al pensare, alla solitudine, al silenzio, al lavoro di conoscenza di sé, alla coltivazione dell’interiorità. 

E che cosa spetta al giovane? È fondamentale per un giovane imparare a guardarsi dal demone della facilità. Egli incontra oggi un’abbondante offerta di beni di comfort (enormemente accresciuta grazie al digitale) che danno gratificazione immediata, ma poi producono assuefazione, dipendenza e, alla lunga, noia, non gioia. Inoltre, abituano a una temporalità del tutto e subito, contraria al lavoro paziente, fatto anche di attese, correzioni e revisioni cammin facendo, tipiche di quel work in progress che è la costruzione di relazioni profonde. Relazioni in cui consistono tanto il senso quanto la felicità di una vita. 

Ha scritto frère Roger di Taizé: «Solo l’umile dono della propria persona ci rende felici». I cosiddetti beni di stimolo richiedono fatica, sforzo, impegno e risultano meno appetibili, ma solo assumendo la dimensione della fatica e dello sforzo si può costruire un sé robusto e relazioni serie. I beni di stimolo sono beni culturali, relazionali, afferenti l’ambito sociale (per esempio, il volontariato), la pratica sportiva, l’ambito spirituale. Ma per impegnare fatica e sforzo il giovane deve nutrire una passione, perché solo questa gli permette di raccogliere le proprie energie e porle a servizio del perseguimento del proprio scopo. Un consiglio ai giovani?

Coltivate creatività e immaginazione. E abbiate coraggio: osate voi stessi e il vostro desiderio.

Messaggero di Sant'Antonio

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martedì 8 luglio 2025

L'EDUCAZIONE DEL CUORE A SCUOLA


 Nuove Indicazioni Nazionali primo ciclo, ecco l’educazione del cuore: occasioni didattiche per stimolare fiducia, empatia, tenerezza e gentilezza

 

L’iter di adozione delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione si è concluso. Dopo una fase preparatoria che ha coinvolto commissioni di esperti, società scientifiche, organizzazioni sindacali e una consultazione pubblica, il CSPI ha espresso il suo parere.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tenendo conto delle osservazioni, ha ora predisposto il testo definitivo, che sarà sottoposto al Consiglio di Stato per l’ultimo passaggio formale.

-         di Andrea Carlino

Educazione alle relazioni: empatia e rispetto al centro

Le nuove linee guida pongono l’accento su una scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona. Non si tratta solo di alfabetizzazione emozionale, ma di un lavoro educativo profondo che aiuta bambini e ragazzi a comprendersi nelle loro differenze. Fiducia, gentilezza, tenerezza diventano elementi chiave, da sviluppare attraverso tutte le discipline: dall’educazione motoria alla letteratura, dalle STEM alla musica, fino al teatro e al cinema. L’obiettivo è decostruire stereotipi e promuovere un nuovo patto tra i sessi, soprattutto in un’epoca in cui insicurezze e sospettosità minano le relazioni sociali.

Continuità e collaborazione per un’educazione efficace

Perché l’azione educativa sia efficace – propone il Ministero – è fondamentale che abbia continuità tra i diversi gradi di istruzione e sia trasversale alle discipline. Le scuole dovranno progettare percorsi in collaborazione con enti territoriali e associazioni, creando occasioni didattiche che rafforzino la bona fides – quel principio di lealtà e onestà che dovrebbe guidare ogni relazione. In un mondo sempre più complesso, la scuola si conferma il luogo ideale per costruire relazioni corrette e valorizzare le differenze, a partire dai primi anni di formazione.

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Nuove Indicazioni Nazionali: ecco il TESTO definitivo. Ecco quali sono le modifiche. Ora si attende parere del Consiglio di Stato

Orizzonte Scuola

 

lunedì 5 maggio 2025

GIOVANI E SPERANZA


 La difficile speranza dei giovani italiani

 

Tra le nuove generazioni di italiani la speranza non è un sentimento molto diffuso. E lo è meno tra le donne rispetto agli uomini e tra chi abita nel Nord Est rispetto a chi vive nel Sud e nel Nord-Ovest. In generale, esprimono sentimenti di speranza nel futuro meno di un giovane italiano su due. D’altra parte, è evidente che le giovani e i giovani che percepiscono più speranza sperimentano un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita.

Sono alcuni tra i dati salienti di una originale ricerca sulla Speranza curata dai ricercatori dell’Università Cattolica per lOsservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, che ha esplorato il tema cui è dedicato il Giubileo 2025. “Università laboratorio di speranza” è anche il titolo della Giornata per l’Università Cattolica  celebrata domenica 4 maggio (www.giornatauniversitacattolica.it).

Diventa dunque di grande interesse indagare ciò che intendono i giovani per “speranza”, in cosa la fanno consistere, dove e come ne fanno esperienza.

Oltre alla serie di domande dirette al campione, la ricerca utilizza una misurazione della speranza più articolata come la Scala integrata della Speranza, basata su quattro componenti: la percezione di Controllo e la competenza personale nel plasmare il proprio futuro (?Personal Mastery); la percezione di avere Supporto dagli altri; la Fiducia in sé e negli altri; la Spiritualità.

La componente che presenta punteggi medi più elevati è il Supporto, seguito dal Personal Mastery, dalla Fiducia e infine, dalla Spiritualità. Le prime due componenti mostrano un punteggio medio-alto, le ultime due medio -basso

Ma cosa determina la speranza nei giovani? Dalle analisi emerge che la speranza è determinata soprattutto dall’aver trovato un significato al vivere, a seguire dalla soddisfazione dei bisogni psicologici di base (sentirsi competenti, sentirsi autonomi e sentire di avere relazioni significative), dalla religiosità e dalla ricerca di significato. 

Alcuni dati specifici dell’indagine

AREA GEOGRAFICA: Se consideriamo il sentirsi speranzoso/a in relazione all’area di residenza emerge che i più speranzosi sono le giovani e i giovani del Nord-Ovest, anche se le variazioni sono di pochissimi punti%: le giovani e i giovani che si dichiarano molto o moltissimo speranzosi sono il 47,6% nel Nord-Ovest, il 44% nel Nord -Est, il 45% al Centro e il 46,2% al Sud e isole.

Se consideriamo le componenti della Speranza vedremo che il Nord-Ovest registra valori superiori in Fiducia rispetto al Sud e alle Isole (punteggi medi: Nord- Ovest: 2.94 – Sud e isole: 2.60; range della scala 1-5) mentre quest’ultima area si distingue per un livello di Spiritualità superiore rispetto al Centro e al Nord-Ovest (punteggi medi Sud e Isole: 2.76 – Nord-Ovest: 2.58; Centro: 2.54; range della scala: 1-5).

CONDIZIONE LAVORATIVA: Si riscontrano differenze statisticamente significative in Personal Mastery, Supporto e Spiritualità tra chi lavora e chi non lavora: i lavoratori mostrano punteggi medi superiori rispetto a chi non lavora.

BENESSERE: Chi ha livelli più alti di speranza riporta un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita rispetto a chi ha livelli più bassi di speranza.

VOLONTARIATO: La speranza – nello specifico le componenti di Personal Mastery, Supporto e Spiritualità – risulta più elevata tra coloro che attualmente svolgono attività di volontariato – sia continuativa sia saltuaria – rispetto a chi non l’ha mai praticato e rispetto a chi lo ha fatto solo in passato.

Il commento di Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica

“Colpisce il fatto che circa metà dei giovani, e soprattutto delle giovani, nutrano poca speranza proprio in una fase della vita che dovrebbe essere ricca di progettualità, sogni, voglia di futuro. Anche perché i dati ce lo mostrano chiaramente: avere speranza impatta sul benessere e sulla qualità della vita in generale. È interessante come questi, e altri dati che stiamo elaborando, mostrino una stretta relazione tra speranza e possibilità di dare un senso al vivere. In questi momenti carichi di ansia e preoccupazione, la speranza offre la possibilità di ritrovare un orizzonte di senso e con questo un orizzonte di futuro, la possibilità non solo di sopravvivere agli affanni quotidiani, ma di fare un’esperienza di vita piena, per sé e per gli altri, dove anche l’impegno civico e solidale trova spazio e offre categorie di senso. È quindi importante offrire ai giovani luoghi intergenerazionali di ricostruzione di senso del vivere, di trame di fiducia e di speranza”.

Nota metodologica

La ricerca è stata condotta tra il 17 febbraio e il 3 marzo 2025 presso un campione di 2001 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni secondo quote rappresentative di genere, età, titolo di studio, condizione lavorativa e area geografica di residenza. Le interviste sono state effettuate tramite metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interview).

È stata realizzata da Ipsos per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e condotta dai docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità, Daniela Marzana, professore associato di Psicologia sociale e di comunità e Adriano Mauro Ellena, assegnista di ricerca in Psicologia sociale e di Comunità.

 

Istituto Toniolo

venerdì 11 aprile 2025

SAPERE ASCOLTARE I MINORI

«Ascolto, 
relazioni 

in presenza 

e fiducia» 

Le buone pratiche per i diritti dei minori

 Bambini e adolescenti chiedono agli adulti

 momenti di ascolto “in presenza”

 

-         di LUCA  LIVERANI

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Ascoltare i bambini e gli adolescenti per riconoscere a pieno i loro diritti. Ma anche perché così si può costruire una società migliore per tutti. È il messaggio che arriva dall’incontro tra ragazzi e istituzioni, promosso dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali per celebrare la prima Giornata nazionale dell'ascolto dei minori, istituita dal governo il 9 aprile.

All’incontro, organizzato alla Casa delle armi del Foro Italico, arrivano oltre duecento ragazze e ragazzi tra i 13 e i 16 anni da quattro istituti scolastici del Lazio. Per una giornata di lavori di gruppo e per porre le loro domande con esponenti del governo. Ma non solo: c’è anche l’arcivescovo di Siena Augusto Paolo Lojudice, per molti anni parroco e vescovo ausiliare nelle periferie romane.

A introdurre l’incontro è la viceministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Teresa Bellucci, che rivela come l’idea della Giornata dell’ascolto sia nata qualche tempo fa proprio da un colloquio con l’arcivescovo Lojudice. « I bambini e gli adolescenti ci chiedono di vivere relazioni in presenza - dice la sottosegretaria Bellucci - non soltanto online e sui social. Ci chiedono di essere ascoltati. E questo è un viaggio che durerà fino al 20 novembre, Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Perché quando ci ascoltiamo - aggiunge - ci mettiamo nei panni dell’altro. Solo così possiamo capire cosa gli sta accadendo. Crediamo di ascoltare, ma spesso ci limitiamo a “sentire”. Abbiamo voluto promuovere il diritto all’ascolto, che è il senso stesso della relazione».

La relazione

All’evento non fa mancare un suo messaggio la presidente del Consiglio: Giorgia Meloni sottolinea che «la capacità di ascoltare le necessità, le speranze e le difficoltà di bambini e ragazzi non è solo un modo per rispondere alle loro più immediate esigenze, ma è anche e soprattutto la chiave di volta per costruire una società migliore». Ascoltare, sostiene la premier, «equivale a dire: “Io ci sono per te”. È un messaggio potente, per certi versi rivoluzionario - sostiene - soprattutto per un'epoca come la nostra che ci ha abituato alla frenesia del quotidiano e disabituato all'ascolto».

La solitudine

Poi comincia il dialogo. Una ragazzina chiede all’arcivescovo Lojudice se «anche lui ha mai provato la solitudine, e se la Chiesa può contribuire a sviluppare l’ascolto degli adolescenti ». «Succede a tutti a volte di entrare in un tunnel - risponde l’Arcivescovo - di sentirsi in una stanza buia. Per cause personali, per problemi, per incompnensioni anche in famiglia. Anche per me ci sono stati momenti particolari, ma ho avuto la fortuna, o è stata la Provvidenza, di sentire sempre vicino a me la presenza di Dio. Ogni volta mi sono detto: ce la posso fare, affrontando un problema alla volta».

Molto importante, avverte monsignor Lojudice «è non trovarsi mai soli, ma cercare un adulto che vi dia garanzie di fiducia. Perché, a parte i genitori, non dovete dare fiducia cieca agli adulti. C’è un mondo che non pensa sempre al bene dei ragazzi, abbiate senso di discernimento ».

La fede

L’arcivescovo di Siena spiega che «come lo sport ha bisogno di allenamento, anche la fede va alimentata e nutrita perché cresca, avvicinandosi al Vangelo. A me da piccolo ha sempre affascinato la figura di Gesù, era qualcuno che dava una svolta alle cose della vita. Mi piaceva questo andare controcorrente». E conclude: «Ho sempre creduto che si debba guardare la realtà con gli occhi dei bambini, immediati e spontanei».

Altra domanda, stavolta alla ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Elvira Calderone. « In questo mondo di grandi cambiamenti, noi ragazzi come possiamo prepararci al lavoro nel modo giusto?». La risposta della ministro è «siate esigenti verso i vostri insegnanti, genitori, nonni. Non vi accontentate. E non chiudetevi nelle vostre stanze con la realtà aumentata digitale e virtuale, ma attivate momenti di condivisione con loro».

Lo sport

Poi è il turno del ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi, che al Foro italico è un po’ il padrone di casa: «Cosa possono fare le istituzioni - chiede Matthew - per diffondere lo sport nelle periferie?». Il ministro si impegna a «moltiplicare l’offerta di playground: in un anno abbiamo già realizzato 1.250 di questi campi da gioco aperti, nei comuni del Sud sotto i 10 mila abitanti». L’ultima domanda è alla Garante per l’Infanzia e l’adolescenza Marina Terragni. Greta le chiede se ha mai avuto paura, dopo gli studi, di entrare nel mondo degli adulti: «Sì, e anche in tante altre occasioni. La paura - dice Terragni - è un sentimento fisiologico che ci dà l’adrenalina necessaria per progredire. Voi oggi avete altre paure, investiti come siete dalla rivoluzione digitale degli smartphone. Paura di non essere all’altezza, paura di non avere un gran numero di like, paure proprie della generazione Z in avanti».

Gestire il conflitto

Il consiglio per avere un ascolto efficace da parte degli adulti è: « Non diteci retoricamente quello che pensate possa farci piacere. Abbiamo fame di ascoltarvi, voi potete suggerirci gli anticorpi. Ci avete detto voi che i genitori non devono regalare il telefonino già alla prima comunione». E conclude: « Non abbiate paura del conflitto con gli adulti, ma della mala gestione del conflitto. Non abbiate paura del giudizio, dite sempre la verità».

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venerdì 30 agosto 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE

 


«Le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere che coinvolge gli altri»

  Parla suor Alessandra Smerilli, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale «È una delle parole chiave che guidano un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto per l’ambiente»

 

-         di CRISTINA  UGUCCIONI

 

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

 In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro “ La teoria dei sentimenti morali” sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

 Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è chi si fa da sé, ma chi accoglie creativamente e attivamente anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

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mercoledì 24 aprile 2024

I MERAVIGLIATORI


Non è il miracolo che fa la fiducia ma la fiducia che fa il miracolo. 

Infatti, solo chi ha fiducia nella vita ne è curioso, aggettivo derivante da «cura»: chi ha cura del mondo non solo vede i miracoli, ma li fa.

                                                                                                                         -         di Alessandro D’Avenia

 La fiducia non è un trucco, doping psicologico come il pensiero positivo, ma è una postura originaria di apertura alla realtà che dipende da quanto siamo amati: la fiducia deriva dalla forza dell'amore che ci genera in ogni istante, e consiste nel sapere, in ogni cellula, che questo amore c'è e mi vuole esistente. L'uomo non è prodotto, come ci fa credere la tecnocrazia odierna, ma generato, e ri-generato quando fa esperienza di appartenere (essere amato), e può quindi sporgersi sulla vita senza essere paralizzato dalle vertigini che comporta. Questa appartenenza (legami liberanti, perché «assicurano» come quando si scala in montagna), effetto di ogni buona relazione, crea energia in questa sequenza: fiducia, coraggio, curiosità, scoperta, vocazione, creatività, gioia. Se l'appartenere a un amore che ci vuole esistenti non c'è o viene meno, si esaurisce l'energia vitale e la si deve elemosinare. Le dipendenze (legami bloccanti) sono contraffazioni dell'appartenere: poiché non si può non appartenere (essere in relazione) si accetta di dipendere, la schiavitù. Inoltre la fiducia è scalzata dal sospetto: distanza e paura di tutto. Il bambino non amato teme tutto, non è curioso ma insicuro, nessuno fa sicurezza alla sua esplorazione. Si può recuperare o allenare questa fiducia?

Per recuperare e allenare la fiducia di cui parlo, radicale apertura alla vita, bisogna far esperienza di un amore che ci vuole esistenti. Uno dei modi in cui questo accade nel quotidiano è la meraviglia, energia che riceviamo senza merito e ci porta a sentire che apparteniamo. Alla meraviglia abbiamo infatti attribuito un senso, il senso di meraviglia, che è il grado di apertura al mondo, da cui origina il pensiero che, come fa un bambino, si interroga sul perché di ogni cosa. Ognuno può attingere alle sue fonti di meraviglia da cui viene ri-generato, tornando figlio, cioè tornando ad appartenere: amato, coraggioso, curioso... vivo. Immagino una scuola che alleni questo senso di meraviglia: avremmo ragazzi più intelligenti e meno passivi, perché la conoscenza viene dallo stupore e non della paura. La vita si svela a chi se ne sente figlio, per questo l'offesa peggiore colpisce la filiazione: figlio del caso, del meretricio, del nulla. Tradotto: inappartenenza.

In quest'ultima settimana mi son capitate tre esperienze «filiali», che hanno rinnovato la mia fiducia.

  1. Ho visitato la mostra «Dal cuore alle mani» a Palazzo Reale a Milano. Si tratta di alcuni vestiti creati da Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Miracoli «fatti a mano». Nel corso degli anni i due stilisti hanno ambientato le sfilate di alta sartoria in località italiane di chiara bellezza. Le forme del luogo di volta in volta ispirano la lavorazione a mano delle fogge e delle stoffe: soffiate nel vetro a Venezia, modellate negli stucchi palermitani, uscite dalle decorazioni di un tempio di Agrigento, intarsiate negli ori dei mosaici bizantini o tramate da affreschi rinascimentali... Abito ha la stessa radice di abitazione: mi sono sentito a casa nella sorprendente galleria delle meraviglie nostrane. Vedi vestiti e ti innamori dell'Italia (essenziale per un popolo che spesso si disprezza e quindi si trascura), ti meravigli e ritrovi fiducia nell'abitare qui, indossando la storia. Mi sono poi ritrovato anche in una sala-bottega, un atelier dove i miracoli sono cuciti in diretta da giovani sarti che, per un giorno alla settimana, lavorano lì, come in una delle botteghe rinascimentali che hanno reso l'Italia un abito che tutti vogliono indossare, per sentirsi a casa nel mondo.

  2. La biologia mi ha sempre affascinato e vi ritorno sempre in cerca di meraviglia. Ultimamente mi ha incuriosito un filone di studi scientifici che mostra come l'interpretazione darwiniana dell'origine delle specie come sola risposta adattiva sia insufficiente a spiegare forme e colori presenti in natura. Si tende sbrigativamente a ridurre nervature delle foglie, disegni di farfalle, colori di piumaggi, trasparenze di animali marini, mantelli di mammiferi... a strategie per evitare predatori e sedurre partner: sopravvivenza e conservazione. Invece quelle forme sono di più. Adolf Portmann ha infatti mostrato, grazie a studi ispirati da una curiosità straordinaria, che la varietà di forme e colori in natura eccede scopi così ristretti, gli aspetti qualitativi non sono del tutto riducibili a quelli quantitativi. La varietà non nega ma include la teoria di Darwin; infatti, se la vita mirasse solo all'utile agirebbe più in economia: «È nell'abbondanza che vediamo una manifestazione originaria della vita» (Le forme viventi), un'abbondanza ancora inspiegabile ma foriera di una prospettiva più ampia per nuove scoperte. Il fine della vita più che la conservazione è la bellezza: l'arrossarsi delle foglie autunnali non serve a farle durare di più, è solo festa per gli occhi. Le cose si rivelano nelle relazioni, che non sono solo di «bisogno» (predare, copulare) ma anche di “sogno” (bellezza, gratuità). Guardando questi abiti naturali penso anche agli studenti: ognuno di loro, con i suoi colori e motivi, non è un vivente in lotta, ma un capolavoro in potenza.

  3. Mia madre ha compiuto 80 anni. Più la guardo più mi meraviglio. Noi figli abbiamo composto un libretto con brevi scritti delle persone che la conoscono. Mi sono ritrovato tra le mani il bilancio di otto decadi fatto di istanti di cura: una parola, una passeggiata, una lezione, un maglione, un consiglio, una spiegazione, una ricetta... Poesia e frigorifero. Dio e dettaglio. Spirito e calorie. Professione e improvvisazione. Pianterreno e cimasa. Leggendo mi sono tornati in mente i versi di Maura del Serra in Speranza: «Nella rinata bellezza del mondo/ ogni giorno mi levo e mi consumo:/ creatura momentanea di durata infinita,/ tesso per il Creatore la veste della vita» (Concordanze).

 Ci sarebbero altre «meraviglie» ma queste sono quelle dicibili nell'ultima settimana, altre rimangano non dette, perderebbero altrimenti l'energia data loro proprio dal silenzio. Se smarrite la fiducia, cercate i «meravigliatori», coloro che fanno miracoli e vi rigenerano perché vi fanno sentire voluti come figli, appartenenti. Chi sono? Quelli che per amore fanno e quelli che fanno per amore.

 Alzogliocchiversoilcielo

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